La comunicazione in carcere



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1.1.5. La detenzione

A cavallo tra il XVIII e XIX secolo l’idea della punizione come spettacolo cambia collocazione: scompare il principale bersaglio della repressione penale, ma ancora più evidente è la definitiva sparizione dello spettacolo dei castighi.

La festa punitiva si andava spegnendo in quanto veniva vista come un focolaio che si alimentava attraverso la violenza: in quel momento, invece, la pena veniva vista come la possibilità di correggere, raddrizzare e migliorare le persone.

Tuttavia, un’altra sparizione caratterizza il periodo: l’eclisse del dolore. Se in precedenza il corpo del condannato doveva subire le peggiori violenze per espiare le proprie colpe, ora, invece, viene visto come lo strumento utile per punire la persona privandola del bene più prezioso: la libertà individuale.

In questo momento, il corpo diventa un mezzo all’interno del quale passano le costrizioni e le privazioni, gli obblighi e i divieti. Il castigo consiste in una sofferenza vissuta in modo differente: il dolore, l’afflizione, il tormento non sono più i tratti distintivi della pena. Esiste sempre una sofferenza, ma questa può essere servita da lontano: “il castigo è passato da un’arte di sensazioni insopportabili a una economia di diritti sospesi”.8

A questo proposito, tra le figure architettoniche di maggiore spicco, quella del Panopticon di Bentham è senza dubbio la più ricordata.

Si trattava di una costruzione ad anello, al cui centro primeggiava una torre tagliata da larghe finestre che si aprivano verso la parte interna dell’anello. La costruzione era divisa in celle: ognuna di esse aveva due finestre (una verso l’interno, ovvero verso la torre centrale, e una verso l’esterno). Nella torre centrale stazionava permanentemente un sorvegliante.

L’obiettivo principale della costruzione era quello di tenere costantemente sotto controllo i detenuti: essa induceva nel detenuto uno stato cosciente di visibilità, che assicurava il potere alla sorveglianza.

Per Bentham, infatti, il potere doveva essere visibile (i detenuti dovevano avere costantemente sotto gli occhi la figura della torre e dei sorveglianti), ed inverificabile (il condannato non doveva capire se in quel momento poteva essere osservato oppure no).

Da un lato, il Panopticon permetteva di controllare, osservare, analizzare i comportamenti dei detenuti senza essere visti o riconosciuti; dall’altro lato, invece, questo strumento poteva essere utilizzato come una macchina il cui scopo poteva essere addestrare o recuperare gli individui.

Di fatto, il Panopticon non deve essere vista solo come una figura architettonica: essa è stata ideata anche un meccanismo di studio e di osservazione.

2. STORIA DEL DIRITTO PENALE
Per meglio comprendere la legislazione carceraria, è consigliabile partire dal periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia. Questo può essere utile per due semplici motivi: da un lato permette di restringere il campo di osservazione. Dall’altro lato, invece, aiuta a capire come sia avvenuta l’evoluzione della legislazione penale la quale, sul piano istituzione, assunse una dimensione non più particolaristica, ma nazionale.

Diverse sono le scuole che animano questi anni, e altrettanto diverso è l’ apporto dato al diritto penale.



2.1. Tre diverse teorie: la Scuola Classica, quella Positiva e la Terza Scuola.
La prima scuola di pensiero che affronta l’annoso problema del diritto penale è la Scuola Classica: di fatto, essa focalizza la sua attenzione principalmente sull’attenuazione dei temi della rieducazione del condannato. I suoi meriti sono particolarmente visibili nel primo trentennio post-unitario: essa ebbe un indirizzo politico-sociale, stabilì i limiti del diritto di punire dello Stato, si oppose alla ferocia delle pene, e rivendicò la forma di garanzia dell’individuo.

Senza dubbio, la Scuola Classica ha il merito di essersi opposta all’autoritarismo in nome del diritto naturale, e di aver introdotto all’interno del sistema penale i corollari dell’individualismo.

Essa si propose di definire i singoli delitti, di ricercare le espressioni più rigorose per eliminare le incertezze interpretative, e di offrire una campagna per l’umanizzazione del sistema penitenziario.

