La madre reale, con IL suo operato, potenzia l’effetto della grande madre terribile



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MATERNO E MATRIARCATO

INDICE
Materno e matriarcato Pag. 2

Il materno e l’archetipo del femminile Pag. 7

L’origine dell’universo Pag. 8

Il vaso Pag. 10

Il carattere elementare Pag. 11

Il carattere trasformatore Pag. 13

La luna Pag. 14



Il matriarcato tra storia e mito Pag. 16

Civiltà preistoriche ed antica Grecia Pag. 17

Antica Roma Pag. 21

Dagli anni sessanta ad oggi Pag. 22

Matriarcato e ginecocrazia Pag. 25

Il tramonto del matriarcato Pag. 27



Sommario Pag. 31

Bibiliografia Pag. 33

MATERNO E MATRIARCATO
Durante l’esperienza clinica ed esistenziale di ogni terapeuta è inevitabile che avvenga l’incontro con l’immagine della madre. La madre reale del paziente; i racconti di fatti che la riguardano, delle sue caratteristiche, del modo in cui ella ha improntato la vita del soggetto, evocano nel terapeuta un raffronto continuo con la propria, personalissima esperienza del materno. La madre archetipica, la cui immagine appare attraversando gli oscuri cunicoli dell’inconscio collettivo e la cui influenza, positiva o negativa a seconda di quali aspetti di essa si attivino, si palesa nell’ hic et nunc della relazione analitica. La madre come rapporto: durante alcune fasi della terapia, infatti, la relazione analitica assume le caratteristiche della diade madre/figlio ed il terapeuta affronta le difficoltà inerenti un rapporto simile ad un maternage, sebbene transitorio, che include operazioni di “reverie” (Bion, 1973).

Il bambino infatti, specie se molto piccolo, trasmette alla madre le proprie ansie, le proprie sensazioni negative e le proprie angosce intollerabili “mettendole” in lei tramite il ben noto meccanismo dell’identificazione proiettiva.

La madre, se non è turbata a sua volta da angosce primarie che le impediscono di comprendere il piccolo e di supportarlo, “digerisce” i contenuti che il bambino da solo non riesce ad elaborare e li restituisce a lui in forma accettabile. L’analista compie spesso un’analoga operazione; ma mentre quella materna consiste più che altro in gesti accoglienti, espressioni del viso rassicuranti e movenze corporee particolari, la revèrie dell’analista si basa prevalentemente sul pensiero fluttuante nella sua mente, sulla parola, sulla restituzione verbale di contenuti, fino ad allora indigesti per il paziente, tramite un intervento o un’interpretazione offerta al momento opportuno.

Le prime, basilari esperienze di ogni individuo hanno luogo all’interno della relazione madre/bambino, nella quale la donna si pone come “funzione” già durante l’esperienza della gravidanza: il suo corpo è una casa e tutte le trasformazioni che avvengono al suo interno vanno preservate e difese, anche se ingenerano sentimenti contrastanti.

Il tumulto emotivo che si scatena nella vita psichica della donna riguarda diversi aspetti: il cambiamento fisico comporta un’alterazione dell’immagine corporea che richiede, vista la rapidità, un repentino adattamento percettivo non scevro da sentimenti di sconforto, se non di depressione. L’originaria armonia delle forme va perduta ed al suo posto si instaura un’altra forma di femminilità, con diverse rotondità e poco graditi gonfiori. La donna, generalmente, accetta questa nuova condizione proprio perché, come detto, pone il suo corpo al servizio della funzione che assolve. La compensazione alla perdita della sua forma fisica adolescenziale deriva infatti da questo nuovo ruolo di “creatrice di vita” e dall’importanza biologica ed esistenziale attribuita alla gravidanza.

Il cambiamento di prospettiva della donna che passa dall’essere figlia al diventare anche madre genera altri turbamenti emotivi. Secondo Stern (1995), con la nascita dei bambini, specie il primo, la condizione della madre e la sua identità nella vita cambiano da un giorno all’altro. “Comincia un riesame radicale dell’organizzazione e della priorità della maggior parte delle sue rappresentazioni del Sé. Alcuni di questi cambiamenti possono essere stati anticipati e pianificati dalla madre prima della nascita del bambino; altri giungeranno inaspettati e la coglieranno di sorpresa.”1. La donna, necessariamente, dovrà ricalibrare la propria percezione di sé come femmina, moglie, lavoratrice, figlia, amica, nipote sulla nuova esperienza della maternità.

