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LA FIGURA DI LUIGI RIZZO

NELLA PUBBLICISTICA E NELLA STORIOGRAFIA

Il webmaster, Claudio Italiano, ringrazia per la cortesia ricevuta l'autore di questo saggio, il prof. Bartolo Cannistrà.http://spazioinwind.libero.it/claudioitaliano/luigi_rizzo_ritratto.jpg



  • cfr anche sul sito :

  • Lo storico Giuseppe Piaggia

  • Le idee politiche dei patrioti milazzesi del Risorgimento

  • Lo scrittore Federico De Roberto, Milazzo e l'illusione

  • La battaglia di Garibaldi a Milazzo: la figura dell'eroe Alessandro Pizzoli

  • L'archeologo ing. Domenico Ryolo,

  • Le opere dell'ing. Ryolo

Su Luigi Rizzo manca una bibliografia ragionata,1[1] né questo contributo, per lo spazio di cui dispone, può tentare un esame esaustivo di tutte le pubblicazioni e dei problemi che esse pongono. Ci soffermeremo, pertanto, su uno solo dei temi possibili: l’evoluzione della figura –e, cioè, dell’immagine, ma anche del giudizio sull’opera- di Rizzo come emerge dalle biografie, dagli scritti di storia militare, dagli articoli di stampa e anche dai componimenti poetici.

La scelta di questa angolazione nasce dal fatto che nella storiografia e nella pubblicistica esiste una vistosa contrapposizione fra due immagini, fra due approcci antitetici alla figura di Rizzo. Da una parte l’Eroe impavido, freddo e audace fino alla temerarietà, l’eccezionale protagonista di folgoranti imprese di guerra, il dannunziano “siculo corsaro, distruttore di navi, che osa l’inosato”: l’immagine che ha prevalso per più di un ventennio. Dall’altra, l’uomo dalla schietta semplicità, dalla profonda serietà morale, col suo fastidio per la retorica e il suo “odio per la guerra”, sottolineati nelle opere più recenti. È evidente che queste due antitetiche interpretazioni corrispondono a due diversi momenti politici, e che il nuovo approccio è stato determinato dal nuovo clima culturale dell’Italia repubblicana, ma non è meno evidente che la nuova immagine fissata dalle opere degli ultimi decenni -non enfaticamente marziale e granitica, ma più “normale” anche nei momenti eccezionali- è quella più fedele alla realtà. Tuttavia è lecito chiedersi se non sia stata la stessa vita di Rizzo a rendere in qualche modo legittime entrambe le interpretazioni, perché , in realtà, esse riflettono due diverse stagioni della sua vita, quella delle imprese folgoranti e clamorose concentrate nell’arco di meno di due anni, e quella, lunga tre decenni, apparentemente “normale”, in cui egli fu soprattutto un manager industriale.

Ma, forse, proprio dalla diversità di queste due stagioni si può ricavare il fil rouge che consente di mettere a fuoco la dimensione autentica della personalità di Rizzo: essa, infatti, appare fondata, in entrambe, sulla determinazione etica e la professionalità pragmatica con cui –senza esibizionismi, sempre con lo stesso spirito di paziente perseveranza che è propria del marinaio- nel biennio epico prepara accortamente l’affondamento della Wien e tesse pazientemente la rete di appostamenti che consentirà l’affondamento della Szent Istvan, e poi, nel trentennio successivo, presiede, in momenti difficili e talora drammatici, la cooperativa “Garibaldi” di Genova fino all’ascesa del fascismo o i Cantieri riuniti di Trieste fino all’occupazione tedesca produzione, oppure mette in atto la sua dignitosa resistenza morale nella prigione nazista di Klagenfurt. In tutti questi momenti Rizzo è sempre lo stesso: solo che la sua determinazione e la serietà del suo impegno, fra il 1917 e il ‘18 produrranno -e non solo per lo scoppio dei siluri- effetti deflagranti, mentre lo stesso clamore, ovviamente, non poteva accompagnare l’impegno quotidiano del manager o risuonare dall’isolamento della prigione.affondamento della santo stefano, che giace su un fianco colpita e semiaffondata