Tuttavia, analizzando questa Scuola, è possibile notare che il suo principale oppositore non era solo l’Ancien Régime, ma anche la classe degli utilitaristi (tra gli esponenti di maggior spicco ricordiamo Diderot e Bentham9), i quali dichiaravano che la “pena si giustifica per i vantaggi che arreca alla società”.

Secondo la teoria degli utilitaristi, diverse erano le caratteristiche da evidenziare: “la divisibilità, la certezza, l’uguaglianza, la commensurabilità, l’analogia con il delitto, l’esemplarità, l’economia, la remissibilità, l’efficacia contro il potere di nuocere, la convertibilità in profitto, la semplicità e la popolarità”.10

Tali dichiarazioni non vennero accettate dagli esponenti della Scuola Classica, in quanto ritenute non ancora accettabili dall’ambiente culturale e sociale dell’Italia post-unitaria.

I più autorevoli esponenti della Scuola Classica non fecero altro che scagliarsi contro le teorie utilitariste, nella quali notarono una sovversione dei punti di riferimento ,e un diverso assetto dei rapporti tra Stato e cittadino.

Sarà il primo decennio post-unitario a far emergere una serie di considerazioni importanti per la società: il quadro politico dell’epoca mostra un vasto e profondo conflitto tra le scuole. Sono gli anni in cui nasce la Scuola Positiva del diritto penale di Cesare Lombroso, Enrico Ferri e Raffaele Garofano: essi si proponevano di applicare l’approccio positivistico al diritto penale e alla criminologia.

Le difficili condizioni politiche e sociali dell’epoca (la presenza dell’aristocrazia terriera, lo Stato Pontificio, le lotte industriali e sociali) permisero il suo rapido e crescente sviluppo.

Il positivismo, oltre ad essere un metodo di ricerca, implica una concezione del mondo basato sul realismo primitivo: esso cercò di spostare l’interesse da una visione astratta del problema ad una concreta.

Applicando questa corrente al diritto penale, è possibile notare due importanti fattori: innanzitutto, il centro dell’attenzione si sposta dal delitto al delinquente. In secondo luogo, il positivismo assegna al diritto penale il compito di elaborare gli strumenti idonei per un’efficace difesa del corpo sociale.

La Scuola Positiva cerca di “raccordare alla realtà- uomo e alla realtà- carcere i problemi sulla natura, l’esperienza e la funzione della pena.”11

Il reato non veniva descritto come un concetto, ma come un fenomeno naturale, psicologico e sociale; allo stesso modo, il delinquente viene visto come un soggetto socialmente pericoloso dal momento che potrebbe compiere azioni nocive alla società.

La delinquenza, per la scuola positiva, risponderebbe ad una sorta di inclinazione al delitto.

Secondo Lombroso, il delinquente è simile al malato o al pazzo; Garofano, invece, sposta la sua attenzione dapprima sull’analisi del delinquente, e in seguito sulle possibili anomalie psichiche del soggetto.

Un altro grande esponente fu Enrico Ferri: egli, a differenza dei suoi colleghi, indirizzò i suoi studi verso i fattori sociali che erano in grado di scatenare la delinquenza.

Tuttavia, i positivisti attribuirono a Cesare Beccaria il merito di avere aperto un discorso nuovo attorno al moderno pensiero giuridico penale grazie al libro “Dei delitti e delle pene”: “Ogni pena che non derivi dall'assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è tirannica; proposizione che si può rendere piú generale cosí: ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall'assoluta necessità è tirannico. Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto piú giuste sono le pene, quanto piú sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poiché non è da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell'uomo. Qualunque legge devii da questi incontrerà sempre una resistenza contraria che vince alla fine, in quella maniera che una forza benché minima, se sia continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo”.12

Lo stesso Beccaria affronta il tema della suddivisione delle pene, per far comprendere meglio il loro valore, e scrive: “… Mi basterà indicare i principii piú generali e gli errori piú funesti e comuni per disingannare sí quelli che per un mal inteso amore di libertà vorrebbero introdurre l'anarchia, come coloro che amerebbero ridurre gli uomini ad una claustrale regolarità.

