La comunione in s. Paolo un problema vivo della chiesa di corinto



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24.01.2018
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LA COMUNIONE IN S. PAOLO

UN PROBLEMA VIVO DELLA CHIESA DI CORINTO
Premessa

Il vescovo, nel «Programma pastorale per l’Anno della comunione 2007-2008» ha fissato come primo obiettivo di questo anno «La scuola della Comunione» (n 4). Egli dice testualmente: «Non penso a un percorso didattico, ad incontri e lezioni in cui qualcuno spieghi che cosa è la comunione. Il vero maestro dovrà essere lo Spirito Santo, anche se qualche esperto, in teologia e scienze umane, potrebbe opportunamente illuminarci, non solo sui principi, ma anche sugli aspetti concreti della comunione». Il vero maestro resta lo Spirito di Gesù che deve convertirci alla comunione dall’interno di noi stessi. Il vescovo cita poi un brano della «Novo millennio ineunte» di Giovanni Paolo II, che spiega la spiritualità di comunione (cf).

Proprio per tenere ancorata la nostra riflessione alla Parola di Dio e dare spazio allo Spirito che è il vero maestro interiore della comunione, ho chiesto a S. Paolo di farci da guida sulla spiritualità e sulla pratica di comunione dal momento che ha avuto a che fare con una comunità irrequieta, vivace, problematica, attraversata al suo interno da divisioni e contrapposizioni: Si tratta della comunità di Corinto. Prendo in esame allora la prima Lettera ai Corinzi dove i problemi della comunione sono più acuti e la soluzioni pastorali sono più concrete. Vale qui un detto dello stesso Paolo: «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza» (Rm 15:4).

Per questa prima riflessione si è scelto S. Paolo anche perché il papa Benedetto XVI ha indetto, il 28 giugno u.s. durante i primi vespri di S. Pietro e Paolo «un anno paolino» con queste parole: «Sono lieto di annunciare ufficialmente che all’apostolo Paolo dedicheremo uno speciale anno giubilare dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C.». Seguiamo dunque Paolo che scrive la sua prima lettera ai cristiani di Corinto nell’anno 57, sei anni dopo la fondazione di quella comunità in terra di Acaia.


1. Le divisioni nascono dal pensare la chiesa con mentalità umana
Fin dall’inizio Paolo affronta il problema in maniera diretta: « 1:10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti. 11 Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!». 13 Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?17 Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. Non ha forse Dio dimostrata stolta la sapienza di questo mondo? 21 E’ piaciuto a Diodi salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22E mentre i giudei chiedono i miracoli e greci cercano la sapienza 23 noi predichiamo Cristo crocifisso scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani»
Qui le divisioni appaiono come un prodotto delle diverse leaderships, cioè dal riferimento a personaggi influenti e autorevoli, che formavano intorno a sé gruppi e chiesuole spesso in contrapposizione fra loro. E’ il rischio che corrono le chiese di ogni tempo, dove nascono gruppi e movimenti che tendono a monopolizzare la fede e a catalizzare l’agire cristiano. Una volta a creare difficoltà di convivenza erano gli ordini e le congregazioni religiose, oggi suono i movimenti e i gruppi, a volte in concorrenza fra loro. E’ un fenomeno che nasce da personalità cristiane, portatrici di un particolare carisma e di una particolare modalità di vivere la fede. Guai ad assolutizzare il ruolo di tali persone considerandole come nuovi salvatori. Nessuno può oscurare il ruolo centrale e unico di Cristo crocifisso e risorto, unico salvatore di tutti dovunque e per sempre.
Ma al di là della leadership, c’è una radice di divisione che sta più a monte. E’ la cultura a la società greca che ha sempre ostacolato la creazione di unità nazionali. Le 427 isole che compongono la Grecia hanno prodotto una frammentazione culturale, filosofica, sociale e politica. Quella greca è stata sempre una società individualista e divisa. Nonostante l’alto grado di civiltà e di democrazia raggiunte, non è mai riuscita a creare un impero o un regno unitario. Creò solo città-stato indipendenti e spesso in lotta fra loro (Atene, Sparta, Argo, Micene, Tebe, Corinto). Le leghe politiche ebbero vita breve e furono sempre create in funzione bellica. I greci hanno sempre vissuto una libertà gelosa, anche all’interno delle loro città. Hanno fatto saltare con facilità i loro capi quando sentivano odore di dittatura (Pericle, Cleonte, Alcibiade ad Atene, Pelopida a Tebe, Pausania a Sparta). Si sono trovati uniti solo davanti al pericolo esterno dei persiani (Temistocle e la battaglia di Salamina del 480 a.C.). Ancora più profonda fu la divisione e la contrapposizione in campo filosofico: In Grecia sono nate le grandi scuole filosofiche: I Socratici (469-399), i Platonici (429-347), gli Aristotilici (384-322), i Cinici di Diogene di Sinope , gli Stoici di Zenone di Cizico, gli Epicurei di Epicuro di Samo, i Neoplatonici di Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio. Da quelle scuole deriva il relativismo che frantuma la nostra cultura moderna.

