La matura non ci fa paura



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Il Dolore

Italiano : Ungaretti Gridasti : Soffoco

Montale “Ossi di seppia
Latino : Seneca Lettere a Lucilio :

Lettera IV- Lettera IX

Lucrezio De Rerum Natura-libro III



Filosofia : Freud

Nietzsche


Schopenauer


Heidegger
Storia : La crisi del primo

dopoguerra/La crisi

secondo dopoguerra

Arte : Munch:”Il grido”


Psicologia: Le emozioni: angoscia e dolore

GIOSUE’ CARDUCCI

A) (1835-1907) Poeta dell'Italia Unita, antimanzoniano e convinto restauratore della classicità, soprattutto romana, come idea di bellezza ed eleganza (concetto foscoliano di "poesia civile" e di "bellezza serenatrice"), ma anche come virilità ed eroicità contro un presente deludente di piccoli uomini. Docente di eloquenza all'Università di Bologna fino al 1904. Questo periodo fu ricco di molti studi filologici e critici. La sua attività poetica è estremamente vasta e varia e gli fruttò il Nobel per la letteratura nel 1906. Forse nessun poeta italiano fu così celebrato in vita e così dimenticato nei nostri anni. Questo è comprensibile, perché C. è di gusto fortemente ottocentesco e retorico per l'orecchio moderno. Grandissima importanza ebbe per la vasta sperimentazione del metro italiano e classico (interessante da questo p.d.v. Odi barbare). Passa dalla fase giovanile fervida e polemica, con atteggiamenti filo-repubblicani (Giambi e d epodi), a un più tranquillo rapporto con la casa Savoia (fase monarchica). Fu senatore del Regno (1890) e poeta ufficiale, "vate della terza Italia" gode di prestigio e autorvolezza. Gli ultimi anni furono segnati da un gusto più intimo e malinconico (Rime e ritmi). Renato Serra dirà: "malinconia selvatica e gentile"; anche D'Annunzio lo sottolinea: "la forza di passione e di malinconia ch'era in lui" porta ad un sentimento nostalgico che contiene quel particolare "accento religioso" di cui ci parla il Croce. (Lina o Lidia =Carolina Cristofori Piva; Delia =Adele Bergamini).

B) Opere

Juvenilia (1880, ma la 1° 1850-1857) (titolo= verso di Ovidio: ad leve rursus opus, iuvenilia carmina veni -tornai di nuovo all'opera leggera, ai carmi giovanili)

È la prima raccolta di poesie (100) organizzata da C. che in essa riordina anche alcuni testi delle precedenti Rime di San Miniato. In essa l'autore esprime affetti intimi come l'amore e la nostalgia, o il dolore per il suicidio del fratello Dante, esalta i valori come la libertà, la virtus romana, la patria e la storia, difende polemicamente il classicismo contro i patetici manzoniani e i tardoromantici. (in questi anni faceva parte di un gruppo di filoclassicisti: Amici pedanti).

Levia gravia (1868, ma la 1° 1857-1870) (Il 1870 fu un anno particolare: di crisi. La sua vita è segnata da gravi lutti -madre e figlio Dante- che lo porteranno a rivedere alcune posizioni: meditazioni e rinnovamento spirituale

La raccolta prevede due libri (29 componimenti) e raduna testi del decennio 1861-1871, periodo bolognese e di tensione politiche. Come suggerisce il titolo, che è parallelo a Juvenilia, si trovano accostate poesie dal tema leggero o intimo a testi di spessore sociale e politico. Sono interessanti le rievocazioni storiche dall'atmosfera suggestiva come Poeti di parte bianca.

A Satana (1865 con lo pseudonimo di Enotrio Romano)

Inno dai toni accesi e polemici non tanto verso la Chiesa in sé, ma contro l'oscurantismo e la superstizione, contro tutto ciò che soggioga lo spirito libero dell'uomo, che frena il progresso. Si trova espresso il disprezzo per il presente mediocre e squallido, mentre sono esaltati gli ideali del Risorgimento. Il simbolo della modernità e della libertà e la locomotiva, che è trasfigurata in un moderno mostro. La pubblicazione di questo inno scatenò accese polemiche. Esso rappresenta lo spostamento del pensiero carducciano su posizioni radicali e giacobine.

