La famiglia



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L’autore
La famiglia

Ettore Schmitz, vero nome di Italo Svevo, nasce a Trieste il 19 dicembre 1861 da un’agiata famiglia ebrea. Il padre, Francesco Schmitz, di origine ungherese ma “assimilato”1 ben presto all’ambiente triestino, era cresciuto in una famiglia molto povera, e - come ci dice Elio Schmitz (fratello minore di Ettore) nel suo Diario, una delle fonti più attendibili sulla vita della famiglia Schmitz – “a 13 anni, fu mandato dal padre a guadagnarsi lui stesso del pane. Vendeva chincaglie pei caffè nelle città pelle quali passava. Avanzando però di grado in grado, esso divenne impiegato alle strade ferrate; poi s’impiegò in case di commercio e finalmente divenne proprietario di un magazzino in vetrami all’ingrosso.”2

Quinto di otto figli (Paola, Noemi, Natalia, Adolfo, Ettore, Elio, Ortensia e Ottavio), Ettore cresce in una famiglia che ha – ci spiega Luca De Angelis – “tutti i caratteri della grande famiglia patriarcale ebraica, dove monumentale campeggia la figura paterna. Un po’ defilata è la madre, la dolce e docile Allegra Moravia, consunta e stremata da sedici parti”3 (molti figli non sono sopravvissuti). Come ci rivela Ettore nel Profilo autobiografico (scritto nel 1928, in terza persona), “essendo la madre sua di carattere dolce e null’affatto autoritaria, al padre parve necessario di sollevarla dal peso di dover dirigere tanta figliolanza”4 e così è proprio il padre – “sempre pronto a qualunque sacrificio tanto di cuore come di denari” - a occuparsi personalmente dell’educazione dei figli sui quali ha idee precise: “i figli non divengono bravi uomini sotto gli occhi dei genitori”5.



Gli studi


Terminata la scuola elementare israelitica a Trieste, Ettore col fratello Adolfo – più tardi raggiunto da Elio – viene mandato dal padre in un istituto di Segnitz am Main, presso Würtzburg, in Baviera: il genitore “domandava un collegio – ci dice Elio nel Diario – ove s’impara molto, ma non si viene abituati alle mollezze dei gran signori.” Egli, infatti, vuol programmare il futuro dei suoi figli: “Voi dovete studiare molto, diventare bravi giovani per potermi un giorno aiutare nei miei affari e fare una bella figura. Un buon commerciante deve superficialmente almeno conoscere 4 lingue. Il commerciante a Trieste deve conoscerne 2 perfettamente. Onde conseguire ciò, voi studierete in Germania, in un collegio, il tedesco. L’italiano lo potrete apprendere a Trieste.”6

Nel collegio di Segnitz, Ettore legge i classici tedeschi (Schiller, Goethe, Heine, Richter, ecc..) e – come ci rivela nel Profilo – “appresa in pochi mesi la lingua tedesca, il giovanetto [Italo Svevo] aiutato da qualche insegnante, assieme a varii compagni e soprattutto uno dei fratelli, Elio […], si dedicò appassionatamente allo studio della letteratura.”7

Ma la letteratura – ci rivelerà la moglie di Ettore, Livia Veneziani Svevo, nella Vita di mio marito – “era una cosa lontanissima dalla mentalità del vecchio Schmitz ed Ettore, nonostante la sua ardente vocazione di scrittore, non aveva in sé la forza di opporsi alla volontà del padre, che reggeva con ferma autorità la famiglia, la cui prosperità andava declinando.”8

Così, a diciassette anni, nel 1878, Ettore, costretto dal padre a rinunciare agli studi di lingua e letteratura a Firenze, rientra a Trieste e frequenta L’Istituto Superiore per il Commercio “Pasquale Revoltella” per perfezionarsi negli studi tecnico-professionali: “Furono due anni – rivela nel Profilo – di lavoro intenso che intanto servirono a chiarire ad Italo il suo proprio animo e a fargli intendere ch’egli per il commercio non era nato.”9



