La dottrina dell’essere



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Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche

LA DOTTRINA DELL’ESSERE

A)
QUALITÀ

a) ESSERE.


§ 86.

Il puro essere forma il cominciamento, perché esso è così pensiero puro da essere immediato semplice e indeterminato; e il primo cominciamento non può esser niente di mediato e di più particolarmente determinato.

Tutti i dubbi e le obiezioni, che possono esser fatte contro il cominciar la scienza con l'essere astratto e vuoto, si eliminano grazie alla semplice considerazione della natura del co­minciamento. L'essere può esser determinato come io = io, come l'assoluta indifferenza o identità ecc. Nel bisogno di co­minciare o da un qualcosa di certo o da una definizione o intuizione della verità assoluta, queste forme possono essere considerate come se dovessero essere le prime. Ma, poiché dentro ognuna di queste forme si trova già la mediazione, esse non sono vera­mente le prime.

Se l'essere viene enunciato come predicato dell'assoluto, si ottiene la prima definizione di questo: l'assoluto è l'essere. Ed è, nel pensiero, la definizione rudimentale, la più astratta e la più povera.


§ 87.

Ora, questo puro essere è la pura astrazione, e, per conseguenza, è l'assolutamente negativo, il quale, preso anche immediatamente, è il niente.

1) Segue da ciò la seconda definizione dell'assoluto: che esso è il niente. La quale definizione, per altro, è già contenuta nell'affermazione: che la cosa in sé è l'indeterminato, è ciò che è affatto privo di forma e perciò di contenuto. — 2) Quando l'anti­tesi è espressa in questa immediatezza come di essere e di niente sembra troppo stravagante e la riflessione si mette perciò alla ricerca di una determina­zione precisa, per mezzo della quale l'essere possa esser distinto dal niente. E l'essere viene considerato, per es., come ciò che per­dura in ogni cambiamento, la materia infinitamente determina­bile ecc., o anche, senza alcuna riflessione, una qualsiasi singola esistenza, il primo fatto sensibile o spirituale che si ha sotto mano. Se non che tutte queste determinazioni ulteriori, e più concrete, non ci danno più l'essere come puro essere, quale è qui imme­diatamente nel cominciamento. In questa pura indeterminatezza, e per questa solo, esso è niente, un qualcosa d'ineffabile, la cui differenza dal niente è una mera intenzione.—Ciò che occorre, è solo di acquistar chiara coscienza di tali principi: che cioè essi non sono se non codeste astrazioni vuote, e ciascuna delle due tanto vuota quanto l'altra: la tendenza a trovar nell'essere, o in entrambi, un significato determinato, è la necessità stessa la quale fa che l'essere e il niente si spingano più innanzi, e confe­risce loro un significato vero, cioè concreto. Questo andar oltre è lo sviluppo logico, ed è il processo che si esporrà nella trattazione che segue. - Ogni significato, che esse ricevono in séguito, è perciò da considerare soltanto come una determina­zione più precisa e una definizione più vera dell'asso­luto: una cosa siffatta non è più una vuota astrazione come l'essere e il niente, ma piuttosto qualcosa di concreto, di cui entrambi, l'essere e il niente, sono momenti.
§ 88.

Reciprocamente, il niente, considerato come codesto immediato eguale a sé stesso, è il medesimo che l'essere. La verità dell'essere come del niente è perciò l'unità d'entrambi. Questa unità è il divenire.

1) La proposizione: l'essere e il niente sono lo stesso, sembra all'intelletto, così paradossale, che forse non la ritiene come detta sul serio. Ed in­fatti essere e niente sono l'antitesi in tutta la sua immediatezza, senza che nell'uno sia già posta una determinazione che contenga la sua relazione con l'altro. Essi però contengono que­sta determinazione, come è stato mostrato nel paragrafo prece­dente: la determinazione, che è appunto la medesima in entrambi.

La deduzione della loro unità è quindi del tutto analitica: come il procedere della filosofia non è altro se non il porre esplicitamente ciò che è già conte­nuto in un concetto. — Ma non meno esatta dell'unità dell'essere e del niente è anche l'affermazione, che essi sono affatto diversi: — l'uno non è ciò che è l'altro. Se non che, non essendosi qui la differenza ancora determinata, (perché essere e niente sono ancora l'immediato) essa resta, quale è in essi, l'ineffabile, la semplice intenzione.

