La formazione degli “operai del Vangelo” si radica in profondità e raggiunge IL suo vertice quando fa della “coscienza di essere chiamati e mandati” dal Signore IL principio interiore che plasma e vivifica I loro pensieri, sentimenti e gesti



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13.11.2018
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Uno stile missionario secondo il cuore di Cristo
99. La formazione degli “operai del Vangelo” si radica in profondità e raggiunge il suo vertice quando fa della “coscienza di essere chiamati e mandati” dal Signore il principio interiore che plasma e vivifica i loro pensieri, sentimenti e gesti concreti, in una parola il loro stile di vita. È lo stile proprio del “discepolo”, di colui che deve imitare e rivivere lo stile stesso di Gesù Cristo, il missionario del Padre.

Gesù ha voluto delineare personalmente le attitudini del cuore e le condizioni di vita di colui che egli manda ad annunciare il suo Vangelo. Egli, infatti, in-viando i suoi discepoli in missione durante il suo ministero in Galilea, indica loro l’atteggiamento e il comportamento che devono assumere: una specie di “carta d’identità” dei missionari del Vangelo, perché riproducano sul loro volto, luminosi e affascinanti, i tratti del volto di chi li invia. In realtà, i tre evangelisti sinottici, mentre riferiscono le parole di Gesù (cfr. Matteo 10, 1-15; Marco 6, 6-13; Luca 9, 1-6; 10, 1-12), hanno davanti agli occhi l’azione missionaria delle prime comunità cristiane e sono portati a vedere in questa prima missione dei discepoli nei villaggi della Galilea, se non proprio il fondamento, almeno il “paradigma” di ogni successiva missione della Chiesa. Anche la nostra, dunque.


100. Marco, nella sua descrizione, inizia parlando di Gesù: «Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando. Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli…» (Marco 6, 6-7). Egli va: in questo senso la sua casa è la strada. Egli va instancabilmente: così facendo, testimonia il suo amore che cerca tutti, senza posa. Gesù, dunque, fa in prima persona ciò che poi comanda. In tal senso, i missionari sono coloro che seguono, che imitano il Signore Gesù. Sono i suoi discepoli, più precisamente i discepoli che da lui sono chiamati. Scrive Luca: «Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò…» (Luca 10, 1). Chiamati da Gesù, i discepoli sono da lui mandati.

Eccoci, allora, di fronte al dono di una grazia e all’affidamento di un compito. I missionari non vanno di loro iniziativa, ma in quanto chiamati e mandati da Gesù, anzi in quanto sono resi partecipi del potere che egli ha ricevuto dal Padre.

Troviamo qui indicata un’attitudine di base, nuova, originale e assolutamente necessaria per gli “operai del Vangelo”: la consapevolezza gioiosa e grata che il vero, grande, unico Missionario del Vangelo è il Signore Gesù. È il protagonista insuperabile, perché è unico. Il discepolo è missionario solo e sempre perché “chiamato” per pura grazia a “partecipare” alla missione di Gesù. Prende così pienezza di significato la parola del Signore: «Gratuitamente avete ricevuto…» (Matteo 10, 8).

È questa la coscienza di cui vibra la Chiesa delle origini: lo Spirito Santo, come dono di Cristo morto e risorto, è «l’agente principale dell’evangelizzazione» e lo è a tal punto che, senza la sua opera, «l’evangelizzazione non sarà mai possibile» (Evangelii nuntiandi, 75). In lui e per lui, Cristo è presente nel cuore di chi annuncia e di chi accoglie il Vangelo e sa operare prodigi: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Marco 16, 20).