L’enorme assunzione di responsabilità che comporta il generare, poi far crescere un altro essere umano, necessariamente implica il porsi una domanda ben nota: -Sarò capace?-. Ecco che entra in gioco una categoria peculiare di insicurezze in cui il vissuto soggettivo si incrocia al destino biologico della donna e che riguarda il compito di allevare, prendersi cura di un’altra persona e contribuire a formare il suo carattere, la sua forma mentis e la sua vita psichica.

All’avanzare della gravidanza, poi, quando la futura madre comincia a percepire i movimenti del feto, quello che fino ad un certo punto era un futuro bambino solo immaginato diviene un essere realmente esistente. Tra la donna ed il feto si stabilisce una relazione intima caratterizzata da una particolare forma di comunicazione: il bambino risponde con una serie di movimenti o con momenti di stasi alle stimolazioni materne che possono essere una carezza sulla pancia, il canto o la parola; il neonato, infatti, già alla nascita è in grado di riconoscere tra tutte la voce della madre e mostra di preferirla. Anche gli stati emotivi molto intensi della donna vengono percepiti dal bambino.

La donna, dunque, instaura un rapporto affettivo con il piccolo già dalla gravidanza e, probabilmente, sviluppa un attaccamento non solo al bambino, ma anche alla situazione stessa. Il portare il bambino in grembo, sentirlo, prendersi cura di sé stessa facendo attenzione a ciò che mangia e a come si muove è un modo iniziale di prendersi cura del bambino, ma anche un modo di ricapitolare una situazione che riguarda da sempre tutte le madri del mondo, incarnando un destino esistenziale che completa la femminilità della donna nel vissuto soggettivo e nell’evoluzione storica dell’essere umano.

Il parto rappresenta l’inizio dell’esperienza della maternità, ma è anche l’estinguersi di una situazione fusionale alla quale la donna si era abituata ed affezionata. Al di là del dolore fisico che comporta il parto, esiste una quota di sofferenza emotiva non sempre coscientizzata dalla donna, che riguarda la separazione fisica dal piccolo, il quale da ora in poi non farà più parte di lei, ma sarà “qualcun altro”.

Meno la donna è consapevole dei sentimenti contrastanti che ha generato in lei l’esperienza della gravidanza e poi quella del parto, più forte sarà la risposta emotiva negativa che si accompagna all’improvviso calo degli ormoni che sostengono la gravidanza. Lo sbalzo sarà tanto più potente quanto più la donna si concentrerà sulla gioia di aver dato alla luce il piccolo, lasciando poco o nessuno spazio alla paura, al dolore della separazione ed alle perplessità circa il nuovo ruolo da assolvere. Lo stato emotivo successivo al parto, pertanto, potrà essere un semplice “baby-blues”, una depressione post-partum o, nei casi più severi, una psicosi post-partum caratterizzata dal rifiuto dell’esperienza e del neonato stesso.

Nelle prime interazioni dopo il parto la madre, rispetto al neonato, dispone generalmente di una conoscenza fondamentale inerente il concetto di alterità: il fatto, cioè, che i due non sono parti dello stesso corpo, dello stesso individuo.

Quindi anche se sperimenta un intenso dolore al momento della separazione (molto spesso relegato nell’inconscio, subissato dall’intesa emozione di essere diventata madre e dalla necessità di provvedere ad una serie di compiti “vegetativi” che riguardano l’esistenza del piccolo) è avvantaggiata dall’esperienza e conosce bene la situazione. In alcune neo-madri, tuttavia, la consapevolezza dell’alterità risulta offuscata dalle difficoltà emotive recenti e pregresse della donna; pertanto durante la fase del puerperio, e spesso anche dopo, la madre considera inconsciamente il bambino come una sorta di “prolungamento” di sé stessa.

Le angosce di base del neonato riguardano una rudimentale forma di constatazione della separatezza senza la “pensabilità” di questa esperienza. E’ proprio nei momenti di sconforto, negli attimi che precedono l’intervento della madre, la quale in genere accorre a soddisfare i bisogni del piccolo, che nel neonato cominciano a stabilirsi i primi nessi cognitivi, il “protopensiero”.

Secondo Bion (1967) il nuovo nato possiede, per predisposizione congenita, il presentimento che esista un seno. Tale conoscenza a priori si configura come una sorta di “pensiero vuoto”, in base al quale il bambino ha una predisposizione innata a cercare un oggetto amico, nel mondo esterno, atto a soddisfare le sue esigenze biologiche. Questo “presentimento” è visibile anche a livello comportamentale: già alla nascita, ed ancora prima durante la vita uterina, il bambino è dotato del riflesso di suzione (all’interno del ventre materno esegue alcune prove generali come succhiare i pollici od il funicolo; poi, appena nato, in presenza della madre gira il capo verso il seno cercando il capezzolo). Quando il bambino affamato incontra il seno ed il suo bisogno viene soddisfatto, il pensiero, prima vuoto, si “riempie” con la realizzazione dell’idea “seno” e da questo incontro scaturisce la “nozione” del seno. “Le nozioni, quindi, sono obbligatoriamente connesse con un’esperienza di soddisfacimento”2.