Paolo veniva invece dalla cultura e dalla società ebraica fortemente comunitaria, strettamente legata dai vincoli di razza e di religione. Il punto di riferimento era Abramo, Isacco e Giacobbe dei quali tutti si sentivano figli, eredi della promesse divine. (La solidarietà giudaica è visibile fino ad oggi con la ricostituzione di una stato ebraico, che ha risuscitato le sue leggi, le sue tradizioni, la sua lingua dopo duemila anni, un fenomeno storico unico al mondo). Ma quello che più conta è che il popolo giudaico al quale Paolo apparteneva, era abituato a ragionare in termini di fede e non di pura ragione. In questo filone culturale e religioso si è inserita la fede e la pratica cristiana. Gesù aveva creato una Chiesa (Mt 16,18) cioè una comunità fondata sugli apostoli capostipiti del popolo di Dio, con uno statuto pubblicato sulla Montagna delle Beatitudini, con un credo che agganciava ogni credente alla famiglia trinitaria, con una comunione di vita che rendeva tutti tralci della stessa vite e membra dello stesso corpo di Cristo. Lo scopo della sua morte in croce era proprio l’unità dei credenti: «Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10:16). «Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11:51-52).«Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12:32).



Da questa profonda differenza culturale e dalla mentalità razionale nasceva il contrasto radicale tra il cristianesimo e la società greca di Corinto. Noi siamo figli dell’una e dell’altra cultura, portiamo i rischi dell’individualismo e del razionalismo greco e i vantaggi del comunitarismo ebraico-cristiano. Se osserviamo bene, il motivo di fondo delle divisioni nella chiesa di Corinto stava nel concepire l’insegnamento del Vangelo alla maniera dell’insegnamento filosofico con le speculazioni che caratterizzavano le varie scuole di pensiero, con i loro capiscuola, con una dottrina intellettualmente elaborata (sophia). La Chiesa era valutata con mentalità razionalista e non con una visione di fede. Il Vangelo di Gesù è proclamazione della croce, come evento pasquale unico che salva il mondo, non una dottrina filosofica proposta da uomini. E’ annuncio di un fatto storico significativo, quello di Cristo morto in croce e risuscitato, non un insegnamento teorico astratto. Le teorie si discutono, i fatti si accettano. La comunione nella chiesa di Corinto non nasce dalle discussioni razionali, dalla convinzioni umane, ma dalla fede. Per capire il cristianesimo bisogna avere una mentalità di fede, non basta la cultura o la razionalità umana.
Per questo Paolo contrappone la «Sophia» (8 volte nel c.1; Sophos=5 volte) cioè la mentalità e la cultura filosofica dominante, al Vangelo. Egli non è un oscurantista, che disprezza la cultura ed esalta l’irrazionalità fideista. Non combatte la cultura in quanto tale, ma la sua autosufficienza orgogliosa che pretende di spiegare tutto e risolvere ogni problema in maniera razionale. Continua qui la polemica presente nella Lettera ai Romani: La razionalità umana ha fallito nelle sue proposte di salvezza. «Gli uomini hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti sono diventati stolti» (Rom 1,21-22). La storia degli ultimi tre secoli di razionalismo sta a testimoniare i disastri delle ideologie salvifiche, che invece di unire hanno diviso e hanno rovinato tanta parte di umanità. Non c’è ancora qualche forma di ideologia nelle divisioni che attraversano alcune nostre comunità e le dividono? Penso alla teologia della liberazione, ad alcune concezioni ideologiche precostituite di contestazione che danno origine a fanatismi e intolleranze.
Paolo intende dunque ridimensionale la cultura come sorgente di salvezza (più conoscenza, più perfezione; più scienza più salvezza; più scienza, più libertà morale). Nella Lettera ai Romani ha combattuto soprattutto la concezione ebraica: la salvezza che viene dalle opere; qui combatte l’idea razionalistica pagana: la salvezza viene dalla scienza (Filosofia). E’ il sapere che salva l’uomo (è la tesi del razionalismo laicista), fuori della ragione non c’è altra verità salvifica. Salvo poi a costatare che la scienza divide e porta al relativismo, incapace com’è di creare unita nel sapere. L’insegnamento di Paolo è sempre quello: non è possibile autosalvarsi né con le opere, né con la sapienza-cultura. Sono contrapposte due filosofie: quella degli uomini, che si ritengono autosufficienti (orgogliosa, limitata, deviante) e quella di Dio,(vera ed efficace) che presenta la salvezza mediante la croce, cioè mediante la fede nel Cristo Crocifisso e risorto.
Queste contrapposizioni, queste correnti personalistiche, non hanno ragione di essere nella Chiesa che si fonda sull’unico vangelo di Gesù Cristo: « un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza…un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un Dio Padre di tutti, che è al disopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,4-6). Nessuno ha il monopolio della salvezza nemmeno mediante la fede e il battesimo, perché Cristo non è diviso a pezzi e nessuno è stato crocifisso al posto suo in modo da trasmettere la propria salvezza (paradossale!). L’unità resta il valore più grande della Chiesa (Gv 17).
2. La responsabilità dei ministri nel costruire comunione