Alcuni delitti distruggono immediatamente la società, o chi la rappresenta; alcuni offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell'onore; alcuni altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno è obbligato dalle leggi di fare, o non fare, in vista del ben pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perché piú dannosi, son quelli che chiamansi di lesa maestà. La sola tirannia e l'ignoranza, che confondono i vocaboli e le idee piú chiare, possono dar questo nome, e per conseguenza la massima pena, a' delitti di differente natura, e rendere cosí gli uomini, come in mille altre occasioni, vittime di una parola. Ogni delitto, benché privato, offende la società, ma ogni delitto non ne tenta la immediata distruzione. Le azioni morali, come le fisiche, hanno la loro sfera limitata di attività e sono diversamente circonscritte, come tutti i movimenti di natura, dal tempo e dallo spazio; e però la sola cavillosa interpretazione, che è per l'ordinario la filosofia della schiavitù, può confondere ciò che dall'eterna verità fu con immutabili rapporti distinto.

Dopo questi seguono i delitti contrari alla sicurezza di ciascun particolare. Essendo questo il fine primario di ogni legittima associazione, non può non assegnarsi alla violazione del dritto di sicurezza acquistato da ogni cittadino alcuna delle pene piú considerabili stabilita dalle leggi …”13.

E infine conclude: “…perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a' delitti, dettata dalle leggi”14.

L’influenza della scuola positivista ebbe riconoscimenti anche al di fuori dei confini italiani, ed ebbe un grande impatto sui differenti contesti sociali dell’epoca.

In Italia, la Scuola Positiva porta a concludere che le innovazioni inserite all’interno del sistema di giustizia penale hanno avuto il carattere di una vera e profonda rivoluzione.

Sul finire del secolo (siamo attorno al 1885), il paese registra i primi scioperi di massa, e la fine dell’egemonia della cultura positivista.

Ma è con la fine del secolo che troviamo altri cambiamenti all’interno del paese: il rialzo delle tariffe doganali porta gli industriali ad aumentare la loro competitività sul mercato, e ad intraprendere un’espansione coloniale compensativa.

Sono gli anni in cui i fasci siciliani rivelano la capacità di collegamento e di azione di massa del popolo: anche il pensiero penale cambia, e trova le sue radici nel convergere delle due Scuole (di cui abbiamo precedentemente parlato) unificate dalla loro matrice borghese.

Il regolamento carcerario,però, continua a mostrare l’insignificanza dei risultati a livello penitenziario.

Tale dubbio viene portato avanti dalla convinzione che nell’ultimo decennio del secolo la stessa vita penitenziaria non aveva registrato miglioramenti. Le due Scuole, dal canto loro, portano avanti il dubbio che pone loro una scelta tra la maggior utilità derivante dalla vita in comune o dall’isolamento.

La maggior parte dei detenuti, però, continua ad essere gente proveniente dagli strati sociali più bassi (agricoltori); tra le poche novità dell’epoca, il loro impiego per attività di bonifica dei terreni incolti o malarici, segna un piccolo cambiamento.

Ovviamente, questo tipo di lavoro non qualificava nessuno, ma permetteva il permanere della condizione di base: il loro sfruttamento.

Sul fronte normativo, il 1891 vede l’emanazione di un nuovo regolamento carcerario: un corpo di ben 891 articoli da amalgamare con il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1889, e con il codice penale Zanardelli (entrato in vigore il 1° gennaio 1890).

Purtroppo, all’attenzione data sul piano legislativo non corrispondeva quello sul piano sostanziale.15

Solo all’inizio del secolo, con il decreto del 2 agosto 1902, n.337, si nota un piccolo miglioramento: viene soppresso l’uso della catena ai piedi del condannato obbligato ai lavori forzati. In seguito, il regio decreto 14 novembre 1903 n.484, abolisce la camicia di forza, i ferri e la cella oscura.

E’ il primo passo di un lento cambiamento: l’epoca giolittiana dà l’impulso alla legislazione sociale (pensioni per vecchiaia e invalidità, riposi festivi, limitazioni di lavoro per donne e bambini, …), e attenua la pressione penale nei confronti delle classi operaie.

Il periodo compreso tra il 1905 e il 1915 viene definito Belle époque, ma in realtà nasconde dietro di sé velleità di morte ed autodistruzione che segnano il declinare di un’età e fanno da presagio ad eventi drammatici. Questi anni vengono segnati da importanti caratteristiche: un grande irrazionalismo, e un forte nazionalismo.