2) Non ci vuole una grande spesa di spirito per volgere in ridicolo la proposizione che l'essere e il nulla sono il medesimo, o per accampare una serie di assurdità, asserendo falsamente che siano conseguenze e applicazioni di quel detto: per es., che, secondo esso, è tutt'uno che la mia casa, le mie sostanze, l'aria da respirare, questa città, il sole, il diritto, lo spirito, Dio, siano o non siano. In siffatti esempi vengono introdotti surrettiziamente esseri particolari e poi si domanda se a me sia indifferente che la cosa sia o non sia. In questi casi, viene sostituita una differenza, piena di contenuto, alla differenza, vuota, dell'essere e del niente. Tali oggetti concreti sono qualcosa di ben diverso che non un semplice essere e non essere. - Allorché in generale un qualcosa di concreto è stato sostituito all'essere o al niente, l'irriflessione fa poi al solito suo: prende una cosa affatto diversa e ne parla come se fosse quella di cui si di­scorre; —e qui si discorre invece soltanto dell'essere e niente astratti.

3) E' facile dire che non si riesce a comprendere l'unità dell’essere e del niente. In quanto il non poter comprendere esprime soltanto la mancanza d'abitudine a fissare concetti astratti, senz'alcun miscuglio sensibile, e a cogliere propo­sizioni speculative, non c'è altro da dire se non che il modo del sa­per filosofico è certamente diverso dal modo del sapere al quale si è abituati nella vita ordinaria; come è diverso anche da quello, che domina in altre scienze. Ma, se il non comprendere significa sol­tanto che l'unità dell'essere e del niente non si può rappresen­tare, l'affermazione è così poco esatta che, anzi, ognuno ha infinite rappresentazioni di quella unità. L'esempio, che si offre più prossimo, è il divenire. Ognuno ha una rappresentazione del divenire, e vorrà anche am­mettere che è una rappresentazione: ammetterà inoltre, che quando la si analizza, vi appare contenuta non solo la determinazione dell'essere, ma anche quella di ciò che è l'altro di esso, del niente; inoltre ancora, che queste due rappresentazioni si tro­vano indivise in quell'unica rappresentazione; cosicché il dive­nire è unità dell'essere e del niente. — Un esempio, parimente alla portata di tutti, è quello del cominciamento: la cosa nel suo cominciamento non è ancora, ma questo non è solo il niente della cosa: vi è già colà dentro il suo essere. Il cominciamento medesimo è anche divenire, ed esprime già il riguardo al processo ulteriore. Si potrebbe pensare il cominciamento come cominciamento, e analizzare questa rappresentazione: così forse si accetterebbe più facilmente, come risultato dell'analisi, l'afferma­zione: che l'essere e il niente si mostrano inseparabilmente con­giunti in uno.

4) Il divenire è la vera espressione del risultato di essere e niente come l'unità di essi: e non è soltanto l'unità dell'essere e del niente, ma è l'ir­requietezza in sé, - l'unità, che non è senza movimento, ma che mediante la diversità dell'essere e del niente è in sé contro sé stessa.— L'essere determinato1, per contrario, è questa unità, o il divenire in questa forma dell'unità; perciò l'essere determinato è unilate­rale e finito. L'antitesi è come se fosse sparita:è contenuta nell'unità solo implicitamente2, ma non è posta nell'unità.

5) Alla proposizione “l'essere è il trapasso nel niente e il niente il trapasso nell'essere,” ­si suole contrapporre l'altra: “dal niente nasce niente, qualcosa viene solo da qualcosa”, la proposizione dell'eternità della materia,del panteismo. La proposizione “da qualcosa nasce qualcosa, o dal niente nasce niente” toglie, di fatto, il divenire; giacché ciò da cui qualcosa di­venta, e ciò che diventa, sono una medesima cosa: resta solo la proposizione dell'astratta identità intellettuale. Ma deve apparire oggetto di meraviglia il sentire ripetere anche ai giorni nostri con disinvoltura le proposizioni: da niente nasce niente, o da qualcosa solo nasce qualcosa; senza aver coscienza che esse formano il fon­damento del panteismo, e senza mostrar di sapere che gli antichi esaurirono già ogni considerazione che si possa fare intorno ad esse.


b) ESSERE DETERMINATO.
§ 89.

Nel divenire, l'essere come tutt'uno col niente, il niente tutt'uno con l'essere, sono soltanto evanescenti; il divenire coincide, mediante la sua contraddizione in sé, con l'unità, nella quale entrambi sono tolti: il suo risultato è quindi l'essere determinato.

Quando in un qualsiasi oggetto o concetto viene mostrata la contraddizione (-e non vi ha nulla in cui non si possa e debba mostrar la contraddizione, cioè le determinazioni opposte; - l'astrarre dell'intel­letto è il violento afferrarsi a una determinazione, uno sforzo per oscurare e allontanare la coscienza dell'altra determinazione che colà si trova), - quando, dico, una tale contraddizione è ricono­sciuta, si suole trarne la conclusione: dunque, questo oggetto è niente; come Zenone per primo mostrò del movimento, che esso si contraddice e perciò non è. Questa dialettica si arresta semplicemente al lato ne­gativo del risultato; ed astrae da ciò che realmente si ha innanzi, un risultato determinato, qui un puro niente, ma un niente che include l'essere, ed egualmente un essere che include in sé il niente. Così 1) l'essere determinato è l'unità dell'essere e del niente, nella quale è sparita l'immediatezza di queste determina­zioni, e, nella loro contraddizione, un'unità, nella quale esse sono soltanto momenti; 2) poiché il risultato è la contraddizione superata, esso si trova nella forma di sem­plice unità con sé; o anche come un essere, ma un essere con la negazione o la determinatezza: è il divenire, posto nella forma di uno dei suoi momenti, dell'essere.
§ 90.

a) L'essere determinato è l'essere con un determinato carattere, che è immediato, ossia è, semplicemente: la qualità. L'essere determinato, riflesso in sé in questo suo carattere, è qualcosa che è là, il qualcosa. — Bisogna indicare ora in modo soltanto sommario le categorie, che si svolgono nell'essere determinato.


§ 91.

La qualità (come determinazione che semplicemente è, di fronte alla negazione contenuta in essa, ma da essa distinta) è realtà. La negazione (non più come il niente astratto, ma come un essere determinato e un qualcosa) è soltanto forma per questo qualcosa; è l'esser altrimenti. La qualità, poiché questo esser altrimenti è la sua propria determinazione, ma distinta dapprima da essa, - è l'esser per un altro, - un'espansione dell'essere determinato, del qualcosa. L'essere della qualità come tale, di fronte a questo riferimento ad altro, è l'essere a sé .


§ 92

b) L'essere, fissato come distinto dalla determinazioni (l'essere a sé), sarebbe solo la vuota astrazione dell'essere. Nell'essere determinato, la determinazione è una con l'es­sere, ed insieme, posta come negazione, è limite, è bar­riera. Perciò l'esser altro non è un momento indiffe­rente fuori di esso, ma è suo proprio momento. Qualcosa è, mediante la sua qualità, in primo luogo, finito, in se­condo, mutevole; cosicché la finitezza e la mutevolezza appartengono al suo essere.


§ 93.

Il qualcosa diventa un altro; ma l'altro è anche un qualcosa; dunque, diventa parimente un altro: e così all'infinito.


§ 94.

Questa infinità è la cattiva infinità o negativa, giac­ché essa non è se non la negazione del finito, il quale però nasce di nuovo e per conseguenza non è ancor superato: - vale a dire, questa infinità esprime solo il dover essere del superamento del finito. Il progresso all'infinito si arresta alla dichiarazione della contraddizione, contenuta nel finito, che questo, cioè, è tanto qualcosa quanto l'altro; è il perpe­tuo proseguire del cambiamento di queste determinazioni. che s'ingenerano l'una dall'altra.


§ 95.

c) Ciò che in realtà si ha innanzi, è che l'qualcosa di­venta altro, e l'altro altro ancora. Il qualcosa in relazione a un altro, è già anche un altro verso lo stesso; e, poiché ciò nel quale trapassa, è del tutto il medesimo di ciò che trapassa (entrambi non hanno alcuna ulteriore determina­zione se non quest'una e medesima, di essere un altro), così il qualcosa, nel suo trapasso in altro, si accompagna solo con sé stesso: e questo riferimento a sé stesso, nel trapasso e nell'altro, è la vera infinità. O, considerato negativa­mente: ciò che viene cangiato, è l'altro, diventa l'altro dell'altro. Così è l'essere, ma restaurato come negazione della negazione; ed è l'essere per sé.

Il dualismo, che rende insuperabile l'antitesi di finito ed infi­nito, non fa la semplice considerazione, che per tal modo l'infinito è solo uno dei due; che con ciò viene reso un qualcosa di soltanto particolare, rispetto al quale il finito è l'altro particolare. Un tale infinito, che è soltanto un particolare, è accanto al finito; ha in questo appunto la sua barriera e il suo limite; non è l'infinito, ma è solamente finito. —In tal relazione, dove il finito è da un lato, l'infinito dall'altro, il primo di qua, l'altro di là, al finito viene attribuita la stessa dignità di sussistenza e indipendenza, che si attribuisce all'infinito: l'esser del finito è fatto un essere assoluto: esso, in codesto dualismo, sta saldo per sé. Se, per così dire, fosse toc­cato dall'infinito, sarebbe annientato; ma non può essere toccato dall'infinito: un abisso, un baratro invalicabile deve aprirsi fra i due; l'infinito persiste di là, il finito di qua. L'affermazione del fermo persistere del finito di fronte all'infinito crede di es­sere al disopra di ogni metafisica; ma, invece sta interamente sul terreno dell'ordinaria metafisica intellettualistica. Accade qui il medesimo di ciò che esprime il progresso infinito: una volta si ammette che il finito non sia a sé e per sé, che non gli spetti realtà indipendente, non l'essere assoluto; che esso sia solo qualcosa di transitorio; l'altra volta, tutto ciò viene dimenticato, e si rappresenta il finito come soltanto posto di fronte all'infinito, affatto separato da questo, e sottratto all'annientamento, indi­pendente e persistente per sé. — Il pensiero crede per tal modo di elevarsi all'infinito, e gli accade il contrario: di giungere cioè a un infinito che è solo un finito, e, per contro, il finito, che era stato scacciato, ritenerlo sempre e farne un assoluto.

Se, dopo l'esposta considerazione circa la nullità dell'antitesi intellettualistica di finito ed infinito, si può qui riuscire facil­mente all'affermazione cha l'infinito e il finito sono uno: che la vera infinità viene determinata ed enunciata come unità del finito e dell'infinito; è da osservare che quest'affermazione con­tiene certamente qualcosa di giusto, ma è pure storta e falsa come quella già notata dell'unità dell'essere e del niente. E suscita inoltre il giustificato rimprovero di finizzare l'infinità, di concepire un infinito finito. Giacché in quelle parole il finito appare come la­sciato intatto; non viene espressamente espresso come superato. O, se si riflette che esso, posto come tutt'uno con l'infinito, non po­trebbe certamente restare ciò che era fuori di questa unità, e do­vrebbe perdere almeno qualcosa della sua determinazione (come l'alcalino combinato con l'acido perde alcune delle sue proprietà), succede proprio lo stesso all'infinito, che, come il negativo, è da parte sua parimente smussato al contatto dell'altro. In effetti, così succede anche all'astratto ed unilaterale infinito dell'intelletto. Se non che, il vero infinito non si comporta soltanto come l'acido uni­laterale, ma si conserva: la negazione della negazione non è una neutralizzazione: l'infinito è l'affermativo, e solo il finito è il su­perato.

L'essere determinato, concepito dapprima solo secondo il suo essere o la sua affermazione, ha realtà (§ 91); e, per conseguenza, anche la finità è dapprima nella determinazione della realtà. Ma la verità del finito è invece la sua idealità. Egualmente, l'infinito dell'intelletto, che, posto accanto al finito, è anche sol uno dei due finiti, è qualcosa di non vero, d'ideale. Questa idealità del finito è la proposizione fondamentale della filosofia, e ogni vera filosofia è perciò idealismo. Quel che importa è di non prendere per infinito ciò che per la sua determinazione stessa è stato reso un particolare e un finito.— Perciò si è qui con tanta in­sistenza richiamata l'attenzione su questa distinzione, dalla quale dipende il concetto fondamentale della filosofia, il vero infinito. Questa distinzione viene esaurita con le riflessioni svolte in questo paragrafo, che sono del tutto semplici, e perciò forse poco appa­riscenti, ma pure inconfutabili.

C) L'ESSERE PER SÉ.