Questa sottolineatura –che ci è sembrato corretto anticipare per indicare quale sarà la nostra chiave di lettura delle opere che esamineremo- consente di capire perché la rappresentazione delle sue imprese come estemporaneo atto di sovrumana audacia costituisca un tradimento della verità: se si approfondiscono antefatto e contesto, il suo gesto eroico si rivela sempre come la naturale conclusione di un lungo, accurato, e perfino oscuro, lavoro di preparazione, al cui riconoscimento egli ha mostrato di tenere non meno che a quello della conclusione clamorosa di esso. La riprova sta nella sua indifferenza (ma forse si dovrebbe dire insofferenza) per le celebrazione della “Beffa di Buccari” (esaltante per l’estetismo di D’Annunzio, quanto deludente per la pragmatica concretezza di Rizzo) o nella sua puntigliosa difesa -contro chi insinuava che fosse opera del “caso o destino”- della consequenzialità dell’azione di Premuda rispetto all’ininterrotta opera di controllo del mare, fatto di “centinaia e centinaia di ore di navigazione deserta e snervante, di lunghi agguati, di interminabili attese”.

Goethe diceva che il genio è una lunga pazienza; noi potremmo dire che lo è anche l’eroismo di Rizzo.

Esaminando, dunque, da questa angolazione le opere su Rizzo, cercheremo di mostrare come un realistico profilo dell’Eroe, inteso come proiezione coerente dell’Uomo, vada emergendo gradualmente man mano che ci si allontana dalla comprensibile retorica legata all’evento bellico.il cippo monumentale sito nel porto di milazzo che raffigura il mas, cioè il motoscafo autosilurante

Cominciamo da un primo gruppo di testi del 1917-18. Sono stati scritti quasi tutti immediatamente dopo l’affondamento della Wien e della Szent Istvan, ma il primo di essi è anteriore alle due imprese: risale al febbraio del ’17 ed appare su un settimanale milazzese 2[2]. È la prima volta che su un giornale si parla di Rizzo: egli non è ancora l’Affondatore, ma la sua figura è già circonfusa da un alone particolare, perché ha al suo attivo audaci azioni militari, e a Grado e dintorni si è distinto tanto da meritare la prima medaglia d’argento.

Poi, la notte del 10 dicembre 1917, l’eclatante affondamento della corazzata Wien nel munitissimo rifugio di Trieste fa entrare nel mito la figura di Rizzo. Non è solo il giornale della sua città3[3] ad esaltarlo con toni epici, ma anche il più importante e popolare settimanale nazionale,4[4] che gli dedica la copertina di Achille Beltrame commentata da una didascalia la quale, con la sua stessa imprecisione (si parla di “audacissima incursione di navi italiane nel golfo di Trieste”), rivela quanto sia ancora difficile accettare come verosimile l’idea che un piccolo guscio di legno possa affondare un colosso d’acciaio

E, poco dopo, ecco la prima trasfigurazione poetica dell’impresa: il lungo carme latino di Lorenzo Rocci5[5] –l’autore del celebre vocabolario greco- che esalta “Rizzius ille Mylis sicula generatus in urbe”. La narrazione è magniloquente ma fedele alla realtà, lo stile epico ma controllato, forte ma non ridondante, con aperture che ridestano ricordi virgiliani (”Nox atra incumbit, suadetque silentia terris”, “Dux inclitus tacita breviter sic voce locutus”); inizia con uno squillante “Fronda nova decoret fulgenti luce renidens Gloria virtutem” e si chiude con l’alba luminosa in cui i Mas ritornano a Grado, dopo l’impresa: “Interea roseis devecta aurora quadrigis / Ausoniam primo lustrabat lumine terram”. Rocci coglie con efficacia e compostezza quel che di epico e di mitico risuonava in un’impresa così incredibile: esprime un sentimento diffuso, aprendo la strada a quello che poi diventerà un cliché, e che altri non sapranno tenere sullo stesso piano di sobrietà.

