La flagellazione di Cristo



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03.04.2019
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La flagellazione di Cristo

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uest’opera risale ad uno dei primi soggiorni urbinati, e si presume sia stata dipinta poco dopo il 1444. Risale a tale data, infatti, la morte violenta di Oddantonio, fratellastro di Federico da Montefeltro, di cui il dipinto sarebbe una singolare commemorazione.


La tradizione popolare ravvisa Oddantonio nel giovane biondo in primo piano, affiancato dai due consiglieri responsabili della rivolta che gli tolse la vita; e la flagellazione di Cristo starebbe a simboleggiare il tragico destino del principe.

Tuttavia, all’infuori di ogni puntuale significato, l’opera è così interamente calata in un clima di astrazione formale, da divenire in se stessa “sogno matematico”, cioè uno dei dipinti in cui meglio si esprime quell’esaltazione poetica della prospettiva e della “misurazione” che è un portato tipico della Rinascita in genere e dell’arte di Piero in particolare. La composizione è spartita in due zone non simmetriche, ma legate da quel rapporto che i Greci, ritenendolo perfetto, chiamavano aureo e che gli artisti del Quattrocento venivano ora riscoprendo nella sua divina armonia. A considerare poi attentamente il quadro, tutta una serie di ben calcolate proporzioni crea un tessuto geometrico da cui nasce l’evidenza di ogni forma e il suo intimo legame con le altre. Il colore-luce riveste e trasfigura la razionalità dello schema donandogli quel senso di circolazione continua del raggio solare e dei suoi infiniti variabili riflessi sulla materia, che costituisce l’unico elemento vivo e mosso di un quadro dove i personaggi sono invece fermi e impassibili, quali i protagonisti di un fatto ormai fatalmente compiuto e che perciò nessuna azione può modificare. Così non la posa di Oddantonio e dei consiglieri, ma i passaggi dell’intensità cromatica e la direzione diagonale della prospettiva rendono evidente il vincolo allegorico tra il gruppo in primo piano e la scena della flagellazione; e questa, immersa nei glauchi riflessi di una luce indiretta, dà un senso di lontananza non solo nello spazio, ma anche nel tempo. In tale spettacolo di forme i gesti crudeli assumono la fissità di un simbolo e divengono anch’essi partecipi di quel clima di catarsi lirica, che è la più profonda ragion d’essere di questo capolavoro.”
(da: Storia dell’arte, Volume Terzo, di Castelfranchi Vegas e Cerchiari Necchi, Signorelli editore, 1960)


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