§ 96.

a) L'esser per sé, come relazione con sé stesso, è imme­diatezza; e, come relazione del negativo con sé stesso, è il per-sé-stante, l'Uno: ciò che, per essere indifferenziato in sé stesso, esclude l'altro.


§ 97.

3) La relazione, che il negativo ha con sé stesso, è rela­zione negativa, perciò distinzione dell'uno da sé stesso, repulsione dell'uno, cioè posizione di molti uni. Rispetto all'immediatezza del per-sé-stante, questi molti sono; e la repulsione degli uni, che sono, diventa così la loro repul­sione reciproca, o un escludersi reciproco.


§ 98.

c) I molti sono, tuttavia, l'uno ciò che è l'altro, cia­scuno è uno, o anche uno dei molti; essi sono perciò uno e medesimo. O, considerata la repulsione in sé stessa, essa, come comportamento negativo dei molti uni tra di loro, è anche essenzialmente la relazione degli uni con gli altri; e, poiché quelli ai quali l'uno si riferisce nel suo repellere sono uno, l'uno si riferisce in essi a sé stesso. La repul­sione è perciò anche attrazione; e l'uno esclusivo, o il per-sé-stante, si sopprime. La determinatezza qualitativa, che ha raggiunto nell'uno il suo essere determinato in sé e per sé, è così trapassata nella determinazione soppressa, cioè nell'essere come quantità.

La filosofia atomistica è il punto di vista nel quale l'asso­luto si determina come per-sé-stante, come uno, e come molti uni. Come loro forza fondamentale, è stata anche ammessa la repul­sione, che si mostra nel concetto dell'uno; ma non già l'attrazione sebbene il caso, vale a dire ciò che è privo di pensiero, ha da metterli insieme. Fissato l'uno come uno, l'unirsi di esso con altro è da considerare di certo come qualcosa di affatto estrinseco. – Il vuoto, che è l'altro principio aggiunto all'atomo, è la repulsione stessa rappresentata come il niente, che è, fra gli atomi. –La più recente atomistica, — e la fisica conserva ancor sempre questo principio, — ha rinunziato agli atomi, in quanto essa si attiene alle piccole particelle, alle molecole: così si è più avvicinata al rappresentare sensibile, ma ha abbandonato la determinazione pensante. — Mettendosi inoltre accanto alla forza repulsiva quella attrattiva, il contrasto viene reso completo; e si è menato gran vanto della scoperta di questa cosiddetta forza della natura. Ma il riferimento di entrambe l'una all'altra, che costituisce la concretezza e la verità di esse, sarebbe da trarre fuori della torbida confusione nella quale è stata lasciata anche da Kant nei suoi Principi metafisici della scienza della natura. - Più ancora che nelle cose fisiche, la concezione atomistica è diventata importante, ai tempi nostri, nelle politiche. Secondo essa, il volere dei singoli come tale è il principio dello Stato; la forza attrattiva è la particolarità dei bisogni e delle tendenze; e l'universale, lo Stato stesso, è la relazione esterna del contratto.

B)

QUANTITÀ



a) LA QUANTITÀ PURA.
§ 99.

La quantità è il puro essere, in cui la determinazione è posta non più come una con l'essere stesso, ma come superata o indifferente.

1) L'espressione grandezza non è espressione adatta per la quantità, giacché essa designa principalmente la quantità deter­minata. 2) La matematica suole definir la grandezza come ciò che può essere aumentato o diminuito; e, quantunque questa de­finizione sia difettosa, contenendo già in sé il definito, vi è dentro tuttavia questo pensiero: che la determinazione di gran­dezza è tale da esser posta come mutevole e indifferente in modo che, nonostante una mutazione di essa, un aumento d'in­tensità o di estensione, la cosa, per es. una casa, un rosso, ecc.. non cessa di essere casa, rosso, ecc. 3) L'assoluto è pura quantità: — questo punto di vista coincide in generale con quello che dà all'assoluto la determinazione di materia, nella quale certa­mente la forma esista, ma sia una determinazione indifferente. Anche la quantità costituisce la determinazione fondamentale dell'assoluto, quando è concepita in modo che in quello, nell'asso­lutamente indifferente, ogni differenza sia solo quantitativa. —Del resto, il puro spazio, il tempo ecc. possono essere presi come esempi della quantità, se il reale viene concepito come riempi­mento indifferente dello spazio o del tempo.
§ 100.