Il lavoro in banca


Due anni dopo, nel 1880, la situazione economica di casa Schmitz cambia radicalmente: l’industria vetraria del padre fallisce ed Ettore, costretto ad abbandonare gli studi, trova lavoro presso la filiale triestina della Banca Union di Vienna, in qualità di corrispondente di francese e tedesco. Lo scrittore annota nel Profilo: “La vita d’Italo Svevo alla Banca è descritta accuratamente in una parte del suo primo romanzo Una vita. Quella parte è veramente autobiografica. Ed anche le due ore di ogni giorno passate alla Biblioteca Civica vi sono descritte. Si trattava finalmente di conquistarsi un po’ di cultura italiana.”10 Ettore legge i classici italiani, gli scrittori francesi, e – come riferisce il fratello - “fa…nulla. Legge, studia sempre, è sempre più fermo nell’idea di studiare e scrivere, e vive sognando comedie e lavori ora drammatici ora romantici, che sulla carta non vengono mai a compimento. Ha ora cambiato alquanto partito in arte. È verista. Zola lo ha riconfermato nell’idea che lo scopo della comedia e l’interesse devono essere i caratteri e non l’azione. Tutto deve essere vero e comune: i punti di scena, dice Zola nel Naturalisme au théatre, non hanno diritto di stare nelle comedie, non esistendo nella vita.”11

Il fratello Elio


In questi anni, Italo Svevo oltre a collaborare con l’”Indipendente”, inizia ad annotare le sue riflessioni e a pubblicare i primi lavori di cui però oggi non rimane pressoché nulla. Intanto al fratello Elio, che rappresenta per Ettore un confidente indispensabile e con il quale condivide passioni letterarie e artistiche, viene diagnosticata una nefrite che lo porterà nel 1886, prima di avere compiuto ventitré anni, alla morte. Ettore, parlando di lui, dirà: : “Elio era di un carattere appassionato, molto più del mio; io, in certi lirismi con certe fantasie riesco a sfogarmi, rimango vuoto di pensieri e di sentimenti per ore, per giorni, per settimane; egli ebbe questo da fanciullo a quanto mi rammento; per pacificarsi gli occorreva più tardi scrivere o suonare legarsi a qualche cosa di reale, di più reale almeno a quanto occorre a me a cui basta una strada da camminare. Io, in fondo, lo piansi poco; è più di un mese che non penso che a lui, ma a lui attraverso a poesia, anche a traverso a filosofia (sic). È certo che se io fossi morto egli mi avrebbe pianto di più. Desidererei che questo fosse stato il caso. Dunque come io gettai le mie prime illusioni sulla poesia, egli le gettò sulla musica. Pareva fossimo nati a complemento uno dell’altro. In cinque o sei anni mentre io sognava e lavorava tanto poco da non conoscere ancor oggi la mia madre lingua egli lavorava, lavorava al violino, al pianoforte, al contrappunto.”12

Il dramma della malattia e il desiderio di guarigione di Elio – che annotava nel suo Diario: “Essere uomo sano: queste parole mi pare compendino tutta una storia di felicità! Colla salute ritornerebbero la gioia, il lavoro, l’assopita ambizione!”13 – ritornano imperiosamente in tutta la produzione letteraria del fratello Ettore, ne diventano il motivo fondamentale, il nucleo principale, il problema irrisolto, il leitmotiv di tutta l’opera, così come Zeno Cosini, protagonista della Coscienza dimostrerà. Al capitolo sesto della Coscienza, il protagonista, parlando della moglie, afferma infatti: “Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire.” E lo stesso Svevo all’amico Valerio Jahier malato scrive: “E perché voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all’umanità quello ch’essa ha di meglio? Io credo sicuramente che il vero successo che mi ha dato la pace è consistito in questa convinzione. Noi siamo una vivente protesta contro la ridicola concezione del superuomo come ci è stata gabellata (soprattutto a noi italiani […] credevo davvero di parlare di letteratura. Invece da questa Sua ultima risulta proprio un’ansiosa speranza di guarigione. E questa deve esserci; è parte della nostra vita. Ed anche la speranza di ottenerla deve esserci. Solo la meta è oscura.”14



Una vita


Dopo la morte del fratello, si apre un periodo intenso e decisivo per Ettore. Conosce il pittore Umberto Veruda che rimarrà suo intimo amico fino alla sua morte, nel 1904, e sarà un punto di riferimento per lo scrittore così “piegato dalle sventure (la morte del fratello, la rovina e presto, dopo, la morte del padre)”15, quest’ultima avvenuta il 1° aprile del 1892.