Giambi ed epodi (1867-1872 e pubblicati 1882)

(titolo=endiadi: metri giambici del greco Archiloco e gli Epodi di Orazio) (due libri, 30 testi)

Lo spirito polemico dell'inno A Satana e l'attenzione al sociale di Levia gravia dominano la terza raccolta poetica di C. In essa spiccano da un lato il rimpianto per il passato e la cultura classica e, dall'altro, lo sdegno verso il deludente presente postunitario. I Giambi rappresentano la fase in cui il patriottismo repubblicano e risorgimentale toccano il vertice. Il pensiero è laico ed anticlericale. La poesia si fa satirica.

Rime nuove (1894 redazione definitiva)

Rappresentano una svolta radicale rispetto al passato: C. diviene il poeta ufficiale dei Savoia. La raccolta è complessa: 9 libri (105 testi) in cui si distinguono 3 filoni: paesaggistico, autobiografico e storico. Ritorna con prepotenza il tema della morte e della labilità della vita (morte del figlio Dante di 3 anni) Funere mersit acerbo e Pianto antico. Il VII libro, noto con il titolo di Ça ira, rievoca, in 12 sonetti, i fatti terribili della Rivoluzione francese. Compaiono alcune sezioni con traduzioni da autori stranieri: Goethe, Heine, August von Platen (apertura verso la cultura europea).

Odi barbare (1° 1877; definitiva 1893) (odi=perché composte in metri che ricalcano quelli greci e latine; barbare=perché sembrerebbero oscure agli antichi. Estranee ai classici, ma anche difficili per i moderni)

C'è continuità tematica con la raccolta precedente, ma la novità di questa famosa raccolta è certamente di natura formale e metrica: egli vuole piegare il verso italiano (accentuativo) ai ritmi classici (verso quantitativo). Sperimentazione di metri insoliti per la lett. ita.

Rime e ritmi (1° 1899) (rime=versi tradizionale: ritmi=versi barbari)

Si tratta dell'ultima raccolta poetica, venata di toni nostalgici e malinconici. Il linguaggio è ancora ricco di latinismi ed è ancora aulico, anche se l'autore si apre a sperimentalismi ricchi di suggestioni e attualità. Per questo l'ultima raccolta è più vicina al gusto moderno. Spiccano i paesaggi limpidi ed intimi e, in genere, si ripropongono, anche se mitigati, i temi tradizionale della poesia carducciana.

C) La critica: molto studiato da Croce: "poeta vate della nuova Italia", "evocatore possente della storia". Rivalutato anche dalla critica recente: W. Binni: lo definisce un tardo romantico saldato con il realismo del 2° 800: "egli chiude il glorioso periodo della poesia ita. dell'800" anche se la sua poetica è già venata di "ricchezza di sensibilità e di inquietudine". Russo: lo vede come poeta ottocentesco, anche se manifesta alcune inquietudini novecentesche: " poeta funebre", "canta la solitudine, l'amore e la morte". Il 1998 è stato un anno intenso per gli studi carducciani: ha preso il via la pubblicazione della seconda Edizione Nazionale (a c. di Mario Saccenti) e per la Newton & Compton è uscito il volume interamente commentato delle poesie.

PIANTO ANTICO

 

L'albero a cui tendevi



la pargoletta mano,

il verde melograno,

da' bei vermigli fior,

nel muto orto solingo

rinverdì tutto or ora

e giugno lo ristora

di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta

percossa e inaridita,

tu de l'inutil vita

estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,

sei ne la terra negra;

né il sol più ti rallegra

né ti risveglia amor.

Commento alla poesia



"Pianto antico"

 

Ai primi caldi del mese di giugno, il verde melograno rifiorisce nel piccolo orto solitario, ma Dante il bimbo, del poeta, che rallegrava tutto e tutti col suo chiasso, riposa ora nella terra fredda e buia.



Il sole non lo rallegra più e nemmeno l’amore dei suoi genitori ha il potere di svegliarlo e di ridargli la vita.

