La comunicazione in carcere



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1.1. 2. La Quaestio
Tra l’individuazione del colpevole e la pratica del supplizio, vi era un’altra tappa fondamentale: quella della quaestio come “supplizio del vero”. Essa non era un mezzo per strappare a tutti i costi la verità: era selvaggia, ma non crudele.

La quaestio era un pratica dettata da regole ben precise, e da una procedura ben definita: momenti, durata, strumenti utilizzati, lunghezza delle corde, interventi del magistrato, pesantezza dei pesi, e molto altro erano accuratamente codificati.

Di fatto, era una sorta di combattimento tra il giudice che la ordinava e il condannato: quest’ultimo (chiamato «paziente») veniva sottoposto ad una serie di prove, graduate in severità, e nelle quali egli vinceva mantenendo il controllo, e perdeva confessando la propria colpa. Anche il giudice, però, correva a sua volta dei rischi: all’interno della partita egli metteva come “posta” gli elementi di prova che aveva già riunito in precedenza.

La regola principale della quaestio era molto semplice: se il «paziente» superava ogni prova proclamandosi innocente fino alla fine, il magistrato era costretto ad abbandonare l’accusa, e il suppliziato aveva vinto la sua salvezza.

Tuttavia, per i casi più gravi era stata introdotta la «quaestio con riserva di prova»: il giudice poteva, dopo le torture, far valere le prove che aveva raccolto in precedenza. L’accusato, però, non veniva scagionato dal reato, ma otteneva la grazie evitando il supplizio pubblico.




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