La comunicazione in carcere


Art.14-bis Regime di sorveglianza particolare



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Art.14-bis
Regime di sorveglianza particolare.
1. Possono essere sottoposti a regime di sorveglianza particolare per un periodo non superiore a sei mesi, prorogabile anche più volte in misura non superiore ogni volta a tre mesi, i condannati, gli internati e gli imputati:
a) che con i loro comportamenti compromettono la sicurezza ovvero turbano l'ordine negli istituti;
b) che con la violenza o minaccia impediscono le attività degli altri detenuti o internati;
c) che nella vita penitenziaria si avvalgono dello stato di soggezione degli altri detenuti nei loro confronti.
2. Il regime di cui al precedente comma primo é disposto con provvedimento motivato della amministrazione penitenziaria previo parere del consiglio di disciplina, integrato da due degli esperti previsti dal quarto comma dell'articolo 80.
3. Nei confronti degli imputati il regime di sorveglianza particolare é disposto sentita anche l'autorità giudiziaria che procede.
4. In caso di necessità ed urgenza l'amministrazione può disporre in via provvisoria la sorveglianza particolare prima dei pareri prescritti, che comunque devono essere acquisiti entro dieci giorni dalla data del provvedimento. Scaduto tale termine la amministrazione, acquisiti i pareri prescritti, decide in via definitiva entro dieci giorni decorsi i quali, senza che sia intervenuta la decisione, il provvedimento provvisorio decade.
5. Possono essere sottoposti a regime di sorveglianza particolare, fin dal momento del loro ingresso in istituto, i condannati, gli internati e gli imputati, sulla base di precedenti comportamenti penitenziari o di altri concreti comportamenti tenuti, indipendentemente dalla natura dell'imputazione, nello stato di libertà. L'autorità giudiziaria segnala gli eventuali elementi a sua conoscenza all'amministrazione penitenziaria che decide sulla adozione dei provvedimenti di sua competenza.
6. Il provvedimento che dispone il regime di cui al presente articolo é comunicato immediatamente al magistrato di sorveglianza ai fini dell'esercizio del suo potere di vigilanza.

Art.14-ter
Reclamo
1. Avverso il provvedimento che dispone o proroga il regime di sorveglianza particolare può essere proposto dall'interessato reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento definitivo. Il reclamo non sospende l'esecuzione del provvedimento.
2. Il tribunale di sorveglianza provvede con ordinanza in camera di consiglio entro dieci giorni dalla ricezione del reclamo.
3. Il procedimento si svolge con la partecipazione del difensore e del pubblico ministero. L'interessato e l'amministrazione penitenziaria possono presentare memorie.
4. Per quanto non diversamente disposto si applicano le disposizioni del Capo secondo-bis del Titolo secondo.

Art.14-quater
Contenuti del regime di sorveglianza particolare
1. Il regime di sorveglianza particolare comporta le restrizioni strettamente necessarie per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, all'esercizio dei diritti dei detenuti e degli internati e alle regole di trattamento previste dall'ordinamento penitenziario.
2. L'amministrazione penitenziaria può adottare il visto di controllo sulla corrispondenza, previa autorizzazione motivata dell'autorità giudiziaria competente.

3. Le restrizioni di cui ai commi precedenti sono motivatamente stabilite nel provvedimento che dispone il regime di sorveglianza particolare.
4. In ogni caso le restrizioni non possono riguardare: l'igiene e le esigenze della salute; il vitto; il vestiario ed il corredo; il possesso, l'acquisto e la ricezione di generi ed oggetti permessi dal regolamento interno, nei limiti in cui ciò non comporta pericolo per la sicurezza; la lettura di libri e periodici; le pratiche di culto; l'uso di apparecchi radio del tipo consentito; la permanenza all'aperto per almeno due ore al giorno salvo quanto disposto dall'articolo 10; i colloqui con i difensori, nonché quelli con il coniuge, il convivente, i figli, i genitori, i fratelli.
5. Se il regime di sorveglianza particolare non é attuabile nell'istituto ove il detenuto o l'internato si trova, la amministrazione penitenziaria può disporre, con provvedimento motivato, il trasferimento in altro istituto idoneo, con il minimo pregiudizio possibile per la difesa e per i familiari, dandone immediato avviso al magistrato di sorveglianza. Questi riferisce al ministro in ordine ad eventuali casi di infondatezza dei motivi posti a base del trasferimento.

