La corte suprema di cassazione sezioni unite penali



Scaricare 118.5 Kb.
02.02.2018
Dimensione del file118.5 Kb.



43428/10

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del Popolo italiano



LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta da: Sent. n. sez.

Ernesto Lupo - Presidente - UP – 30/09/20120

Guido De Maio R.G.N. 43411/2009

Antonio S. Agrò

Mario Rotella

Arturo Cortese - Relatore -

Ruggero Galbiati

Giovanni Conti

Alberto Macchia

Margherita Cassano


ha pronunciato la seguente

SENTENZA


sul ricorso proposto da:

Lorenzo Corsini, nato a San Piero a Sieve il 08/07/1946


avverso la sentenza emessa il 10/06/2009 dalla Corte di appello di Firenze;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Arturo Cortese;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Procuratore Generale Aggiunto Giovanni Palombarini, che ha concluso per il ripristino dell’originaria qualifcazione giuridica per quel che concerne i reati di cui ai capi G e H e l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata in ordine a detti reati e a quello di cui al capo N per essere gli stessi estinti per prescrizione, ferne restando le statuizioni civili;

udito il difensore dell’imputato, avv. Filippo Sgubbi, che ha concluso riportandosi integralmente al ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Lorenzo Corsini venne chiamato a rispondere dinanzi al Tribunale di Firenze:

- di cinque reati - capi A, B, E, F, G della rubrica - di interesse privato in procedure di concordato preventivo con cessione di beni (artt. 228 e 236, comma secondo, n. 3, r.d. 16 marzo 1942, n. 267: d’ora innanzi legge fall.) commessi tra il 1998 ed il 1999 nella sua veste di commissario giudiziale e liquidatore del concordato, consistiti, da un lato, nella liquidazione di alcuni crediti al valore nominale dopo il loro acquisto dagli originari creditori, attraverso l’interposizione di società di comodo, a un valore inferiore, con conseguente lucro diretto o indiretto della differenza e danno per i creditori cedenti e le imprese concordatarie, frustrate nell’aspettativa del residuo della liquidazione (capi A, B, E, F), e, dall’altro, nella sottrazione di cespiti (un ramo d’azienda e risorse di diversa natura) dall’attivo di una delle procedure attraverso la stipulazione di accordi fraudolenti con una società terza a lui riconducibile, previo inganno del consulente nominato dal giudice delegato ai fini della stima dell’impresa concordataria (capo G);

- di un reato di truffa (capo C) connesso al capo A e dei reati di appropriazione indebita (capo H) e falsa perizia (capo I) connessi al capo G;

- di un reato di interesse privato commesso nella qualità di curatore di una procedura fallimentare (capo L) e di un connesso reato di truffa (capo M);

- di un reato di tentata sottrazione (artt. 56 e 334 cod. pen.), mediante cessione, di quote sociali (della S.r.l. Resduemila) sottoposte a sequestro preventivo (capo N);

- di altri due reati di truffa e sottrazione di beni (capi A e B della contestazione suppletiva).


2. Con sentenza del 6 dicembre 2006 il Tribunale di Firenze condannava il Corsini alla pena complessiva di anni sei di reclusione ed euro 3.900 di multa, così ripartita: - anni quattro di reclusione ed euro 3000,00 di multa per i reati, riuniti ex art. 81, comma secondo cod. pen., di cui ai capi F (relativamente solo ad alcuni episodi, tra cui quello inerente al credito vantato dalla Cassa di Risparmio di Firenze), G, H (limitatamente ai fatti commessi dopo il 19 dicembre 1998), I; - anni due di reclusione ed euro 900,00 di multa per i reati, riuniti ex art. 81, comma secondo, cod. pen., di cui al capo N e ai capi A e B della contestazione suppletiva. Condannava inoltre il Corsini al risarcimento dei danni in favore delle parti civili Centro Copie Lensi (in relazione al capo G) e Cassa di Risparmio di Firenze (in relazione al capo F), attribuendo loro, rispettivamente, provvisionali per euro 50.000,00 ed euro 20.000,00. Assolveva l’imputato dall’imputazione di truffa aggravata di cui al capo M per insussistenza del fatto e dichiarava non doversi procedere in ordine alle rimanenti contestazioni (capi A, B, C, E, F residuo, H residuo, L) per essere i reati estinti per prescrizione.
3. Avverso la sentenza proponeva appello il Corsini e la Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 10 giugno 2009: - assolveva l’imputato dai reati di cui al capo I e ai capi A e B della contestazione suppletiva per insussistenza del fatto e dichiarava non doversi procedere in ordine al reato di cui al capo F perché estinto per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili in favore della Cassa di Risparmio di Firenze; - riqualificava i fatti descritti nei capi G e H come unico reato di bancarotta fraudolenta impropria distrattiva aggravata commessa dal liquidatore concordatario, ai sensi degli artt. 216, comma primo, n. 1, 219, comma secondo, n. 1, 223 e 236 legge fall., rideterminando la relativa pena in anni tre e mesi quattro di reclusione; - confermava la responsabilità del prevenuto per il reato di cui al capo N, rideterminando la relativa pena in mesi tre di reclusione ed euro 250 di multa; - eliminava le statuizioni civili in favore del Centro Copie Lensi S.r.l.; - eliminando le precedenti pene accessorie, dichiarava l’imputato interdetto dai pubblici uffici per anni cinque e inabilitato per anni dieci all’esercizio di un’impresa commerciale e incapace per la stessa durata a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

La riqualificazione dei fatti di cui ai capi G e H veniva operata dalla Corte fiorentina sulla scorta della decisione di Sez. 5, n. 22956, dell’11/04/2003, dep. 26/05/2003, Ancona, secondo la quale può essere soggetto attivo dei delitti previsti nell’art. 236 legge fall. anche il liquidatore del concordato preventivo con cessione dei beni, da ritenersi compreso nella locuzione «liquidatori di società», contenuta in tale disposizione.


4. Avverso la sentenza ha proposto ricorso la difesa del Corsini, articolando sette motivi di impugnazione.

Il primo, quarto e quinto motivo riguardano l’operata riqualificazione dei fatti di cui ai capi G e H.

Con il primo motivo si deduce la errata applicazione della legge penale con riferimento all’interpretazione – ritenuta analogica in malam partem – dell’art. 236, comma secondo, n. 1, legge fall., con cui la Corte territoriale ha fatto rientrare nella nozione di liquidatore di società anche la figura del liquidatore del concordato preventivo con cessione di beni, a dispetto delle differenze strutturali esistenti fra i due organi.