Il secondo affondamento, quello della “Santo Stefano”, avvenuta la notte del 10 giugno 1918, in un delicato e angoscioso momento di sospesa drammaticità, quando l’Austria dopo la vittoria di Caporetto si prepara a dare la definitiva spallata sul Piave, determina l’esplodere di un comprensibile sentimento di esaltazione che produrrà deliranti manifestazioni di entusiasmo popolare verso quest’uomo che, con i soliti due gusci di legno, penetra con tranquilla audacia nello schieramento di una possente e numerosa squadra di giganti d’acciaio, silura due di quelle corazzate che orgogliosamente si definivano dreadnoughts (“che non teme nulla”), ne affonda una, e ne esce illeso e irridente. È ancora una tavola di Beltrame6[6] la migliore raffigurazione del sentimento generale: raffigura il Mas tripudiante di “Luigi Rizzo e i suoi pochi compagni, vendicatori di Lissa”, che con la bandiera spiegata al vento e le braccia protese “vedono affondare un colosso della flotta austriaca vittima della loro audacia”. Disegno e didascalia icasticamente concentrano tutti e tre i temi che connoteranno l’impresa nella fantasia popolare e che ritroveremo nei versi di tanti volenterosi “poeti”: il colosso nemico, l’audacia di pochi, il ricordo di Lissa.

Fra le prime descrizioni giornalistiche spicca quella di Cesareo7[7], che, con scelta efficacissima, riporta l’impressione di uno dei marinai di Rizzo, un siciliano, che sembra ancora attonito per l’incredibile impresa compiuta, e così descrive la nave austriaca che, subito dopo il siluramento, li aveva inseguiti incombendo minacciosamente su quel loro piccolo Mas e fulminandolo coi suoi cannoni: “Paria un liuni, signori, un liuni chi s’abbintava supra di nui”. E lo stesso attonito stupore traspare dall’articolo di Maffi: “L’azione era durata in tutto un quarto d’ora. Lo stesso Rizzo, ripensandola, dice: Mi pare un sogno!” 8[8]

È significativo che, in questi primi scritti, l’obiettivo non sia puntato tanto su Luigi Rizzo, come protagonista dell’evento, quanto sull’evento stesso, che colpisce per la sua inimmaginabile “enormità”, e di cui ognuno cerca a suo modo di mostrare, il più efficacemente possibile, l’eccezionalità. Riportiamo un solo esempio, l’articolo di Paolo Giordani 9[9] che punta sulla descrizione dello stato d’animo del piccolo collettivo del Mas, il loro “sentirsi più vicini e fratelli dinanzi all’improvvisa gloria o alla morte sicura … l’ansia e il tormento di una notte d’agguato a bordo di una delle nostre siluranti, dove comandanti ed equipaggio s’irrigidiscono ai loro posti di manovra quasi sepolti del tutto nella cavità del battello, condannati dall’economia dello spazio all’immobilità quasi assoluta”, finché, avvistato il nemico, “gli uomini si raccolgono nella concentrazione dello sforzo di tutte le facoltà, accarezzano con gli sguardi accesi i dorsi lucenti dei siluri” e “tutti gli occhi si fissano in quelli del loro comandante per capire il lampo del segnale supremo”. Questa rappresentazione della coralità dell’azione dovette essere particolarmente gradita a Rizzo se, un decennio dopo, in una sua pubblicazione,10[10] riporterà proprio questo articolo, e non uno dei tanti che enfatizzavano soprattutto il suo ruolo. parata in onore dell\'eroe luigi rizzo, in occasione della festa della marina militare del 10 giugno

Ma l’immaginario popolare aveva bisogno di proiettare l’esaltazione per quella folgorante vittoria, che vendicava la tragedia di Caporetto e l’umilizione di Lissa, su un personaggio unico ed eccezionale, sull’Eroe. A dar risposta a questa esigenza furono le composizioni in versi che fiorirono abbondanti in quelle settimane, in tutta Italia. Molte di esse furono pubblicate anche da “L’Avvenire di Milazzo”, nel numero speciale del 20 luglio (anniversario, oltre che della vittoria garibaldina di Milazzo, della battaglia di Lissa, in cui era morto lo zio di Luigi Rizzo).