È nel 1887 che inizia il suo primo romanzo, provvisoriamente intitolato Un inetto, poi pubblicato nel 1892 col titolo Una vita e con lo pseudonimo di Italo Svevo. Aveva già usato, fin dal 1886, un altro pseudonimo: “Emilio Samigli” e aveva pubblicato sull’“Indipendente” i suoi primi racconti (Una lotta, 1888; L’assassinio di via Belpoggio, 1890). Ora la scelta è definitiva. Il romanzo, stampato a sue spese presso l’editore Vram di Trieste, dopo il rifiuto dell’editore Treves, presenta una forte connotazione autobiografica, visto che nelle drammatiche disavventure del protagonista, non è impossibile intravedere la vita reale dello scrittore. Una vita racconta la tragica storia di Alfonso Nitti, impiegato di banca con velleità letterarie, che cerca tragicamente la propria collocazione in un mondo borghese gretto e fortemente in crisi. Il romanzo, “certamente influenzato dai veristi francesi” - afferma Svevo nel Profilo autobiografico – risente anche dell’influsso del suo filosofo “preferito”, Schopenhauer: “Alfonso, il protagonista del romanzo, doveva essere proprio la personificazione dell’affermazione schopenhaueriana della vita tanto vicina alla sua negazione.”16 Di fatto, comunque, con il suo primo romanzo entriamo nell’universo tematico di Svevo, un mondo che ritornerà nelle opere successive, come afferma lo stesso scrittore in una lettera del 1927 a Enrico Rocca: “Forse s’accorgerà ch’io non ho scritto che un romanzo solo in tutta la mia vita”17. E nel Profilo autobiografico ammette: “Alfonso è evidentemente il fratello carnale dei protagonisti degli altri due romanzi dello Svevo. È abulico come il Brentani e Zeno. Soltanto che qui, oltre alla descrizione di tanta debolezza, c’è evidente il tentativo d’inquadrarla in qualche teoria, in certo modo sublimarla. Enrico Rocca (La Stirpe, anno V, Settembre) scrive: «Le ansie, i patemi e le ossessioni di Alfonso Nitti son motivi troppo familiari allo Svevo perché già qui non s’enuncino con naturalezza e sufficiente trasporto comunicativo. D’altra parte il grigiore della vita burocratica e la miseria finanziaria e morale della famigliola decaduta sono espressi con un rilievo che ci ripaga di molte romantiche slavature»”18

A parte qualche recensione, il romanzo fu ignorato dalla critica e – come ci conferma Livia Veneziani Svevo – “L’insuccesso chiuse Ettore nello sconforto. I rimproveri dei pochi critici per la povertà della lingua lo ferivano crudelmente. Avrebbe voluto abbandonare l’impiego mal retribuito, andare a Firenze per rifare la sua educazione linguistica e letteraria, ma l’insuccesso frustrava i suoi sogni, ribadiva la catena e aumentava la sfiducia in se stesso.”19

Lo pseudonimo


Ma perché Ettore Schmitz, per questa e per le altre sue opere, sceglie lo pseudonimo di Italo Svevo? Nel suo Profilo autobiografico, lo scrittore prova a darci una risposta: “Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste alla Porta Orientale d’Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina. […] Al suo pseudonimo «Italo Svevo» fu indotto non dal suo lontano antenato tedesco, ma dal suo prolungato soggiorno in Germania nell’adolescenza.”20

È chiaro che dietro uno pseudonimo si nascondono motivazioni diverse, e anche dietro lo pseudonimo «Italo Svevo» forse ci sono diverse spiegazioni, oltre a quella che lui stesso ha fornito, che per altro è confermata dalla moglie, Livia Veneziani: “Più che l’eredità del sangue, l’aveva indotto a scegliere tale pseudonimo il ricordo dell’impronta culturale ricevuta nell’adolescenza in Germania, ove più forte s’era dimostrato l’influsso schopenhaueriano.”21

C’è probabilmente nello scrittore triestino il bisogno di rispondere a una precauzione di ordine sociale, come afferma Enrico Ghidetti, di dissociarsi da quell’Ettore Schmitz che “è ben conosciuto in Trieste come impiegato di banca e insegnante dell’Istituto Revoltella [aveva iniziato come insegnante negli anni ‘80] e di abbondare il precedente pseudonimo per sottolineare la novità e la severità d’impegno che il romanzo comportava rispetto alla prove precedenti.”22 Insomma, lo scrittore cerca una nuova identità (Svevo) dissimulando la precedente (Schmitz), vuole allontanare da sé l’impiegato di banca, vuol separare l’artista (Svevo) dal borghese (Schmitz). In tal modo, continua Ghidetti, “Il «rifiuto del patronimico» significa qui non soltanto rifiuto dell’immagine autoritaria di Francesco Schmitz , il padre che non ha saputo comprendere ed alla cui volontà Ettore si è sempre dovuto piegare, ma anche il rifiuto della predestinazione implicita nel nome, il desiderio di una emancipazione ricercata ad un livello più alto di quello della vita quotidiana sul quale si muovono tutti gli Schmitz di questo mondo: il piano della letteratura, elevandosi al quale l’individuo può tentare di dare senso e ordine al disordine dell’esistenza.”23

