La crisi dell'Europa e la nascita dei fascismi 0001000100 ‣ La frattura della guerra



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All'interno del mondo liberal-conservatore, reazionario o autoritario, la concezione della donna è assai simile soprattutto nella difesa della famiglia, nel rafforzamento della componente religioso-educativa, nel ruolo domestico e culturalmente non autonomo in cui la si vuole mantenere. Su questo terreno, per fare un esempio particolare ma significativo, i programmi dei due grandi contendenti per l'egemonia politica in Polonia – la coalizione dei “senza partito” di Pilsudsky e il Partito nazionale democratico di Dmowski – sono assolutamente identici. Più difficile è identificare quale fu la strategia del fascismo e del nazionalsocialismo, tanto nella logica di conquistare adesioni prima della conquista del potere, quanto nel rafforzare il consenso femminile durante gli anni del regime. Di sicuro l'idealizzazione della madre casta in costume contadino convisse, nel nazismo, con l'incoraggiamento della maternità anche per le singole madri55. Di certo il fascismo valorizza la famiglia come fulcro della Nazione (e lo stesso fa il nazismo rispetto alla Razza), non tanto come valore conservatore-religioso: “Immagini femminili erano usate per rappresentare gli ideali per cui gli uomini lottavano: i veterani avevano fatto la guerra nel nome delle loro mogli e figli, così come i fascisti difendevano le donne e i bambini contro gli ebrei e i comunisti (entrambi dipinti spesso come violentatori)”56. Da parte del fascismo e del nazismo, i cui strumenti per il potere sono i partiti di massa, vi è la necessità di incorporare anche le donne nella mobilitazione popolare, organizzandole dentro le proprie istituzioni in cui possono agire con una limitata autonomia che è tuttavia compatibile “con un più sfumato atteggiamento verso le richieste specifiche avanzate dalle diverse componenti del movimento delle donne”57. Anche rispetto alle donne, il fascismo si rivolge all'insieme della società, cercando di reclutare da mondi femminili diversi e magari contraddittori, inserendo tanto il radicalismo egualitario quanto il conservatorismo o il riformismo familista entro l'orizzonte di una Nazione definita in termini populisti.

0001000100 ‣ La rivoluzione italiana e la crisi di Weimar.

L'odio esplose improvvisamente,

senza avviso, dal nulla.

(Christopher Isherwood, 1934)
Tanto la crisi italiana quanto, dieci anni più tardi, quella tedesca, non avevano come unico sbocco possibile la soluzione fascista e nazionalsocialista. Alle indubbie capacità tattiche mostrate sia da Mussolini sia da Hitler nei mesi e nei momenti più acuti delle crisi, vanno aggiunte la sottovalutazione profonda e la convinzione di potere manovrare questi nuovi movimenti da parte delle forze conservatrici tradizionali, tanto politiche che militari.

In poco più di tre anni i “fasci di combattimento” creati da Mussolini nel marzo 1919 mettendo insieme nazionalisti e sindacalisti, antiparlamentari e rivoluzionari, conquistano il potere dopo avere assunto una sempre più netta fisionomia nazionalista e antisocialista. La trasformazione in Partito nazionale fascista, al terzo congresso del movimento nel novembre 1921, consacra una formazione che è di massa per il numero degli iscritti (oltre trecentomila) più ancora che per il consenso elettorale acquisito (35 deputati dentro il Blocco Nazionale nel maggio dello stesso anno). Ma è la duttilità ad adattarsi alle condizioni della lotta politica (di piazza e parlamentare) che fanno del fascismo un elemento sempre più centrale della vita politica italiana: braccio della repressione sociale antisocialista e auspice, in nome dell'ordine, della pacificazione politica con i socialisti; squadrismo diffuso contro il sovversivismo “rosso” e alleanza con Giolitti; reducismo nazionalista e disimpegno nell'avventura dannunziana di Fiume; radicalismo repubblicano e legalismo monarchico.

L'ambivalenza – interpretata dagli avversari come ambiguità e quindi come debolezza – di muoversi sul terreno paramilitare di una violenza aggressiva ma propagandata come difensiva e su quello delle alleanze politiche senza preclusioni, costituisce la novità e la forza del fascismo. L'azione continua a essere ritenuta lo strumento principe per centralizzare un movimento disomogeneo e diviso, ma i contenuti di questa forza d'urto acquistano un carattere sempre più moderato, istituzionale e nazionale che legittimano Mussolini come possibile soluzione di transizione. La marcia su Roma di fine ottobre 1922 viene accolta con indifferenza e presunzione, sottovalutazione e fatalismo dai vertici politici, militari e istituzionali dello stato. La fiducia che il capo del fascismo ottiene in parlamento il 17 novembre 1922 apre la strada al nuovo regime, con l'appoggio di nazionalisti e popolari, liberali e democratici. Nel suo intervento alla Camera, il futuro leader che avrebbe guidato 25 anni dopo la prima repubblica democratica, Alcide De Gasperi, giustificava il suo appoggio al governo, malgrado il “fascismo rivoluzionario” di cui non riusciva ancora a comprendere le intenzioni58.

In Germania la lunga crisi di Weimar è stata generalmente osservata nell'ottica del suo esito conclusivo, tutt'altro che inevitabile e scontato se si considerano le diverse opzioni “autoritarie” che si fronteggiavano confusamente all'inizio degli anni Trenta. Weimar è anche l'esempio di un tentativo di impiantare la democrazia “tra le peggiori condizioni possibili”59, dentro una crisi strutturale del sistema economico e politico internazionale e cercando di tenere insieme le spinte contraddittorie che si erano accumulate almeno dall'inizio del secolo: “Il doppio volto della modernizzazione condizionò la vita quotidiana e dominò anche il dibattito culturale. In un clima di frenetica mondanità, la cultura di Weimar volle interpretare tutti i ruoli possibili della modernità, provandoli e rifiutandoli quasi simultaneamente”60.

Il profondo senso di insicurezza e disorientamento che caratterizza l'esperienza weimariana man mano che prosegue nel suo contraddittorio cammino, ha due radici che sembrano emergere con maggiori evidenza di altre: gli effetti di medio periodo del compromesso sociale e quelli immediati della sua conclusione; la metabolizzazione della sconfitta da parte dell'opinione pubblica e di un corpo sociale frammentato e alla ricerca di una nuova identità comune. Le debolezze del sistema politico di Weimar sono state delineate con chiarezza venti anni fa61. Il sistema proporzionale porta i partiti al centro degli equilibri governativi e li rende simbiotici con gli interessi organizzati (sindacati, industriali, ecc.), concedendo al Presidente del Reich, fortemente influenzato dai gruppi militari e burocratici tradizionali, poteri eccessivi che possono ignorare la volontà della maggioranza. La capacità della socialdemocrazia – a metà tra Klassenpartei e Volkspartei, anche se prevale l'attenzione agli interessi quotidiani della classe operaia organizzata – di guidare il paese tra il 1924 e il 1930, viene messa in discussione con il sopraggiungere dell'onda della crisi economica internazionale. La logica di proteggere, prevalentemente o esclusivamente, i ceti operai e i lavoratori occupati nel corso della depressione, allontana il consenso di disoccupati, classi medie e mondo degli affari, acutizzando il conflitto tra industriali e mostrando l'incapacità istituzionale del sistema politico a organizzare efficaci negoziati sociali tra le diverse élites e i cittadini nel loro complesso: “La Repubblica di Weimar non godè dei vantaggi della capacità istituzionale necessaria a quel tipo di cambiamenti politici che bisogna attendersi nelle repubbliche parlamentari”62.

È la frammentazione dei partiti delle classi medie, conservatori e borghesi, l'incapacità della socialdemocrazia di espandersi oltre il proprio elettorato operaio, il radicalismo retorico dei comunisti, a favorire la conquista nazista di consensi tra disoccupati e insicuri, fautori di soluzioni autoritarie ma anche seguaci di un liberalismo nazionale protezionista e autarchico. Sono in gran parte le divisioni interne alle élites capitaliste (avvantaggiate o strangolate dalla politica delle riparazioni, dalle scelte commerciali e dagli appoggi governativi, dalla logica di welfare che nel 1931 è il più forte ed esteso del mondo) a impedire l'emergere di una politica nazionale; così come è il peso eccessivo della socialdemocrazia a rendere impossibile l'ipotesi di una Grande Coalizione.

Il rivolgersi verso il nazismo di settori forti dell'economia – dalle miniere all'industria pesante e all'agricoltura – è favorito dal crescente consenso popolare, a carattere largamente interclassista, che il nazionalsocialismo è riuscito a conquistare, con una radicale polemica contro le debolezze e divisioni della democrazia parlamentare. Le difficoltà economiche (scarsità di risorse e blocco della crescita) accentuano le tradizionali divisioni sociali, radicalizzando il conflitto distributivo tra le classi. La polarizzazione – esemplificata dalla scelta imprenditoriale di ridurre salari e tenori di vita e porre fine al compromesso sociale, e dall'incapacità socialdemocratica a proporre alternative diverse dalla difesa corporativa degli occupati – spinge le classi medie, timorose di perdere il proprio status, verso ideologie che si presentano come interclassiste e popolari.

Il Partito nazionalsocialista, che inizia la corsa elettorale proprio in concomitanza con la crisi economica nel 1929, affida la propria identità alla lotta contro un governo ritenuto l'emblema della sconfitta e dell'umiliazione nazionale. La Repubblica sembra vivere per inerzia, senza trovare una solida difesa da parte di alcuno del proprio carattere democratico, che era l'unica garanzia possibile per trovare un risvolto positivo della sconfitta bellica. Essa si trova così sottoposta dapprima alle pressioni rivoluzionarie, destinate a spaccare il fronte popolare; successivamente alla sempre più diffusa reazione vittimista e revanscista, che diventa un punto centrale del nuovo nazionalismo a sfondo sempre più dichiaratamente razzista. Il desiderio di rivincita delle élites tradizionali di fronte a una politicizzazione di massa che modernizza il paese in modo più radicale e spregiudicato che altrove, s'intreccia con la perdita di legittimazione della Repubblica a seguito del tramonto del compromesso sociale e della mancanza di solide istituzioni politiche di compensazione. Tra i progetti di svolta autoritaria quello nazionalsocialista si caratterizza per la forte spinta all'integrazione sociale attorno a un'idea etnica ed esclusiva di nazione e di popolo, per la proposta di ricreare grande la Germania dando seguito al suo bisogno di Lebensraum, per la spregiudicatezza dell'uso delle forze paramilitari che raggruppano le giovani generazioni attorno alla priorità dell'azione.

Il bacino elettorale su cui si fonda il nazionalsocialismo (che nel luglio 1932 arriva al 37% dei suffragi) è costituito dai contadini, il gruppo sociale più significativamente abbandonato dai partiti tradizionali, dagli abitanti delle piccole città minacciati e intimoriti dalla modernizzazione (all'epoca il 60% dei cittadini vive in centri con meno di ventimila abitanti), da appartenenti alle classi medie o da disoccupati che hanno precedentemente votato per altri partiti o non avevano votato. La disoccupazione ha colpito circa un terzo della forza-lavoro e ha raggiunto i 6 milioni di persone. L'organizzazione efficiente, la mobilitazione continua, la propaganda a carattere religioso e l'elasticità e disponibilità ad adattarsi alle situazioni locali reclutando le persone più diverse e favorendo una struttura carismatica piramidale, conquista i piccoli centri e le comunità rurali, mentre il radicalismo violento, l'antisocialismo militante, l'insistenza su un nazionalismo intriso di antisemitismo – tratti riassunti nella denuncia della “pugnalata alle spalle” e del pericolo comunista – attraggono seguaci nelle grandi città e vi creano il clima per una richiesta d'ordine e di ripristino dei valori su cui si era andati in guerra nel 1914.

L'erosione e la messa in discussione della stabilità istituzionale, di cui la violenza nazista è responsabile con il suo appello al bisogno borghese di “vigilanza” e l'offerta di sfogo alle tensioni sociali e generazionali postbelliche, è accompagnata da una promessa di legge e ordine che è anche minaccia di ulteriore insicurezza e pericolo. “La violenza politica nella Repubblica di Weimar comportò un processo assai complicato di negoziazione pubblica, che risiedette pesantemente su una sorta di approvazione popolare per la sfida al monopolio della forza da parte dello stato”63.

Se al fascismo italiano ci vollero alcuni anni per rendere stabile e irreversibile la dittatura fascista, il nazionalsocialismo ottenne lo stesso risultato in pochi mesi dal momento in cui Hindeburg, a fine gennaio 1933, dette l'incarico a Hitler di formare un governo di coalizione, e con rapide tappe: lo scioglimento del parlamento, l'incendio del Reichstag, il decreto “per la protezione del popolo e dello stato” che mette fuori legge i comunisti e sopprime i diritti costituzionali fondamentali, le elezioni di marzo con il raggiungimento del 43,9% dei voti, la sostituzione dei governi regionali non allineati con governatori nominati da Berlino, il rogo dei libri contrari allo spirito nazionale tedesco e contaminati dal bolscevismo e dal giudaismo.

0001000100 ‣ Il fascismo come problema storiografico.

Voglio dichiarare con chiarezza ed enfaticamente

che in Italia non esiste nulla che possa far parlare

di tirannia o di soppressione della libertà personale

come è garantita dalla costituzione in ogni terra civilizzata.

Crediamo che Mussolini goda dell'appoggio entusiasta

e dell'ammirazione di coloro soddisfatti di un ordine

e prosperità a un livello mai conosciuti

in Italia e probabilmente senza confronti oggigiorno

anche tra le altre grandi nazioni

che stanno ancora patendo per la guerra.

(Winston Churchill, 1926)
Nelle sue grandi linee, le indicazioni interpretative riassunte da Mosse nel 1979 sono ancora tra le più efficaci e convincenti: “Il fascismo fu dappertutto un ``atteggiamento verso la vita'' fondato su una mistica nazionale che poteva variare da una nazione all'altra. Fu anche una rivoluzione, che si sforzò di scoprire una ``terza via'' tra marxismo e capitalismo, ma che cercava tuttavia di sfuggire a un concreto cambiamento economico e sociale ripiegando sull'ideologia (la ``rivoluzione dello spirito'' di cui parlava Mussolini e la ``rivoluzione tedesca'' di Hitler). Esso incoraggiò però l'attivismo, la lotta contro l'ordine esistente”64.

La contrapposizione durata per anni tra studiosi che hanno privilegiato l'analisi delle idee e delle tendenze culturali sottese all'esperienza fascista (le “origini ideologiche”), e storici interessati alla specifica esperienza del fascismo tra le due guerre con una forte enfasi sulle scelte politiche compiute dai movimenti e regimi (definire il fascismo è scriverne la storia, avrebbe detto Angelo Tasca), ha dato luogo negli ultimi anni alla ricerca di un consenso su alcuni punti fermi, denominatori comuni, definizioni generiche, che hanno ampliato l'arco delle interpretazioni riassuntive: in molti casi sulla base di una differenziazione puramente nominalistica e sulla rivendicazione autoreferenziale a una primogenitura terminologica.

Sull'importanza del nazionalismo (definito una volta come “ipernazionalismo palingenetico”, un'altra come “ultranazionalismo populista” e un'altra ancora come “nationalism plus ”), Mosse aveva riassunto una già ricca stagione di studi ricordando come fosse “il nazionalismo, la forza essenziale che in primo luogo rese possibile il fascismo”65. Che questo nazionalismo fosse di tipo nuovo e particolare (organico, olistico, radicale), capace di trascendere le ideologie coeve (liberalismo e socialismo) era più importante che attribuirgli un carattere controrivoluzionario o la discendenza dissidente dalla tradizione socialista, perché in questo modo si potevano seguire le dinamiche di trasformazione con cui l'esperienza del potere e le influenze esterne condizionavano e modificavano le idee e la pratica del fascismo. Scavenger 66 fu il termine con cui Mosse riassunse la capacità del fascismo di appropriarsi di tutto ciò che tra Ottocento e Novecento aveva ideologicamente affascinato avanguardie e masse: romanticismo, liberalismo, socialismo, modernismo tecnologico, socialdarwinismo, creando un intreccio tra attivismo e ordine, rivoluzione e assorbimento delle tradizioni del passato.

L'eclettismo rappresenta l'originalità, la forza e la caratteristica del fascismo, che punta con “determinazione a portare il nazionalismo in prima linea della vita politica e sociale, calpestando ogni cosa per subordinarla alle sue esigenze”67. La nazione, nell'ottica fascista, comprende il popolo (la cultura e il sangue sottoposti all'autorità dello stato), il territorio (fondato sulla storia che ne rivendica l'espansione), la società (intesa come comunità integrata, unita contro i nemici esterni e capace di emarginare quelli interni), la cultura (tanto le espressioni artistiche canonizzate e accettate dal regime quanto le attività rituali collettive che diventano momento d'identità quotidiana), la politica (vista come attivismo e come “stile”, capace di mettere in comunicazione il popolo e il suo duce nella subordinazione alla Nazione). Il discorso che ne emerge è sostanzialmente antirazionalistico, essenzialistico, anche se utilizza i mezzi della comunicazione moderna, gli strumenti della propaganda e le risorse dell'ingegneria sociale.

Il progetto organico d'integrazione sociale perseguito dal fascismo si sviluppa nella fase di movimento soprattutto come attivismo govanile che si autoproclama laboratorio del nuovo uomo fascista, come violenta distruzione dei responsabili del declino e della crisi della nazione e come proposta interclassista di un partito che annacqua sempre più il proprio programma economico e sociale. Nella costruzione del regime il partito unico diventa il fulcro della nuova architettura politica e istituzionale, che si identifica e appropria dell'orizzonte nazionale attraverso la mitizzazione del passato. La progressiva identificazione di fascismo e nazione, grazie alla costruzione continua di una lealtà alla Patria che solo il regime riesce a garantire, si proietta in una dimensione che – diventando imperiale – cercherà (pretenderà) di trascendere le precedenti antinomie e contraddizioni interne. Il fascismo fu così “un progetto unico di ingegneria sociale di massa che adattò una tradizione intellettuale alle circostanze della propria epoca, produsse uno stile idiosincratico di pratica politica e particolarizzò il contenuto della sua utopia attraverso una sintesi dell'ideologia con l'azione”68.

Lo “stile” della politica fascista può essere riassunto – anche se certo non ridotto – nel binomio di violenza e consenso, che conobbe momenti cronologicamente alterni di egemonia e di emergenza all'interno del movimento e del regime, e che ebbe articolazioni differenti nell'esperienza italiana e in quella tedesca. L'avere introdotto la violenza nella politica – in forme attiviste e dinamiche presentate come difensive, all'opposto di quelle socialiste e comuniste che, pur quando si proponevano in un'ottica rivoluzionaria, sembravano mancare di una coerente volontà di brutalità – è un elemento chiave del successo fascista perché accentua e legittima la crisi parlamentare e l'esito antiparlamentare che essa potrà prendere in seguito. È attraverso la violenza che il fascismo riesce a mantenere e riproporre l'esperienza della guerra entro il proprio orizzonte, occupando un vuoto che la sinistra

– sottovalutando per ostilità ideologica e retaggio pacifista la forza politica del mito della guerra69 – aveva lasciato scoperto, dimenticando quanto “la guerra [fosse assunta] a simbolo della gioventù, del suo attivismo, del suo ottimismo e del suo eroico sacrificio”70.