È comprensibile il fastidio che oggi si prova davanti a molta parte di questa produzione, con la sua turgida retorica, i cascami di studi classici mal digeriti, le immagini truculente, le descrizioni di Rizzo che non gli somigliano in nulla (ma, d’altronde, allora chi lo conosceva ancora?), ma, se proviamo a storicizzare quegli scritti inquadrandoli nella cultura del tempo e nel momento particolare del conflitto, esse appaiono in un’altra luce. Né si può trascurare il fatto che, quando si parla di imprese come quelle di Rizzo, è difficile dire se siano le parole ad andare sopra le righe o se invece non siano i fatti che, per la loro eccezionalità, acquistano un sapore di leggenda nell’atto stesso in cui avvengono. Ma, soprattutto, esasperazioni retoriche e iperboli danno la misura della profonda emozione suscitata, dell’effetto che ebbe Premuda nel momento angoscioso dell’attesa della nuova offensiva austriaca, e del conseguente giganteggiare di una figura che diventa subito mito. Paradossalmente, se vogliamo riportare quei fatti all’interno di una considerazione più freddamente realistica, dobbiamo far ricorso a quello che ne scrisse, con asciutta sobrietà, proprio il loro autore, nel già citato scritto del ‘27.

Vediamo qualche saggio di queste “composizioni poetiche”.11[11] Un amico milazzese di Rizzo, Paolo Lucifero, lo descrive come un “angel di vendetta, assiso / sulla fragil prora…sereno, circondato da fulmini e securo / nell'anima robusta“ e, per esaltarlo, coinvolge le Termopili e Sansone, Pietro Micca e San Michele arcangelo.

Anche Egeo Carcavallo lo vede “sulla prora, immoto: la pupilla / affisa all'orizzonte.” E aggiunge: “Un fremito / di desiderio dalle tempie irriga / tutte le arterie fino alle latèbre / dell'anima e del cuore più profonde… / Il duce, fermo sulla prora, immerge / ne le fiamme del sole il bronzeo volto / e chiede dall'astro l'ispirazione…” Poi immagina un concitato discorso che è una mescolanza fra quello dell’Ulisse dantesco e quello del carducciano Alberto di Giussano: “Compagni d'arme e di vittoria, / noi siamo un pugno sol contro una roccia / titanica … morte oppure vittoria … Decidete! / Frementi con indomito / ciglio gli arditi …. Avanti! verso la Gloria.. .” il documento scritto dal d\'annunzio in onore di luigi rizzo, che si può ammirare al museo di milazzo

Nel carme latino di Mario Micalella (con “versione metrica” di M. Brunetti) dedicato ad “Aloysio Rizzo Mylaseni, navium eversori”, tutta Milazzo è un palpitare di eroismo, in una cavalcata storica che parte dall’astuto Ulisse e dall’antro in cui tacciono le giovenche del Sole, per arrivare, attraverso il maschio ardire di Duilio e di Agrippa, all’invitto duce Garibaldi, e concludere col peana a Rizzo: “Gloria a te, prode, cantino i fanciulli! Gloria le spose, le trepidi madri!” La stessa luce di gloria si riverbera sulla citta natia dell’Eroe anche per Colonna Romano: “La storia ha inciso: sul Mar brilla la intrepida Milazzo”.

La poco realistica descrizione che molti di questi rimatori danno di Rizzo a Premuda è quella di un esagitato. Alessandro Caja: “Lissa! –egli grida come un folle- Lissa! / Intanto che la nave agonizzante / si sbanda e s’inabissa”. Pietro Vulpetti : “Di Milazzo il figlio ebbro di gioia, / collo sguardo alle sagome nefande / e la mano stesa al cielo, grida: / “O vecchi e donne lacerati e bimbi, / Morti di Lissa, siete vendicati!”

E così, con ingenua naturalezza, appena due settimane dopo Premuda, ci si avvia verso l’apoteosi. Vincenzo di Stasi: “Sul rosseggiante mar, fra pèrleo velo / Rizzo rifulge di divino ardore”. Al reggino Napoleone Vitale appare come chi “reca sopra di sé tutto il destino! / Emulo antagonista della morte / ai fatti segna il termine e l’avvio…/ In sé nasconde / una sì formidabile possanza / che l’opera di un dio persin confonde.”

Fino al culmine del processo, nei versi dedicati al “Sagittario azzurro e insonne e al suo incorruttibile fegato” da Arturo Insinga: “Un ampio batte opaco anelito la carne…/ il sangue è ardente melo che scoppia / ne l’odor come l’accetta nella luce …/ ha le vene di canapo… la folgore scocca immite,/ sferra un urlo d’oro il bel centauro / la vittoria s’inginocchia e mozza l’ala...” Per dirla in breve, Rizzo “le gesta dell’Altissimo travalca … “

È indubbio che a suggerire lessico, stilemi, immagini, registri espressivi, sia soprattutto il dannunzianesimo imperante. Eppure, paradossalmente, è proprio D’Annunzio che, pur nel suo virtuosismo esasperato ed estenuato, ci consegna la prima immagine di Rizzo fedele alla realtà. E non solo perché siamo in presenza di un poeta che sa scegliere e misurare con sapienza raffinata la parola, ma soprattutto perché D’Annunzio Rizzo lo conosceva da vicino e non poteva permettersi troppa retorica vuota su di lui: troppo autentico era Rizzo nella sua serietà morale, e troppo ironico il suo sorriso, per consentirlo.