Paolo si ritiene fortunato nell’aver battezzato pochi credenti di Corinto; altrimenti potevano pensare che lo avesse fatto per crearsi clienti e seguaci propri. Egli descrive la missione apostolica che ha ricevuto avente come fine primario la predicazione del vangelo, non la sacramentalizzazione della comunità. Questo perché «la fede dipende dalla predicazione e la predicazione si attua per la parola di Dio» (Rom 10,17).


Dietro l’esempio di Paolo è bene che ogni ministro della Chiesa si domandi che cosa ci sta a fare in una comunità. Chi pretende di essere, che cosa porta? L’apostolo se lo domandava così:

«3:5 Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. 6 Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. 7 Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. 8 Non c'è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. 9 Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio. 21 Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita la morte, il presente e il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. 4,1 Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2 Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele».
Tutti i ministri sono caratterizzati dallo stigma del «servizio», la «diakonia»(3,5), il servizio volontario e libero, diverso dalla «doulia», che è la schiavitù forzata. Sono tutti «dipendenti» (hyperetai=subalterni) di Cristo e amministratori (oikonomoi=economi) dei misteri di Dio (4,1). Tutte persone che prestano volontariamente un’umile servizio al loro padrone, che è Cristo. Nessuno è padrone del proprio orticello che si è ritagliato, perché c’è un unico Kyrios, tutti sono collaboratori (synergoi teou) di Dio, che lavorano insieme per lui e con lui, ciascuno per la parte di lavoro che gli è stato assegnato. La comunità è un’opera divina, non creazione umana di cui qualcuno possa vantarsi o appropriarsene. A Paolo piace attribuirsi il ruolo di servo (diakonos) ingaggiato e abilitato da Dio: «Dio ci ha resi capaci di essere ministri (diakonoi) di una Nuova Alleanza, non della lettera, ma dello Spirito» (2Cor 3,6). Egli si sente al servizio dello Spirito, al servizio della riconciliazione. «In ogni cosa ci presentiamo come ministri (diakonoi) di Dio con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse,nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni…nella gloria nel disonore, nella cattiva e nella buona fama» (2Cor 6,4-8).
La varietà dei compiti assegnati ai ministri è spiegata con esempi presi dall’agricoltura e dall’edilizia e illustrati dalle immagini della piantagione (campo: vv 6-9), dalla casa in costruzione (vv.10-15), dal tempio da edificare (vv 16-17).

La Chiesa di Corinto è stato il campo che Dio ha assegnato a Paolo e ad Apollo, che vi hanno svolto servizi diversi: « Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere». Ai tre momenti del processo di coltivazione, corrispondono tre contributi diversi: quello di Paolo che ha fondato la comunità, che ha piantato il seme della fede, quello di Apollo che ha annaffiato con la sua predicazione quel primo seme, quello decisivo di Dio che fatto germogliare e crescere la messe. Colui che semina e annaffia rappresentano un unico contributo umano di pura collaborazione, decisiva è l’opera di Dio, vera causa di crescita, di fronte alla quale appaiono insignificanti i primi due contributi. Per gli antichi la nascita e lo sviluppo del seme era sempre un miracolo creativo di Dio, la semina e l’irrigazione erano condizioni previe. Il vero contadino è sempre Dio, la cui opera è qui espressa con l’imperfetto del verbo (èùxanen = faceva crescere), ad indicare la continuità dell’azione ancora in atto fino alla mietitura. I Corinzi sono il campo in cui Dio sta lavorando anche quando i suoi collaboratori hanno finito il loro compito e sono assenti.