Avere sempre limpida e fresca la coscienza della presenza di Gesù e del suo Spirito – e ciò è possibile solo coltivando la preghiera e la santità della vita – è fonte di fiducia incrollabile, di straordinaria audacia e di indomito coraggio nell’annuncio del Vangelo. Come diceva il Papa ai sacerdoti della Diocesi di Roma il 26 febbraio 1998: «Lo Spirito Santo non solo ci accompagna, ci guida e ci sostiene nel cammino della missione. Egli anche e anzitutto ci precede. Lo Spirito, infatti, è misteriosamente presente e operante nel cuore, nella coscienza e nella vita di ogni donna e di ogni uomo… Quando bussiamo alla porta di una casa, o alla porta di un cuore, lo Spirito ci ha già preceduto e l’annuncio di Cristo potrà forse risuonare nuovo all’orecchio di chi ci ascolta, ma non potrà mai risuonare estraneo al suo cuore. Nutrire pessimismo circa la possibilità o l’efficacia della missione sarebbe dunque, cari fratelli, in certo senso un peccato contro lo Spirito Santo, una mancanza di fiducia nella sua presenza e nella sua azione».
101. «Ed incominciò a mandarli a due a due» (Marco 6, 7; cfr. Luca 10, 1). In questo contesto, il “due” è un numero ricco di significato. Dice il camminare, anzi l’essere insieme; parla di aiuto reciproco; è testimonianza viva di quell’amore che, prima di essere proclamato, deve essere vissuto. Il “due” dice l’inizio di una realtà più grande: è il germe della comunità.

La missione ha essenziale e irrinunciabile bisogno di comunione. E, reciprocamente, la comunione è non solo al servizio della missione, ma costituisce il fine e in un certo senso la sostanza stessa della missione. Sì, perché la comunione è evangelizzazione: “dice” chi è Gesù; “dice” chi è il discepolo di Gesù.

È quanto emerge dalla “preghiera sacerdotale” di Gesù: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Giovanni 17, 21). Questa singolarissima unità dei discepoli è veramente inimmaginabile dalla mente e indesiderabile dal cuore dell’uomo, perché è partecipazione misteriosa ma reale dell’unità che costituisce lo stesso “segreto” dell’intimo rapporto tra il Padre e il Figlio: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola». Una simile unità non può non essere una formidabile forza missionaria: «perché il mondo creda che tu mi hai mandato». È dunque la comunione dei discepoli a rivelare, a dire, ad annunciare il mistero stesso di Dio, quel rapporto eterno tra Padre e Figlio che racchiude e sprigiona nel tempo la “missione” di Gesù fra noi, la missione del Figlio che si fa carne per la nostra salvezza.

Citando questo passo, l’Esortazione Christifideles laici conclude: «Così la vita di comunione ecclesiale diventa un segno per il mondo e una forza attrattiva che conduce a credere a Cristo… In tal modo la comunione si apre alla missione, si fa essa stessa missione» (n. 31). È “segno e forza”: sono parole che alludono chiaramente al concetto di “sacramento”, di un segno efficace, che manifesta e insieme comunica. Non c’è modo più eloquente e pregnante per dire la carica missionaria che è insita nella comunione. La comunione, inoltre, «si apre alla missione»: è, dunque, finalizzata alla missione stessa. Per questo, può e deve trovare nella missione le motivazioni e i criteri delle forme concrete del suo realizzarsi. Nella Chiesa si è in comunione “per” la missione!

La comunione può adeguatamente servire la missione evangelizzatrice se si presenta, insieme, come comunione sincera dei cuori e come comunione di opere. La prima, che si radica e si alimenta in una vera e propria spiritualità (cfr. Novo millennio ineunte, 43), nasce e cresce con una serie di attitudini virtuose, tra le quali spiccano l’umiltà, il perdono e la stima reciproca. Queste sono talmente importanti e decisive che la loro assenza o insufficienza fa morire o compromette la comunione stessa. Circa poi la stima vicendevole riascoltiamo l’appello di Paolo: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Romani 12, 10). Ci è chiesto non solo di avere stima gli uni degli altri. Ci è chiesto molto di più: di impegnarci in una specie di vera e propria “gara” in questa avventura spirituale, faticosa sì, ma generatrice di freschezza, di unità e di gioia.

