La comunione fraterna nei Ricordi di S. Angela Merici



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La comunione fraterna

nei Ricordi di S. Angela Merici

Ritiro di don Ezio Bolis, 7 aprile 2018

testo trascritto dalla registrazione,

non rivisto dal Relatore

All'inizio del periodo pasquale, ho pensato di proporvi il tema della comunione fraterna a partire da Sant'Angela Merici. Ho riletto alcuni suoi testi e li ho trovati ricchissimi sotto questo aspetto, però vorrei iniziare ricordando come la vostra Regola di vita dedica un capitolo intero alla vita comunitaria (articoli 58-68). Mi hanno colpito alcune espressioni dei numeri 60-61, proprio perché sono rispondenti all'ispirazione di Sant'Angela:

«art. 60: [...] Condividono con la grande Famiglia mericiana la spiritualità di Angela Merici e, avendo nel cuore il suo anelito all’unità, testimoniano la profezia dell’insieme».

In questo articolo il riferimento ad Angela Merici è esplicito: si sottolinea l'anelito all'unità, che effettivamente è uno dei tratti caratteristici e ricorrenti negli scritti di Sant'Angela.

Al numero 61 c'è un altro aspetto che ho trovato in sintonia con Angela Merici, anche se non viene citata esplicitamente:

«art. 61: L’Orsolina... si impegna a creare relazioni di stima, di fiducia reciproca per favorire un clima sereno di condivisione, di comprensione, di aiuto e offre il suo sostegno a chi è rattristato dalle difficoltà e dalle prove. Con umiltà e discrezione vive il precetto evangelico della correzione fraterna».

Anche gli altri articoli sono importanti, però in questi due numeri ho trovato l'eco di alcune raccomandazioni di Angela Merici, per questo li privilegio. Quindi non prenderò le mosse, come fa il capitolo quarto della vostra Regola, dalla vita trinitaria, che ovviamente è la fonte, ma vado subito a Sant'Angela, che ha il vantaggio di offrire non solo delle speculazioni astratte sulla vita fraterna, ma un'esperienza che lei stessa ha vissuto e che si sente di raccomandare alle sue figlie, ma anche alla comunità cristiana, a quella cerchia di persone (anche di uomini) che condividono il suo carisma.

Mi sono concentrato sul libro dei Ricordi, perché sono una sorta di testamento che Angela Merici lascia alle sue figlie, alla sua famiglia spirituale. E proprio come si fa in un testamento, si lasciano le raccomandazioni più importanti, non ci si perde in tante speculazioni, ma si va alla sostanza. Quando sul letto di morte un papà lascia il testamento ai suoi figli, non ha tanto tempo, e quindi concentra in alcuni punti essenziali quello che gli sta a cuore. Così ha fatto anche Gesù nel testamento che ha dato nell'ultima cena. Ecco perché ho privilegiato il libro dei Ricordi. Già nel prologo ci sono delle indicazioni molto belle:

«Tra le altre cose che dovete fare, con la grazia di Dio, vi prego tutte, anzi vi supplico per amore della passione di Gesù Cristo e per amore della Madonna, che vi sforziate di mettere in atto questi pochi ricordi che adesso vi lascio da eseguire dopo la mia morte. Saranno per voi un richiamo almeno di una parte del mio volere e del mio desiderio».

In questi Ricordi c'è l'anima di Sant'Angela, il meglio della sua esperienza. Lei li offre non solo come un testo spirituale, ma come una pratica di vita, quindi un insegnamento da vivere. Questo potrebbe anche valere come raccomandazione a riprendere in mano e rileggere i Ricordi di Sant'Angela, soprattutto se è un po' che li avete letti l'ultima volta.


1. «Avere a cuore e scolpite nel cuore»

Nel prologo dei Ricordi si legge un primo elemento che riguarda la comunione fraterna:

«Se vi sforzerete, ognuna dal canto proprio, di essere fedeli e solleciti verso le sue spose che vi sono state affidate per custodirle e per vegliare su di loro... sarà impossibile che giorno e notte non le abbiate a cuore e scolpite nel cuore, tutte, una per una, perché il vero amore fa e opera così».