Giuseppe Ungaretti

La prima edizione de Il Dolore è del 1947, ma le singole liriche erano già tutte apparse in precedenza soprattutto su riviste. Il poeta indica come data di composizione un periodo che va dal 1937 al 1946, in gran parte coincidente con l'epoca di elaborazione de La Terra Promessa (1935 - 1953) e di Un Grido e Paesaggi (1939 - 1952): fra i tre libri esistono in effetti notevoli convergenze testuali, particolarmente rilevabili fra alcune poesie (dedicate al figlio morto) de Il Dolore e la poesia Gridasti: Soffoco della silloge Un Grido e Paesaggi. Lo stile di queste tre raccolte è influenzato anche dalle numerose traduzioni cui Ungaretti fu duramente provato dalla vita ed ebbe, nel contempo, la possibilità di approfondire la propria fede: " 'Il mistero' non è più motivo di dubbio, non c'è più l'inquieta sospensione nè l'esistenziale disperazione, e il mistero è questa volta umanamente toccato per via d'amore, di dolore, di fede, di sentimento quotidiano, cioè, è il dubbio superato, la contraddizione risolta nell'aperta dichiarazione. [...] Se Ungaretti nel Sentimento compie il cammino da creatura a Dio per via di immaginazione, abolito il tempo e la storia, in Il Dolore egli trova il mistero come incarnato nella storia, nelle figure del fratello, del figlio, dei morti, nella provocatorietà della loro presenza".

Il motivo del dolore è suggerito sia dalle disgrazie familiari sia dalla visione di Roma occupata dell'Italia straziata dalla guerra. Le prime sono tuttavia prevalenti. Oltre al normale umano significato che tali lutti hanno, specialmente quello del figlio, per Ungaretti esse rappresentano la cancellazione di quella sorta di residuo edenico che è l'età infantile: col fratello muore infatti l'ultimo testimone dell'infanzia del poeta e col figlio la speranza di rivivere di riflesso quest'esperienza. Insieme l'anomalia della morte di un bimbo di nove anni lo porta a considerare la natura sotto un aspetto nuovo. Gli si configura così in modo preciso la violenza che la vita stessa comporta e l'ineluttabilità di essa. Per esprimere l'angoscia di tale scoperta e la sofferenza nella sopportazione della vita, Ungaretti modula il suo canto su un tono nuovo utilizzando la parola gridata o l'affanno reso con dei puntini di sospensione. Non si può tuttavia parlare di autocommiserazione, in quanto il suo non è atteggiamento passivo, ma espressione di forza; anche nel dolore personale Ungaretti non si isola, ma s'immedesima nel ruolo di cantore dell'umano dolore, non solo del proprio. E in tal senso, anche nelle composizioni ad oggetto più intimo e personale, si avverte il senso di solidarietà che unisce i sofferenti singoli.

Le liriche di Il Dolore si presentano raccolte in sei sezioni:



Tutto ho perduto

  • Tutto ho perduto

Giorno per giorno

  • Giorno per giorno (1-17)

Il tempo è muto

  • Amaro accordo

  • Tu ti spezzasti

Incontro a un pino

  • Incontro a un pino

Roma occupata

  • Mio fiume anche tu

I ricordi

  • L'angelo del povero

  • Non gridate più




GRIDASTI: SOFFOCO

da UN GRIDO E PAESAGGI


Non potevi dormire, non dormivi...

Gridasti: Soffoco...

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,

Gli occhi, che erano ancora luminosi

Solo un attimo fa,

Gli occhi si dilatarono... Si persero...

Sempre era stato timido,

Ribelle, torbido; ma puro, libero,

Felice rinascevo nel tuo aguardo...

Poi la bocca, la bocca

Che una volta pareva, lungo i giorni,

Lampo di grazia e gioia,

La bocca si contorse in lotta muta...

Un bimbo è morto...


Nove anni, chiuso cerchio,

Nove anni cui nè giorni, nè minuti

Mai più s'aggregeranno:

In essi s'alimenta

L'unico fuoco della mia speranza.

Posso cercarti, posso ritrovarti,

Posso andare, continuamente vado

A rivederti crescere

Da un punto all'altro

Dei tuoi nove anni.

Io di continuo posso,

Distintamente posso

Sentirtile mani nelle mie mani:

Le mani tue di pargolo

Che afferrano le mie senza conoscerle;

Le tue mani che si fanno sensibili,

sempre più consapevoli

Abbandonandosi nelle mie mani;

Le tue mani che si fanno sensibili,

Sempre più consapevoli

Abbandonandosi nelle mie mani;

Le tue mani che diventano secche

E, sole - pallidissime -

Sole nell'ombra sostano...

La settimana scorsa eri fiorente...
Ti vado a prendere il vestito a casa,

Poi nella cassa ti verranno a chiudere

Per sempre. No per sempre

Sei animo della mia anima, e la liberi.


