La disciplina La potestà disciplinare



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La disciplina
1. La potestà disciplinare

Gli avvocati debbono adempiere al loro ministero con dignità e con decoro, come si conviene all'altezza della funzione che sono chiamati ad esercitare nell'amministrazione della giustizia (art.12 R.D.L. n.1578/33).

Gli avvocati, come abbiamo visto, prestano giuramento, giurando di adempiere ai doveri professionali con lealtà, onore e diligenza (art.12 R.D.L. n.1578/33).

Gli avvocati che si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell'esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale sono sottoposti a procedimento disciplinare (art. 38 R.D.L. n.1578/33).

Gli avvocati, dunque, rispondono non solo per condotte inerenti lo svolgimento dell’attività forense in senso stretto, ma anche per fatti non legati all’esercizio della professione, che si riverberano negativamente sulla figura dell’avvocato in senso lato, andando a lederne gli essenziali valori della dignità e del decoro.

In sostanza, l’avvocato ha dei doveri etici additivi intimamente connessi al suo particolare ruolo nella giurisdizione e nella società.

La competenza a procedere disciplinarmente appartiene tanto al Consiglio dell'Ordine che ha la custodia dell'albo in cui il professionista è iscritto, quanto al Consiglio nella giurisdizione del quale è avvenuto il fatto per cui si procede ed è determinata, volta per volta, dalla prevenzione (art. 38, comma secondo, R.D.L. n.1578/33).

La competenza territoriale è dunque concorrente e vale il criterio anzidetto.

I conflitti di competenza fra i Consigli sono decisi dal Consiglio Nazionale Forense (art. 3 D.lgs. C.P.S. 597/47, art. 49 R.D.L. n. 1578/33 e art. 56 del R.D. n. 37/34).

Il potere disciplinare è esercitato di ufficio o su richiesta del Pubblico Ministero presso la Corte di appello o il Tribunale ovvero su ricorso dell’interessato.

Il potere disciplinare in confronto degli avvocati che sono componenti di un Consiglio locale appartiene al Consiglio costituito nella sede della Corte d'appello (c.d. distrettuale). Se egli appartiene a quest'ultimo, è giudicato dal Consiglio costituito nella sede della Corte d'appello più vicina (art. 1 D.lgs. C.P.S. n. 597/47).
2. Le sanzioni disciplinari

Le pene disciplinari, da applicarsi secondo i casi, sono:

1) l'avvertimento, che consiste nel richiamare il colpevole sulla mancanza commessa e nell'esortarlo a non ricadervi, ed è dato con lettera del Presidente del Consiglio dell'ordine; 2) la censura, che è una dichiarazione formale della mancanza commessa e del biasimo incorso; 3) la sospensione dall'esercizio della professione per un tempo non inferiore a due mesi e non maggiore di un anno; 4) la cancellazione dall’albo; 5) la radiazione dall’albo (art. 40 R.D.L. n.1578/33).

La cancellazione e la radiazione producono gli stessi effetti; si ritiene che la cancellazione vada comminata per fatti meno gravi rispetto a quelli che comportano la radiazione.

La radiazione è pronunciata contro l'avvocato che abbia comunque, con la sua condotta, compromesso la propria reputazione e la dignità della classe forense (art. 41 R.D.L. n.1578/33).

Le sanzioni disciplinari, dunque, si dividono in formali (avvertimento e censura), e sostanziali (sospensione, cancellazione e radiazione).

Le prime non pregiudicano lo svolgimento dell’attività professionale, le seconde, viceversa, impediscono temporaneamente o definitivamente l’esercizio della professione.

La graduazione delle sanzioni è collegata alla gravità della condotta.

Non sono previste circostanze attenuanti o aggravanti, atteso che la valutazione del fatto è complessiva, anche in relazione alla presenza o all’assenza di precedenti condanne.

Il professionista radiato dall'albo può esservi reiscritto purché siano trascorsi almeno cinque anni dal provvedimento di radiazione, e, se questa derivò da condanna, sia intervenuta la riabilitazione. Il termine è di sei anni se la condanna fu pronunciata per delitto commesso con abuso di prestazione dell'opera di avvocato o di procuratore, ovvero per delitto contro la Pubblica Amministrazione, contro l'Amministrazione della giustizia, contro la fede pubblica o contro il patrimonio. Il termine rispettivo di cinque e di sei anni decorrerà, nel caso in cui il professionista sia stato sottoposto a sospensione cautelare, dalla data di sospensione. Sull'istanza di riammissione provvede il Consiglio dell'ordine che tiene l'albo per il quale è domandata la reiscrizione (art. 47 R.D.L. n.1578/33).

