La comunicazione in carcere



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(29 gennaio 2001
2. INTERVISTA AD EMILIA PATRUNO
D. Quando hai iniziato? Perché?

R: Personalmente, ho iniziato 15 anni fa con un volontariato “semplice”: ero andata ad un convegno organizzato da Ekotonos, e mi si è avvicinato un detenuto che mi ha chiesto di far ripartire “Il Giornale di San Vittore”. Sulle prime non volevo fare un giornale scritto, ma poi, dato che sentivo un bisogno molto forte di comunicare, ho ricercato un’associazione di quelle che operavano all’interno di San Vittore, e abbiamo depositato una testata che si chiamava “Magazine2”.

“Magazine 2” è durata circa 7 anni, dopodiché mi è venuta l’idea che la cosa più opposta al carcere fosse internet: in effetti, internet è esattamente il contrario del carcere. Vuol dire non avere confini, non avere muri, non avere differenze di lingua di sesso, …

E quindi mi sembravano due mondi che, proprio per il loro contrasto, si potevano avvicinare. Questo sito è il paradosso della comunicazione: dal posto più chiuso della terra si va a finire al posto più aperto del mondo.

E’ contraddittorio come il carcere: il carcere è contraddittorio perché nei principi afferma una cosa, e nei fatti ne dimostra un’altra

Poi si pensa che i detenuti generalmente non abbiano nient’altro da dire che quello che hanno fatto: non c’è interesse nei loro confronti… .

Mi sembrava stimolante trovare un altro posto in cui fare le cose che non avevano fatto prima.

Quindi: due pianeti distanti che si uniscono attraverso un ponte di comunicazione.

Ho registrato un dominio (che avrei voluto chiamarlo San Vittore ma che non potevo perchè esisteva già come nome), e abbiamo scelto ILDUE perché è il n.civico di piazza Filangeri, l’ingresso di San Vittore. Ma Ildue rappresenta anche una seconda possibilità, un secondo modo di essere, una seconda vita.

E poi è stato il primo sito dal carcere: nessuna legge vietava di depositare una testata on line, e noi ci siamo mossi. Dopo il nostro sito ne sono nati altri: si tratta di siti compilati.

Evidentemente, lo spazio, nel corso del tempo, si è allargata in una maniera spropositata: noi oggi abbiamo dei lettori che vengono da tutta Italia, da tutta l’ Europa e anche, addirittura, da oltre oceano. Fino a pochi anni fa il discorso della comunicazione dal carcere era limitato a chi di carcere se ne occupava, ora è stato fatto un grande passo avanti.

La cosa che mi interessa personalmente è che diventi più trasparente: non sono mai andata in carcere perché sono buona, ma perché come cittadina mi interessa che diventi il più trasparente possibile. E’ inutile fare finta che non esista: può essere un posto di confine, e di osservazione molto interessante.

Sicuramente è stato allargato il numero delle persone che si sono interessate e si interessano al carcere. Io spero di aver fatto immaginare cos’è internet: c’è chi è entrato in carcere e non ha mai visto un computer.

E se questa grande potenzialità viene utilizzata in senso positivo per fare un percorso, è una cosa molto importante.

Poi ritengo che nel momento in cui c’è trasparenza sull’istituzione, il carcere diventa meno carcere, soprattutto quando si smascherano certe ipocrisie.

Penso che per i detenuti ci siano state molto opportunità,e abbiano avuto degli alleati che ci hanno dato grandi opportunità.

Quello che mi fa piacere nel lavoro di questi ultimi tempi, ormai sono 5 anni, è che è dagli stessi detenuti che viene la proposta di fare le cose.

Evidentemente c’è questa voglia di entrare dentro al carcere: tutte le collaborazioni che abbiamo (Daria Bignardi, Terre di Mezzo, i programmi) ci permettono di uscire da quella zona d’ombra del carcere. E questo è molto stimolante.




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