In realtà il dissidio Svevo-Schmitz, la dicotomia fra chi scrive e chi vive, fra l’artista e il borghese, fra l’astratto sognatore e il concreto impiegato, accompagnerà per tutta la vita Italo Svevo, che nella vita come nelle opere cercherà sempre un equilibrio “fra la solida realtà del borghese e l’inquietante chiaroveggenza del suo «doppio», l’uno operoso nella concreta e storica vita di Trieste, l’altro impegnato a raccogliere e collezionare i frammenti e le schegge della vita del primo per leggervi riflesse, come nei frantumi di uno specchio, le immagini di crisi di un’epoca, di una classe, di una condizione umana. Per questo, come ricordava Montale, la pagina di Italo Svevo più crudele verso se stesso e più ironica verso il mondo era davvero il suo biglietto da visita: Ettore Schmitz, commerciante.”24


Il matrimonio


Nell’ottobre 1895 muore la madre e nel dicembre dello stesso anno Ettore si fidanza con la cugina, Livia Veneziani, più giovane di lui di tredici anni (era nata nel 1874) e figlia di un industriale di un’azienda di vernici. Di questa relazione appassionata e intensa è testimonianza il Diario per la fidanzata (1896) che Svevo inizia a scrivere il 2 gennaio 1896 e abbandona il 2 settembre dello stesso anno, quando Livia è già sua moglie. Il matrimonio civile fra i due fu celebrato il 30 luglio 1896, quello religioso l’anno successivo, un mese prima che nascesse la loro unica figlia, Letizia.

Senilità


Nel 1898, esce a puntate sull’”Indipendente” il suo secondo romanzo, Senilità, poi ristampato lo stesso anno, sempre a spese dello scrittore, in un unico volume, presso l’editore Vram. “A riassumere il romanzo in poche parole – afferma Montale – diremo che questa è la storia della lenta involuzione di un terzetto di amici quarantenni e ratés: Emilio Brentani, impiegato e autore fallito, la sorella Amalia, zitella sfiorita, e lo scultore Balli, bell’uomo arido e orgoglioso, assai amato dalle donne e piuttosto odiato dagli uomini, il quale esercita il suo amichevole e tacito imperio sui Brentani. A turbare la pace di questi amici sedentari giunge Angiolina Zarri, corrotta sartina bella e falsa ingenua, di cui Emilio s’innamora perdutamente…”25.

Nonostante il giudizio lusinghiero di Montale – “Grande sapienza e insieme semplicità di costruzione, unita ad una implacabile scienza del cuore umano, fanno di Senilità un romanzo quasi perfetto”26 -, l’opera ha scarso successo e nessun giornale ne parla. Amareggiato, Svevo nel Profilo autobiografico annota: “Il romanzo che a lui allora tuttavia piaceva gli era venuto fatto quasi senza fatica e lo pubblicò animato da un’ultima speranza. Scrivere dell’altro era difficile perché allora per poter corrispondere un po’ meglio ai propri impegni lo Svevo occupava tre impieghi: la Banca, poi quello d’insegnante di corrispondenza commerciale all’Istituto Revoltella e infine passava una parte della notte nella redazione di un giornale a «spogliare» i giornali esteri. Derivava la necessità della rinunzia. Il silenzio che aveva accolto l’opera sua era troppo eloquente. Fu un proposito ferreo. Gli fu più facile di tenerlo perché in quel torno di tempo entrò a far parte della direzione di un’industria alla quale era necessario dedicare innumerevoli ore ogni giorno.”27



L’industriale


Nel 1899, infatti, Svevo lascia la banca ed entra nell’azienda del suocero, la ditta Veneziani, una fabbrica di vernici sottomarine, un lavoro impegnativo che Svevo sente in contrasto con la sua passione di scrittore, come egli stesso confessa nel Profilo autobiografico: “Svevo racconta volentieri che non poteva dedicarsi al piacere di scrivere, perché bastava un solo rigo per renderlo meno adatto al lavoro pratico cui giornalmente doveva attendere.”28 Nel conflitto Svevo-Schmitz, in questo periodo sembra che il borghese prevalga sullo scrittore. Un episodio singolare, a tal proposito è quello che lo stesso Svevo racconta: una volta, durante un incontro di lavoro, “un uomo d’affari interruppe le trattative serie in cui eravamo impegnati per domandarmi: «È vero che voi siete l’autore di due romanzi?». Arrossii come sa arrossire un autore in quelle circostanze e, visto che l’affare mi premeva, dissi: «No! No! È un mio fratello». Ma quel signore, non so perché, volle conoscere l’autore dei due romanzi e si rivolse a mio fratello. Il quale poi non fu molto lusingato dell’attribuzione ch’evidentemente scemava la sua rispettabilità professionale.”29 Per lavoro inizia a viaggiare, in Francia (Tolone, Marsiglia), in Inghilterra (Londra, Chatham, Plymouth), in Irlanda e in Istria. Annualmente soggiorna in un sobborgo di Londra. Nelle ore libere si dedica al violino e suona in un quartetto di dilettanti nel salotto di villa Veneziani. Ma non rinuncia, comunque, alla scrittura di racconti, commedie, saggi. Sono di questo periodo la commedia Un marito e alcuni racconti: Lo specifico del dott. Menghi, Marianno, Cimutti, In Serenella.