Il fascismo cresce nella modernità creata dalla guerra e la sua violenza si manifesta in modo tutt'altro che irrazionale: come violenza agraria, e cioè come risposta alla minaccia di collasso sociale; come violenza squadrista, e cioè come mezzo di affermazione politica e di promozione sociale dentro il movimento, come risposta comportamentale e impulsiva ai valori etici di una borghesia impaurita e divisa. L'agenda rivoluzionaria del fascismo si presenta con il volto di una modernizzazione generazionale che alimenta tensioni e disordini ma propone integrazione e ordine. “Il fascismo è un genere di politica di massa moderna e rivoluzionaria, che mentre è estremamente eterogenea nella sua base sociale e nella ideologia specifica promossa dalle sue numerose mutazioni, trae la sua coesione e ruolo guida da un mito centrale che da un periodo percepito come declino e decadenza nazionale crea la strada per un periodo di rinascita e rinnovamento in un nuovo ordine post-liberale”71. La capacità di attrarre seguaci appartenenti alle diverse classi da parte dei fascismi si accentua una volta raggiunto il potere. Nella fase del movimento sono i rappresentanti delle classi medie (la piccola borghesia di cui parlava Salvemini per il fascismo o la borghesia ordinata ridicolizzata da Kraus per il nazismo) a costituire il supporto elettorale della militanza giovanile del partito e dei gruppi paramilitari. Una volta divenuto regime, il fascismo articola una politica di ricerca del consenso che è anticipata da una serrata e violenta strategia repressiva e che si concretizza nella progressiva conquista dello stato da parte del partito unico, con cui tenderà a identificarsi.

In Italia, “l'insediarsi della politica, sotto forma di organizzazione di partito, tra amministrazione pubblica e cittadini”72 trasforma in modo radicale anche se non improvviso l'apparato dello stato e le istituzioni pubbliche, contribuendo a un crescente controllo dello stato sulla società e a una presenza sempre più forte del partito sullo stato. Alla fine degli anni Venti, infatti, “l'amministrazione pubblica emergerà succube di una nuova ``razionalità'', quella tutta politica, della ricerca del consenso delle masse di cui costituirà parte integrante il ``popolo numeroso'' degli uffici”73. L'espandersi di una nuova burocrazia, più giovane e con radici geografiche centro-settentrionali e non più meridionali, rappresenta al tempo stesso il riconoscimento tangibile del regime al sostegno offerto al primo fascismo dai giovani studenti, professionisti, ex uffficiali e disoccupati, ma anche la crescente affinità sociologica tra il partito che ha conquistato il potere e lo stato che esso ha progressivamente occupato. Il prevalere di una cultura amministrativa di tipo politico (clientelare e con tratti di modernizzazione ed efficienza) su quella tradizionale di taglio giuridico (con maggiori aspirazioni universalistiche e garantiste), rende la burocrazia statale l'epitome della classe media di cui il regime farà la base sociale della nuova identità nazionale del paese.

Anche in Germania i ceti impiegatizi e professionali allargano il proprio appoggio al regime, il cui dinamismo modernizzatore fondato sul riarmo e su progetti di vasto respiro (ad esempio la rete autostradale) raccoglie un consenso legato alla grandezza riconquistata dalla nazione e al suo ruolo internazionale. La svolta in politica estera, soprattutto a partire dal 1936, per la creazione di un nuovo ordine territoriale, permette di leggere come continuità delle precedenti aspirazioni nazionali la nuova strategia aggressiva fondata sul Lebensraum. La visione fascista del Mare Nostrum e quella nazista di un impero “orientale” vanno ben oltre le tradizionali politiche espansionistiche manifestate dai due paesi soprattutto prima della guerra mondiale; sono la combinazione di elementi geopolitici e ideologici che fondano sulla razza o nella storia (il glorioso passato) il diritto di rivendicare una grandezza futura. In quest'ottica gli obiettivi particolari dei due regimi “vennero messi in ordine di precedenza (l'Adriatico, il Nord Africa, Suez e i Balcani meridionali per l'Italia; la Mitteleuropa e l'Unione Sovietica per la Germania), ma la tempistica e la pianificazione furono largamente determinate dall'opportunità e dalle limitazioni esterne”74. Opportunismo e flessibilità da parte dei due regimi non nascondono una minore coerenza ideologica, ma la valorizzano, anzi, nel suo aspetto di sublimazione imperiale, in cui le aspirazioni nazionaliste e identitarie che erano state mobilitate in precedenza si coniugano con il destino e l'ineluttabilità della storia.




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