Il liquidatore nominato dai soci, alla luce di quanto disposto dagli artt. 2275 e 2276 cod. civ. e 146 legge fall., svolge infatti una funzione equivalente a quella dell’amministratore nell’ultima fase dell’esistenza della società, tanto da essere assoggettato, ai sensi dell’art. 146 legge fall., ai medesimi obblighi stabiliti per il fallito dall’art. 49 della stessa legge; laddove il liquidatore concordatario, per come delineato dall’art. 182 legge fall., non è organo sociale, essendo nominato non già dai soci, bensì dal giudice con il decreto di omologazione del concordato, e soggiace alle regole stabilite per il curatore fallimentare quanto ai requisiti di nomina, all’accettazione e alla revoca dell’incarico, al compenso e all’obbligo di rendiconto. Più in generale, mentre ai liquidatori sociali è attribuita la responsabilità della conservazione della garanzia dei creditori, quello concordatario sarebbe più semplicemente preposto alla vendita dei beni del debitore secondo le modalità fissate nel provvedimento giudiziario, dal quale ripete i suoi poteri, venendo investito in tal modo di una funzione ausiliaria che costituirebbe un vero e proprio munus publicum, atto ad assimilarlo alla figura del curatore (non annoverato, come noto, tra gli autori tipici, tutti caratterizzati dall’intraneità alla persona giuridica, dei reati previsti dagli artt. 223 e 224 richiamati dall’art. 236, comma secondo, n. 1, legge fall.).

Con il quarto motivo si denuncia la violazione della legge processuale, alla stregua dei canoni del diritto ad un processo equo sanciti dall’art. 6 della Cedu. Fra questi, invero, secondo l’interpretazione della Corte di Strasburgo, si annovera anche quello alla tempestiva informazione dell’imputato sulla qualificazione giuridica del fatto addebitato, che la Corte territoriale avrebbe violato, attribuendo officiosamente ai fatti una diversa e più grave qualificazione giuridica in sede di deliberazione della sentenza, senza previa instaurazione del contraddittorio sul punto.

Con il quinto motivo si lamenta la violazione del divieto di reformatio in peius, in relazione sia al calcolo della pena base e dell’aumento per l’aggravante del reato sub G, riqualificato come sopra precisato previo assorbimento in esso del reato di appropriazione indebita di cui al capo H, sia all’utilizzo della sanzione per il più grave reato di bancarotta, quale base per il più sfavorevole computo dei termini di prescrizione.

Con il secondo e terzo motivo di ricorso si deduce, in ordine alla confermata responsabilità per il reato di cui al capo N, che la contestata cessione delle quote sociali non poteva per sé compromettere il vincolo cautelare oggetto di tutela della norma incriminatrice, e ciò a fortiori nel caso di specie, in cui la cessione stessa era inopponibile all’autorità sequestrante in forza dei pregressi adempimenti della iscrizione del vincolo cautelare nel registro delle imprese e della sua annotazione nel libro soci, non potendosi, come inaccettabilmente fatto dalla Corte di merito, da un lato, considerare superata la riconosciuta prova documentale relativa alla detta annotazione sulla base di una mera risultanza orale e, dall’altro, ritenere irrilevante la menzionata inopponibilità del vincolo agli effetti della configurabilità del tentativo punibile.

Con il sesto motivo di ricorso si denunzia vizio di motivazione e violazione di legge in ordine al diniego delle attenuanti generiche. In proposito il ricorrente lamenta come la Corte territoriale, nel fondare il suo convincimento anche in riferimento al numero «considerevole» di illeciti contestati al Corsini, non abbia tenuto in considerazione l’intervenuta assoluzione del medesimo per molti di essi, la declaratoria di prescrizione pronunciata per altri e la risalenza dei fatti per i quali è comunque intervenuta condanna, rilevando altresì come la consumazione di più illeciti fosse circostanza che già i giudici d’appello avevano valutato ai fini della configurazione dell’aggravante di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., e che dunque non potevano prendere nuovamente in considerazione per ricavarne ulteriori determinazioni sfavorevoli all’imputato.

Il ricorrente evidenzia inoltre come la sentenza impugnata inaccettabilmente valorizzi, ai fini della negazione delle menzionate attenuanti, la mancata resipiscenza dell’imputato e la violazione della fiducia accordatagli con il conferimento degli incarichi, a fini di arricchimento personale, ricordando, quanto al primo elemento, come in sostanza la Corte abbia valutato sfavorevolmente la mancata confessione degli addebiti e, quanto al secondo, che esso è connaturato alla struttura del reato proprio contestato sub G.

Con il settimo ed ultimo motivo il ricorrente denunzia l’assoluta mancanza della motivazione della sentenza d’appello in ordine alle doglianze avanzate con l’atto d’appello circa le statuizioni civili relative alla parte civile Cassa di Risparmio di Firenze. In proposito il ricorso ricorda come all’udienza del 29 giugno 2009 la Corte, su istanza della difesa, dispose l’acquisizione di una sentenza del Tribunale civile di Firenze dalla quale si evinceva come la suddetta parte civile aveva incardinato identica domanda risarcitoria in sede civile. Conseguentemente la stessa difesa aveva richiesto la revoca delle statuizioni civili adottate con la sentenza di primo grado e in particolare della condanna al pagamento di una provvisionale. Profili che il ricorrente lamenta siano stati completamente ignorati nel provvedimento impugnato, con conseguente configurabilità del vizio lamentato.

Con ulteriore memoria la difesa dell’imputato ha ripreso e sviluppato il motivo circa la non assimilabilità del liquidatore del concordato preventivo al liquidatore della società, insistendo in particolare sull’essenziale elemento del rapporto organico con l’organismo sociale, caratterizzante la seconda figura ma non la prima.
5. La Sez. V di questa Corte, assegnataria del ricorso, con ordinanza del 6/11 maggio 2010, n. 17979, lo ha rimesso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 618 cod. proc. pen., in quanto ha apertamente dissentito dal citato precedente della sentenza Ancona, posto a base della riqualificazione dei fatti di cui ai capi G e H operata dalla Corte territoriale, sottolineando al riguardo le profonde differenze esistenti, a suo avviso, fra il liquidatore di società e il liquidatore concordatario.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. La questione rimessa al Collegio delle Sezioni Unite, costituente l’oggetto del primo motivo di ricorso, concerne la «sussumibilità o meno nelle fattispecie di bancarotta delle condotte distrattive o fraudolente poste in essere dal liquidatore di un concordato preventivo con cessione di beni».
2. Nell’unica occasione in cui se ne è occupata in passato la giurisprudenza di legittimità ha concluso per la tesi favorevole a identificare il liquidatore nominato ex art. 182 legge fall. con uno dei soggetti attivi del reato di bancarotta fraudolenta nel concordato preventivo. Trattasi della già citata Sez. 5, n. 22956, dell’11/04/2003, dep. 26/05/2003, Ancona, secondo la quale la locuzione «liquidatori di società» di cui all’art. 236, comma secondo, n. 1, legge fall. non identificherebbe soltanto la figura soggettiva del liquidatore nominato dai soci ex art. 2275 cod. civ., ma altresì quella del liquidatore investito del compito di procedere alla realizzazione del patrimonio ceduto dal debitore nell’ambito della procedura di concordato preventivo.