Certo, il poeta della “Canzone del Quarnaro” 12[12] non si nega nessun abbandono alla più maschia e marziale retorica: “Siamo trenta, d’una sorte, / e trentuno con la morte… / Tutti tornano o nessuno, / se non torna uno dei trenta, / torna quella del trentuno, / quella che non ci spaventa / con in pugno la sementa / da gettar nel solco amaro. / Eja, carne del Carnaro, / alalà…” Sono i trenta dei tre Mas della cosiddetta “beffa di Buccari” ed hanno, manco a dirlo, “secco fegato, cuor duro, / cuoia dure, dura fronte, / mani macchine armi pronte, / e la morte a paro a paro. / Eja, carne del Carnaro, / alalà…”

Ma quando si tratta di descrivere direttamente Rizzo questo registro stilistico non funziona, e D’Annunzio lo capisce bene. Certo, ne scolpisce un profilo che sa sempre di maniera: colui che “osa l’inosato, il marinaio nato dal popolo più schietto, semplice e rude che non pregia alcun serto più della rozza berretta, il prediletto della gloria vera, il distruttore di navi nemiche perdutissimo e tranquillo, che conduce la prua disperata al di là della morte e ne torna con la fortuna attonita”. 13[13] Ma questa è la posa statuaria del “monumento”; se, invece, deve descriverne l’azione, il ritratto che ne disegna, al di là del lessico aulico e delle immagini ad effetto, è ben diverso.

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Ecco Rizzo, mentre stanno partendo per Buccari 14[14]: “nella sua casacca di pelle nera e la sua berretta corsaresca” sorride tranquillo con gli occhi ironici “toccandosi la bazza, che è come una bietta aguzzata a guisa di conio da ficcare nelle spaccature per fendere e rompere”. Quando stanno entrando nella baia di Buccari D’Annunzio gli tasta per scherzo il polso e scopre che lo ha “quieto come quello di un arabo che abbia trascorso la sua esistenza a fumare e a sonnecchiare addossato ad un muro bianco”. Quando, poi, il poeta posa nel mare di Buccari, la prima bottiglia col suo irridente messaggio, i nastri tricolori e “l’aria giuliva di una piccola balia brianzola che galleggi dalle poppe in su e si allontani ballonzolando”, ecco Rizzo che “si china guardarla, la segue con gli occhi burlevoli e non può tenersi dall'imitarla come un bambino che senza volere imita il gioco della sua marionetta”. E quando, infine, tornando, sfuggono ai colpi della difesa austriaca che fa cilecca, eccolo ironizzare su di essa “pensando agli attributi del Colleoni”. In questo Rizzo, descritto in modo così vivo e affettuoso, è facile riconoscerne la vera figura, fuori di ogni retorica.

Come i primi versi, così anche i primi tentativi di analizzare il significato dell’impresa di Premuda appaiono già nei giorni immediatamente successivi ad essa: il 13 giugno escono due articoli, di Roberto Forges Davanzati e di Benito Mussolini. Cominciamo da quest’ultimo.15[15] In verità, in esso, su Rizzo non c’è molto, e Premuda sembra quasi un pretesto per considerazioni di ordine militare e filosofemi autoreferenziali: “La nuova audacissima impresa del marinaio Rizzo mi richiama alla mente le mie considerazioni sulla guerra qualitativa…Il macigno è la massa, la mina la volontà. La mina fa saltare il macigno. Le masse umane hanno la stessa inerzia delle masse inorganiche. Ponete una volontà di acciaio, tesa e implacabile, contro una massa e voi riuscirete a sgretolare la massa.” Solo alla fine sembra che si torni a Premuda: “Pensate a Rizzo e ai suoi compagni. In pochi hanno vinto una battaglia. Per lanciare un siluro, non c'è bisogno di essere molti: basta un uomo. E un siluro manda a picco la corazzata… Per un signore che sta chiuso nell'ufficio di Roma può sembrare a priori impossibile forzar una scorta di torpediniere e silurare due corazzate austriache; per Rizzo è stato possibile. Possibile perché è stato tentato, perché esisteva la volontà di tentare.” La verità è che a Mussolini l’impresa di Rizzo serve soprattutto per dar forza alla sua esaltazione dell’individualismo, del volontarismo, della “guerra qualitativa”, cioè della necessità di “valorizzare l'individuo, non frenare gli audaci, non lasciare nulla di intentato”, tanto che l’articolo si conclude con questa esplicita richiesta: “Un po’ di follia, signori, di intelligente e raziocinante follia”.la maschera funeraria dell\'eroe, sempre nel museo di milazzo