La quantità, anzitutto, nel suo immediato riferimento a sé stessa, o nella determinazione dell'eguaglianza con sé stessa posta mediante l'attrazione, è continua; —nell'altra determinazione dell'uno in essa contenuta, è grandezza discreta. Quella quantità però è anche discreta, giacché è continuità del molto: questa è anche continua, la sua con­tinuità è l'uno come il medesimo dei molti uni, l'unità.

1) Le grandezze continue e discrete non debbono dunque esser considerate come specie, quasiché la determinazione dell'una non convenga all'altra, ma esse si distinguono solo in ciò che lo stesso tutto una volta è posto sotto l'una, un'altra volta sotto l'altra delle sue determinazioni. 2) L'antinomia dello spazio, del tempo o della materia, in riguardo alla loro divisibilità all'infinito o al loro consistere d'indivisibili, non è altro che l'affermazione della quan­tità una volta come continua, un'altra volta come discreta. Se lo spazio, il tempo, ecc., sono posti soltanto con la determinazione di quantità continua, essi sono divisibili all'infinito; ma con la determinazione di grandezza discreta sono divisi in sé e consi­stono di uni indivisi; l'un modo di pensare è così unilaterale come l'altro.
b) IL QUANTO.
§ 101.

La quantità, posta essenzialmente con la determinazione esclusiva che in essa è contenuta, è il quanto, la quantità limitata.


§ 102.

Il quanto ha il suo svolgimento e la completa determinatezza nel numero, che avendo per suo elemento l'uno contiene in sé, secondo il momento della discrezione, moltitudine"; secondo quello della continuità, l'unità! che sono i momenti qualitativi dell'uno.

Nell'aritmetica le operazioni del calcolo sogliono esser presentate come maniere accidentali di trattare i numeri. Se ii esse dev'esserci una necessità e quindi un'intelligenza, questa deve essere riposta in un principio, e il principio può esser soltanto nelle determinazioni, che sono contenute nel concetto stesso de numero: siffatto principio deve esser qui brevemente mostrato. —Le determinazioni del concetto del numero sono la moltitudine e l'unità; e il numero stesso è l'unità di entrambe. Ma l'unità applicata a numeri empirici è soltanto l'eguaglianza di essi: onde il principio dei modi di calcolare dev'essere di porre i nu­meri nella relazione di unità e di moltitudine, e produrre l'egua­glianza di queste determinazioni.

Essendo gli uni o i numeri stessi indifferenti tra loro, l'unità nella quale essi. sono posti appare anzitutto come un collegamento estrinseco. Calcolare è perciò anzitutto contare; e la differenza dei modi di calcolare sta soltanto nella costituzione qualitativa dei numeri, che sono contati insieme; e per tale costituzione il principio è la determinazione di unità e moltitudine.

Numerare viene in primo luogo, cioè fare il numero in ge­nerale, aggruppare molti, uni a piacere. — Un modo di calco­lare però è il contare insieme quelli, che sono già numeri e non più semplici uni.

I numeri sono immediatamente e dapprima, in modo del tutto indeterminato, numeri in genere, disuguali perciò in genere: l'aggruppamento, o contamento di essi, è l'addizione.

La determinazione, che segue subito dopo, è che i numeri sono eguali in generale, perciò costituiscono una unità, e che si ha una moltitudine di essi: il contare siffatti numeri è il mol­tiplicare; —nel che è indifferente come siano ripartite le deter­minazioni della moltitudine e dell'unità tra i due numeri, i fat­tori: quali di essi siano presi per la moltitudine, e quali invece per l'unità.

La terza determinazione è, finalmente, l'eguaglianza della moltitudine e dell'unità. Il contare insieme i numeri così determinati è l'elevazione a potenza,—e dapprima a qua­drato.— L'ulteriore elevazione a potenza è continuare formal­mente la moltiplicazione del numero per sé stesso; il che si perdé di nuovo nella moltitudine indeterminata. — Poiché in questa terza determinazione si raggiunge l'eguaglianza completa del-1 unica distinzione esistente, cioè della moltitudine e dell'unità, non vi possono essere più di questi tre modi di calcolare. — 41 sommare corrisponde la scomposizione dei numeri secondo le stesse determinazioni. Vi sono perciò, accanto ai tre modi indicati, che possono esser denominati positivi, tre modi negativi.


C) IL GRADO.



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