E ciò per due ordini di motivi:

a) il tenore letterale della norma (apparentemente riferito al solo liquidatore «privato») non assumerebbe carattere decisivo nella soluzione della questione, atteso che ripetutamente la formulazione dell’art. 236 legge fall. è stata fatta segno di critiche da parte della dottrina proprio per la sua incongruenza e farraginosità, risultando sostanzialmente in contrasto con la ratio che la sottende, individuata dalla Corte nell’esigenza di tutelare l’integrità del patrimonio dell’impresa a garanzia dei creditori «in vista della mera eventualità del loro non pieno soddisfacimento»; in tal senso, dunque, il dato normativo non consentirebbe interpretazioni restrittive che tradirebbero in definitiva l’intenzione legislativa di predisporre un’ampia tutela del patrimonio sociale anche nelle procedure concorsuali minori ed a prescindere dal fatto che la stessa esiti nella dichiarazione di fallimento (alla quale, agli effetti penali, la sentenza Ancona ricorda deve essere assimilato il decreto di ammissione al concordato preventivo, richiamando quanto osservato in proposito da Corte Cost., ord. n. 268 del 1989, seppure in riferimento a un profilo diverso della fattispecie incriminatrice evocata);

b) la sostanziale assimilabilità delle figure del liquidatore di società e del liquidatore nominato ex art. 182 legge fall. – al di là delle differenze che ne caratterizzano la funzione, ma che la sentenza Ancona giudica marginali e determinate dalle peculiarità dei rispettivi ruoli -, atteso che entrambi assumono la disponibilità dei beni societari in vista della definizione dei rapporti giuridici della persona giuridica; e in proposito la Corte precisa che il liquidatore concordatario opera, nei limiti delle modalità stabilite con la sentenza di omologazione del concordato, senza necessità di ulteriori autorizzazioni, diventando a tutti gli effetti titolare del potere di disposizione dei beni «ceduti» a nome del debitore e per conto dei creditori, con facoltà dunque di compiere in autonomia tutti gli atti strumentali e necessari alla liquidazione dei medesimi ed alla ripartizione del ricavato, esattamente come il liquidatore nominato dai soci ai sensi del codice civile.

La Corte evoca infine un ulteriore possibile argomento a sostegno delle conclusioni rassegnate, evidenziando come un’interpretazione più «restrittiva» del dato normativo determinerebbe un inaccettabile vuoto di tutela, atteso che l’eventuale condotta fraudolenta del liquidatore (che nel caso di specie era costituita dalla dissipazione dei beni immobili della società, venduti a prezzo vile con danno dei creditori) «non potrebbe essere sussunta nell’ambito dell’appropriazione indebita».

Tale pronuncia è stata nettamente contestata dalla stessa Sez. 5 con la succitata ordinanza di rimessione 6/05/2010, n. 17979, in cui si sono sottolineate le profonde differenze esistenti fra il liquidatore di società e il liquidatore concordatario, in particolare sotto i profili: a) delle modalità di nomina, privata nel primo caso, giudiziale nel secondo; b) dell’esercizio dei poteri, comprendente, per il primo, tutti gli obblighi e le responsabilità previsti per gli amministratori, con il solo limite (dettato dall’art. 2279 del codice civile) dell’intrapresa di nuove operazioni, delle quali altrimenti è chiamato a rispondere «personalmente e solidalmente»; e svolto, dal secondo, sotto la vigilanza del commissario giudiziale, con un mandato limitato alla liquidazione dei beni ceduti al debitore.

Secondo il collegio rimettente, poi, l’interpretazione accolta dalla sentenza Ancona presupporrebbe la responsabilità per il reato di bancarotta anche nel caso in cui il liquidatore abbia operato in un concordato preventivo con cessio bonorum promosso da un imprenditore individuale e non da una società, atteso che la natura collettiva o individuale dell’imprenditore insolvente non condiziona il profilo della procedura e dunque il profilo del ruolo ricoperto dal liquidatore medesimo. Ma tale conclusione – che l’ordinanza di rimessione ritiene per l’appunto logicamente imposta dalle premesse assunte nella precedente decisione della Sezione quinta – ancor di più risulterebbe in contrasto con il tenore letterale dell’art. 236 legge fall., che espressamente si riferisce ai «liquidatori di società» e al fine di attribuire loro la responsabilità solo per i reati di bancarotta impropria e cioè per le fattispecie che gli artt. 223 e 224 della stessa legge riservano ai titolari di cariche sociali.

Quanto al possibile vuoto di tutela, che deriverebbe dalla negazione dell’assimilabilità del liquidatore concordatario al liquidatore di società, i giudici rimettenti osservano che le condotte fraudolente di cui può rendersi protagonista il liquidatore concordatario agevolmente potrebbero essere ricondotte nello schema del delitto di appropriazione indebita (come per l’appunto aveva ritenuto nel procedimento in oggetto il giudice di primo grado) ovvero, qualora si attribuisse allo stesso liquidatore la qualifica di pubblico ufficiale, in quello delle fattispecie incriminatici riservate a quest’ultimo e che risultassero in concreto integrate dal suo comportamento.

La dottrina non ha particolarmente approfondito la questione oggetto di rimessione ma appare prevalentemente orientata nel senso dell’esclusione dell’applicabilità al liquidatore concordatario degli artt. 223 e 224 della legge fall., richiamati nel n. 1 del secondo comma del citato art. 236.
3. La risoluzione della questione richiede una, pur rapida, ricognizione normativa dell’istituto del concordato preventivo, con riferimento in particolare alla disciplina vigente all’epoca della consumazione dei reati contestati al Corsini.