“La nozione di pensiero è il congiungersi di un’idea (o preconcezione) con una frustrazione: all’idea di seno (o pensiero vuoto) con l’assenza del seno reale. E’ importante sottolineare che la percezione di “assenza” è possibile soltanto quando di un particolare oggetto è stata esperita la presenza.”3

In principio ciò che costituisce la tragicità dello stato di disagio del neonato non risiede nel suo contenuto (fame, pannolino sporco, bisogno di coccole), ma nel suo non poter immaginare che presto interverrà la madre a porvi rimedio. E’ un attimo che dura un “per sempre”; la madre intimamente lo sa ed è per questo che, se non è disturbata da disagi particolarmente profondi, non può resistere al pianto ed accorre. Dopo la prima esperienza di unione con la madre, ad esempio la suzione, ogniqualvolta il neonato avverte il senso di fame ricorre alla nozione di seno immaginando la soddisfazione del bisogno ancora prima che arrivi. Naturalmente si tratta di un processo graduale, non immediato: il piccolo individuo diviene sempre più abile nelle operazioni pensare, immaginare, aspettare; ma ciò richiede una sorta di allenamento, un continuo reiterarsi dell’esperienza.

Riguardo alla funzione di reverie del genitore, che costruisce nel neonato proprio l’apparato “per pensare i pensieri”, tramite il sostegno e il contenimento delle angosce di morte che il piccolo vive, Grassi (2010) suggerisce l’idea che la funzione di maternage, consistente nella capacità di accogliere dentro di sé le angosce del neonato, farle proprie e metabolizzarle in modo da trasformarle da cose concrete in vissuti psicologici (pensieri e immagini), sia in realtà una componente di paternage della reverie, misconosciuta dallo stesso Bion. Comprendere il senso delle angosce neonatali e quindi rispondere a quello specifico significato in modo adeguato è una funzione tipicamente maschile, può essere esercitata da entrambi i genitori, ma fa parte del bagaglio antropologico del “paterno”.


In origine la vita umana viene determinata in misura notevolmente più ampia dall’inconscio che dalla coscienza, più dagli istinti che dalle decisioni volontarie dell’Io proprio a causa di questioni biologiche e fisiologiche (la mancanza di connessioni neuronali cerebrali non consente lo strutturarsi della coscienza alla nascita). Il bambino, pertanto, all’inizio non può percepire il mondo oggettivamente; la separazione Io-Tu è ancora lontana, questa è definita da Neumann la “fase uroborica”. L’uroboro è un cerchio: un serpente che si morde la coda; non esiste soluzione di continuità, non vi è inizio né fine. Tale è la percezione del neonato per quanto riguarda sé stesso e la madre: non è ancora in grado di immaginare la separazione, nella sua ottica lui e la madre sono un unico oggetto. Parallelamente nella situazione psichica originaria predomina una fusione, il non-essere-ancora-diviso dell’Io dall’inconscio. In questo stadio l’Io fa riferimento all’inconscio come a qualcosa di materno. “Questa situazione si manifesta a livello personale nella unione del bambino con la madre e, in generale nell’esser contenuti, come individui, nel potere materno, protettivo e del gruppo, del clan o della famiglia…” (Neumann, 1953)

E’ solo in una fase successiva, nella quale il piccolo approda a forme di conoscenza non solo inconsce ed è in grado di rappresentarsi l’idea della separatezza che riconosce la madre come individuo. E’ così che ha inizio un lungo, tormentoso processo che porta il bambino a percepire la madre come entità reale, dalla quale dipende totalmente, in maniera archetipicamente investita e come dotata di misteriosi e numinosi poteri. E’ l’immagine che Neumann chiama “grande madre”.

“La relazione con la madre rappresenta il palcoscenico articolato in cui si intrecciano contenuti personali e aspetti archetipici.”4.

Ogni madre dispone di un suo personalissimo “stile” di maternità che dipende dalla propria esperienza di feto, neonata, bambina, ragazza e poi donna. Se durante il percorso evolutivo ed esistenziale della donna si verifica qualche “incidente”, soprattutto nelle fasi precoci della sua esistenza, lo stile di maternità risulterà condizionato dall’esperienza negativa e la madre potrebbe rivelarsi non “sufficientemente buona” (Winnicott, 1965).