Quanto poi alla comunione delle opere, basta ricordare che sarà il senso vivo e profondo della nostra comune appartenenza all’unica Chiesa e alla sua identica missione a far nascere e sviluppare sia la corresponsabilità sia la compartecipazione concreta all’annuncio del medesimo Vangelo. È in questa comunione ecclesiale che – tra i presbiteri, tra le persone consacrate e tra i fedeli laici, come pure nei loro rapporti vicendevoli – deve trovare spazio l’impegno quotidiano umile, paziente e generoso per realizzare rapporti veramente “ecclesiali”, ossia “fraterni”, nella vita di tutti i giorni e nelle loro opere al servizio del Vangelo: «perché il mondo creda»!

Con questa “spiritualità di comunione” si potranno vivere, in modo corretto e cordiale, le relazioni che, proprio in ordine alla missione, devono svilupparsi tra le stesse comunità ecclesiali (parrocchie, unità pastorali, decanati, zone) e tra i diversi gruppi, associazioni e movimenti. È semplice traduzione del precetto evangelico dire: Ama la parrocchia altrui come la tua! Ama la realtà aggregativa altrui come la tua! In questa stessa linea, si dovrebbe continuare affermando l’esigenza di inserire – secondo verità e carità – il bene della comunione nei rapporti ecumenici e nel dialogo interreligioso. Sempre «perché il mondo creda»!


102. Un altro fondamentale aspetto dello stile cristiano del missionario del Vangelo è l’essenzialità, la sobrietà, la povertà nel cibo, nel vestito, nelle esigenze quotidiane e nelle relazioni interpersonali: «E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche» (Marco 6, 8-9).

«E ordinò loro»: è la prima volta, in Marco, che Gesù comanda qualcosa e non si limita a consigliare. Come a dire che è solo l’obbedienza a Gesù che giustifica e rende possibile la missione in povertà.

«Non portare nulla»: dunque distacco pieno dalle cose, povertà totale. Ma una povertà che è frutto e segno di una grande libertà interiore: quella libertà che ha in sé l’energia di superare ogni possibile preoccupazione terrena, perché emerga e domini l’unica, vera, grande “passione” alla quale il missionario obbedisce, la passione di annunciare – senza ostacoli e freni di qualsiasi genere – il Vangelo, la lieta notizia del Regno di Dio. Nulla, in realtà, è più importante e prioritario del Regno! Solo il Regno è il fatto decisivo per eccellenza: tutte le altre cose passano in secondo piano!

La povertà che il Signore richiede al missionario non può non interpellarci, sempre e in un modo più forte nelle attuali situazioni segnate dalla cultura consumistica, proprio in ordine alla credibilità e all’efficacia dell’annuncio del Vangelo. Solo una Chiesa povera è pienamente libera, e solo una Chiesa libera è veramente missionaria! E questo diciamo non solo dei singoli membri della Chiesa, ma anche delle singole comunità cristiane: delle nostre stesse parrocchie e realtà di Chiesa. In questo senso, non basta che la Chiesa sia attenta e sollecita verso i poveri. Deve passare da una “Chiesa per i poveri” a una “Chiesa povera”, nel senso evangelico del termine: povera perché non s’aggrappa ai potenti di questo mondo; povera perché pronta a disfarsi di inutili pesi; povera perché consapevole che il segreto della propria forza è la grazia di Dio; povera perché capace di usare mezzi umani con distacco e libertà. Come diceva il cardinale Roger Etchegaray al Concistoro straordinario dei Cardinali il 21 maggio 2001, «Tocchiamo qui forse la questione più provocante, la più urgente per l’evangelizzazione del nuovo millennio. Solo una Chiesa povera può diventare una Chiesa missionaria e solo una Chiesa missionaria può esigere una Chiesa povera».

È questa l’indicazione precisa, la consegna solenne che Paolo VI rivolgeva alla Chiesa, «come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare», concludendo il suo Pensiero alla morte: «E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione: abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo».