Trattasi di procedimento articolato in diverse fasi, identificabili in: ammissione, deliberazione (votazione), omologazione ed esecuzione. Per l’art. 160 legge fall. l’ammissione alla procedura dipendeva dall’iniziativa dell’imprenditore che si trovava in stato d’insolvenza ed era subordinata al possesso da parte del medesimo di alcuni requisiti soggettivi di meritevolezza e affidabilità e ad alcune condizioni oggettive di soddisfacimento delle pretese dei creditori (garanzia del pagamento – anche attraverso la cessio bonorum – di una percentuale minima predeterminata dei chirografari). La prima fase si concludeva (art. 163 legge fall.) con un decreto del Tribunale che, ritenuta l’ammissibilità della proposta, segnava il momento genetico della procedura concorsuale e provvedeva, tra l’altro, alla nomina del giudice delegato e del commissario giudiziale, organo cui l’art. 164 legge fall. espressamente attribuiva la qualifica di pubblico ufficiale «per quanto attiene all’esercizio delle sue funzioni». Ai sensi dell’art. 167 legge fall., in seguito all’ammissione alla procedura, il debitore conservava l’ordinaria amministrazione dei suoi beni, mentre per gli atti eccedenti necessitava dell’autorizzazione del giudice delegato. Per contro, il successivo art. 168 legge fall. paralizzava, fino al passaggio in giudicato della sentenza di omologazione del concordato, le azioni esecutive dei creditori “anteriori” (per causa o titolo) alla data del decreto.

Nella seconda fase, previa convocazione e delibazione da parte del giudice delegato dei crediti contestati, si svolgeva l’adunanza dei creditori, chiamati a discutere e approvare la proposta concordataria. L’adesione a quest’ultima (artt. 177 e 178 legge fall.) veniva siglata dal voto favorevole della maggioranza dei creditori partecipanti, comunque rappresentativa dei due terzi della totalità dei crediti ammessi al voto.

A questo punto si apriva la terza fase del procedimento, dedicata all’omologazione del concordato da parte del Tribunale (artt. 179-181 legge fall.). In sede di omologazione il collegio giudicante decideva sulle eventuali opposizioni presentate dai creditori dissenzienti e, previo accertamento delle condizioni di ammissibilità del concordato e della regolarità della procedura, procedeva a una valutazione sul merito della proposta, verificandone, tra l’altro, la convenienza economica e la meritevolezza del proponente. Mancando le condizioni per l’omologazione il Tribunale dichiarava il fallimento del debitore; mentre, in caso contrario, fissava le modalità per l’esecuzione dell’accordo intervenuto con i creditori.

Per l’ipotesi di concordato con cessione dei beni l’art. 182 legge fall. prevedeva che con la sentenza di omologazione il Tribunale nominasse uno o più liquidatori e un comitato di creditori per assistere alla liquidazione, di cui fissava le modalità. La norma da ultima citata non imponeva peraltro la nomina del liquidatore in ogni caso, ma solo nell’ipotesi che non fosse disposto altrimenti (come ad esempio nel caso in cui il progetto di concordato accettato dai creditori e ritenuto meritevole di omologazione attribuisse direttamente al debitore il compito di liquidare il proprio patrimonio).

La fase esecutiva era disciplinata dall’art. 185 legge fall., il quale affidava al commissario giudiziale la sorveglianza sull’adempimento del concordato secondo le modalità stabilite nella sentenza di omologazione. Infine il successivo art. 186 mutuava dalla disciplina del concordato fallimentare le ipotesi di risoluzione e annullamento della procedura anticipatoria, stabilendo che in tal caso il Tribunale procedesse alla dichiarazione di fallimento dell’imprenditore. Ancora va ricordato come l’art. 173 legge fall. contemplasse un meccanismo di conversione del concordato in fallimento per il caso che il commissario giudiziale accertasse nel corso del suo svolgimento comportamenti fraudolenti del debitore.


4. Alla stregua della descritta disciplina, la ratio dell’istituto è stata tradizionalmente ravvisata nell’esigenza di evitare il fallimento dell’imprenditore attraverso la riduzione del passivo concordata con i creditori nell’ottica della conservazione, anziché della distruzione, dell’impresa. Nel tempo tale concezione è mutata, essendo emersi, dalla prassi applicativa, il perseguimento di un fascio più composito di interessi (non escluso quello pubblico ad evitare le ripercussioni del dissesto) e la non centralità della finalità conservativa. Il difficile e ambiguo equilibrio tra l’esigenza di risanamento dell’impresa e le finalità liquidatorie ed esdebitative, si è inevitabilmente riflettuto sul dibattito relativo alla natura della procedura anticipatoria, che ha visto costantemente confrontarsi due teorie: l’una ispirata allo schema privatistico-negoziale e l’altra a quello pubblicistico-processuale.

Per la prima il concordato sarebbe un accordo di natura negoziale – ovvero specificamente transattiva - tra il debitore e i creditori, intesi come unità collettiva (assorbente anche la minoranza dissenziente), rispetto al quale l’omologazione giudiziaria rappresenterebbe una mera condizione di efficacia.

Per i fautori della tesi processualistica, invece, il concordato preventivo sarebbe un processo giurisdizionale, nel senso che la sentenza di omologazione – della quale l’accordo tra debitore e creditori sarebbe sostanzialmente un mero presupposto – produrrebbe come effetto l’espropriazione del diritto degli stessi creditori a vantaggio della collettività attraverso l’intervento di organi statuali sul diritto di disposizione del debitore.

Per superare i limiti inerenti alle due riferite teorie (derivanti, reciprocamente, dalla presenza di elementi più consoni all’altra), sono state elaborate ricostruzioni non unitarie dell’istituto, ispirate alla segmentazione della procedura concorsuale in diverse fasi, ovvero alla individuazione della coesistenza in essa di un momento “negoziale” ed uno “giudiziale”, esplicanti ruoli diversi e autonomi, ancorché inscindibili e interdipendenti.

La giurisprudenza di legittimità, che inizialmente aveva dimostrato di aderire alla concezione contrattualistica, a partire dagli anni sessanta si è orientata verso una costruzione della natura del modello concorsuale in termini essenzialmente pubblicistici, ponendo in particolare l’accento sul penetrante controllo di merito esercitato dal tribunale sull’accordo, la cui obbligatorietà per coloro che vi rimangono estranei non potrebbe che costituire un effetto della sentenza di omologazione.
5. La compresenza nell’istituto di componenti privatistiche e pubblicistiche non può dirsi superata neppure a seguito delle sensibili modifiche della sua disciplina intervenute in anni recenti (in forza, in particolare, del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in legge 14 maggio 2005, n. 80, e del d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169).

Le principali novità progressivamente introdotte sono innanzi tutto costituite dalla modificazione del presupposto di accesso alla procedura, ora individuato nello stato di crisi dell’impresa, la cui nozione non è stata peraltro definita dal legislatore se non per la precisazione contenuta nell’inedito secondo comma del nuovo testo dell’art. 160 legge fall., introdotto dal d.l. n. 273 del 2005 (convertito in legge n. 51 del 2006), secondo il cui ultimo comma «per stato di crisi si intende anche lo stato di insolvenza».