Il Consiglio dell’Ordine dovrà valutare se ricorrono tutti i requisiti di legge per l’iscrizione con le necessarie e rigorose cautele.

La reiscrizione può essere richiesta anche dall’avvocato che fu cancellato dall’albo a seguito della relativa sanzione disciplinare.

Secondo il C.N.F., la richiesta di reiscrizione va proposta, in analogia con quanto previsto per il caso della radiazione, soltanto dopo il decorso del periodo di cinque anni (C.N.F. 16 giugno 2003 n. 158).

Viceversa, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza n. 11653 del 21/05/2008, ha ritenuto che non sia applicabile in via analogica l’anzidetto termine. La richiesta di reiscrizione può, dunque, essere proposta ancor prima, ma in ogni caso dopo la decorrenza dell’anno dalla cancellazione, che rappresenta il termine massimo della sanzione disciplinare della sospensione. “La durata del tempo decorso dalla cancellazione può essere valutata ai fini dell’apprezzamento della sussistenza del requisito della condotta specchiatissima ed illibata previsto dall’art.17 dell’R.D.L. n.1578/33”.

3. Le sanzioni disciplinari di diritto (radiazione, cancellazione e sospensione)

Le sanzioni disciplinari di diritto della radiazione e della cancellazione dall’albo sono previste dall’art. 42 del R.D.L. n. 1578/33.

Importano la radiazione:

a) l'interdizione perpetua dai pubblici uffici o dall'esercizio della professione di avvocato;

b) la condanna per uno dei reati preveduti negli articoli 372 (falsa testimonianza), 373 (falsa perizia o interpretazione), 374 (frode processuale), 377 (subornazione), 380 (patrocinio o consulenza infedele) e 381 (altre ipotesi di infedeltà del patrocinatore o del consulente tecnico) del codice penale.

Si ritiene che anche la condanna per il reato previsto dall’art. 377 bis del codice penale (induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria), introdotto dalla legge 1/3/2001 n. 63 comporti la radiazione.

Importano la cancellazione: l'interdizione temporanea dai pubblici uffici o dall'esercizio della professione di avvocato, il ricovero in ospedale giudiziario nei casi indicati nell'articolo 222, secondo comma, del codice penale, l'assegnazione ad una colonia agricola od a una casa di lavoro.

Le ipotesi di sospensione sono previste dall’ art. 43 del R.D.L. n. 1578/33.

I provvedimenti sono adottati dal Consiglio dell'ordine, sentito il professionista. Per analogia va assegnato il termine previsto dall’ art. 45 del R.D.L. n. 1578/33.

Si applica l’art. 45 del R.D. n. 37/34 che disciplina il procedimento garantistico.


4. La sospensione cautelare

Il terzo comma dell’art. 43 del R.D.L. n. 1578/33 prevede la sospensione cautelare facoltativa:

“ Il Consiglio può pronunciare, sentito il professionista, la sospensione dell'avvocato sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale o contro il quale sia stato emesso mandato od ordine di comparizione o di accompagnamento, senza pregiudizio delle più gravi sanzioni ”.

La sospensione cautelare non ha natura di mera sanzione disciplinare ma è un provvedimento precauzionale e per la sua applicazione non è necessario che il C.d.O. valuti la fondatezza della incolpazioni o delle imputazioni penali, ma solo la gravità delle stesse e l’opportunità della sospensione, ove ritenga possa configurarsi a causa del comportamento del professionista una situazione di allarme per il decoro e la dignità dell’intera classe forense (C.N.F. 29/3/2003 n. 45).

L’avvocato va sentito con l’osservanza del termine di comparizione di dieci giorni; la mancata osservanza di detto termine ha carattere relativo e resta sanata se l’interessato nulla abbia eccepito ed abbia altresì proposto le sue difese nel merito (C.N.F. 2172/2005 n. 32).

Egli può essere assistito da un difensore.

Il principio, anche se non espressamente enunciato, si ricava dal sistema delle garanzie previste dal R.D.L. n. 1578/33 e dal R.D. n. 37/34.

Nella sospensione cautelare (al pari di quella di diritto) non si applica la durata, da due mesi ad un anno, prevista per la sanzione disciplinare della sospensione.

La sospensione cautelare può essere sempre revocata, quando vengono a cessare gli elementi che la determinarono (gravità, strepitus fori, turbamento e clamore suscitati nella opinione pubblica).

La sospensione cautelare (e la revoca) va comunicata a tutti i Consigli dell'Ordine degli avvocati ed alle autorità giudiziarie del distretto al quale il professionista appartiene (art. 46 R.D.L. n. 1578/33).

Il periodo di sospensione cautelare sofferto può essere scomputato dalla sanzione disciplinare della sospensione, eventualmente irrogata dal Consiglio dell'Ordine in relazione al medesimo fatto.

Il provvedimento è immediatamente esecutivo e l’impugnazione al Consiglio Nazionale Forense non ne sospende l’efficacia.

5. La sospensione per omesso pagamento delle tasse al Consiglio

dell’ Ordine

I contributi previsti dal d. lgs. 23 novembre 1944, n. 382 a favore dei Consigli dell’Ordine, anche se trattasi di contributi arretrati, debbono essere versati nel termine stabilito dai Consigli medesimi.

Coloro che non adempiono al versamento possono essere sospesi dall’esercizio professionale, osservate le forme del procedimento disciplinare.

La sospensione così inflitta non è soggetta a limiti di tempo ed è revocata con provvedimento del Presidente del Consiglio dell’Ordine quando l’iscritto dimostri di aver pagate le somme dovute (art. 2 L. 3/8/1949 n. 536).


6. La prescrizione

L’azione disciplinare si prescrive in cinque anni (art. 51 R.D.L. n. 1578/33).

“La pretesa punitiva esercitata dal Consiglio dell’Ordine forense in relazione agli illeciti disciplinari commessi dai propri iscritti ha natura di diritto soggettivo potestativo che, sebbene di natura pubblicistica, resta soggetto a prescrizione quinquennale, tale dovendosi intendere il termine di cui all’art. 51 del r.d.l. n. 27 novembre 1933, n. 1578, suscettibile dell’interruzione ad effetto istantaneo di cui all’art. 2943 cod. civ. anche per effetto dei successivi atti compiuti dal titolare dell’azione disciplinare in pendenza del relativo procedimento. E poiché il giudizio che segue alla conclusione della fase amministrativa dinanzi al Consiglio dell’Ordine, ha come oggetto non un mero sindacato di legittimità sull’atto di applicazione della sanzione disciplinare, ma la relazione tra il potere disciplinare e la soggezione a tale potere, resa concreta dall’incolpazione contestata, come si desume dai poteri di indagine del Consiglio Nazionale Forense, (r.d. 22 gennaio 1934, n. 37, art. 63, u.c.), anche alla fase giudiziale del procedimento si estende la norma sulla prescrizione, che ha la funzione di escludere che l’infrazione possa ancora avere rilevanza”(Cassazione Sez. Unite 25/7/2007 n. 16402).

“Ai sensi dell’art. 51 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, l’azione disciplinare nei confronti dell’avvocato si prescrive nel termine di cinque anni, che decorrono dal giorno di realizzazione dell’illecito, ovvero, se questo consista in una condotta protratta, definibile in termini penalistici permanente o continuata, dalla data di cessazione della condotta stessa”(Cass. Sez. Unite 1.10.2003 n. 14620).


Il procedimento disciplinare
“ Il Consiglio dell'Ordine non può infliggere nessuna pena disciplinare senza che l'incolpato sia stato citato a comparire davanti ad esso, con l'assegnazione di un termine non minore di dieci giorni, per essere sentito nelle sue discolpe ” (art. 45 R.D.L. n. 1578/33).

Il procedimento disciplinare, dinanzi il Consiglio dell’Ordine, ha natura amministrativa e si conclude con l’emanazione di una decisione, assolutoria o di condanna.

La normativa che regola la materia prevede unicamente l’ apertura del procedimento disciplinare (art. 38 R.D.L. n. 1578/33).

Il Presidente del Consiglio dell'ordine deve dare immediata comunicazione all'interessato ed al Pubblico Ministero dei procedimenti disciplinari che sono stati iniziati (art. 47 R.D. n. 37/34).

Solitamente i Consigli dell’Ordine hanno introdotto, o nel regolamento amministrativo o con apposito deliberato, un filtro, dai più definito

“ fase delle indagini conoscitive ” o “ fase preliminare ”, finalizzato

all’ acquisizione in via sommaria di elementi per archiviare il caso, ove appaia evidente l’insussistenza della violazione del codice deontologico.

Questo filtro, da un alto, permette di risparmiare una notevole attività amministrativa, conseguente all’ automatica apertura del procedimento disciplinare e alla chiusura dello stesso per archiviazione, e dall’altro permette di portare a conoscenza dell’avvocato un fatto su cui dovrà fornire i necessari chiarimenti, senza però subire l’onta di ricevere la notizia della pendenza di un procedimento disciplinare, a suo carico, comunicata anche al Procuratore della Repubblica.

Nell’ipotesi in cui il Consiglio ritenga che la vicenda non possa essere risolta nella fase preliminare ovvero che gli esiti della fase preliminare non sono tali da consentire l’archiviazione della notizia, delibera l’apertura del procedimento disciplinare e la comunica, come detto, all’interessato e al P.M.. “La comunicazione deve contenere la enunciazione sommaria dei fatti per i quali il procedimento è stato iniziato. Lo stesso Presidente, o un componente del Consiglio da lui delegato, raccoglie quindi le opportune informazioni ed i documenti che reputa necessari ai fini del procedimento, nonché le deduzioni che gli pervengano dall'incolpato e dal pubblico ministero, stabilisce quali testimoni siano utili per l'accertamento dei fatti e provvede ad ogni altra indagine” (art. 47 primo e secondo comma, R.D. n. 37/34).

All’esito dell’istruttoria, il Consiglio dell’Ordine ha due possibilità: o disporre l’archiviazione qualora il materiale probatorio acquisito non consenta di poter utilmente continuare a sostenere la contestazione, oppure disporre il rinvio a giudizio.

La delibera di archiviazione va comunicata all’interessato, al P.M. e all’esponente, ove il procedimento sia stato iniziato sulla prospettazione di quest’ultimo.

Nella seconda ipotesi, “ Il Presidente nomina poi il relatore tra i componenti del Consiglio, e fissa la data della seduta per il giudizio, ordinando la citazione dell'incolpato ” (art. 47 R.D. n. 37/34).

Il termine minimo è di dieci giorni (art. 45 R.D.L. n. 1578/33).

“ La citazione è notificata all'incolpato ed al pubblico ministero. Essa deve contenere: 1) le generalità dell'incolpato; 2) la menzione circostanziata degli addebiti; 3) l'indicazione del luogo, del giorno e dell'ora della comparizione, con l'avvertimento che l'incolpato potrà essere assistito da un difensore, e che, in caso di mancata comparizione, sarà proceduto al giudizio in sua assenza;


4) l'elenco dei testimoni che saranno presentati in giudizio;
5) il termine entro il quale l'incolpato, il suo difensore e il pubblico ministero potranno prendere visione degli atti del procedimento, proporre deduzioni ed indicare testimoni; 6) la data e la sottoscrizione del Presidente.

Ordinata la notificazione dell'atto di citazione, il Presidente provvede anche per la citazione dei testimoni ” (art. 48 R.D. n. 37/34).

Si ritiene che il termine previsto al numero 5) anzidetto, possa essere prorogato con provvedimento motivato a richiesta dell’incolpato o del Pubblico Ministero. Nel procedimento disciplinare dinanzi ai Consigli dell’Ordine le parti sono esclusivamente l’incolpato/i ed il Pubblico Ministero (non l’esponente).

“ L'incolpato ed il Pubblico Ministero, qualora inducano testimoni a termini del n. 5 dell’art. 48 n. R.D. n. 37/34, debbono esporre sommariamente le circostanze sulle quali intendono che i testimoni siano esaminati.

Il Presidente del Consiglio dell'ordine, ordina la citazione dei testimoni indicati.
Qualora non sia possibile provvedere tempestivamente per la citazione dei testimoni indicati, il Presidente ordina il rinvio del giudizio ad altra prossima seduta, dandone immediatamente comunicazione all'incolpato, al Pubblico Ministero ed ai testimoni già citati ” (art. 49 R.D. n. 37/34).

Tutti i consiglieri dell’Ordine devono essere preavvertiti dell’udienza fissata per il dibattimento con qualsiasi mezzo idoneo al conseguimento dello scopo.

“ Nella seduta stabilita, il relatore espone i fatti e le risultanze del procedimento. Viene interrogato quindi l'incolpato, sono esaminati i testimoni e il difensore è ammesso ad esporre le sue deduzioni.
L'incolpato ha per ultimo la parola, se la domanda.
Qualora l'incolpato non si presenti né giustifichi un legittimo impedimento, si procede in sua assenza ” (art. 50 R.D. n. 37/34).

“ Per l'istruttoria nei procedimenti disciplinari il Consiglio dell'ordine ha facoltà di sentire testimoni.

In confronto dei testimoni sono applicabili le disposizioni degli artt. 358 e 359 – ora 198 e 207 – del codice di procedura penale ” (art. 48 R.D. L. n. 1578/33).

Si ritiene che, pur in assenza di specifica disposizione, il testimone vada sollecitato a dire la verità con il richiamo della formula prevista dall’art. 497 c.p.p. e 251 c.p.c.

In caso di rifiuto ( in considerazione della natura amministrativa del procedimento), ne va dato atto a verbale per i conseguenti effetti sull’ apprezzamento della deposizione.

“ Chiusa la discussione, il Consiglio delibera fuori della presenza dell'incolpato e del difensore.

Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni dell'art. 473 del codice di procedura penale (art. 525, 527, e 544 c.p.p.).

La decisione è redatta dal relatore e deve contenere la esposizione dei fatti, i motivi sui quali si fonda, il dispositivo, l'indicazione del giorno, del mese e dell'anno in cui è pronunziata e la sottoscrizione del Presidente e del segretario. Essa è pubblicata mediante deposito dell'originale negli uffici di segreteria ” (art. 51 R.D. n. 37/34).

La decisione può essere di assoluzione, oppure di condanna, nel senso che l’incolpato viene ritenuto responsabile delle formulate contestazioni e per l’effetto viene condannato alla sanzione disciplinare ritenuta di opportunità.

Le decisioni sono prese a maggioranza ed in caso di parità prevale il voto più favorevole all’incolpato.

Le sanzioni disciplinari (sospensione, cancellazione e radiazione), ove definitive, sono comunicate a tutti i Consigli dell'Ordine degli Avvocati ed alle autorità giudiziarie del distretto al quale il professionista appartiene (art. 46 R.D.L. n. 1538/33).

“Nei procedimenti disciplinari relativi agli avvocati si devono seguire, quanto alla procedura, le norme particolari che per ogni singolo istituto sono dettate dalla legge professionale ed, in mancanza, sono applicabili quelle del codice di procedura civile, mentre le norme del codice di procedura penale si applicano soltanto quando la legge professionale faccia espresso rinvio ad esse, ovvero sorga la necessità di applicare istituiti che hanno il loro regolamento esclusivamente nel codice di procedura penale” (Cass. S.S. U.U. 12/6/1989 n. 558 e 3 maggio 2005 n. 9097).


Le impugnazioni.
1. Ricorso al C.N.F.

Le decisioni dei Consigli dell'ordine locali sono notificate in copia integrale entro quindici giorni all'interessato ed al Pubblico Ministero presso il Tribunale, al quale sono comunicati contemporaneamente anche gli atti del procedimento disciplinare. Il Pubblico Ministero presso il Tribunale riferisce entro dieci giorni con parere motivato al Pubblico Ministero presso la Corte d'appello. Quest'ultimo e l'interessato possono, entro venti giorni dalla notificazione di cui al comma precedente, proporre ricorso al Consiglio nazionale forense. Nel caso che abbia ricorso soltanto il professionista, il Pubblico Ministero può proporre ricorso incidentale entro quindici giorni dalla scadenza del termine di cui al comma precedente. Per effetto del ricorso incidentale il Consiglio nazionale può, limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti, infliggere al professionista ricorrente una pena disciplinare più grave, per specie e durata, di quella inflitta dal Consiglio dell'ordine. Il ricorso incidentale mantiene efficacia nonostante la successiva rinuncia del professionista al proprio ricorso.

Il ricorso ha effetto sospensivo.

Gli effetti del ricorso sono limitati ai professionisti che lo hanno proposto. (art. 50 R.D.L. n. 1578/33).

Il ricorso al Consiglio Nazionale Forense è presentato negli uffici del Consiglio che ha emesso la pronuncia, e deve contenere l'indicazione specifica dei motivi sui quali si fonda, ed essere corredato della copia della pronuncia stessa, notificata al ricorrente.

Agli effetti della decorrenza del termine per il ricorso incidentale preveduto nell'art. 50, comma terzo, R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, si ha riguardo alla data in cui è stata fatta la notificazione del provvedimento impugnato al professionista interessato e, nel caso di più professionisti, alla data dell'ultima notificazione.

L'ufficio del Consiglio comunica immediatamente, in copia, alle altre parti il ricorso che sia stato presentato a norma del comma primo del presente articolo. Al Pubblico Ministero è anche comunicata la data dell'ultima notificazione del provvedimento impugnato ai professionisti interessati.

Il ricorso e gli altri atti del procedimento rimangono depositati negli uffici del Consiglio per il termine di dieci giorni dalla scadenza di quello stabilito per ricorrere. Nel caso di cui all'art. 50, comma terzo,


del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, il termine del deposito decorre dalla scadenza di quello stabilito per il ricorso incidentale.
Fino a quando gli atti rimangono depositati le parti interessate possono prenderne visione, proporre deduzioni ed esibire documenti.
Il ricorso e gli altri atti nonché le deduzioni ed i documenti anzidetti sono quindi trasmessi al Consiglio nazionale forense (art. 59 R.D. n. 37/34).

La segreteria del Consiglio nazionale forense, non appena ricevuti gli atti di cui al precedente articolo, li comunica al Pubblico Ministero presso la Corte di cassazione della Repubblica, che ne curerà la restituzione non oltre quindici giorni dalla ricezione.

Contemporaneamente la stessa segreteria avverte il ricorrente e le altre parti interessate che gli atti rimarranno depositati negli uffici del Consiglio nazionale per il termine di dieci giorni a decorrere dal giorno successivo a quello in cui il Pubblico Ministero deve effettuarne la restituzione.
Ai fini della comunicazione preveduta nel precedente comma, come di ogni altra, nonché delle notificazioni prescritte, le parti interessate devono tempestivamente eleggere il proprio domicilio in Roma presso una persona od un ufficio e darne avviso alla segreteria del Consiglio nazionale. In mancanza della elezione di domicilio, le comunicazioni e le notificazioni sono fatte mediante deposito nella segreteria del Consiglio nazionale.

Nel procedimento davanti al Consiglio nazionale il professionista interessato può essere assistito da un avvocato iscritto nell'albo speciale di cui all'art. 33 del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, munito di mandato speciale (art. 60 R.D. n. 37/34).

Il Consiglio dell’Ordine locale è stato ritenuto contraddittore necessario.

Al termine del procedimento, il C.N.F. formula la decisione in nome del Popolo Italiano.

Le decisioni sono redatte dal relatore e devono contenere l'indicazione dell'oggetto del ricorso, le deduzioni del ricorrente, le conclusioni del Pubblico Ministero, quando sia intervenuto, i motivi sui quali si fondano, il dispositivo, l'indicazione del giorno, del mese e dell'anno in cui sono pronunziate, la sottoscrizione del Presidente e del segretario.
Esse sono pubblicate mediante deposito dell'originale nella segreteria del Consiglio. Una copia ne è comunicata immediatamente al Procuratore generale presso la Corte di cassazione, al quale debbono essere comunicate anche le date in cui siano state eseguite le notificazioni delle decisioni stesse alle altre parti interessate (art. 64 R.D. n. 37/34).

Le decisioni del Consiglio Nazionale Forense costituiscono l’estrinsecazione della sua funzione giurisdizionale, quale giudice speciale.


2. Ricorso alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione

Le decisioni del Consiglio nazionale forense sono notificate, entro trenta giorni, all'interessato ed al Pubblico Ministero presso la Corte di appello ed il Tribunale della circoscrizione alla quale l'interessato appartiene.

Nello stesso termine sono comunicate al Consiglio dell'ordine della circoscrizione stessa.

Gli interessati ed il Pubblico Ministero possono proporre ricorso avverso le decisioni del Consiglio Nazionale Forense alle sezioni unite della Corte di Cassazione, entro trenta giorni dalla notificazione, per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge.

Il ricorso non ha effetto sospensivo. Tuttavia l'esecuzione può essere sospesa dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, in camera di consiglio, su istanza del ricorrente. Il ricorso deve essere deciso nel termine di 90 giorni.

Nel caso di annullamento con rinvio, il rinvio è fatto al Consiglio nazionale forense, il quale deve conformarsi alla decisione della Corte circa il punto di diritto sul quale essa ha pronunciato (art. 56 R.D.L. n. 1578/33).

Legittimati a proporre il ricorso sono: l’incolpato, il Consiglio dell’Ordine ed il procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

Il ricorso, proposto da uno degli anzidetti legittimati, deve essere notificato agli altri legittimi contraddittori (Cass. Sez. Unite 6.6.2003 n. 9075).

Nei quindici giorni successivi alla notificazione il ricorso deve essere presentato nella cancelleria della Corte assieme all'atto originale di notificazione ed alla copia della decisione impugnata, che è stata notificata al ricorrente.

Il ricorso è sottoscritto dal ricorrente o da un suo procuratore munito di mandato speciale, e deve contenere l'esposizione dei fatti e dei motivi sui quali si fonda, nonché la elezione di domicilio in Roma, con l'indicazione della persona o dell'ufficio presso cui la elezione è fatta.


Le altre parti interessate possono fare pervenire le loro deduzioni entro il termine di venti giorni successivi alle notificazioni del ricorso (art. 66 R.D. n. 37/34).

Il procedimento dinanzi la Corte di Cassazione è regolato dall’art. 67 del R.D. n. 37/34: “La cancelleria della Corte di cassazione comunica senza ritardo copia del ricorso al Procuratore generale presso la stessa Corte, e richiede gli atti del procedimento alla segreteria del Consiglio nazionale, che ne cura la immediata trasmissione.

Pervenuti gli atti e trascorsi i termini di cui all'articolo 66 del R.D. n. 37/34, il Primo Presidente della Corte di cassazione fissa l'udienza in cui il ricorso deve essere discusso, nomina il relatore e dispone che gli atti siano comunicati al Pubblico Ministero.

Il provvedimento che stabilisce l'udienza per la discussione del ricorso è comunicato alle parti almeno quindici giorni prima. L'interessato, nell'udienza stabilita, è ammesso ad esporre le sue difese


personalmente o per mezzo di un avvocato iscritto nell'albo speciale di cui all'art. 33 del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, munito di mandato speciale.

La Corte decide, sentite le conclusioni del Pubblico Ministero.


Si osservano, per il rimanente, le disposizioni, in quanto applicabili, del procedimento davanti alla Corte di Cassazione in materia civile ”.

A proposito del ricorso proposto dall’avvocato personalmente, si ritiene che:

a) è inammissibile la difesa personale dell’incolpato non iscritto all’albo speciale;

b) è inammissibile la difesa personale dell’incolpato, anche se iscritto nell’albo speciale, ove lo stesso sia destinatario del procedimento della radiazione, cancellazione e sospensione (anche cautelare).

Con l’occasione si delinea il quadro dell’assistenza tecnica nei procedimenti disciplinari:

- nella fase dinanzi ai Consigli dell’Ordine locali, in considerazione della natura amministrativa della medesima, l’incolpato (avvocato o praticante avvocato) può difendersi personalmente;

- nella fase dinanzi al C.N.F., in considerazione della natura giurisdizionale della medesima, l’incolpato-praticante avvocato deve necessariamente farsi difendere da un avvocato iscritto nell’albo speciale; viceversa l’incolpato-avvocato può difendersi personalmente, anche in presenza di una sanzione di carattere sostanziale, atteso l’effetto sospensivo dell’impugnazione. Egli può, comunque, essere assistito da un avvocato iscritto nell’albo speciale;

- nella fase dinanzi alla Corte di Cassazione, si richiama quanto sopra esposto, in quanto le decisioni del C.N.F. sono esecutive con la loro pubblicazione, con la conseguenza che l’avvocato, anche se iscritto nell’albo speciale, perde lo ius postulandi.




Applicazione delle sanzioni.
Come abbiamo già visto, il Consiglio dell’Ordine, che ha la custodia dell’albo al quale il professionista è iscritto, è tenuto a dare esecuzione alle deliberazioni dell’altro Consiglio (art. 38 R.D.L. n. 1578/33).

Si sono formati due orientamenti.

Il primo, secondo il quale, è necessario una deliberazione del Consiglio dell’Ordine per assicurare concreta attuazione alla sanzione e per permettere di eseguire le comunicazioni previste dall’art. 46 R.D.L. n. 1578/33.

Il secondo, secondo il quale, non v’è bisogno di alcuna deliberazione integrativa, atteso che:

a) le decisioni amministrative dei Consigli dell’Ordine locali diventano esecutive se non vengono impugnate nei venti giorni successivi alla loro notificazioni;

b) le decisioni giurisdizionali del Consiglio Nazionale Forense sono esecutive con la loro pubblicazione.

Si preferisce la soluzione intermedia, ovvero che:

- nelle decisioni dei Consigli dell’Ordine locali deve essere espressamente indicato che le sanzioni irrogate hanno efficacia dal ventunesimo giorno dalla loro notificazione, se non impugnate.

- le decisioni del Consiglio Nazionale Forense, esecutive ai sensi dell’art. 56 del R.D.L. n. 1578/33, hanno efficacia dalla loro notificazione all’incolpato; non soddisfa, infatti, il criterio della pubblicazione, atteso che non ne consegue automaticamente la conoscenza da parte dell’incolpato.

Le comunicazioni ex art. 46 del R.D.L. n. 1578/33 non svolgono alcun ruolo attivo, nel senso che non si pongono quale elemento indefettibile per l’applicazione delle sanzioni.

Le comunicazioni possono, comunque, essere effettuate tempestivamente, ove vi sia la piena collaborazione tra istituzioni.

Rapporto tra procedimento disciplinare e processo penale.
L’avvocato che sia stato sottoposto a procedimento penale è sottoposto anche, qualora non sia stato radiato a termini dell'art. 42 del R.D.L. n. 1578/33 (cfr Cap. XXII n. 3), a procedimento disciplinare per il fatto che ha formato oggetto dell'imputazione, tranne il caso che sia intervenuta sentenza di proscioglimento perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso (art. 44, primo comma, R.D.L. n. 1578/33).

La Corte di Cassazione a Sezione Unite n. 14985 del 15/7/2005 ha al riguardo affermato “ Sulla base del generalissimo principio secondo il quale la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c.c.), può allora concludersi confermando l’orientamento espresso con la sentenza n. 9893/93 secondo la quale “Agli effetti della prescrizione dell’azione disciplinare di cui all’art. 51 del R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 (ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore), occorre distinguere il caso in cui il procedimento tragga origine da fatti punibili solo in tale sede, in quanto violino esclusivamente i doveri di probità, correttezza e dirittura professionale, dal caso in cui il procedimento disciplinare (che, ai sensi dell’art. 44, primo comma, del citato R.D.L., è obbligatorio) abbia luogo per fatti costituenti anche reato e per i quali sia stata iniziata l’azione penale. Mentre nella prima ipotesi il termine quinquennale di prescrizione decorre dal giorno della consumazione del fatto, nella seconda il termine predetto non può decorrere che dalla definizione del processo penale e cioè dal giorno in cui la sentenza penale diviene irrevocabile, restando irrilevante il periodo decorso dalla commissione del fatto all’instaurazione del procedimento penale, anche se in tale periodo il Consiglio dell’Ordine, venuto a conoscenza del fatto, abbia avviato il procedimento disciplinare, per poi sospenderlo di fronte all’avvenuto inizio dell’azione penale. L’indicata disciplina non è mutata per effetto dell’art. 653 del (nuovo) codice di procedura penale né è incisa dall’art. 2 l. n. 241/90 (nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi ”.

In conclusione, l’esercizio del potere disciplinare del Consiglio dell’Ordine degli avvocati trova la sua regolamentazione o nell’art. 38 o nell’art. 44.

Queste norme contengono due discipline differenti poiché:

1) l’azione disciplinare dell’art. 38 è collegata ad ipotesi generiche ed a fatti anche atipici, nonostante il tentativo di tipizzazione posto in essere con la redazione di un Codice deontologico; contempla un potere di iniziativa abbastanza discrezionale, che può essere esercitato con il solo riferimento alla condotta tenuta dall’iscritto, con la conseguenza che il termine prescrizionale incomincia a decorrere dalla commissione del fatto;

2) l’azione disciplinare dell’art. 44 è collegata, invece, ad un fatto storico preciso (sentenza penale che non sia di proscioglimento perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso); ha come oggetto lo stesso fatto che ha costituito oggetto di imputazione; ha natura obbligatoria quanto alla sua instaurazione; non può essere iniziata prima che si sia verificato il presupposto, per cui la prescrizione incomincia a decorrere da quando il diritto di punire può essere esercitato, e cioè dal passaggio in giudicato della sentenza penale, che costituisce un fatto esterno alla condotta” (sentenza n. 14985 del 15/7/2005 e n. 20843 del 5/10/2007).

Nulla, però, vieta al Consiglio dell’Ordine locale di contestare all’iscritto il fatto penalmente rilevante come illecito disciplinare in sé, ove ritenga di poter procedere alla completa disamina della vicenda, con i mezzi di accertamento di cui dispone.

Così, se l’avvocato è sottoposto a procedimento penale per reati associativi, è evidente come il Consiglio dell’Ordine non abbia i poteri di indagine necessari per stabilire se l’iscritto abbia o meno commesso il fatto – reato.

In questo caso e negli altri consimili, il Consiglio dell’Ordine farà bene ad attendere gli esiti del giudizio penale.

Se viceversa, l’avvocato è sottoposto a procedimento penale per essersi appropriato del denaro di un suo cliente, il Consiglio dell’Ordine ben potrà decidere di contestare direttamente il fatto all’iscritto.

Potrebbe, così, sembrare che la celerità dell’intervento punitivo del Consiglio dell’Ordine sia inversamente connesso alla gravità dei fatti; celere per quelli meno gravi e lento, anzi lentissimo per quelli gravi.

Ma, in verità, non è così, atteso che il Consiglio dell’Ordine ha la possibilità di procedere alla sospensione cautelare dell’iscritto (cfr. pagg. 6 e 7).




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