Questo non è un discorso astratto, lontano dalla vita. Al contrario ci sollecita, tutti insieme, a un serio esame di coscienza, che ci aiuti a convertirci, a individuare e a mettere in atto risoluzioni concrete. Proprio in questa linea il cardinale Carlo Maria Martini, in Partenza da Emmaus, scriveva: «Lo stile di povertà impone la sobrietà nel dotarci di mezzi e strutture pastorali, l’esempio rigoroso di povertà personale, l’amministrazione dei beni comunitari veramente finalizzata alla carità, lo scambio anche di beni economici tra persone e comunità in vista di una giusta perequazione dei beni personali e comunitari» (n. 23).


103. Altri elementi irrinunciabili dello stile missionario evangelico sono il coraggio e la franchezza (parresìa) di annunciare – in libertà di parola – il Signore Gesù e il suo Vangelo, l’audacia e la disponibilità all’incomprensione, all’odio, all’emarginazione, al rifiuto, e dunque alla persecuzione e al martirio: «Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno…» (Marco 6, 11). Gesù, che dice: «Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi» (Luca 10, 3), prevede il rifiuto. Egli per primo è stato rifiutato. La stessa triste esperienza potrà verificarsi anche per il discepolo. Questi deve proclamare il messaggio con generosità eroica, ma deve lasciare a Dio il risultato: perché al discepolo è stato affidato un compito, non garantito il successo. Senza dire, peraltro, che il rifiuto che accompagna la missione, non distrugge, anzi realizza il Regno. Non è forse questa la logica del seme che porta frutto solo se è gettato e muore (cfr. Giovanni 12, 24)?

Nel sopportare contrasti e rifiuti da parte dell’ottusità od ostilità degli ascoltatori, come da parte della prepotenza e oppressione delle autorità, anzi nell’aspettarsi dolori e persecuzioni, i discepoli non devono aver paura, perché lo Spirito parlerà in loro (cfr. Matteo 10, 19-20) e il Padre li custodirà (cfr. Matteo 10, 24-31). Unica deve essere la loro preoccupazione: essere fedeli pubblicamente e coraggiosamente alle esigenze radicali del Vangelo e alla croce di Gesù (cfr. Matteo 10, 32-39). Certo, i discepoli possono essere richiesti di pagare un “prezzo” per il Vangelo: il prezzo della sofferenza e persino della morte. Ma è sempre possibile, per grazia, una coesistenza tra la persecuzione e la serenità interiore, anzi la stessa gioia.


104. Anche la gioia spirituale è una componente ineliminabile dello stile del discepolo missionario. Non è senza significato che Luca riferisca questa esperienza dei settantadue discepoli al ritorno della missione ricevuta da Gesù: «I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “…Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”» (Luca 10, 17-20).

Accogliamo l’invito e l’augurio di Paolo VI: «Conserviamo il fervore dello spirito. Conserviamo la dolce e confortante gioia d’evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi – come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e Paolo, per gli altri Apostoli, per una moltitudine di straordinari evangelizzatori lungo il corso della storia della Chiesa – uno slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo» (Evangelii nuntiandi, 80).


Questo che abbiamo sinora descritto è lo stile missionario secondo il cuore di Cristo. È un ideale normativo nel quale fissare continuamente il nostro sguardo, nel senso più radicale e impegnativo, quello della conversione spirituale e pastorale. È una conversione che certamente tocca le stesse comunità, ma che, in definitiva, interpella e coinvolge sempre la singola persona. Non ci sarà l’auspicato, anzi il necessario rinnovamento missionario della Chiesa, delle nostre comunità cristiane, se non ci sarà quello di ciascuno di noi, con tutto il peso e l’onore di una responsabilità personale insostituibile e indelegabile.

Imploriamo dal Signore la grazia di questa conversione! Con fiducia umile e salda, chiediamo a lui che, tra il dono e il compito missionari che ci affida e la fragile libertà umana di ciascuno di noi che gli risponde, non prevalgano mai la nostra infedeltà e la nostra miseria di uomini “plasmati di polvere”. Prevalgano sempre la sua fedeltà e la sua grandezza misericordiosa. Vinca la sua salvezza come “lieta notizia” per noi e per tutti. Sia, ancora e sempre, il suo Vangelo a correre per le strade del mondo e a ricreare in novità il cuore di ogni uomo.


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