Lo stato d’insolvenza è rimasto dunque presupposto della procedura concorsuale, ancorché le ambigue formule normative lascino intendere che alla stessa può accedere anche l’imprenditore che versa in una situazione di difficoltà non ancora identificabile con quella di dissesto.

In secondo luogo la riforma ha provveduto all’eliminazione, nell’art. 160, dei requisiti di meritevolezza per l’ammissione alla procedura, nonché all’esclusione di qualsiasi sindacato giudiziale sul merito della proposta di concordato preventivo, la cui omologazione, ai sensi del nuovo art. 180, avviene ora per decreto sulla base della mera verifica del raggiungimento delle maggioranze prescritte nell’adunanza dei creditori e della regolarità formale della procedura seguita.

Al debitore viene concessa una più ampia autonomia nella scelta dei contenuti del piano concordatario e la possibilità di suddividere i creditori in classi omogenee (all’interno delle quali devono essere raggiunte autonome maggioranze in sede di deliberazione del concordato) cui proporre anche trattamenti differenziati e viene invece richiesto dal nuovo testo dell’art. 161 di asseverare la proposta attraverso la relazione di un professionista che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano concordatario.

La continuità tra concordato e fallimento, in qualche modo spezzata dal mutamento del presupposto per l’instaurazione della concorsualità, è stata poi ulteriormente ridimensionata. Infatti, il d.l. n. 35 del 2005 e la legge n. 80 del 2005 hanno eliminato dall’art. 180 legge fall. qualsiasi riferimento all’automatismo della conversione del concordato preventivo in fallimento (facendo però salve le ipotesi in qualche modo “sanzionatorie” tuttora previste dall’art. 173 legge fall.), affidando la stessa conversione all’iniziativa dei creditori o del pubblico ministero, nonché alla previa verifica dello stato d’insolvenza.

Alla luce del contenuto delle modifiche illustrate non v’è dubbio che la riforma si sia mossa nella direzione dell’esaltazione del profilo negoziale dell’accordo intervenuto tra l’imprenditore e i suoi creditori e del contestuale ridimensionamento degli aspetti processuali dell’istituto. La natura del concordato “riformato” appare connotata ormai da una prevalenza di elementi privatistici che denunciano la volontà di contrarre l’intervento statuale nella procedura anticipatoria, rafforzando invece il ruolo di protagonisti di debitore e creditori.

Rimane tuttavia arduo ricostruire in termini unitari l’istituto anche dopo la “svolta” impressa dalla riforma, considerando in particolare come il principio dell’autonomia privata tuttora non sia in grado di spiegare la paralisi delle azioni esecutive e la prevalenza della volontà della maggioranza dei creditori ovvero i residui poteri decisori attribuiti al Tribunale in sede di omologazione in presenza di opposizioni dei creditori dissenzienti o del mancato raggiungimento della maggioranza richiesta all’interno delle singole classi.

Va poi ricordato come la riforma non abbia modificato l’art. 165 legge fall., che continua dunque ad attribuire l’espressa qualifica di pubblico ufficiale al solo commissario giudiziale.

Il legislatore è invece intervenuto sul successivo art. 182, dedicato al concordato con cessione dei beni. Conservata la disciplina sulla nomina del liquidatore e del comitato dei creditori, l’intervento riformatore ha aggiunto all’articolo menzionato un secondo comma che impone l’applicazione al liquidatore degli artt. 28, 29, 37, 38, 39 e 116 in quanto compatibili. Si tratta delle norme che, rispettivamente, disciplinano i requisiti di professionalità e le incompatibilità per la nomina a curatore (art. 28), le modalità e i tempi di accettazione dell’ufficio di curatore (art. 29), la revoca, la responsabilità ed il compenso del curatore (artt. 37, 38 e 39) e l’obbligo di rendiconto al giudice delegato imposto allo stesso al compimento del mandato (art. 116). Un ulteriore comma aggiunto dal d.lgs. n. 169 del 2007 prevede inoltre che le vendite di aziende e rami di aziende, beni immobili e altri beni iscritti in pubblici registri, nonché le cessioni di attività e passività dell'azienda e di beni o rapporti giuridici individuali in blocco debbano essere autorizzate dal comitato dei creditori. Infine il nuovo ultimo comma dell’art. 182 estende alla liquidazione dei beni ceduti la disciplina delle vendite fallimentari contenuta negli artt. 105-108-ter legge fall. e dunque anche quella di cui all’art. 108, il quale attribuisce al giudice delegato il potere di sospendere la vendita su istanza del fallito, del comitato dei creditori o di altri interessati.

E’ utile rimarcare che con queste ultime disposizioni il legislatore della riforma non ha fatto altro in sostanza che recepire quegli indirizzi della giurisprudenza civile che già riconoscevano (rilevando l’assimilabilità delle sue funzioni a quelle del curatore fallimentare) il potere dell’autorità giudiziaria di procedere alla revoca del liquidatore, di imporgli la redazione di relazioni e rendiconti periodici sulla liquidazione, di impartigli nella fase di esecuzione del concordato istruzioni sulle modalità della liquidazione, fino a quello di promuovere l’applicazione analogica proprio delle disposizioni dettate per il fallimento in tema di vendite e ripartizione dell’attivo (v. Cass. Civ. Sez. 1, n. 9178 del 09/04/2008, Rv. 602709; Sez. 1, n. 16989 del 26/08/2004, Rv. 576245; Sez. 1, n. 10693 dell’11/08/2000, Rv. 539503; Sez. 1, n. 12185 del 01/12/1998, Rv. 521290; Sez. 1, n. 6478 del 18/07/1996, Rv. 498615; Sez. 1, n. 6560 del 13/07/1994, Rv. 487370; Sez. 1, n. 7212 del 12/07/1990, Rv. 468209; Sez. 1, n. 4721 del 27/05/1987, Rv. 453364; Sez. 1, n. 3352 del 05/06/1985, Rv. 441019; Sez. 1, n. 6187 del 21/11/1981, Rv. 416966).

Se dunque nella fase iniziale del processo riformatore la marcata degiurisdizionalizzazione del modello concorsuale suscitava dubbi sulla possibilità di ritenere il liquidatore titolare di un munus pubblico, le modifiche apportate dal decreto “correttivo” n. 169 del 2007 – come detto riecheggianti le pregresse posizioni giurisprudenziali – si possono leggere come un passo nel senso inverso, seppure contraddittoriamente bilanciato dalla scelta di demandare l’autorizzazione della vendita di alcuni tipi di beni al comitato dei creditori. In ogni caso il rinvio alla disciplina fallimentare sembra orientato nel senso di una riduzione degli spazi di autonomia e di discrezionalità degli organi della procedura ed in particolare proprio del liquidatore.