Mi ha colpito questo passo, perché la prima raccomandazione non è di "fare qualcosa", ma di "sentire", di avere "scolpito in cuore" l'amore, l'attenzione, la cura le une per le altre. «Il vero amore fa è opera così». Il vero amore non è solo fare, ma è «avere a cuore». Ed è bellissima questa espressione: «Sarà impossibile che giorno e notte non le abbiate a cuore, scolpite nel cuore una per una». Quando uno vuole bene a qualcuno, il pensiero torna spesso. Lo vediamo naturalmente nei genitori per i loro figli, a volte addirittura in modo eccessivo. Questo vale anche per vari tipi di affetto, amore, amicizia. Il pensare spesso alle nostre sorelle è già un modo di esercitare la comunione, di prendersi cura, come si prende cura il buon Pastore, un'immagine che ricorre nel tempo pasquale. Il buon Pastore, prima ancora di dare la vita per le pecore, se le prende a cuore, le conosce una per una, le chiama, ci parla, sta con loro (cf. Gv 10,14). La fraternità non passa solo attraverso un servizio, che pure è necessario, ma ha bisogno di questo prendersi a cuore l'altro, averlo scolpito nel cuore, pensare a lui come il Signore pensa sempre a noi. Nella Bibbia si parla di Dio come "custode", colui che "non prende sonno", tanto è sollecito premuroso, tanto gli importa colui o colei che deve custodire (salmo 121,4).

Quindi, un primo modo che ci suggerisce Sant'Angela, per creare sempre di più i rapporti di comunione, è quello di interessarsi delle nostre sorelle, interessarsi a loro, alla loro salute, alla loro vita spirituale, ma non con l'intento di impicciarsi. Anche qui forse siamo troppo timidi, troppo gelosi della nostra interiorità; e l'interiorità, quando diventa un giardino troppo chiuso, può essere anche pericolosa, perché può essere narcisismo, individualismo.

Prendersi cura vuol dire offrire tempo per stare con le consorelle e anche ricordarle nella preghiera. Ogni tanto noi lo scriviamo negli auguri: "Quante volte la ricordo nella preghiera". Io spero che fra cento che me lo dicono, almeno due o tre lo facciano. Spesso diventa quel modo di dire che non sempre ha dietro la sostanza. È invece importante ricordare nella preghiera: è una forma di comunione importante; addirittura nella Regola di vita, subito dopo, si dice che nella vita comunitaria c'è anche il ricordo delle sorelle defunte. Il suffragio è una forma importantissima di comunione, che va anche al di là della morte.



2. «Quanto più le apprezzerete, tanto più le amerete»

C'è una seconda indicazione preziosa nel prologo dei Ricordi di Sant'Angela:



«Sicché dovete anche pensare come le dovete apprezzare, perché quanto più le apprezzerete tanto più le amerete, quanto più le amerete, tanta più cura e attenzione avrete per loro».

La stima, l'apprezzamento è un aspetto fondamentale per creare dei veri rapporti fraterni. Apprezzare una persona non vuol dire che non se ne vedono i difetti, ma che se ne riconoscono le qualità. Quella persona avrà anche dei difetti, però è apprezzabile per vari motivi. Per amare una persona, bisogna trovarla apprezzabile, bisogna trovarci qualcosa di buono. Questa è una legge psicologica. Quindi, per creare dei vincoli di comunione, un esercizio è proprio quello di passare in rassegna le mie sorelle e per ciascuna trovare quell'aspetto buono che io devo apprezzare. E allora riuscirò anche a sopportare i suoi difetti; ma fin quando io vedo una persona o tutta bianca o tutta nera, o tutta buona o tutta cattiva, sarà difficilissimo costruire dei rapporti fraterni. In ognuno, anche in chi mi sta antipatico, io devo vedere un aspetto positivo.

Qui ovviamente ci viene in mente quello che dice l'Apostolo: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12, 10). Apprezzare, stimare, riconoscere il bene che c'è in tutti, cercare motivi per onorare l'altro, notare il bene e le cose positive: questo non è sempre facile, ma è lo sguardo di fede. È il modo con cui Gesù guardava i suoi. Ma voi pensate che non avesse visto i difetti degli apostoli? Certo che li aveva visti, eppure li apprezzava. Apprezzare vuol dire stimare e "dire bene" del fratello e della sorella. È una forma della stima che si ha per lui o per lei dire qualcosa di buono, come fa il Signore verso il suo popolo. Mi piace sempre quel versetto di Isaia 43,4: «Tu sei prezioso ai miei occhi perché sei degno di stima e io ti amo», dice il Signore al suo popolo e a ciascuno del suo popolo. Come fa bene una parola di stima e di apprezzamento, come rende dolce, sopportabile anche la vita fraterna, quando ci sentiamo stimati, apprezzati nonostante i nostri difetti. Questo non vuol dire farsi i complimenti, ma riconoscere anche apertamente il bene. E come fa male invece, allo spirito comunitario, il non avere stima, il non apprezzare o il dire male, lo sparlare o addirittura il maledire. Anche solo lo sparlare non è una cosa così rara!

3. «Sopportare le sorelle»

Al terzo Ricordo colgo un'altra perla dall'insegnamento di Sant'Angela:

«Però se vi capitasse di avere qualche giusto motivo di contraddire o di riprendere le sorelle, fatelo con tatto e con rispetto e, se non vorranno acconsentire, portate pazienza. E sappiate che è cosa giusta amare le madri e le sorelle se sono buone, e sopportarle se sono strane».

Sant'Angela non dice "cattive", ma "strane", lunatiche, originali. Con la sua profonda esperienza di madre spirituale, di sorella spirituale, ci fa vedere l'importanza di questa forma di carità che è la sopportazione. Noi, non so perché, la riteniamo una forma scadente di amore, invece nel linguaggio biblico il termine sopportazione è fondamentale per l'amore. Pensate a San Paolo, quando dice: «Sopportatevi gli uni gli altri» (Col 3,13); «Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2). Noi abbiamo svilito il termine "sopportazione", l'abbiamo reso brutto, ma è fondamentale per l'amore. Se manca questo, non resiste nessun tipo di amore. La sopportazione è attiva, non è passiva: è portare l'altro anche quando è pesante, è star sotto anche quando pesa. Quindi, è molto positivo come termine e richiama la pazienza, la capacità anche di patire, pur di portare il peso dell'altro.

Qui noi dobbiamo andare subito al cuore e contemplare la pazienza di Dio, che sopporta le mormorazioni dei figli d'Israele: «Fino a quando sopporterò questa comunità che mormora contro di me?» (Numeri 14, 27). Quanta pazienza anche Gesù: «O generazione incredula fino a quando dovrò sopportarvi?» (Mc 9, 19). Gesù ha una sopportazione infinita ben più grande di quella degli apostoli, i quali, quando vedono qualcuno che non li accoglie, dicono a Gesù: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9, 54). E lui invece: «No! Guai a voi se parlate così». È la pazienza di non sradicare subito la zizzania: «Lasciate che cresca... verrà il tempo» (cf. Mt 13, 30). La carità, la comunione fraterna è un ideale astratto, se non fa i conti con la pazienza, con la capacità di sopportarsi. È certo che qui c'è molto da riflettere sulle nostre impazienze: come siamo capaci - tornando al punto precedente - di apprezzare le sorelle, di sopportarle quando sono strane.

Però dobbiamo fare i conti anche con chi sopporta noi, perché gli strani non sono solo gli altri, ma lo siamo anche noi. Devo rendermi conto che anche gli altri mi sopportano. Allora bisogna domandarsi: che cosa gli altri devono sopportare di me? perché devo costringere le mie consorelle a fare degli esercizi di penitenza? Al terzo Ricordo dice Sant'Angela:



«Guardatevi assolutamente dal lamentarvi, dal mormorare, dal dir male».

Lo aveva già detto prima, è una frase ricorrente e questo vuol dire che sentiva il bisogno di parlarne:



«Dappertutto conservate onore e rispetto alle vostre madri, considerando che, se Dio comanda che si debbano onorare il padre e la madre carnali, tanto più si devono apprezzare le madri spirituali. Pertanto fate in modo che godano sempre di stima e di rispetto... e pensate che, se sono buone non le meritate, se sono cattive ne meritereste ancora di peggiori».

Guardate che realismo! Anche in questo si vede che le cose sulle quali Sant'Angela insiste di più sono quelle che le stanno più a cuore. Quindi, se nei Ricordi un'idea torna spesso, vuol dire che la ritiene veramente importante.



4. «Amate le vostre figliole ugualmente»

All'ottavo Ricordo Sant'Angela dice:

«Amate le vostre figliole ugualmente e non vogliate parteggiare più per l'una che per l'altra, perché tutte sono creature di Dio e voi non sapete che cosa lui voglia fare di loro. Infatti, come potete sapere voi, se quelle che vi sembrano più da poco e di minor conto non siano per diventare le più generose e le più gradite alla sua Maestà. E, poi, chi può giudicare il cuore, i pensieri nascosti nell'intimo della creatura?».

Qui Sant'Angela propone un passo in più rispetto al sentire naturale: avere simpatie o antipatie fa parte della natura, è una cosa naturale, quindi questo è il dato di partenza. Ma chiede di non considerare solo quelle con cui ci si trova bene, con cui si ha affinità. Mi viene in mente quello che dice Gesù: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?... Se salutate quelli che vi salutano, cosa fate di straordinario?» (Mt 5, 46). Qui siamo chiamati a un passo (non avremo mai finito di compierlo) che è quello di andare anche verso quelli che non ci sono simpatici. Certo che non sono sbagliate le simpatie. Ringrazia il Signore se sei una persona simpatica. Però questo non basta per essere discepoli, non basta per essere a immagine di Colui che ha amato tutti.

Voler bene ai bambini è facile, perché tirano fuori il bene. Va bene, ma per questo non c'è bisogno di essere cristiani. Ma voler bene ai vecchi che si lamentano sempre, ci vuole un po' di virtù. Anche nel nostro ministero ci sono dei servizi più gratificanti, è logico, ma l'amore non si misura dalla gratificazione. Servire delle persone che non ti dicono mai neanche grazie...!

Noi siamo chiamati ad un amore che non è sempre misurabile con la gratificazione. Per questo Sant'Angela ci esorta ad andare al di là delle simpatie naturali. Magari si può fare l'esperienza di scoprire che proprio le persone, a cui noi non davamo valore, sono più ricche spiritualmente di tante altre. Si tratta soltanto di superare la corteccia, quella difesa che si pone a barriera. Certo, ci vuole tanta pazienza, tanto tempo, tanto aiuto da parte del Signore, ma dobbiamo abituarci anche a valutare le sorelle con criteri spirituali, non solo con criteri umani. Quindi, non fermarsi all'età, alla cultura, all'aspetto esteriore. Andare oltre...


5. Correzione umile e discreta

C'è un elemento che anche la vostra Regola di vita ha ripreso. Nella comunione fraterna c'è spazio anche per la correzione umile e discreta, ma necessaria.

Dice Sant'Angela nell'ottavo Ricordo:

«Voi fate la vostra parte, correggendole con amore e carità, se le vedrete cadere in qualche errore per qualche fragilità umana. Così non cesserete di potare questa vite che vi è stata affidata. E poi lasciate fare a Dio, il quale farà cose mirabili a suo tempo e quando gli piacerà».

Quante volte la Scrittura ci esorta ad amare le persone non lasciandole scivolare nei loro errori, ma avvisandole, cercando di aprire loro gli occhi, non dall'alto, da chi è impeccabile e si mette su un piedistallo, ma - come dice la Regola «con umiltà e discrezione». Ci vuole tatto per correggere, perché le correzioni si accolgono sempre malvolentieri, ma ancora più malvolentieri da chi non ha mai una parola di apprezzamento, da chi, quando ci deve dire qualcosa, è sempre negativo.

Si sopportano meglio le correzioni da chi sa dirci cose buone, però anche cose non piacevoli. Non è piacevole per nessuno essere corretti. Ma io mi chiedo, anche umanamente: se mi avessero sempre dato otto nei temi, saprei scrivere adesso? Non era simpatico prendere un brutto voto, però era necessario per correggersi, per imparare. Senza correzione non si cresce. Noi, per quieto vivere, spesso lasciamo stare. Certo, non bisogna incorrere nel pericolo contrario di stare ogni volta a prendere il pelo nell'uovo. Però il non correggersi mai, alla fine è sintomo che dell'altro non mi interessa niente: "Che faccia quel che vuole, basta che mi lasci in pace!". Questo non è amore, non è carità. La carità, se è vera, ha bisogno anche di una reciproca correzione, mai a senso unico. Già nella cultura antica, non cristiana, si diceva: «I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono; i falsi amici vedono allo stesso modo i tuoi errori e li fanno notare agli altri, non a te». Il falso amico vede che ti sbagli, ma non te lo dice, lo dice agli altri. Dillo a me!

«Se non hai un amico che ti corregga, paga un nemico perché ti renda questo servizio» è una massima della sapienza pagana.
6. «Siate concordi, unite... d'un cuore e d'un volere»

Al IX Ricordo, l'ultimo, troviamo queste parole di Sant'Angela:

«L'ultima raccomandazione mia che vi faccio, e con la quale fin con il sangue vi prego, è che siate concordi, unite insieme tutte d'un cuore e d'un volere. Siate legate l'una all'altra con il legame della carità, apprezzandovi, aiutandovi, sopportandovi in Gesù Cristo, perché se vi sforzerete di essere così, senza dubbio il Signore Dio sarà in mezzo a voi. Considerate dunque quanto è importante tale unione e concordia. Allora desideratela, cercatela, abbracciatela, conservatela con tutte le vostre forze».

Penso che questo sia il passaggio dei Ricordi più ricco e sintetico. Siamo all'ultimo Ricordo: l'unità e la concordia sono espresse da Sant'Angela con una forza incredibile. «Vi prego con il sangue». Non solo con la voce. Quando uno parla del suo sangue c'è da stare attenti, perché è come dicesse: "Io pago per quello che ti sto dicendo". Non sono parole leggere, non sono raccomandazioni a buon mercato, ma a caro prezzo. E usa, per dire il concetto che le sta a cuore, cinque formulazioni diverse. Non sa più che parole usare, pur di far capire quello che ha in cuore. Dice: 1) essere concordi: bella l'etimologia della "cum-cordia"= avere un cuore solo; 2) unite; 3) insieme; 4) legate; 5) con un unico cuore e volere.

Ma per Sant'Angela questa concordia non è già bell'e fatta. Bisogna crescere in essa; e per crescere dà anche delle indicazioni: «desiderarla» anche nella preghiera, «cercarla» nell'incontro, «abbracciarla» nella cordialità, costruirla giorno per giorno attraverso le fatiche quotidiane della convivenza, «conservarla» attraverso il perdono e la riconciliazione, perché la concordia si può rompere, ma si può anche ricostruirla. È una vita, è qualcosa di vivo la concordia, non è data una volta per sempre. Quindi la si può alimentare, purtroppo la si può rompere, ma la si può anche - grazie a Dio - ricostruire.

Questa preoccupazione, questo anelito all'unità è proprio quello di Gesù alla fine della sua vita, come vediamo nel grande discorso sacerdotale (Giovanni 17): «La gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa, come noi siamo una sola cosa. Siano perfetti nell'unità».

Ecco l'invito, quindi, a costruire questa concordia, con quello che abbiamo detto prima: l'apprezzamento reciproco, l'aiuto reciproco, la sopportazione reciproca, il perdono reciproco.
7. «Siate affabili e umane»

Concludo con alcune indicazioni che sembrerebbero, all'apparenza, più secondarie e invece sono la concretezza femminile che io apprezzo sempre nelle sante donne, più che nei santi.

Sant'Angela dice che questa comunione fraterna ha bisogno di «affabilità». Nel secondo ricordo scrive:

«Siate affabili e umane con le vostre figlie; infatti, otterrete di più con la affettuosità e l'affabilità che non con la durezza e gli aspri rimproveri».

Questa sarà poi ripresa da San Francesco di Sales, con l'immagine del miele e dell'aceto. «Siate affabili e umane». Avere quella umanità e affabilità che deve manifestarsi della parola cordiale, nel gesto affettuoso, nel sorriso, nel saluto, nella cortesia, nella gentilezza, nel garbo. Non si improvvisa l'affabilità, che è il contrario dell'essere mummie, statue di marmo, belle lisce e levigate, ma fredde; perfette esteriormente, ma di marmo. Quante statue di marmo ci sono in giro! Bisogna allenarsi. Questa cordialità non è sempre un dono spontaneo, è frutto di ascesi.

Sta a cuore ad Angela il salutarsi, come dice nel V Ricordo:

«Quando visiterete le vostre sorelle, io vi do l'incarico di salutarle e stringere loro la mano, anche da parte mia, e direte loro che vogliano essere unite e concordi tutte insieme, essendo tutte di un volere».

Sant'Angela insiste molto sul saluto; benché piccolo e semplice, è un gesto importante di umanità. Il saluto, certo, è diverso, a seconda che sia un collega, un vicino di casa, un parente, un fratello e una sorella. Dal saluto tra due persone, si capisce tanto della relazione che le lega. Anche il salutare per primi, il modo di salutare. C'è un modo da "paresi": quei sorrisi come quando vai dal dentista: "Apra la bocca ma non troppo", e vedi subito che sono forzati. Ecco l'ascesi: apri questa bocca, fai un po' di facce, sii espressivo col volto. Il volto è la prima carta d'identità.



8. Essere una presenza che allarga il cuore

Chiudo con una nota delicatissima e bella. Nel secondo Ricordo Sant'Angela dice:

«Se vedrete una sorella timida, inclinata alla disperazione, confortatela, fatele animo, promettetele del bene dalla Misericordia di Dio, allargatele il cuore con ogni consolazione».

È bellissimo! La fortuna di incontrare qualcuno che ti allarga il cuore, che ti fa respirare, ti tira fuori un po' dai tuoi pensieri negativi (perché... chi non ne ha?) nei momenti di disperazione o comunque di depressione. L'affabilità, la comunione fraterna è veramente essere capaci di allargare il cuore delle nostre sorelle, di essere una presenza che allarga il cuore. Questa è la raccomandazione che faceva Sant'Angela nel secondo Ricordo: essere segni, addirittura ministri della consolazione di Dio.



Mi pare un bel modo di costruire la comunione fraterna.


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