Joyce e Freud


Dopo l’insuccesso di Senilità, Svevo – scrive nel Profilo autobiografico - vive fra “violino e fabbrica fino allo scoppio della guerra. Però prima gli capitarono, non voluti da lui, due avvenimenti veramente letterari ch’egli accolse senza sospetto non sapendoli tali”30. Il primo è l’incontro con James Joyce, che insegna dal 1904 presso la Berlitz School di Trieste. Il quarantacinquenne Svevo vuol perfezionarsi nella lingua inglese e si rivolge per questo al ventitreenne Joyce, “il professore più noto che ci fosse a Trieste”31. Immediatamente fra i due è amicizia. Lo scrittore irlandese deve insistere per avere i due romanzi di Svevo (“Una vita gli piacque meno. Invece ebbe subito un grande affetto per Senilità”32), mentre lo scrittore triestino legge le prime opere di Joyce: Ritratto dell’artista da giovane e Gente di Dublino.

L’altro avvenimento importante è “l’incontro con le opere di Freud.” L’occasione è casuale: nel 1911 il cognato Bruno Veneziani, affetto da una forma lieve di paranoia, entra in cura “psicanalitica” proprio dal Dr. Freud, ma dopo due anni di sedute molto costose, viene congedato e dichiarato “inguaribile”. Svevo viene attratto dalla nuova scienza freudiana e, in modo tutt’altro che casuale, legge libri di psicanalisi, si preoccupa di capire “che cosa fosse una perfetta salute”33, traduce un’opera di Freud sul sogno per compiacere un suo nipote medico che, ammalato, abita da lui: insomma entra nel mondo complesso della psicanalisi con “interesse vivo e non superficiale” – dice Gabriella Contini34 – anche se ne darà valutazioni contraddittorie. Di fatto sarà uno dei temi della Coscienza di Zeno e alla psicanalisi Svevo dedica un intero saggio, Soggiorno londinese (1927), nel quale chiarisce così la sua posizione: “Il Dr. Ferrieri mi disse «Parli di quello che vuole, parli di quello che sa». Ora io credo di sapere qualche cosa a questo mondo: su me stesso.

[…] Ma c’è la scienza per aiutare a studiare sé stesso. Precisiamo anche subito: la psicanalisi. Non temete ch’io ve ne parli troppo. Ve ne dico solo per avvertirvi che io con la psicanalisi non c’entro e ve ne darò la prova. Lessi dei libri di Freud nel 1908 se non sbaglio [in realtà solo nel 1911]. Ora si dice che senilità e La coscienza di Zeno le abbia scritte sotto la sua influenza. Per senilità m’è facile di rispondere. Io pubblicai senilità nel 1898 ed allora Freud non esisteva o in quanto esisteva si chiamava Charcot. In quanto alla Coscienza io per lungo tempo credetti di doverla a Freud ma pare mi sia ingannato. Adagio: vi sono due o tre idee nel romanzo che sono addirittura prese di peso dal Freud. L’uomo che per non assistere al funerale di colui che diceva suo amico e ch’era in realtà suo nemico si sbaglia di funerale è Freudiana con un coraggio di cui mi vanto. L’altro che sogna di avvenimenti lontani e nel sogno li altera come avrebbe voluto fossero stati, è Freudiano in modo come saprebbe fare chiunque conosca il Freud. È proprio un paragrafo di cui non mi vanterei se non vi fosse dentro un’altra ideuccia di cui mi compiaccio.

Tuttavia io credetti per qualche tempo di aver fatto opera di psicanalista. Ora debbo dire che quando pubblicai il mio libro di cui – come tutti coloro che pubblicano – m’ero atteso il successo, mi trovai circondato da un silenzio sepolcrale. Oggi, parlandone, so ridere, e avrei saputo riderne anche allora se fossi stato più giovine.