In proposito va comunque sottolineato che mentre l’originario testo dell’artt. 30 e, come detto, dell’art. 165 è stato conservato – e dunque tuttora al curatore fallimentare e al commissario giudiziale continua ad essere attribuita la qualifica di pubblico ufficiale -, la riforma nulla ha precisato circa la posizione del liquidatore, cui, come per il passato, continua a non essere attribuita espressamente alcuna qualifica.

Da ultimo va ricordato che l’art. 236 legge fall., il cui comma secondo, n. 1, estende, in caso di concordato preventivo agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società le incriminazioni di cui ai precedenti artt. 223 e 224 (relativi ai reati propri dei medesimi soggetti), non ha subito, per quanto qui interessa, modifica alcuna.


6. Dall’excursus ricognitivo che precede si può comprendere come, indipendentemente dalla questione relativa alla sua esatta qualificazione giuridica, la figura del liquidatore concordatario presenta sicuramente – e ciò ancor più in riferimento alla disciplina vigente all’epoca dei fatti ascritti al Corsini - connotazioni assai peculiari rispetto all’ordinario liquidatore delle società. Quest’ultimo, infatti, nominato dall’assemblea, resta un vero e proprio organo sociale cui sono assegnati compiti e funzioni coerenti rispetto al rapporto societario: convoca l’assemblea, redige i bilanci in corso di liquidazione e il bilancio finale ed è responsabile del suo operato secondo le norme in tema di responsabilità degli amministratori (art 2489, comma secondo, cod. civ.). Il liquidatore di cui all’art. 182 legge fall., invece, per il compito che espleta e il rapporto che lo lega agli organi della procedura (in particolare, al commissario giudiziale, tenuto a vigilare sull’esecuzione del concordato, con riguardo anche al rispetto delle modalità di liquidazione determinate dal Tribunale in sede di omologazione), si viene a trovare in una posizione di terzietà rispetto al debitore, che esclude il determinarsi di un suo rapporto organico con la società e circoscrive la sua sostituzione agli organi di quest’ultima nei limiti funzionali all’esecuzione del mandato (realizzazione del valore dei beni ceduti – costituenti ormai una sorta di patrimonio separato - con riparto del ricavato).

Risulta allora evidente che manca nel liquidatore concordatario proprio il tratto tipico (rappresentato appunto dal rapporto organico con la società) che accomuna i soggetti richiamati nell’art. 236 legge fall., secondo comma, n. 1 (che sono poi gli stessi che l’art. 146 legge fall. indica come destinatari degli stessi obblighi del fallito in caso di fallimento di società), e che costituisce in sostanza la ratio stessa dell’applicabilità delle richiamate disposizioni degli artt. 223 e 224 legge fall., in una naturale estensione ad essi, ai fini penali, degli effetti dell’insolvenza dell’imprenditore. Ed è questa mancanza che preclude un’analoga estensione nei confronti del liquidatore di cui all’art. 182 legge fall.

A tali rilievi si può aggiungere la generale considerazione che la tutela offerta dalla norma incriminatrice dell’art. 236, comma secondo, legge fall. è palesemente frammentaria e legata alla configurazione delle peculiari modalità di offesa elette dal legislatore. Emerge cioè dal dato normativo l’intenzione del legislatore di non estendere in via generale la tutela offerta dalle fattispecie incriminatrici legate al fallimento ai fatti commessi nell’ambito delle procedure alternative a quest’ultimo, ma di limitarne la applicabilità a specifici selezionati ambiti. In questa ottica non è ermeneuticamente possibile ricomprendere tra le figure indicate nell’art. 236, comma secondo, n. 1, legge fall. e, in particolare, all’interno della nozione di «liquidatori di società» quella del liquidatore del concordato preventivo, così come sarebbe, su un altro versante, del tutto fuorviante estendere a quest’ultimo le incriminazioni riservate dal legislatore al commissario giudiziale.

Vero è che in tal modo possono determinarsi, come denunciato in dottrina, dei vuoti di tutela (peraltro relativi perché, a seconda delle situazioni, possono comunque soccorrere – indipendentemente da possibili riflessi di stampo pubblicistico - figure criminose comuni, come in particolare l’appropriazione indebita e la truffa). Ma ciò evidentemente non può giustificare forzature interpretative incompatibili col principio di tassatività delle fattispecie incriminatrici.

In conclusione, può affermarsi il seguente principio di diritto:

«Il liquidatore dei beni del concordato preventivo di cui all’art. 182 legge fall. non può essere soggetto attivo dei reati di bancarotta di cui agli artt. 223 e 224, richiamati nell’art. 236, comma secondo, n. 1, stessa legge, in quanto non può ritenersi ricompreso in alcuno dei soggetti ivi espressamente indicati e, in particolare, tra i “liquidatori di società”».

La riqualificazione dei fatti di cui ai capi G e H operata dalla Corte territoriale deve essere, quindi, disattesa, con conseguente ripristino della qualificazione originaria. I reati così ridefiniti, mancando elementi per un’immediata assoluzione ex art. 129 cod. proc. pen., devono peraltro essere dichiarati estinti per intervenuta prescrizione. Considerato, infatti, che i reati in questione si sono consumati non oltre il settembre 2000, il termine massimo di prescrizione, previsto per gli stessi, in base alla pena edittale, in sette anni e mezzo, alla stregua degli artt. 157, comma primo, e 161, comma secondo, cod. pen., nel testo come modificato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, applicabile ratione temporis in relazione alla data di emanazione della sentenza di primo grado, a sensi dell’art. 10, comma 3, della stessa legge, come emendato da Corte cost., sent. n. 393 del 2006, , risulta ormai ampiamente decorso, pur tenendo conto dei periodi di sospensione intervenuti (su cui v. articolatamente infra al par 11.).

La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata senza rinvio in ordine ai reati di cui ai capi G e H dell’imputazione nella qualificazione originaria così ripristinata, perché estinti per prescrizione, con conseguente eliminazione delle relative pene, principale e accessoria.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta l’assorbimento del quarto e del quinto motivo.
7. Si deve ora passare all’esame del secondo e terzo motivo di ricorso, relativi al reato di cui al capo N della rubrica.
8. Al riguardo si premette anzitutto che non è contestato in fatto che:

- in data 14 giugno 2001 venivano sottoposte a sequestro preventivo le quote della S.r.l. Resduemila (proprietaria di un immobile di cospicuo valore) appartenenti al Corsini e alla moglie Capaccioli Sandra, rappresentanti il 50% del capitale sociale;

- in data 25 giugno 2001 il decreto di sequestro veniva notificato al Corsini, che era amministratore unico della Società;

- in data 25 giugno 2002 il Corsini vendeva le predette quote alla S.r.l. Osmannoro, appositamente costituita grazie all’ausilio di Caponi Fabio.


