La comunicazione in carcere



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(22 aprile 2001)



  • Si chiama Magazine 2, lo fanno a San Vittore
    è anche su Internet. E funziona come una rivista normale


    Notizie dall'interno
    ecco il giornale dei detenuti

    Spacciatori e omicidi alla riunione di redazione
    "Non riescono a credere che finalemtne qualcuno li ascolti"


    di DARIO OLIVERO


Almeno due volte alla settimana e almeno quattro ore alla volta. Entrare dentro San Vittore, superare i controlli, incontrare i detenuti. Poi, al lavoro: c'è da fare un giornale, c'è da aggiornare il sito. Emilia Patruno, giornalista e volontaria. E' sua l'idea di fare un giornale dei detenuti. Sua l'idea di metterlo su Internet. Si chiama "Magazine due", dal numero civico del carcere di San Vittore. E' sulla carta da sei anni, su Internet da meno di uno. E' l'esempio italiano che più si avvicina agli esempi che vengono dagli Stati Uniti. Un ponte, un legame o qualcosa di simile, tra il carcere e il mondo esterno.

La giornata di Emilia incomincia come quella di tutti i giornalisti: riunione di redazione con i 12 detenuti che curano il giornale. Gente che una certa infarinatura ce l'ha già, visto che alcuni hanno seguito il corso di giornalismo dell'Ordine della Lombardia. "Si fa una cosa normalissima - dice Emilia - si decide il giornale. Si aggiornano le notizie, si scelgono gli argomenti delle rubriche fisse e si punta su una o due storie di copertina".

Per esempio? "La prossima copertina sarà sul braccialetto elettronico di cui tutti parlano ma che pochi conoscono. Suiamo preparadno un sondaggio all'interno del carcere e siamo abbastanza sicuri che il risultato sarà che un gran numero di detenuti è favorevolissimo alla sua introduzione".

I redattori di Emilia sono a tutti gli effetti criminali, nel senso che sono stati tutti condannati chi a 18, chi a 24, chi a 25 anni di galera. "Sono tutti italiani - dice Emilia - per un periodo abbiamo avuto anche un siriano che ha scritto articoli nella sua lingua. Italiani da tutta Italia. Sono stati condannati per omicidio, spaccio, uxoricidio".

Difficile descrivere la sensazione che deve provare un detenuto a cui è data la possibilità di comunicare con l'esterno. "Hanno voglia di esprimersi, non sembra loro vero che qualcuno li stia a sentire, si interessi al lavoro che fanno. I detenuti, diciamolo, non se li fila nessuno".

E la risposta dall'esterno c'è? "Sì, ed è quasi incredibile - dice la direttrice di Magazine due - Abbiamo 1.300 abbonati al giornale di carta e ricevo sul sito almeno due e-mail al giorno". Chi scive, dice Emilia, sono soprattutto giovani, studenti di psicologia, gente che vuole sapere come rendersi utile, chiede se è vero che nelle prigioni si subiscono violenze e soprusi.

Ma, naturalmente, tutto è filtrato. Per motivi di sicurezza un detenuto non può avere accesso direttamente alla Rete. Così come sono regolati colloqui, posta e telefonate, allo stesso modo - o forse a maggior ragione - deve esserlo Internet. Si potrà arrivare a una maggior comunicazione tra chi sta dentro e chi sta fuori? "Non lo so - risponde Emilia - so solo che Internet è uno strumento potente e che può essere utilizzato anche per motivi criminali. La società fa bene a difendersi. Ma le istituzioni devono trovare il modo e gli strumenti tecnici per garantire che i carcerati lo possano utilizzare per scopi rieducativi".






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