[…] Lessi qualcosa del Freud con fatica e piena antipatia. Non lo si crederebbe ma io amo dagli altri scrittori una lingua pura ed uno stile chiaro e ornato. Secondo me, il Freud, meno nelle sue celebri prelezioni che conobbi appena nel ’16, è un po’ esitante, contorto, preciso con fatica. Però ne ripresi sempre a tratti la lettura continuamente sospesa per vera antipatia. Bisogna anche ricordare che vivevo in Austria, la sede del Freud. Le cure del Freud si moltiplicavano con risultati meravigliosi. A un dato punto io mi trovai nella testa la teoria del Freud circa con la precisione con cui quel biologo di cui parlai conosceva la relatività. Come cura a me non importava. Io ero sano o almeno amavo la mia malattia (se c’è) da preservarmela con intero spirito di autodifesa. Anzi la mia antipatia per lo stile del Freud fu interpretata da un Freudiano cui mi confidai come un colpo di denti datto dall’animale primitivo che c’è anche in me per proteggere la mia malattia.

Ma la psicanalisi non m’abbandonò più.”35



La Prima Guerra Mondiale


Quando scoppia la guerra, Svevo è dapprima inviato come dirigente della Veneziani in Germania e in Austria, poiché la ditta del suocero è fornitrice della Marina austriaca e potrebbe installare una nuova fabbrica di vernici sottomarine. In seguito, quando la guerra raggiunge l’Italia, Svevo si trova – come lui stesso ricostruisce nel Profilo – “chiuso a Trieste. Quale soggetto austriaco era stato incaricato dal proprietario della fabbrica (e cittadino italiano) di custodire i suoi beni e di continuare l’attività della fabbrica. Ma la fabbrica fu chiusa d’ordine dell’autorità e in quegli anni terribili per tutti, lo Svevo, specialmente dal principio del 1917, godette di una grande tranquillità interrotta da bombe che giornalmente piovevano sul distretto industriale di Trieste.”36

In una Trieste bombardata e sconquassata dalla guerra, attraversata da disordini e da tensioni anche fra le diverse etnie, Svevo che è stato persino perseguitato dalla polizia austriaca e ha dovuto subire diversi interrogatori e irruzioni in casa, sembra paradossalmente ritrovare un’inaspettata serenità (“mai in vita mia ebbi tanta pace”) e può dedicarsi alle sue annotazioni quotidiane, ai suoi appunti e alle sue letture (Swift, per esempio), inizia un saggio Sulla teoria della pace di cui però restano solo dei frammenti.



Alla fine della guerra, Ettore Schmitz, da convinto irredentista, partecipa alle “adunanze che prepararono l’accoglienza alle truppe italiane” e collabora a un nuovo “giornale veramente italiano”37: “La Nazione”. Scrive di politica e di altro; poi però, nel 1919, la sua collaborazione diminuisce: “s’era messo a scrivere La coscienza di Zeno38

La coscienza di Zeno


Il romanzo è scritto nel 1919, pubblicato sempre a sue spese nel 1923, presso l’editore Cappelli. Ancora una volta la critica rimane indifferente ma il sostegno di Joyce e, poi, i giudizi positivi di Montale porteranno a far scoprire la grandezza di Svevo in Francia, in Inghilterra e, solo in un secondo tempo, anche in Italia. Nel 1926, una prestigiosa rivista parigina esce con un numero interamente dedicato a Svevo e nello stesso anno la casa editrice Treves si dichiara disponibile a pubblicare l’intera opera dello scrittore triestino, ormai sessantacinquenne. Nel 1928, Svevo prende parte a un ricevimento del Pen Club di Parigi organizzato in suo onore. Il successo e il riconoscimento, per tanto tempo attesi, arrivano con la vecchiaia e con la consapevolezza di essere uno scrittore. Nella primavera dello stesso anno scrive: “E ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! l’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata.”39