Art.15
Elementi del trattamento
Il trattamento del condannato e dell'internato é svolto avvalendosi principalmente dell'istruzione, del lavoro, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia.
Ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi di impossibilità, al condannato e all'internato é assicurato il lavoro.
Gli imputati sono ammessi, a loro richiesta, a partecipare ad attività educative, culturali e ricreative e, salvo giustificati motivi o contrarie disposizioni dell'autorità giudiziaria, a svolgere attività lavorativa o di formazione professionale, possibilmente di loro scelta e, comunque, in condizioni adeguate alla loro posizione giuridica.




  • Art.17
    Partecipazione della comunità esterna all'azione rieducativa
    La finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all'azione rieducativa.
    Sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l'autorizzazione e secondo le direttive del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l'opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera.
    Le persone indicate nel comma precedente operano sotto il controllo dei direttore.




1 FOUCAULT M., Sorvegliare e punire, 1975, cit. p. 251

2 Cfr. FOUCAULT M., Sorvegliare e Punire, 1975

3 FOUCAULT M., Sorvegliare e Punire, 1975, cit. p. 254

4 Per Supplizio si intende una grave e dolorosa pena corporale, inflitta al condannato al fine di permettergli di espiare le proprie colpe.

5 Cfr. FOUCAULT M., Sorvegliare e punire, 1975,cit. p. 37


6 “Un supplizio ben riuscito giustifica la giustizia nella misura in cui rende pubblica la verità del crimine nel corpo stesso del suppliziato”. FOUCAULT M., Sorvegliare e punire, 1975, cit. p. 48.


7 FOUCAULT M., Sorvegliare e Punire, 1975, cit. p. 62


8 FOUCAULT M., Sorvegliare e punire, 1975, cit. p. 62


9 “Bentham non credeva né alle leggi divine né al contratto sociale, però aveva un criterio che consisteva proprio nel rapporto legge-pena. Qui arriviamo al cuore, che è tutto sommato abbastanza semplice, della dottrina utilitaristica: ogni bene coincide con l’utilità e l’utilità coincide con il piacere che si prova. Una legge collegata a una pena è allora un apparato per produrre del dolore a chi trasgredisce quella legge. Le leggi devono introdurre delle afflizioni non troppo forti, altrimenti le persone trasgrediscono alle leggi; per rendere attendibili quelle afflizioni devono introdurre delle pene, in maniera che la gente non ha la tentazione di violare la legge per avere una soddisfazione un poco più grande; la pena costituisce un freno da questo punto di vista.

Quali sono le leggi giuste? Questo è il teorema forte degli utilitaristi: sono le leggi efficaci, cioè le leggi che applicate tutte insieme danno delle pene, ma producono delle soddisfazioni più grosse delle pene che producono”. Intervista a VIANO C.A., cit. tratta da “Aforismi”, www.emsf.rai.it.



10 BENTHAM J., Traité de législation civile et pénale, in Oeuvres, vol. 1, Bruxelles, Haumann, 1829.


11 FASSONE E., La pena detentiva in Italia dal 900 alla riforma penitenziaria , cit. p.39


12 BECCARIA C., Dei delitti e delle pene, 1993, cit. tratta dal cap. 2, “Diritto di punire”.


13 BECCARIA C., Dei delitti e delle pene, 1993, cit. tratta dal cap. 8, “Divisione dei Delitti”.

14 BECCARIA C., Dei delitti e delle pene, 1993, cit. tratta dal cap. 47, “Conclusioni”.


15 “Basti ricordare che la pena della reclusione si sconta con la segregazione cellulare continua se non supera i sei mesi (ovvero pari a un sesto della pena se superiore), e che la segregazione continua è prevista per tutti i detenuti in attesa di giudizio”. FASSONE E., Ordinamento penitenziario e misure alternative alla detenzione, cit. p.39.


16 Partendo dal principio che “è delitto ogni azione che viola i nostri sentimenti morali”, la Scuola non ripugna l’incriminazione del suicidio o della legittima difesa, dal momento che sono situazioni in cui si esprimono l’egoismo e la vendetta nella loro forma più violenta e cruda.

17 Una circolare del Governo, datata 23 giugno 1944, annuncia che mette a disposizione delle autorità tedesche i detenuti per il lavoro in Germania.

18 Tratto dall’Adunanza plenaria del 15 gennaio 1947. Per ulteriori chiarimenti si veda “La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente”, Roma, Camera dei Deputati, 1971, vol VI, p. 180.


19 Cit. tratta da GRISPIGNI G., “Indici del futuro svolgimento”, p. 12.

20 Si tratta della pena pecuniaria spogliata degli effetti di stigmatizzazione connessi alla sanzione criminale.


21 FASSONE E., La pena detentiva in Italia dal 900 alla riforma penitenziaria , cit. p. 92.

22 Alla cultura universitaria era riservato il ruolo delle grandi investigazioni, della sintesi sulla funzione della pena, e sulle misure di sicurezza: si trattava di un compito di aggiornamento delle categorie giuridiche alla luce di nuove acquisizioni della criminologia, della psichiatria e della sociologia. Ai penitenziaristi, invece, spettava il compito di gestire concretamente l’istituzione, riuscendo a ricongiungere le innovazioni con la logica carceraria.


23 Questa fu l’unica della storia italiana ad essere istituita. La Commissione era composta solo da senatori e deputati.


24 Le Regole Minime per il trattamento dei detenuti sono state approvate nel 1955 dalle Nazioni Unite in versione mondiale. Nel 1973 sono state ribadite dal Consiglio d’Europa con i necessari adeguamenti alla realtà europea.

Le Regole Minime hanno una grande forza morale perché la maggior parte dei paesi moderni (Italia compresa) hanno accettato e manifestato un preciso impegno: rispettare i principi contenuti al loro interno.




25 La riforma della parte generale del codice penale fu abbandonata nella primavera del 1974 in quanto si trattava di un progetto limitato e privo di un impianto culturale e politico. Per la questione della riforma del processo penale, invece, la situazione è andata avanti con successive proroghe del termine di scadenza per l’emanazione del nuovo codice (l’ultima delle quali si è poi accompagnata ad u n programma di incisive modifiche dell’originaria legge- delega). Cfr MODONA, Per la difesa della Riforma Penitenziaria, in Alternative alla detenzione e Riforma penitenziaria, 1982, p. 274 e s.

26 Uno dei problemi più grossi da risolvere era la riduzione dei detenuti: questo veniva considerato un carattere fondamentale al fine di far funzionare in modo corretto la riforma.


27 Cfr. FANCHIOTTI V., Le misure alternative, in La criminalità in Italia, 2002, p. 237 e s.

28 L’attività risocializzante non dev’essere necessariamente di tipo lavorativo, ma può anche consistere nel seguire corsi scolastici o di formazione professionale, o nel prestare assistenza domiciliare a familiari ammalati

29 Tale preclusione verrà eliminata nel 1986.

30 Il periodo di permanenza in carcere viene trascorso in un apposito istituto penitenziario, o in un’apposita sezione autonoma di un ordinamento.

31 Cfr. DI GENNARO G, BONOMO B., BREDA R., Ordinamento penitenziario e misure alternative alla detenzione, 1987, p. 12 e s.

32 In seguito, essa venne convertita con al legge del 10 giugno 1978, n. 271.

33 La stessa materia è stata successivamente modificata nel 1986 con l’elaborazione di un nuovo 47-bis che ha sostituito il precedente. Inoltre, è da sottolineare che il termine di 3 mesi fissato nell’art.47 (come periodo minimo per lo svolgimento dell’osservazione preliminare alla concessione della misura) veniva ridotto ad un mese. Questo limite è stato nuovamente confermato nel 1986 dal legislatore.

34 La cosiddetta «Legge Gozzini»

35 La legge è completata da un Regolamento di esecuzione, contenuto nel DPR 29 aprile 1976, n. 431, Approvazione del Regolamento di esecuzione della legge 26 luglio 1975, n. 435, recante Norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà. Questo Regolamento, in seguito, è stato sostituito dal Regolamento Penitenziario approvato dal Governo il 16 giugno 2000 diventato legge con il DPR 30 giugno 2000, n. 230, Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà.

36 Il termine lo si trova ancora prima all’interno del Regolamento per gli Istituti di prevenzione e di pena del 1931, dove assumeva due significati: il primo specificava cosa doveva essere fornito al detenuto per la soddisfazione dei loro bisogni. Il secondo significato, invece, era molto più esteso e indicava il regime di vita degli istituti.

Inoltre, all’interno delle Regole Minime è stato dato largo spazio al concetto di trattamento: lo ritroviamo soprattutto nella Regola 65, la quale sottolineava che era importante “stabilire nelle persone la volontà di condurre dopo la liberazione una vita rispettosa della legge ed auto- sufficiente”. Cfr. DI GENNARO G, BONOMO B., BREDA R., Ordinamento penitenziario e misure alternative alla detenzione, 1987, p. 26 e s.



37 L’articolo recita: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona.

Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose.

Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili a fini giudiziari.




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