Ma esiste qualcosa di più profondo, arcaico e potente che condiziona lo stile di maternità di ogni donna e, di conseguenza, l’essere figlio di ognuno di noi; una sorta di fiume sotterraneo che si dipana attraverso la storia dell’umanità ed erompe nell’inconscio di ogni individuo e di ogni collettività dando luogo ad esiti comportamentali diversi. Si tratta di ciò che archetipicamente e storicamente ci viene tramandato circa il susseguirsi delle generazioni tramite processi filogenetici ed ontogenetici.

Jung ha ipotizzato l’esistenza di un inconscio collettivo osservando che ogni gruppo etnico, di fronte ad eventi universali quali la nascita, la morte, l’amore ed altro, risponde con modalità comportamentali ed espressive simili, come si può constatare dal confronto di diverse mitologie e sistemi religiosi o di creazioni artistiche e dal confronto di questi con il materiale psichico emergente dai sogni e dai deliri nelle psicopatologie più severe. “Gli eventi dell’esistenza che continuamente ricorrono, che sono onnipresenti, ritualizzanti e passionali, sarebbero governati da fattori psichici costanti, fondamentali e strutturanti: gli archetipi dell’inconscio collettivo.”5. Jung comunque ha sottolineato che ciò che viene ereditato non sono le immagini, ma la possibilità di strutturare certe immagini.

“‘Archetipo’ è un termine che si trova già nell’antichità ed è sinonimo di ‘idea’ in senso platonico… In ogni psiche sono presenti -inconsce e ciò nonostante attive, cioè vive- forme, disposizioni, idee in senso platonico, le quali istintivamente preformano e influenzano i nostri pensieri, sentimenti, azioni.” (Jung, 1938). L’Archetipo, continua Jung, ha un nucleo di significato invariabile, ma ha diversi modi di manifestarsi che potremmo immaginare lungo un continuum che procede da una polarità negativa ad una positiva.
La lunga concatenazione di eventi di cui siamo a conoscenza grazie ai dati storici e di cui portiamo le tracce nel nostro inconscio, a tratti è stata caratterizzata da un particolare sistema di gestione della società, studiato approfonditamente da Bachofen, che viene definito “matriarcato”.

Le teorie di Bachofen in passato sono state considerate fallaci, puro frutto dell’immaginazione e delle fantasie popolari; ma di recente l’opera dello studioso è stata rivalutata alla luce di alcuni dati storici e storiografici forniti da diversi autori.



IL MATERNO E L’ARCHETIPO DEL FEMMINILE

Come accennato il processo di individuazione dell’essere umano, uomo o donna, inizia a partire da una sorta di caos primordiale in cui il bambino si percepisce unito alla madre e non è ancora in grado di distinguere l’Io dal Tu. La situazione intrapsichica riflette quella reale: non esiste ancora distinzione tra Io ed inconscio. Neumann (1956) descrive questo stato di cose con l’immagine dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda. Nella totalità uroborica tutto è indifferenziato. Elementi positivi sono mischiati ad elementi negativi, così come gli elementi maschili e quelli femminili. Nella fase uroborica iniziale, sostiene l’autore, anche gli archetipi sono mischiati ed indistinguibili, ma al progredire dell’evoluzione fisiologica e relazionale, nella vita psichica del bambino comincia ad emergere l’immagine della “Grande madre uroborica”; “quando la figura archetipica dell’uroboro traluce attraverso la figura della Grande Madre”6.

Tra tutte le immagini primordiali di cui siamo collettivamente portatori quella della madre occupa un posto ed un tempo che precede e condiziona ogni successiva esperienza perché il rapporto con la madre è il modello di ogni partecipation mystique, “ ‘l’esser contenuto dell’Io nell’uroboro’ è solo la descrizione di questo stato di cose”7
L’origine dell’universo

Che cosa c’era, quando ancora non c’era qualcosa? A questa domanda molti popoli hanno tentato di rispondere con miti e racconti. Vernant (1999)8 descrive in maniera articolata la concezione mitologica degli antichi Greci, accostabile a quella di altre civiltà.

Abbiamo visto come l’idea della madre si fa strada nel bambino a partire da questioni biologiche: l’iniziale essere incluso nel corpo della madre durante la gravidanza ed il successivo dipendere totalmente da lei per la nutrizione, il calore, l’igiene del periodo neonatale. E’ per questo che nei miti che hanno a che fare con la figura della madre ella appare connessa con l’immagine della terra e con temi bucolici.