Trieste


La città che fa da sfondo alla Coscienza e alle altre opere di Svevo è Trieste, dove lo scrittore è nato e si è formato culturalmente. Porta d’Oriente in Italia, Trieste è forse, come afferma, Giorgio Luti, “il luogo ideale per il problema sveviano”40. Negli anni di Svevo la città asburgica, luogo simbolo per l’impero, è soprattutto una città borghese, autenticamente borghese, come sottolinea Gabriella Contini: “per l’assenza di una classe aristocratica e per la mentalità fondata sul privilegio economico”41. Porto franco fin dal 1719, Trieste è città commerciale per eccellenza, la sua è – come dice Enrico Ghidetti – “una storia scandita dalle date delle più significative realizzazioni di un intraprendente e aggressivo capitalismo commerciale e finanziario adeguatosi ai modelli inglese e francese, che utilizza i profitti accumulati con le attività commerciali per sviluppare imprese assicurative, amatoriali, industriali.”42 L’immagine che ci dà Elio Schmitz nel suo Diario è abbastanza eloquente: “Il commercio mi si presenta come una grandiosa focaccia. Migliaia di persone tentano disperatamente di addentarne qualche pezzetto che altrimenti morrebbero di fame. La focaccia non può dare da mangiare che a centinaia. I più prepotenti però non si accontentano di togliersi la fame su essa, ma se ne portano via anche dei brani dopo essersi diffamati. In tal modo la focaccia non serve a nutrire neppure centinaia di persone, ma soltanto delle decine, e gli altri muoiono di fame.”43

Allo sviluppo economico-commerciale segue parallelamente lo sviluppo demografico: “quando Ettore Schmitz compie otto anni Trieste conta 123.000 abitanti che, mentre il giovane impiegato lavora al suo primo romanzo, sono arrivati ad oltre 150.000 (1890) per salire ad oltre 170.000 quando Italo Svevo, smessi gli abiti dell’impiegato, comincia a lavorare nell’industria del suocero (1900), e praticamente raddoppiare, rispetto all’infanzia dello scrittore, alle soglie della grande guerra (1913: 247.000), quando la città tocca il culmine dell’espansione economica.”44

Collocata fra mediterraneo e continente, Trieste è stata considerata da sempre come un “crogiolo di razze”, uno spazio in cui si mescolano, convivono e si scontrano etnie, gruppi e religioni diverse: ci sono i tedeschi che mantengono le leve del potere ma non appaiono ben inseriti sul piano sociale; poi ci sono gli italiani, la maggioranza, che fanno fatica a convivere pacificamente con la minoranza slovena; infine gli ebrei, una comunità attratta dalle possibilità economiche e commerciali di Trieste. In realtà, come afferma Maxia, “la città non raggiunse mai una vera omogeneità di cultura e di costumi (quale è presupposta dall’immagine del «crogiolo»), ma restò sempre un luogo di incontri e di scambi, e di duri contrasti, sopiti finché l’intensità e la ricchezza del commercio riescono a creare e mantenere un certo equilibrio fra i vari ceti sociali e le diverse aree etniche e culturali.”45 Più che “crogiolo”, Trieste è quindi “cassa di risonanza”, ovvero, come afferma Lavagetto, “un sismografo molto sensibile, capace di registrare ognuna delle molteplici vibrazioni culturali e politiche che attraversano l’impero asburgico nei suoi ultimi anni di vita”46.

In tal senso, Trieste appare come città periferica, né austriaca, né italiana, sempre caratterizzata da provvisorietà e incertezza, sprovvista – così come denunciano gli artisti del primo Novecento - di un’alta e autonoma tradizione culturale. “Gli intellettuali triestini – dice Gabriella Contini – costruiscono la propria identità per via negativa: denunciano l’assenza di tradizioni, la perifericità, la «nevrosi», la frantumazione etnica, linguistica, politica, sociale della città.”47 Anche Svevo risente, soprattutto sul piano linguistico, di questa condizione “triestina” e il suo protagonista, Zeno Cosini, dice parlando del medico: “Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione per iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo!”.




L’incidente automobilistico


Raggiunto il meritato riconoscimento, Svevo comincia il suo quarto romanzo, Il Vecchione, che però non potrà completare a causa di un incidente automobilistico avvenuto l’11 settembre 1928. Così la cronaca dei fatti riportata dai giornali: “Quest’oggi verso le 15 […] filava verso Trieste un’auto nella quale, oltre allo chauffeur, avevano preso posto i signori Ettore Schmitz, fu Francesco, di anni 67, la sua signora Veneziani Livia di anni 54 e un nipotino di 7 anni, Fonda Savio Paolo, di Antonio, tutti residenti a Trieste. La macchina filava ad andatura normale, quando in seguito all’abbondante pioggia caduta in giornata, in un certo punto le ruote slittando privarono l’autista del comando del veicolo, che, sbandatosi, andò a cozzare violentemente contro un albero laterale, il quale fortunatamente impedì il rovesciamento della macchina nel fosso sottostante molto basso.”48

I viaggiatori rimangono tutti feriti ma, a seguito di alcune complicazioni polmonari, Svevo muore all’ospedale Motta di Livenza il 13 settembre 1928.

Nel necrologio che il 18 settembre Montale pubblica anonimo su “Il Lavoro” di Genova si legge tra l’altro: “Egli per i suoi rappresentanti, per i suoi clienti, per la Trieste dei traffici e della navigazione, fu per tutta la vitali signor Schmitz, commerciante ben quotato, con una solida posizione, conti correnti aperti in banca, e ottime referenze. Questa era la apparenza, o – diciamo così, - la scorza. Sotto sotto, un altro uomo esisteva in lui; aveva altre preoccupazioni che quelle dei contratti e delle forniture, faceva altre notazioni che quelle dei prezzi dei cambi, nutriva ambizioni ben diverse – e più alte – di quelle del traffico e del lucro. Sotto il commerciante accorto, c’era un analista raffinato del cuore umano, un vivisezionista inesorabile di sentimenti propri e altrui, un osservatore potentissimo della mediocrità della vita, delle piccole cause ridicole che governeranno gli uomini e le loro azioni. Sotto Ettore Schmitz c’era Italo Svevo.”49

Di diverso tono, invece, il testo del critico e amico Bobi Bazlen, che rispondendo a un altro articolo di Montale su Svevo, afferma: “ho paura che il tuo articolo si presti troppo ad essere interpretato male, ed a far sorgere la leggenda d’uno Svevo borghese, intelligente, colto, comprensivo, buon critico, psicologo chiaroveggente nella vita ecc. Non aveva che genio: nient’altro. Del resto era stupido, egoista, opportunista, gauche, calcolatore, senza tatto. Non aveva che genio ed è questo che mi rende più affascinante il suo ricordo.”50




1 Italo Svevo, Profilo autobiografico, in Zeno, Einaudi, Torino 1987, p. 871

2 Elio Schmitz, Diario, Sellerio, Palermo 1997, p. 39

3 Luca De Angelis, Introduzione a Elio Schmitz, Diario, cit. p. 14

4 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 872

5 Elio Schmitz, Diario, cit. p. 50

6 Elio Schmitz, Diario, cit. p. 44

7 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 872

8 Livia Veneziani Svevo, Vita di mio marito, Dall’Oglio, Milano 1976

9 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 872

10 Ibidem

11 Elio Schmitz, Diario, cit. p. 104-105

12 Italo Svevo, Il romanzo di Svevo, in Elio Schmitz, Diario, cit. p. 161

13 Elio Schmitz, Diario, cit. p. 151

14 Italo Svevo, Epistolario, Dall’Oglio, Milano 1968, p. 859

15 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 874

16 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 873

17 Italo Svevo, Epistolario, cit. p. 846

18 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 875

19 Livia Veneziani Svevo, Vita di mio marito, cit. p. 32

20 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 871

21 Livia Veneziani Svevo, Vita di mio marito, cit. p. 30

22 Enrico Ghidetti, Italo Svevo, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 18

23 Ibidem, p. 18

24 Ibidem, p. 19

25 Eugenio Montale, Italo Svevo, “L’Italia che scrive”, giugno 1926, in Svevo-Montale, Carteggio, Mondadori, Milano 1976, pp. 89-90

26 Eugenio Montale, Presentazione di Italo Svevo, “Il Quindicinale”, gennaio 1926, in Svevo-Montale, Carteggio, cit., pp. 85

27 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 879

28 Ibidem

29 Italo Svevo, Soggiorno londinese, in Zeno, cit. p. 896-897

30 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit., p. 880

31 Ibidem

32 Ibidem, p. 881

33 Ibidem

34 Gabriella Contini, Il romanzo inevitabile, Mondadori, Milano 1983, p. 23

35 Italo Svevo, Soggiorno londinese, cit. p. 886-890

36 Italo Svevo, Profilo autobiografico, cit. p. 882

37 Ibidem

38 Ibidem, p. 883

39 Italo Svevo, Racconti, saggi, pagine sparse, Dall’Oglio, Milano 1969, p. 372

40 Giorgio Luti, Italo Svevo, Il Castoro, La Nuova Italia, Firenze 1973, p. 22

41 Gabriella Contini, op. cit., p. 9

42 Enrico Ghidetti, Italo Svevo, cit., p. 21

43 Elio Schmitz, Diario, cit. pp. 103-104

44 Enrico Ghidetti, Italo Svevo, cit., p. 22

45 Sandro Maxia, Svevo e la prosa del Novecento, Laterza, Roma-Bari 1990, p. 6

46 Ibidem

47 Gabriella Contini, Il romanzo inevitabile, cit. p. 9

48 Cfr. Enrico Ghidetti, Italo Svevo, cit. p. 9

49 Ibidem, p. 15

50 Ibidem, p. 16








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