Ora meglio la liberi

Che non sapesse il tuo sorriso vivo:

Provala ancora, accrescile la forza,

Se vuoi - sino a te, caro! - che m'innalzi

Dove il vivere è calma, è senza morte.
Sconto, sopravvivendoti, l'orrore

Degli anni che t'usurpo,

E che ai tuoi anni aggiungo,

Demente di rimorso,

Come se, ancora tra di noi mortale,

Tu continuassi a crescere;

Ma cresce solo, vuota,

La mia vecchiaia odiosa...


Come ora, era di notte,

E mi davi la mano, fine mano...

Spaventato tra me e me m'ascoltavo:

E' troppo azzurro questo cielo australe,

Troppi astri lo germiscono,

Troppi e, per noi, non uno familiare...


(Cielo sordo, che scende senza un soffio,

Sordo che udrò continuamente opprimeer

Mani tese a scansarlo...)
1939 - 1952

Seneca

Seneca nacque a Cordoba (oggi Cordova) in Spagna, tra il 12 e il 1 a.C. anche se la data è ancora incerta. Apparteneva ad una famiglia benestante di rango equestre. Fu condotto assai presto a Roma, dove si svolse la sua istruzione retorica e filosofica.

Abbandonata la vita contemplativa, Seneca intraprese il cursus honorum e rivestì l’incarico di questore. I rapporti con l’imperatore furono però ostili: dapprima Caligola progettò di ucciderlo e in seguito il nuovo imperatore, Claudio, nel 41 d. C. lo accusò di adulterio e lo spedì in esilio in Corsica. Nel 49 d.C., grazie all’intercessione di Agrippina, tornò dall’esilio e dovette accettare l’incarico di precettore dell’undicenne Nerone, cui la madre Agrippina stava già progettando la sua successione all’impero.

Alla morte di Claudio e alla successione di Nerone, Seneca si trovò a dirigere le redini dell’impero insieme ad Agrippina. Ma non durò molto: Nerone, infatti, dopo alcuni anni, uccise la madre ed istaurò un regime dispotico e totalitario. In seguito alla morte del pretore Afranio Burro, Seneca decise di ritirarsi a vita privata (61 d.C.). Tuttavia, Nerone, rimastogli ostile, lo accusò di aver congiurato contro l’impero e lo costrinse a togliersi la vita nel 65 d.C.


Le tragedie
Ci è pervenuto, sotto il nome di Seneca, un corpus di dieci tragedie di argomento mitologico. Si presuppone che quest’ultime, siano state scritte sotto l’impero Neroniano, dove egli prestava servizio.

Le controversie sulla produzione tragica di Seneca vertono su quale sia il vero intento ideologico perseguito dall’autore.

L’ipotesi più accreditata è quella secondo la quale, le tragedie, furono concepite non come un “teatro di opposizione”, ma come “teatro di esortazione”. Il carattere fortemente antitirannico delle tragedie, infatti, presuppone che Seneca abbia scelto di attribuire alla poesia uno scopo pedagogico, di farne uno strumento di ammaestramento morale, di affidarle una funzione ausiliaria rispetto alla filosofia. Dunque, i drammi senecani, furono composti per mettere dinanzi agli occhi del giovane principe (Nerone) gli effetti deleteri del potere dispotico e delle passioni sregolate.
Le tragedie di Seneca sono dominate dalla lotta tra la ratio (ragione) e il furor (inteso come pazzia):


  • rappresentazione del rovinoso scatenarsi di sfrenate passioni non dominate dalla ragione,

  • accentuazione di tinte fosche e cupe, degli aspetti più truci e sinistri, dei particolari più atroci e raccapriccianti,

  • fortissima accentuazione patetica dell’impulso irrazionale delle passioni (amore, odio, gelosia, ambizione, sete di potere, ira, rancore) intese come furor cioè pazzia.

Il significato pedagogico e morale si individua, dunque, nell’intenzione di proporre esempi paradigmatici dello scontro, nell’animo umano, di impulsi contrastanti, positivi e negativi (rif. Apollineo e Dionisiaco di Nietzsche nella tragedia).