Nella cosmogonia greca, dunque, inizialmente esisteva solo un’entità chiamata, da Vernant (1999), Voragine: il caos primordiale, un bacino uroborico nel quale tutto e nulla convivevano confondendosi nelle tenebre. Ma ecco che all’interno della voragine primordiale prende forma Gaia, la terra, che si erge verso l’alto, sottoforma di montagna, ed ha caratteristiche differenti dalla voragine: stabilità e compattezza; ciononostante essa possiede, al suo interno, una cavità profonda, ampia ed indefinita. Sotto il suolo di Gaia, dunque, è sempre presente l’abisso, l’aspetto caotico originale. “Dapprincipio, dunque fu l’abisso, la Voragine, fauci immense in forma di baratro buio e senza fondo, ma che si apre poi su una superficie solida: sulla terra, che si slancia verso l’alto e sprofonda verso il basso”9.

Inizialmente Gaia è sola con Chaos (la raffigurazione, la personificazione della situazione caotica all’interno di Voragine ove prende forma Gaia), quando compare Eros, una divinità differente dall’Eros al quale siamo avvezzi riferirci.

Questo Eros è raffigurato dai Greci con i capelli bianchi perché si tratta dell’amore primordiale; non è quello che presiede agli amori sessuati, è più una forma di energia che pervade l’universo e rende possibile l’auto-fecondazione della terra che, così, partorisce il suo primo figlio: Ouranos, il cielo. Subito dopo nasce Pontos, cioè l’acqua, o, più precisamente, Flutto marino. Ouranos, una volta generato, se ne resta immobile al di sopra di Gaia; non si stacca mai da lei ed intrattiene con lei un perenne rapporto sessuale. Gaia viene fecondata e nasce una nuova tipologia di prole: i Titani ed i Giganti dalle cento braccia, ma poiché Urano continua a giacere su Gaia i figli non possono mai uscire alla luce e restano negli abissi della terra.

Gaia è disturbata da questa continua presenza di Urano che la schiaccia e la soffoca, così parla al più giovane dei suoi figli, Cronos, chiamato anche “Crono dai pensieri scaltri”. Madre e figlio stabiliscono un accordo finalizzato alla liberazione di Gaia e della sua variegata prole che giace nell’oscurità, così Gaia elabora un piano particolarmente astuto: fabbrica al suo interno un falcetto, harpe, e lo consegna a Crono il quale, mentre il padre sfoga la sua passione nella madre, lo evira. Urano per il dolore fa uno scatto all’indietro e finalmente si distacca da Gaia. Da quel momento in poi il cielo e la terra vivono l’uno di fronte all’atra, ma non più uniti. Le creature che nascono da Gaia possono liberamente camminare e respirare sulla sua superficie; il tempo comincia a scorrere poiché cominciano ad alternarsi il giorno, la notte e le stagioni.

Durante la gravidanza l’individuo, come nella Voragine, è e non è; inizia a prendere forma nell’oscurità del vuoto, ma è ancora un feto, non un bambino.

Dopo la nascita comincia ad esistere un essere umano, che però ancora non ha coscienza di esserlo e si percepisce come unito alla madre, ancora inglobato nella madre. La con-fusione uroborica nella quale inizia la vita psichica del neonato è simile alla situazione nella quale vivono i figli di Gaia. Affinché il bambino possa intraprendere un processo di individuazione è necessario un distacco doloroso. Il bambino, infatti, quando comincia a realizzare il proprio stato di separatezza dalla madre sperimenta un periodo di angoscia denominato “angoscia dell’estraneo”.

Più tardi, durante il percorso evolutivo del bambino, il processo di separazione dalla madre si rende evidente in alcuni comportamenti tipici, come quello denominato “fase del no”, durante la quale il piccolo frequentemente risponde “no” alle domande degli adulti. La non accettazione che questa risposta implica rafforza nel bambino i limiti che egli frappone fra sé stesso ed il resto del mondo, nonché un primo, rudimentale tentativo di rendersi autonomo. Il dire “no” si configura in realtà come una ricapitolazione, in forma verbale, di una modalità di rifiuto già esperita in età neonatale: si tratta infatti del movimento del capo effettuato dal bambino quando vuole scostarsi dal seno o dal biberon una volta percepita la sensazione di sazietà.

Il rapporto con la madre è la base di ogni rapporto successivo perché, come dice Jung (1938), è la precondizione stessa del figlio. “Portatrice dell’archetipo è anzitutto la madre personale, perché il bambino vive in un primo tempo in partecipazione esclusiva, in identità inconscia con lei.”10

Inizialmente, infatti, il neonato esperisce la propria madre mediata solo dal simbolismo del vaso e sperimenta solo il carattere elementare dell’archetipo della grande madre.






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