La seconda immagine è ricavata dall’edilizia, sia in riferimento alla casa che in riferimento al tempio: «Voi siete edificio di Dio» (Theou oikodomè=costruzione di Dio). «Tempio di Dio» (naòs theou ). Paolo ha ricevuto da Dio il compito di «esperto capomastro (architekton) che ha posto le fondamenta» della Chiesa; gli altri vi hanno costruito sopra. Lui è il fondatore della comunità di Corinto, nessuno gli può togliere questo vanto: «Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo,ma non certo molti padri; sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (4,15). Si è fatto sempre un punto di onore di non costruire su fondamento altrui, cioè non predicare il vangelo dove altri hanno già predicato e fondato una comunità, per non creare concorrenza e per rispetto al lavoro altrui (Rom 15,20).
Il fondamento che egli ha posto è Gesù Cristo, nessuno può cambiarlo o modificarlo. Su di lui poggia la comunità di Corinto, su nessun altro: «Quando venni fra voi…non ritenni di sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo e Cristo crocifisso». Gli altri predicatori vi possono solo costruire sopra. A Corinto, con Apollo, molti hanno lavorato come missionari, dopo la partenza di Paolo. Questo non è un male, purché non ritengano la comunità come una loro proprietà. Essa resta la casa di Dio e di nessun altro.
Ciascuno perciò stia attento al materiale da costruzione che usa. Paolo ne elenca sei tipi, tre inattaccabili dal fuoco, tre facilmente infiammabili: oro, argento, pietre preziose, legno, fieno e paglia. I primi tre non sono usati nelle costruzioni ordinarie, ma solo nelle costruzioni ideali, come il Tempio salomonico (1 Cron 29,2), come la nuova Gerusalemme del cielo, abitazione escatologica di Dio (Ap 21,18-19). Chi costruisce con materiale scadente sarà giudicato da Dio, nel giorno in cui si verificherà la prova del fuoco delle opere di ciascuno. Solo chi supererà il collaudo di Dio avrà la sua ricompensa. Chi ha costruito con materiali scadenti e infiammabili (predicazione fasulla e sciatta) sarà forse salvato in extremis, come passando attraverso il fuoco, per il rotto della cuffia, visto il modesto contributo che ha dato.

All’immagine della casa ora si sovrappone, in forma interrogativa, l’immagine del Tempio di Dio ad indicare la comunità liturgica di Corinto: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?» (3,16). L’interrogativo dice che il concetto è noto ai Corinzi. La costruzione di cui Paolo ha parlato tende all’edificazione del Tempio di Dio che è la Chiesa, costruita su Cristo in modo compatto. Agli efesini, Paolo ricorda: «Voi non siete più straniere né ospiti, ma concittadini di santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi, insieme con lui, venite edificati per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,19-22). Anche Pietro usa l’immagine del tempio costruito con pietre vive sulla pietra di fondamento che è Cristo, e spiega che si tratta di «un edificio spirituale, per un sacerdozio santo al fine di offrire sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù Cristo» (1 Pt 2,4-5). Si tratta del tempio consacrato dalla presenza dello Spirito Santo che lo edifica con pietre vive mediante il battesimo. Tutti devono collaborare con lo Spirito a tale costruzione, nessuno deve invece concorrere a distruggerla con un insegnamento e un comportamento deviante. Sarebbe una profanazione che scatenerebbe la reazione indignata del divino abitatore.



3. La comunione non è uniformità, ma complementarietà
Paolo affronta il tema della comunione tra i credenti, da due punti di vista strettamente legati tra loro: quello del Corpo mistico di Cristo e quello dei carismi. La comunione non è uniformità di atteggiamenti e di attività, ma è solidarietà vitale tra diversi.
La Chiesa è un Corpo, il Corpo di Cristo, cioè un organismo vivente dove le varie funzioni sono al servizio le une delle altre. Non è facile armonizzare l’unità con la varietà, ma lo spirito fa questo miracolo. Per far capire l’unità della chiesa Paolo parte dalla liturgia eucaristica, sacramento di unità:

10:16 il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17 Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane. 12:12 Come il corpo, pur essendo uno, ha molte membra

e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. 24 Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, 25 perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. 26 Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27 Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.
L’apostolo insegna che il cristiano entra in comunione vitale con Cristo nel banchetto eucaristico, rafforzando l’unità con lui stabilita nel battesimo. Paolo non usa la metafora nel senso degli autori greci che vi indicano una semplice collaborazione capace di rende unita ed efficiente la struttura sociale di una città o di uno stato. Per lui la chiesa è il vero corpo di Cristo, che con la sua risurrezione ha aggregato vitalmente a sé i credenti, ha comunicato loro la sua vita divina e li ha resi strumenti vivi della sua salvezza nel mondo. Egli parte dal dato evidente dei numerosi carismi di cui è ricca la chiesa di Corinto e dice che essi sono manifestazione dell’unica fonte trinitaria che crea comunione nella chiesa, operando tutto in tutti: E’ «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (LG 4. 288).
Questa comunione di vita con Cristo è iniziata con il Battesimo: «Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi, e tutti siamo stati abbeverati a un solo Spirito» (v 13). Lo Spirito è il protagonista di questa nuova incarnazione ecclesiale. Gesù, per primo, aveva descritto il battesimo come il dono dell’acqua da bere che disseta e diviene nel credente una sorgente zampillante fino alla vita eterna(Gv 4,14; 7,37). E’ lo Spirito che rende i credenti una cosa sola in Cristo, innestati nel suo corpo glorioso, figli nel Figlio. Il pensiero è sviluppato nella Lettera ai Romani: «Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo , non gli appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita…E se lo Spirito che ha risuscitato Cristo dai morti abita in voi , colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi…Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio (uiòi Theou)…Voi avete ricevuto uno Spirito di figli nel quale gridiamo: Abba, Padre!. Lo Spirito attesta nel nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8,9-17).
Lo stesso Spirito è all’origine della molteplicità di carismi e di ministeri presenti nella chiesa:

12:4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune: 11 Ma tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
A Corinto c’era una chiesa giovane, effervescente, vivace, dotata di molti doni dello Spirito. Paolo non rifiuta i carismi perché non intende spegnere lo Spirito. Dirà: «Poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l’edificazione della comunità» (14,12). Aveva già scritto ai cristiani di Tessalonica: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1 Ts 5,19-20). A Corinto chiede discernimento e moderazione per un’equilibrata vita di chiesa, che vive con realismo il quotidiano, senza fughe indebite nel meraviglioso e nello straordinario. La Chiesa non è un teatro dove si da spettacolo.
I carismi (da charis: una concreta manifestazione della grazia con funzione sociale) sono donati dallo stesso Spirito che è in tutti e dona a ciascuno ciò che vuole. Naturalmente lo Spirito lavora in unità col Figlio e col Padre: «Uno solo è lo Spirito…uno solo è il Signore (Gesù)…uno solo è Dio (Padre). Dietro questo modo di esprimersi c’è forse la formula battesimale «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19), sia pure in forma rovesciata. Egli insegna che hanno la loro radice nel battesimo anche i servizi (ministeri) e le opere, tutti rivolti all’utilità comune (vv 4-5). Nessuna opposizione dunque tra carisma e istituzione tanto sbandierata ieri e oggi. Lo Spirito (la trinità) è all’origine del ministero (diakonia) come quello che svolge Paolo: «Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (4,1). Lo stesso Spirito è anche all’origine delle opere (energèmata), cioè delle azioni sacramentali, miracolose, assistenziali, direttive (v 28). La gratuità del dono mette in crisi l’orgogliosa ostentazione dei carismatici di Corinto: «Un solo Dio che opere tutto in tutti…Tutte queste cose è il medesimo Spirito che le opera» (vv 6.11).
I carismi e i doni dipendono dalla liberalità dello Spirito. Egli li distribuisce gratuitamente quando e a chi vuole: «Tutte queste cose (carismi) è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (12,11). Nessuno può vantare il carisma come sua proprietà esclusiva, farne un monopolio o un vanto di superiorità sugli altri. Tutto è dono: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?» (4,7). A Corinto alcuni si ritenevano superiori agli altri per i carismi diversi che avevano. Essere diversi non vuol dire essere superiori o inferiori. Il Corpo di Cristo non consente nessuna uniformità, esige invece la medesima dignità (12,13: «Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito»)
Da questa unità fontale nascono le articolazioni organiche di cui parla l’apostolo, dove coesistono la pluralità e la complementarietà delle funzioni. Come nell’organismo umano, le membra hanno bisogno le une delle altre e tutte insieme sono al servizio dell’intero corpo. Paolo scrive qui cose ovvie sulla funzione delle varie membra, ma lo fa per dare fiducia ai credenti «non estatici» di Corinto, che soffrivano del complesso d’inferiorità in rapporto agli «pneumatici», cioè ai profeti, ai taumaturghi, ai glossolali. I cristiani ordinari hanno una loro dignità indiscussa, possiedono un carisma e una funzione meno appariscenti, ma ugualmente necessari all’economia del corpo, come certe membra indispensabili a delicate (come il cuore, i polmoni, gli altri organi vitali interni ed esterni tenuti al riparo). Esse vanno circondate di rispetto e di attenzioni particolari. Tutte le membra devono sentirsi complementari e solidali senza svalutazioni e divisioni, partecipi delle gioie e delle sofferenze reciproche. Nella chiesa non ci sono cristiani di serie A o di serie B, tutti hanno la inestimabile dignità di figli e di membra elette del corpo di Cristo.
Paolo, in un passo parallelo della Lettera ai Romani esorta questi cristiani anonimi così: «12:1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto... 4 Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra, e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5 così anche noi, pur essendo molti siamo un corpo solo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri».