Diverso il taglio dell’altro articolo, quello del nazionalista Roberto Forges Davanzati, 16[16] il quale, ricordato che indubbiamente a consentire l’affondamento della Szent Istvan ci fu un concorso di circostanze casuali, sottolinea che però, se è vero che “il caso ha voluto che le siluranti di Rizzo si imbattessero nella divisione austriaca … è altrettanto vero che questo caso tanto straordinario non si sarebbe neppure verificato se le nostre navi avessero l’abitudine di rimaner ferme nei porti, invece di svolgere, giorno e notte, un’azione ininterrotta, paziente, logorante, snervante di vigilanza. Questo episodio è frutto di centinaia di ore di crociere vuote, di navigazione deserta e snervante, di lunghi agguati, di interminabili attese.” È significativo che Rizzo, nel citato scritto del ’27, riporti quest’articolo e lo definisca “bellissimo”, evidentemente perché esso, in antitesi alle esaltazioni del gesto estemporaneo di audacia e “raziocinante follia”, valorizza la serietà e il sacrificio oscuro del lungo, paziente, meticoloso lavoro di preparazione.

Man mano che trascorrono gli anni, ed aumenta lo spessore della prospettiva, cominciano ad uscire le prime ricostruzioni storiche. Nel 1923 Maffio Maffi 17[17], in occasione della “Festa del Mare” celebrata nell’anniversario di Premuda, colloca l’impresa nel contesto delle vicende belliche soffermandosi, in particolare, su un aspetto che anche oggi è oggetto di particolare considerazione: gli effetti che sul morale delle nostre truppe attestate nella decisiva difesa sul Piave ebbe l’affondamento della Szent Istvan “da cui lo storico futuro dovrà far cominciare la serie dei successi decisivi delle armate alleate”.

Nello stesso anno l’ammiraglio Camillo Manfroni, nella sua ricostruzione delle vicende belliche sul mare, pur sottolineando anch’egli il ruolo di Rizzo e della Marina nell’alto Adriatico nei giorni seguiti alla sconfitta di Caporetto, si mostra però restio a riconoscere l’eccezionale contributo di Rizzo alla vittoria sul mare. Manfroni, nell'appendice in cui riporta l'elenco delle unità perdute dall'Austria, non può che indicare come uniche navi da battaglia affondate quelle silurate da Luigi Rizzo (e da Rossetti e Paolucci): soli risultati significativi della nostra guerra sul mare. Eppure, delle 390 pagine del suo libro, trova il modo di dedicarne solo cinque all'affondamento della Wien e altrettante a quello della Szent Istvan (molto meno, perfino, di quelle in cui si racconta, con abbondanti citazioni di Ciano e D’Annunzio, la inoffensiva cosiddetta Beffa di Buccari). Per di più, le due imprese sono inserite nell'ambito di una rappresentazione che privilegia l'iniziativa degli alti comandi più che quella di coloro che veramente prepararono e realizzarono le azioni: per esempio, sull’affondamento della Wien si riporta la relazione dell’ammiraglio Cito di Filomarino, che presenta come “lungamente studiata e diretta dal comandante Pignatti con amore ed entusiasmo” un’azione la cui preparazione in realtà era stata per mesi gestita personalmente da Luigi Rizzo. Illuminante anche la gerarchia dei meriti indicata nella conclusione: “Bellissima impresa che onora chi la concepì e la diresse e chi la eseguì”.




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