Ci si aspetterebbe però, dallo stoico Seneca, l’introduzione di personaggi, moralmente positivi, atti ad esprimere la certezza che una ragione provvidenziale domini il cosmo e guidi l’umanità. Ma così non è: salvo rarissime eccezioni, il quadro complessivo è fosco e raccapricciante,«La Fortuna governa le vicende umane senza alcun ordine e sparge i suoi doni con mano cieca,favorendo i peggiori».

Tale visione pessimistica, tuttavia, appare funzionale proprio a quel valore di esemplarità negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi del filosofo ed è tra i mezzi di cui l’autore si serve per raggiungere più efficacemente il suo obiettivo, che è, senza alcun dubbio, l’ammaestramento morale.


Le Lettere a Lucilio
Le Epistulae morales ad Lucilium sono una raccolta di 124 lettere raccolte in 20 libri, scritte durante il periodo del secessus e indirizzate all’amico Lucilio Iuniore. Le epistole, di varia estensione, sono una continua, pacata e insieme appassionata riflessione su problemi di filosofia morale. Seneca si pone, nei confronti di Lucilio, con l’atteggiamento del maestro, ma in realtà non scrive solo per giovare alla formazione morale dell’amico ma anche a quella dei posteri. Le Epistulae ad Lucilium sono, infatti, un chiaro esempio di epistole letterarie, cioè scritte con l’esplicito intento di essere pubblicate. Il modello, pur nella sua originalità, prende spunto dal modello delle epistole epicuree e ciceroniane.

Uno dei temi principali dell’opera è l’invito al secessus e l’esortazione all’otium.

Per conquistare la felicità si deve raggiungere la sapientia; che si può acquistare solo ed esclusivamente impegnandosi a tempo pieno nella lotta contro le passioni, contro gli impulsi e i desideri irrazionali che da ogni parte aggrediscono e minacciano l’uomo, privandolo della pace dell’anima (atarassia epicurea).

La ricerca del vero bene, inoltre, consiste unicamente nella ricerca della virtù: bisogna liberarsi dai falsi giudizi del volgo e astenersi da ogni occupazione frivola e moralmente inutile; si deve poi evitare il contatto con la folla, riservandosi alla compagnia di pochi e scelti amici e dedicandosi ad un dialogo continuo e fecondo con i grandi filosofi del passato (teoria epicurea del “vivi nascosto”).



LETTERA IV
ACCETTARE LA MORTE RECA RIMEDIO A TUTTI I MALI DELLA

VITA. TUTTE LE COSE SONO EFFETTO DEL MODO CON CUI SI PENSA

Mi fa grande pena che tu soffra di frequenti catarri e piccole febbri che seguono i catarri troppo persistenti e diventati poi cronici: tanto più mi fa pena perché anch'io ho sperimentato questo genere di malattia, che in principio ho trascurata. La mia giovinezza poteva ben spregiare le offese delle malattie e contrapporre loro sdegnosamente la sua forza. In seguito però ho dovuto soccombere, e sono arrivato ad un momento nel quale, ridotto ad un'estrema magrezza, avevo l'impressione di liquefare. Più volte ho sentito una gran voglia di romperla con la vita: ma mi ha trattenuto la tarda età del mio ottimo padre, ho smesso di pensare come potessi morire da forte, ed ho pensato piuttosto che il vecchio padre non aveva la forza di accettare un tale atto da parte mia. Pertanto m'imposi di vivere: ed ho fatto esperienza, che per vivere talora è necessaria della forza.

Ti dirò quali cose mi siano state allora di conforto, ma voglio dirti prima che queste cose in cui cercavo la quiete hanno avuto l'efficacia di una medicina. I buoni onesti conforti diventano rimedi, e ciò che ha sollevato lo spirito finisce per giovare anche al corpo. I nostri studi sono stati la mia salvezza: se mi sono alzato da letto ed ho riacquistata la salute ne rendo merito alla filosofia; alla filosofia io debbo la vita ed è il minore dei debiti che ho verso di essa. Alla piena guarigione hanno anche contribuito gli amici che colle loro premure, colla loro assistenza e anche colle loro conversazioni, mi hanno dato grande sollievo. Nulla, mio Lucilio ottimo fra gli uomini, ristora e solleva un ammalato come l'affetto degli amici, nulla giova tanto a rasserenarti l'aspettazione della morte e a toglierti i timori: pensando essi in vita, non avevo l'impressione di andare verso la morte. Mi pareva che sarei vissuto non con loro ma attraverso loro: mi pareva che non avrei dovuto esalare il mio fiato ma consegnano ad altri.