9. I punti critici riguardano invece le circostanze, affermate dal ricorrente sulla base di specifici riferimenti probatori, dei pregressi adempimenti della iscrizione del vincolo reale nel registro delle imprese e della sua annotazione nel libro soci. Su quest’ultima la Corte di appello si pronuncia, ritenendo che la documentazione prodotta a sua comprova è da ritenere superata da quanto dichiarato dal notaio innanzi al quale fu perfezionata la vendita.

In via assorbente, peraltro, la Corte di merito rileva che la vendita fu comunque posta in essere per avere il Corsini consegnato allo stesso notaio solo copia del libro soci da cui non risultava l’annotazione, e che l’inopponibilità della vendita nei confronti del sequestrante non esclude comunque la vendita stessa e la necessità di un’eventuale azione per fare valere l’inopponibilità, con conseguente configurabilità di una condotta diretta e idonea a cagionare la sottrazione dei beni.

Tale conclusione è resistita dalla difesa con articolate deduzioni in diritto.

Al riguardo si osserva nel ricorso, in via generale, che la vendita di un bene sequestrato, modificandone solo la situazione di diritto, non può integrare il reato di cui all’art. 334 cod. pen.

Più specificamente si rileva poi che l’inopponibilità - sussistente nella specie (alla stregua delle risultanze documentali) - della vendita al sequestrante fa degradare la condotta contestata nella figura del reato impossibile di cui all’art. 49 cod. pen. Per effetto della detta inopponibilità, infatti, operante di diritto (senza alcun onere, quindi, di adire il giudice a carico del sequestrante), la vendita stessa doveva considerarsi inidonea, in assoluto e con valutazione ex ante, inidonea a realizzare l’evento di cui all’art. 334 cod. pen.
10. Ciò precisato, si osserva quanto segue.

La condotta di “sottrazione” costituisce, come noto, una delle condotte alternative mediante le quali può realizzarsi il delitto di cui all’art. 334 cod. pen. e assume anche, rispetto alle altre, un valore di chiusura improntato all’esigenza di sanzionare ogni comportamento contrassegnato dalla direzione e dall’attitudine a ledere l’interesse tutelato, che è quello pubblico alla conservazione del vincolo apposto su determinati beni in funzione del corretto conseguimento delle finalità cui per effetto di esso sono deputati. Sotto tale profilo si ritiene rilevante ogni attività idonea a rendere non solo impossibile ma anche semplicemente più difficoltoso il detto conseguimento (v. Sez. 6, n. 179 del 02/10/1984, dep. 10/01/1985, Tagliapietra, Rv. 167317; Sez. 6, , n. 4312 del 07/02/1985, dep. 07/05/1985, Scioscia; Sez. 6, n. 49895 del 03/12/2009, dep. 30/12/2009 P.M. in proc. Ruocco).

Va da sé poi che la condotta di sottrazione non può che definirsi in ragione della natura e del regime giuridico dei beni coinvolti, assumendo corrispondentemente estrinsecazioni diverse (v. Sez. 6, , n. 31979 del 08/04/2003, dep. 29/07/2003, D’Angelo, Rv. 226220; Sez. 6, n. 42582 del 22/09/2009, dep. 06/11/2009, P.M. in proc. Mazzone, Rv. 244853). E’ evidente ad es. che, in caso di immobili, la sottrazione non può concretarsi nello spostamento materiale della cosa, che è il modo tipico di realizzazione della condotta per i beni mobili. La stessa cosa vale per la quota di società, non suscettibile di amotio in senso materiale. In tali casi possono venire in rilievo condotte diverse e, tra queste, merita naturalmente qui particolare attenzione quella consistente in negozi dispositivi di diritti.

L’assunto difensivo, secondo cui l’alienazione del bene, incidendo solo sul diritto di proprietà, non può per sé concretare il delitto in esame, si scontra con quanto già rilevato in ordine all’interesse, tutelato dalla norma, alla conservazione del vincolo in vista delle finalità ad esso sottese, suscettibili di radicale frustrazione in presenza della dominante posizione giuridica vantata dal terzo acquirente di buona fede, come dimostra la previsione di cui all’art. 240, comma terzo, cod. pen. (cfr. in argomento, Sez. 6, n. 2182 del 24/11/1981, dep. 03/03/1982, Terzi, Rv. 152570 e, con specifico riferimento alle quote sociali, Sez. 6, n. 3345 del 11/07/1994, dep. 09/11/1994, P.M. in proc. Molino).

Più complessa è la situazione, rivendicata dalla difesa nel presente giudizio, in cui l’alienazione del bene sia giuridicamente inopponibile al sequestrante, in ragione dei pregressi adempimenti diretti ad assicurare la conoscenza del vincolo. Al riguardo va precisato che nel regime all’epoca vigente (anteriore all’intervento del d.l. 29 novembre 2008, n. 185, convertito in legge 28 gennaio 2009, n. 2) l’iscrizione dell’atto nel registro delle imprese serviva a renderlo opponibile ai terzi, mentre l’annotazione nel libro soci esplicava i suoi effetti nei confronti della Società.

Su tale ultimo punto la Corte d’appello, come già ricordato, ha dato preminente rilievo, rispetto alle risultanze documentali, alle dichiarazioni del notaio innanzi al quale fu perfezionata la vendita, secondo le quali l’annotazione nel libro soci non risultava effettuata, aggiungendo anche che comunque, sempre a detta del notaio, in tanto si procedette alla vendita in quanto allo stesso fu consegnata copia del libro soci da cui l’annotazione predetta non risultava. Sta di fatto che il notaio, venuto a conoscenza dell’iscrizione del vincolo presso l’ufficio del registro, ne impose al Corsini l’annotazione nel libro soci prima di iscrivere la vendita nel registro delle imprese.

Si comprende da quanto sopra che il Corsini tentò come minimo di creare le apparenze di un acquisto di quota libera da vincoli nei confronti della Società, con tutto quello che ne poteva conseguire, sul piano pratico della vita della Società (di cui, fra l’altro, era amministratore lo stesso Corsini) e in termini di conflittualità (considerato anche il dato di fondo che la normativa precedente alle modifiche introdotte col d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, applicabile ratione temporis alla fattispecie di causa, non conteneva alcuna espressa disposizione volta a disciplinare l'esercizio di voto e degli altri diritti amministrativi in caso di sequestro di partecipazioni societarie), in ordine al concreto esercizio dei diritti inerenti alla qualità di socio (al voto, agli utili, alla liquidazione, all’opzione etc.), costituita in capo al nuovo quotista in forza della cessione, che, pur se inopponibile al sequestrante, non era inesistente o nulla ma in sé pienamente valida.