Da costoro la misericordia di Dio esige l’offerta di un sacrificio spirituale nel e con il proprio corpo, cioè il sacrificio di se stessi. «Il corpo» (sôma) è la condizione concreta dell’uomo che vive una corporeità spirituale, con la quale prega e soffre. Il cristiano, nella sua storicità, vive: «portando sempre nel suo corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel su corpo» (2 Cor 4,10). Egli deve diventare quello che è: un membro di Cristo, un concreto uomo nuovo. Nella sua umanità rinnovata egli è chiamato ad essere sacerdote e vittima, con un «sacrificio vivente (thysìan zôsan), santo, gradito a Dio con un culto spirituale (logiken latreia), non come una vittima morta, ma viva, non inconsapevole, ma cosciente.


Dunque l’immagine intende dare significato liturgico a tutta la vita cristiana, descriverne il significato profondo in ogni gesto vissuto in comunione di vita con Gesù, come prolungamento di lui nella storia, per completare ciò che manca alla croce di Cristo (Col 1,24: «Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è Chiesa»). Nessun è escluso da questo carisma e da questo compito. Questo culto corporale è il legame quotidiano profondo della comunione tra i membri del corpo.
E’ lo Spirito a strutturare come un organismo vivente e liturgico la Chiesa. In essa tutte le componenti sono al servizio le une delle altre, e tutte insieme cooperano al bene dell’intero corpo. C’è una solidarietà misteriosa che unisce tutti, ognuno ha bisogno dell’altro e risente del bene e del male che tocca ciascuno, così che «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; se un membro è onorato tutte le membra gioiscono con lui». L’agape allora è il più grande e necessario carisma, senza del quale tutti gli altri sono nulla. E’ il collante della comunione nella chiesa-corpo.
4. La comunione ecclesiale si rafforza e si verifica nell’eucaristia.
Il pane spezzato e mangiato lega vitalmente il cristiano al corpo glorioso di Cristo risorto a formare una cosa sola con lui, assimila il credente a Cristo morto e risorto. Da qui la conclusione chiara di Paolo: «Poiché c’è un solo pane, noi pur essendo molti, siamo un corpo solo». Questo asserto deve trovare conferma nella celebrazione eucaristica dove questa comunione viene verificata. I Corinzi contraddicevano questa verità con la loro condotta liturgica:

«11:17 E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. 18 Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. 19 È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. 20 Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. 21 Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. 22 Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. 27 Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. 28 Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; 29 perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.
Dietro la critica preoccupata di Paolo emerge il rito dell’eucaristica che si celebrava a Corinto fin dagli anni 50. Difficile precisarne l’esatto svolgimento, ma alcuni elementi appaiono chiari. Si tratta di un’assemblea liturgica che si riuniva la sera, forse la vigilia della Domenica (Ap 1,10), in una casa privata messa a disposizione da un ricco cristiano della città. Prima del rito centrale, che si apriva con lo spezzare il pane e la memoria della cena del Signore, aveva luogo un pasto comunitario, dove, specie i più ricchi, fornivano le vivande portandole da casa. Questi arrivavano in anticipo e iniziavano la cena senza aspettare i poveri che, per ragioni di lavoro, arrivavano più tardi: «Ciascuno comincia a prendere il suo pasto» (v 23); «Quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa» (vv 33-34). Quando arrivavano i poveri dovevano contentarsi della «seconda mensa» fatta degli avanzi dei ricchi. Così gli uni sono sazi e ubriachi e i poveri rimangono con la loro fame: «uno ha fame e l’altro è ubriaco» (v 21).
Si trasferiva nella celebrazione eucaristica la consuetudine dei pasti greci e romani, dove i signori giacevano sui triclini in una stanza distinta e con pasti speciali, mentre gli altri commensali mangiavano cibi comuni in una stanza a parte come riferiscono Plinio il giovane, Giovenale, Marziale. Paolo tende a sopprimere questa prima parte della cena che dava luogo agli inconvenienti gravi che denuncia: «Non avete le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente?» (v 22). Questa soppressione avverrà più tardi, già alla fine del I secolo (Didachè). Dopo questa prima parte della cena, aveva luogo la liturgia della parola con letture ed esortazioni e canti, quindi si ripeteva il rito sacramentale compiuto da Gesù nell’ultima cena e tramandato dalla tradizione apostolica: «Io infatti ho ricevuto dal Signore, quello che a mia volta vi ho trasmesso» (v 23). La descrizione dettagliata l’abbiamo in Giustino ( I Ap. 65-67 anno 150).
Le divisioni già stimmatizzate sopra in 1,11ss, annullano il suo significato di comunione con Cristo e con i fratelli: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (10,17). La cena, che dovrebbe creare fraternità come espressione dell’unità di vita con Cristo risorto e con i fratelli, genera divisione e separazione. Quanto di più contrario ci sia! Essa crea un corpo ecclesiale straziato e spezzato, che non è più il corpo vivo di Cristo risorto: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» (10,16). In sintesi, «la chiesa fa l’eucaristia, e l’eucaristia che fa la chiesa», ma celebra male l’eucaristia strazia la Chiesa e ne uccide la comunione.
Si capisce allora l’affermazione: «E’ necessario che avvengano divisioni tra voi perché si manifestino quelli che sonocristiani autentici (oi dòkimoi) in mezzo a voi» (v 19). L’autenticità rivela che è di virtù provata, lo abilita a celebrare la liturgia e ad entrare nella salvezza. L’eucaristia è la cartina di tornasole per cristiani autentici e per la vera comunione nella Chiesa. La mancanza di comunione è un reato contro il corpo reale di Cristo, un tradimento simile a quello di Giuda (La notte in cuoi fu tradito v. 23).
5. La radice e il collante della comunione è carità

«12:31 Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte. 13:1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!»
E’ una pagina bella ricca di patos lirico, redatta in prosa ritmica. Paolo dice che l’«agape» il più grande di tutti carismi, nel senso che è la massima grazia, un dono immenso, gratuito di Dio, a vantaggio della comunità divisa di Corinto, che ne ha molto bisogno, è il carisma più necessario.

Egli la canta in tre strofe: 1: Il confronto con i 4 carismi più appariscenti: lingue, profezia, la fede, il martirio; 2. La celebrazione con 15 verbi encomiastici; 3. La sua preminenza e la sua perennità.

L’agape è presentata senza articolo, quasi personificata, per indicare il suo valore assoluto e la sua eccezionale qualità. Non è definita, è solo descritta nella sue manifestazioni. Con essa non è mai menzionato Dio o Cristo; non era necessario perché è una realtà divina. Il termine ricorre 141 volte nel N.T. (di cui la metà in Giovanni). Tre sono i termini principali greci che indicavano l’amore: Eros, Philìa, Agape.

Eros indica l’amore sensuale e l’amore sponsale (Benedetto XVI : Deus caritas est, nn. 4-8:da purificare come nel CdC).

Philìa indica l’amore familiare e quello di amicizia. Il Vangelo di Giovanni lo usa più volte per indicare l’amicizia di Gesù verso i suoi discepoli e l’amicizia dei discepoli verso Gesù.

Agape, quasi inesistente nella letteratura classica greca, è scelto forse proprio per questa sua rarità ad indicare (dietro l’uso che ne fanno i LXX) l’amore tipicamente cristiano e divino: quello del Padre per Gesù e di Gesù per Padre, quello di Dio per gli uomini e dei credenti fra loro. Nel cristiano è frutto dello Spirito come dice Paolo ai Galati (5,22): «frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà fedeltà,mitezza,dominio di sé» sono alcune delle qualità dell’agape. Esso è effuso nei cuori dei credenti mediante lo Spirito Santo come è ricordato nella lettera ai Romani: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato» (5,5).

E’ qualità divina donata ai battezzati. Dio l’ha rivelata donandoci suo Figlio: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito»(Gv 3,16); vissuta da Gesù fino alla morte di croce: «Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine» (Gv 13,1). E’ dunque, storicamente, la qualità più appariscente di Dio, rivelata da Cristo: «L’amore è da Dio…chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il uso Figlio unigenito perché noi avessimo la vita per mezzo di lui…E noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (I Gv 4,8-16). E’ l’unica manifestazione chiara della vita divina invisibile che è nel cristiano: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13,35).



1. Il paragone con gli altri carismi mette tutto in secondo piano. A confronto la glossolalia, tanto stimata e ricercata a Corinto, anche nella sua forma più perfetta (angeli e uomini) è appena uno strumento di percussione che fa solo rumore di gente chiacchierona, boriosa e vana. La profezia, che da la possibilità di conoscere e annunciare i misteri di Dio, è nulla senza l’amore, è solo sfoggio di teologia. La fede, anche forte, che sposta i monti è nulla senza l’amore. Il dono generoso dei beni e perfino della vita, senza l’amore, non servirebbe a niente. L’amore è il solo che da valore salvifico ai gesti più quotidiani e più eroici.

2. La celebrazione dell’amore è fatta in forma esemplificativa con 15 verbi sia in forma negativa che positiva. Il testo è descrittivo e insieme polemico contro i comportamenti dei cristiani di Corinto. L’apostolo esorta i lettori a sintonizzare la loro vita sulla lunghezza d’onda dell’amore con 2 proposizioni: «La carità è paziente (makrothymei = magnanima) come Dio «che spinge a conversione» (Rm 2,4) «e ha sopportato con grande magnanimità gente meritevole di collera» (Rom 9,22).La carità è benigna (chresteusthai = benevolenza), anch’essa qualità divina: «apparve la benignità e la filantropia di Dio, salvatore nostro che ci ha salvati per la sua misericordia (eleos)» (Tit 3,4).

Inizia poi una serie di 8 proposizioni negative più 1 positiva che indicano ciò che non è, e ciò che è la carità cristiana: «Non è invidiosa». (ou zeloi = non fanatica). L’invidia suscita divisioni e contrapposizioni come avviene Corinto; «non si vanta» con atteggiamenti boriosi di superiorità come gli gnostici di Corinto; «non si gonfia di orgoglio» (ou physiousthai), come certi cristiani di Corinto che si vantano dei loro leader (3,21) e vanno orgogliosi della loro libertà eccessiva (5,2) e della pretesa conoscenza superiore a scapito dell’unità (8,1); «non manca di rispetto» (ou aschemonèi ), compiendo azioni riprovevoli specie in campo sessuale; «non cerca il proprio interesse» (ou zetei ta eautes) con egoismo che chiude il cuore ai fratelli; «non si adira» (paroxynesthai non freme di rabbia; «non tiene conto del male ricevuto» (ou logizetai to kakon) non rimuginail male, ma sa avere comprensione e perdono; «non gode dell’ingiustizia» (ou chairei epi tè adikia) cioè del male e della cattiveria commessa verso il prossimo; «si rallegra della verità» (synchairei té aletheia) gode del bene e della rettitudine dei comportamenti altrui.

Ritornano 4 proposizioni positive che descrivono le qualità eroiche dell’amore: Tutto scusa, cerca sempre una giustificazione al male che vede; tutto crede, cioè da piena fiducia alle persone e al futuro della vita; tutto spera perchè non si scoraggia, non dispera, è aperta al futuro positivo, è sempre ottimista; tutto sopporta con costanza, senza pretende nulla, senza attendersi il ricambio.

3. Preminenza e perennità dell’amore. Qui l’agape è proiettata sull’orizzonte escatologico, secondo le due fasi della vita cristiana la presente e la futura. C|’è il confronto tra ciò che è provvisorio e caduco, e tra ciò che definitivo e perfetto. Al centro c’è la conoscenza che sarà perfetta solo nella vita futura, quando si avrà la visione diretta di Dio. La conoscenza non è un concetto teorico, ma un’esperienza di amore. Solo chi ama conosce a fondo, perché stabilisce una profonda comunione con Dio. Le due fasi della vita sono esemplificate come l’età infantile e l’età adulta. Le esperienze carismatiche interessano solo la prima stagione della vita, sono le cose che si hanno da bambini, nell’età dei balocchi. Ciò che conta e dura sono le esperienze dell’età adulta, quella che verrà dopo la morte.

Ora vediamo allo specchio come di riflesso. Gli specchi del tempo non erano perfetti e chiari, a volte davano immagini distorte. Tali sono i carismi, visioni imperfette e di riflesso. Ma nel futuro vedremo direttamente faccia a faccia. L’espressione richiama l’esperienza di Mosè: «Col mio servo Mosè…a bocca a bocca parlo con lui, in visione e non in enigmi ed egli vede l’immagine del Signore» (Num 12,8). «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro» (Es 33,11; Dt 34,10). Ciò che è impossibile in vita diventa possibile dopo la morte, quando Dio non sostituirà lo specchio, ma ci cambierà addirittura gli occhi.



Dopo il confronto con i carismi resta il confronto tra le tre virtù, che sono i valori più grandi della vita cristiana. Nel tempo presente «rimangono» le tre virtù teologali: fede, speranza e carità, quelle che danno stabilità ai credenti, aldilà della varietà cangiante dei carismi. Sono esse l’essenziale della vita cristiana, le tre vie della salvezza delle quali non si può fare assolutamente a meno. Ma due di loro sono destinate anch’esse a scomparire: «Ora camminiamo nella fede e non nella visione» (2Cor 5,7), «In speranza noi siamo stati salvati: Ora ciò che si spera, se visto, non è più oggetto di speranza; infatti ciò che uno vede , come potrebbe sperarlo?» (Rom 8,24). Solo l’agape resta per l’eternità. Non avremo più bisogno di fede e di speranza nella visione diretta di Dio: Non si crede e non si spera ciò che si vede e si possiede. Ma dell’amore avremo sempre bisogno perchè è la virtù migliore (mèizôn ), il culmine, la perfezione (to teleion 13,10), la strada più sublime (yperbolén odòn 12,31) e non avrà mai fine (oudepote piptei). Proprio attraverso la carità, che lega la vita presente e quella futura avremo la visione diretta di Dio, quella faccia a faccia, che è esperienza di comunione piena.

Oscar Battaglia






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