Così mi sono formata una decisa volontà di venire in aiuto a me stesso e di adattarmi perciò a soffrire pazientemente ogni dolore: quando si è messo da parte l'idea di affrontare la morte, l'estrema miseria è non avere l'animo di affrontare la vita. Cerchiamo dunque i rimedi a tutto questo. Il medico da parte sua ti prescriverà le passeggiate e gli esercizi che dovrai fare, ti dirà di non abbandonarti con troppa indulgenza all'ozio, a cui ci porta per natura la malferma salute, che tu legga a voce chiara e che tenga così in attività le vie e gli organi della respirazione dove risiede il male, ti consiglierà di andare in barca, e così con questo leggero ondeggiamento fare un po' di massaggio alle viscere; ti dirà che cibi devi prendere, quando devi bere un po' di vino per ravvivare le tue forze e quando devi cessare perché non ti irriti e non ti esasperi la tosse. Io poi ti prescrivo un rimedio che deve servirti non solo per questa malattia ma per tutta la vita: disprezza la morte. Nulla più ci può rattristare quando abbiamo superato la paura della morte. In ogni malattia vi sono queste tre cose gravi: la paura della morte, il dolore del corpo e l'interruzione dei piaceri. Della morte abbiamo detto abbastanza. Aggiungerò solo questo che la paura della morte non è un sentimento proprio soltanto dello stato di malattia, ma proprio della stessa natura umana. In molti casi è avvenuto che la malattia ha allontanata la morte e la salvezza è venuta agli ammalati dall'impressione di andare verso la morte. La ragione essenziale per cui tu dovrai morire non è che tu sia infermo ma che tu vivi. E questa permane anche quando tu sei guarito: e quando avrai riacquistato il pieno possesso delle tue forze, tu ti sarai salvato dalla malattia ma non dalla morte.



Torniamo ora a quello che è il vero incomodo: la malattia porta grandi sofferenze, che però sono rese tollerabili dagli intervalli. Infatti l'accesso violento del dolore ha sempre un termine: non si può soffrire molto e a lungo: la natura amorosamente provvida ha disposto in modo che il dolore sia tollerabile o breve. I dolori più forti hanno sede nelle parti più magre del corpo: i nervi e le articolazioni e tutto ciò che vi è di più esile nelle nostre membra soffrono aspramente quando hanno accolto in un membro il germe del male. Ma presto queste parti s'intorpidiscono e proprio per l'intensità del dolore ne perdono il senso: e questo avviene a volte perché lo spirito vitale, impedito nel naturale corso della sua attività, si altera e perde la virtù da cui trae il vigore e per cui ha capacità di avvertirci del male, ed altra volta avviene perché l'umore corrotto non avendo più dove diffondersi, distrugge da se stesso la propria virtù e toglie la sensibilità alle parti che ha invaso. Così la podagra e la chiragra e ogni dolore di vertebre e di nervi danno un periodo di riposo quando hanno ottusa la sensibilità delle parti che hanno prima tormentate. In principio il bruciore prodotto da queste malattie è causa di grande pena, ma quando l'accesso si prolunga, allora il male vien meno e si spegne in una specie di torpore. Il dolore ai denti agli occhi agli orecchi non meno che al capo è acutissimo proprio per questa ragione, che nasce nei limiti d'una angusta parte del corpo: ma se il dolore aumenta eccessivamente, allora si converte in una specie di sopore. Nei dolori eccessivi dunque vi è questo sollievo, che se li sentiamo troppo forti, si finisce necessariamente per cessare di sentirli.