Alla stregua di tanto, e richiamati i rilievi sopra svolti in ordine alla penale rilevanza delle condotte atte a rendere anche soltanto più difficoltoso il conseguimento delle finalità afferenti ai beni sottoposti a vincolo, non può ritenersi che la vendita delle quote sociali effettuata dal Corsini, palesemente diretta alla elusione del vincolo, fosse ab origine radicalmente inidonea a creare intralcio alla realizzazione delle finalità ad esso sottese, e va considerata quindi corretta la conclusione della Corte di merito che ha ravvisato nel comportamento dell’imputato il tentativo punibile del reato di cui all’art. 334 cod. pen.


11. Ciò chiarito, deve rilevarsi che il reato in questione non può considerarsi estinto per prescrizione. Invero, essendosi la condotta esaurita il 25 giugno 2002, il termine massimo di prescrizione, pari a sette anni e mezzo, alla stregua degli artt. 157, comma primo, e 161, comma secondo, cod. pen., nel testo come modificato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, applicabile ratione temporis in relazione alla data di emanazione della sentenza di primo grado, a sensi dell’art. 10, comma 3, della stessa legge, come emendato da Corte cost., sent. n. 393 del 2006, sarebbe in astratto decorso il 25 dicembre 2009. Bisogna, però, al riguardo tener conto dei periodi di sospensione della prescrizione, determinati dai rinvii di udienza idonei a determinarli.

Nel corso del giudizio di primo grado vi furono i seguenti rinvii: - dal 25 novembre 2004 al 1° dicembre 2004, per adesione dei difensori all’astensione indetta dalle Camere penali; - dal 23 aprile 2005 al 23 novembre 2005, per impedimento di un difensore; - dal 18 gennaio 2006 all’8 febbraio 2006, per adesione dei difensori all’astensione indetta dalle Camere penali; - dal 21 settembre 2006 al 6 dicembre 2006, per adesione dei difensori all’astensione indetta dalle Camere penali. Nel giudizio di appello vi è stato il rinvio dal 12 marzo 2009 al 10 giugno 2009, per concomitante impegno professionale di un difensore. Si tratta complessivamente di 403 giorni, che vanno considerati per intero, nonostante la disposizione di cui all’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen., nel testo come modificato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251.

La detta disposizione, infatti, non può applicarsi ai rinvii disposti anteriormente all’entrata in vigore della legge n. 251 del 2005 (quale in particolare, in riferimento al caso di specie, quello disposto il 23 aprile 2005). Tale conclusione è imposta dalla sua natura di norma rivolta al giudice, cui è inibito di differire l’udienza, per impedimento delle parti o dei difensori, «oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’impedimento», limite al cui rispetto non poteva evidentemente essere chiamato né tenuto prima che la disposizione esistesse. Non si fa carico di tale decisivo rilievo e non può quindi essere condivisa l’opposta conclusione seguita da Sez. 5, n. 12766 del 16/02/2010, dep. 01/04/2010, Rv. 246877.

Ancora il novellato disposto dell’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen. non può applicarsi al di fuori delle ipotesi ivi espressamente previste («impedimento delle parti o dei difensori») e, quindi, in particolare, per quanto rileva ai fini in discorso, ai rinvii disposti per adesione dei difensori all’astensione indetta dalle Camere penali o per concomitante impegno professionale del difensore. In tal senso si è già coerentemente pronunciata questa Corte con specifico riferimento sia alla prima (Sez. 5, n. 18071 del 08/02/2010, dep. 12/05/2010, Rv. 247142; conformi: n. 44924 del 2007, Rv. 237914, n. 4071 del 2008, Rv. 238544, n. 20574 del 2008, Rv. 239890, n. 25714 del 2008, Rv. 240460, n. 33335 del 2008, Rv. 241387) che alla seconda ipotesi (Sez. 1, n. 44609 del 14/10/2008, dep. 01/12/2008, Rv. 242042).


12. Infondato è anche il sesto motivo di ricorso.

Va premesso che il riconoscimento delle attenuanti generiche risponde ad una facoltà discrezionale del giudice, il cui esercizio - positivo o negativo che sia – deve essere motivato nei limiti atti a far emergere in misura sufficiente la ragione della concreta scelta operata (ex plurimis, Sez. 1, n. 1213 del 17/01/1984, dep. 11/02/1984, Deiana, Rv. 162568).

Nella specie il giudice del merito ha congruamente assolto a tale obbligo, col riferimento alla molteplicità delle condotte censurabili, che rileva ai fini in discorso anche per le imputazioni in ordine alle quali è intervenuta declaratoria di estinzione del reato a seguito di un sostanziale accertamento della responsabilità.

Quanto ai rilievi della mancata resipiscenza dell’imputato e del tradimento della fiducia accordatagli col conferimento degli incarichi, trattasi di elementi legittimamente valutabili in sede di delibazione dei presupposti di concedibilità delle attenuanti generiche, sotto il profilo, quanto al primo, non di un diretto peso sfavorevole della mancata confessione, sibbene di un mancato possibile bilanciamento della presenza di fattori negativi e, quanto al secondo, non del mero riferimento alla natura delle fattispecie, sibbene dei significativi riflessi soggettivi della reiterazione delle condotte.


13. Relativamente, infine, al settimo motivo di ricorso, deve rilevarsi che la specifica doglianza che ne costituisce oggetto - della quale il ricorrente lamenta l’omesso esame da parte del giudice d’appello -, relativa al parallelo giudizio risarcitorio instaurato con successo in sede civile dalla Cassa di Risparmio di Firenze, che avrebbe fatto venir meno il presupposto del diritto al risarcimento e della condanna alla provvisionale disposti in suo favore nel presente giudizio, è stata formulata tardivamente, in quanto dedotta solo all’ultima udienza del giudizio di appello del 10 giugno 2009, in una alla produzione della sentenza civile su cui si basava, laddove, essendo stata tale sentenza emessa in data 3 marzo 2008, ogni ragione in proposito, ricollegabile al capo, già fatto oggetto di impugnazione, relativo alle statuizioni civili disposte in favore della Cassa di Risparmio di Firenze, avrebbe potuto e dovuto essere fatta valere al più tardi con memoria depositata dalla difesa entro il termine di cui all’art. 585, comma 4, cod. proc. pen.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente ai reati di cui ai capi G) e H) dell’imputazione nella qualificazione originaria così ripristinata perché estinti per prescrizione ed elimina le relative pene, principale ed accessoria. Rigetta il ricorso nel resto.

Così deciso il 30 settembre 2010


Il Componente estensore Il Presidente

Arturo Cortese Ernesto Lupo


Depositato in Cancelleria

il 7 dicembre 2010






Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale