La comunicazione in carcere



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1.1.3. Il corpo del condannato

Il corpo del condannato era l’elemento principale del castigo pubblico: il «paziente» aveva l’obbligo di mostrare la sua condanna, e di confessare il crimine che aveva commesso.

Egli veniva portato in giro, esposto, suppliziato, e messo a nudo di fronte a tutti; questa procedura nel XVIII secolo assumeva diversi aspetti.

Innanzitutto, il suppliziato doveva proclamare davanti a tutti la propria colpa. Ciò avveniva in diversi modi: egli poteva camminare per le vie del paese con un cartello appeso alla schiena o sul petto (al fine di ricordare a tutti la sua colpa e la pena che gli era stata inflitta); su un palo potevano essere esposti i fatti e la sentenza; poteva essere letto l’intero decreto ai piedi del patibolo.

La cosa importante era mostrare a tutti la propria colpa: la giustizia aveva bisogno di un documento autentico di colpevolezza.

La scena della confessione veniva vista come l’unico momento in cui il suppliziato poteva realmente redimersi raccontando la propria colpa: al momento dell’esecuzione gli veniva data la parola non per difendersi o proclamarsi innocente, ma per testimoniare il proprio crimine e la giusta condanna.

A questo proposito, il tribunale poteva decidere (dopo la condanna ma prima dell’esecuzione) di infliggere al «paziente» una nuova tortura per carpire i nomi degli eventuali complici; dal canto suo, il condannato poteva chiedere l’indugio in cambio dei nuove rivelazioni.6

Tuttavia, tra il supplizio e il delitto vigeva una stretta relazione: molte volte il cadavere del condannato veniva lasciato in prossimità del luogo in cui il reato era stato commesso, oppure il suppliziato veniva giustiziato nello stesso posto in cui aveva trasgredito alla legge. Tutto ciò veniva fatto per mostrare alla cittadinanza cosa succedeva ai violatori della legge.

Tipico dell’epoca era l’utilizzo dei “supplizi simbolici”, in cui la forma dell’esecuzione rimandava alla natura del crimine: ad esempio si poteva bucare la lingua del bestemmiatore, bruciare gli impuri, o tagliare la mano di chi aveva commesso un omicidio. Queste erano le azioni tipiche dell’epoca.

Infine, l’esecuzione del supplizio aveva un obiettivo fondamentale: la sua lentezza. Le urla e le grida del condannato erano l’ultimo passo da compiere tra il giudizio degli uomini e quello di Dio.

L’agonia del patibolo aveva una sua verità: il supplizio anticipava le pene dell’aldilà, mostrava l’anticamera dell’inferno, e le bestemmie e le urla del condannato tracciavano irrimediabilmente il suo destino.




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