E’ di questo periodo la nascita della Terza Scuola: essa sorge dalle ceneri delle due scuole precedenti, e conserva e ribadisce il principio della responsabilità individuale. Inoltre effettua una distinzione tra imputabilità e non imputabilità.



2.2. Dal primo conflitto mondiale al fascismo
Il periodo che segue la prima guerra mondiale è caratterizzato da giorni segnati da una grande sofferenza collettiva: al termine del conflitto, infatti, le tensioni tra le persone che sognavano un ritorno alle origini (senza più dolore né scontri), non fa che aumentare.

Tra il 1921 e il 1922 diverse affermazioni della Scuola positiva tornano alla ribalta e diventano patrimonio della burocrazia ministeriale. Una serie di miglioramenti rendono la vita carceraria più “semplice”: i detenuti vengono proclamati oggetto di cura (e non più di repressione); gli strumenti di coercizione vengono depurati di ogni senso di rappresaglia o di punizione; i colloqui e la corrispondenza vengono concesse in modo più ampio. In definitiva, la detenzione cellulare si accompagna a maggiori cautele.

Sul piano dottrinale questa strada verrà ripresa dalla Scuola umanistica negli anni successivi.

Tuttavia, i miglioramenti apportati in questi anni all’ambiente carcerario non hanno suscitato solo consensi: a lungo andare essi sono stati giudicati troppo arrendevoli.

Con il regio decreto del 19 febbraio 1922, n. 393, il regolamento carcerario recepisce alcuni di questi cambiamenti e ne introduce altri: l’attenuazione delle disciplina delle case di rigore ne è un esempio.

L’avvento del fascismo segna una nuova inversione di marcia sul piano del trattamento carcerario.

Con il regio decreto 31 dicembre 1922, n.1718, la Direzione generale delle carceri e dei riformatori viene trasferita dal Ministero dell’Interno al Ministero della Giustizia: tale provvedimento (emesso qualche settimana prima dell’avvento del fascismo) assume un carattere punitivo nei confronti della politica adottata dalla Direzione Generale.

Ed è in questa situazione che si sviluppa la Scuola umanistica (precedentemente accennata): essa accentua il carattere etico del diritto penale, al quale viene assegnato un valore prettamente educativo. In realtà, si arriva a ricondurre tutto il diritto penale alla morale, e a confondere la stessa morale con il diritto.16

In realtà, accanto alla criminalizzazione del peccato, si auspica una certa solidarietà verso il peccatore: vi è una sorta di contaminazione tra l’azione secolare e il principio religioso.

Una volta definito che la pena consiste nell’espiazione delle proprie azioni e nella rieducazione morale, la Terza Scuola evidenzia una nuova caratteristica: si ritiene imputabile solo colui che risulta educabile.

A differenza delle altre scuole, però, la Terza Scuola inseriva nella lista delle persone non imputabili (ovvero non rieducabili) i delinquenti abituali e gli incorreggibili (oltre ai pazzi): si tratta di tutte quelle persone per le quali la pena non è servita come rieducazione. Tali persone vengono etichettate come “incorreggibili”, e la pena nei loro confronti risulta impossibile.
2.3. Dalla seconda guerra mondiale ad oggi
Il secondo conflitto mondiale crea nuovi rapporti, problemi e possibili soluzioni: da un lato evidenzia la sopravvivenza sul piano individuale e la forza bruta su quello interpersonale; dall’altro mostra il blocco sul piano istituzionale.

Il dibattito sul reato in tempi di guerra assume connotazioni diverse rispetto ai discorsi effettuati in tempo di pace: la pena si spoglia di tutte le sue più complesse articolazioni. Si arriva addirittura ad usare i detenuti con funzioni militari e di alleanze belliche17.

Il periodo compreso tra il 1945 e il 1946 mostrano gli indici di criminalità più alti di tutto il secolo: la popolazione carceraria si gonfia e da’ origine a drammatiche rivolte.

Proprio in questo periodo si fa strada la voce dei giuristi di matrice cattolica: essi prospettano all’umanità la pena come atto d’amore e il penitenziario come sanatoria delle anime.

Sarà il periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale a fare da sfondo a una profonda restaurazione: il tutto inizia a svolgersi con l’attività della Costituente. Il testo approvato dalla Commissione dei 75 sottolinea che “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”.18

E’ proprio la rieducazione del condannato a diventare il concetto che unisce l’esigenza di conservare una risposta al reato con l’integrazione crescente della masse nello Stato.

In questo periodo è talmente alta la sensibilità verso il concetto di rieducazione che viene formulato un emendamento dal sapore rivoluzionario, il quale sottolineava che le pene restrittive della libertà personale non potevano superare la durata di quindici anni, in quanto al di là di questo lasso di tempo veniva definita “impossibile” la pratica della rieducazione.

Il periodo successivo al secondo conflitto mondiale riporta l’Italia in una fase delicata: oltre all’esito della guerra e alle macerie, la popolazione deve fare i conti con la moltitudine di sbandati che riporta l’indice di criminalità a livelli elevati.

Inoltre, Nord e Sud presentano una realtà opposta: il Meridione è quasi del tutto privo dell’esperienza dell’occupazione tedesca (viva, invece, nel settentrione). Il risultato è un clima caratterizzato dalla voglia di chiudere i ponti con il periodo del conflitto.

In questo contesto la pena assolve diverse funzioni: innanzitutto, ha il compito di attribuire un orientamento collettivo, di strumento per il conseguimento di uno sviluppo sociale e di “tramite” per la formazione di una moralità collettiva dettata dalla riprovazione generale che investe alcune condotte.

Durante lo svolgimento del Congresso Internazionale di psichiatria (tenutosi a Parigi nel 1950), molti relatori sostennero che alcune forme di psicosi (sfociate in seguito in un delitto) dipendevano “dalle anomali influenze reciproche tra lobi prefrontali e sistema diencefalo-mesencefalico, e propugnano la psicochirurgia come terapia delle forme più gravi, proponendo di recidere alcune vie di connessione tra lobi prefrontali e talamo e subtalamo”.19
Un mese più tardi (sempre a Parigi), all’interno del Congresso di criminologia i relatori invocano l’uso delle “tavole di predizione o previsione” per mostrare la pericolosità di un individuo: si tratta dell’uso di un procedimento a punti consistente nell’adozione di diversi coefficienti di pericolosità in relazione alle caratteristiche del soggetto.

Secondo questi due diversi orientamenti, il delitto è il prodotto di un conflitto sorto a causa di un trauma infantile.

Di fatto, queste teorie nascono proprio dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quando gli echi della guerra hanno segnato in modo indelebile diverse generazioni.

E proprio per far fronte a questo problema, e per combattere la criminalità fin dalla radice, nasce l’idea della sanzione civile.20

Gli anni ’50 vedono come obiettivo il riuscire a combinare due concetti: rieducazione e carcere.

A questo proposito, la legge 27 dicembre 1956 n.1423 viene eloquentemente dedicata alle persone pericolose per la sicurezza e la pubblica moralità: “…gli oziosi e i vagabondi vengono premuti e spostati da un luogo all’altro, attraverso meccanismi di contro emigrazione coatta, che o li ricacciano in luoghi imposti per preservare una certa linearità di organizzazione produttiva, o li criminalizzano in forza non di delitti commessi ma di disobbedienze praticate”.21

Inizia a prendere sempre più piede l’enunciazione dei diritti del condannato (per la prima volta elevato a titolare di posizioni giuridiche attive).

Si fa strada la testi del recupero sociale del detenuto, e inizia un intenso dibattito sui mezzi da utilizzare: l’obiettivo finale rimane quello di trasformare il condannato in un soggetto attivo della propria risocializzazione. Tutto ciò può avvenire attraverso la presa di coscienza del detenuto delle responsabilità che gli competono all’interno della collettività, e attraverso l’acquisizione della volontà di vivere nel rispetto della leggi.

Sul finire degli anni ’60 (per l’esattezza nel 1968) il pensiero sulla pena subisce un trauma profondo dovuto a due componenti: i detenuti e l’opinione pubblica.

Fino ad allora, infatti, il monopolio sull’argomento era riservato ai penitenziaristi di professione e al popolo universitario più titolato.22

Tuttavia, saranno gli anni ’70 a segnare il momento di maggiore sensibilità per il popolo carcerario. Tale momento porterà al varo la riforma penitenziaria.





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