Per gli ignoranti poi nelle sofferenze del corpo c'è anche questo male che, totalmente presi dalla preoccupazione del corpo, non si abituano a cercare le loro soddisfazioni nell'interiorità dell'anima. Pertanto l'uomo grande e saggio distoglie la sua attenzione dal corpo e si occupa molto di quella che è la parte migliore e divina dell'essere suo, mentre dell'altra gracile e lamentosa si occupa appena quel tanto che è assolutamente necessario. "Però riesce spiacevole ", dirà qualcuno, "astenersi dal cibo, soffrire la sete e la fame." Senza dubbio in un primo momento queste privazioni sono penose: poi i desideri a poco a poco si smorzano perché si stancano, e vengono meno quelle reazioni organiche da cui il desiderio nasce: lo stomaco s'impigrisce e l'avidità del cibo si cambia in ripugnanza. Gli stessi desideri si spengono, e allora non è più dolorosa la privazione di ciò che hai cessato di desiderare. Aggiungi che qualsiasi dolore ha sempre delle pause, o almeno dei momenti in cui si fa più mite. E aggiungi anche che è sempre possibile guardarsi dal male prima che venga, e anche quando sia per assalirci opporglisi colle medicine: giacché tutti i mali soprattutto quando si ripetono in maniera abitudinaria hanno sempre dei segni premonitori. La sofferenza di una malattia è sempre tollerabile quando si disprezza l'estremo effetto che essa ci minaccia. Non aggravare tu stesso i tuoi mali aggiungendo anche il peso dei lamenti: il dolore è sempre abbastanza leggero quando non lo aumentiamo noi stessi colle nostre idee. Se al contrario tu cominci a farti coraggio e a dirti: non è niente o almeno è cosa di poca consistenza, e allora resistiamo; presto cesserà i, tu rendi leggero il dolore in quanto lo ritieni tale. Tutte le cose dipendono sempre nel loro significato dall'idea che ce ne formiamo: e questo non solo sentiamo nell'ambizione, nell'amore delle pompe esteriori e nell'avarizia, ma avviene anche nel dolore. La sofferenza è sempre relativa al concetto che abbiamo delle cose che sono fonte di dolore. Ognuno è tanto infelice quanto crede di esserlo. Bisogna smetterla coi lamenti per ciò che si è sofferto nel passato: bisogna lasciare queste solite frasi: " nessuno mai ha avuto peggior sorte della mia, quanti crucci, quanti mali ho sofferto! Nessuno credeva che io mi sarei risollevato. Quante volte sono stato pianto dai miei e licenziato dai medici come ormai perduto! Non si è così tormentati nemmeno sul cavalletto della tortura." Anche se sono vere tutte queste cose, ormai una volta passate non sono più ragione di dolore. Ma che giova rinnovare i dolori passati e renderci infelici solo perché siamo stati infelici? E non è forse vero che anche un poco esagerano i mali sofferti e mentono a se stessi? Osservo poi che pare sia quasi un piacere aver sopportato ciò che è doloroso sopportare: ed è naturale godere per la cessazione del proprio male. Due cose dunque bisogna con un taglio netto eliminare dal nostro spirito, il timore del futuro e il ricordo delle sofferenze passate: questo non ci riguarda più e quello non ci riguarda ancora. Qualche volta trovandoci fra le difficoltà cerchiamo di confortarci dicendo: "forse un giorno ci sarà grato ricordate queste cose. " Al contrario è dovere combattere quest'idea con tutte le forze; chi cede sarà vinto e chi si oppone al suo dolore vincerà. Purtroppo invece i più fanno proprio il contrario, attirano cioè essi stessi sopra di sé la rovina che dovrebbero fronteggiare. Se tu cerchi di sottrarti e sfuggire al peso che ti preme, ti minaccia e t'incalza, esso ti seguirà e ti verrà addosso in maniera anche più grave. Ma se invece tu resterai fermo e gli opporrai uno sforzo deciso, finirai per respingerlo. Quanti colpi prendono gli atleti sulla faccia e in tutto il corpo! per amore della gloria sopportano ogni dolore non solo mentre lottano, ma anche quando si preparano alla lotta con un esercizio che costa anch'esso patimenti. Superiamo anche noi tutte le avversità; e il premio della vittoria, non sarà una corona o una palma, né una suonata di tromba che faccia il silenzio generale per la proclamazione del nostro nome, ma sarà la virtù, la saldezza dell'anima, la pace acquistata. " Sento un grande dolore ", tu mi dici. Ma puoi forse credere di non sentirlo più se lo sopporti con femminea debolezza? Il nemico è sempre più pericoloso quando è alle spalle del fuggente: si capisce che anche i mali della fortuna incalzino più duramente chi cede e si volge in fuga. " Ma è una cosa grave ", tu aggiungi. Ma dunque dobbiamo essere forti per portare pesi leggeri? Preferisci che la malattia sia lunga oppure che sia violenta ma breve? Se la malattia è lunga, la stessa sua lunghezza produce delle interruzioni, anche con qualche momento di confortante ripresa, e in molto tempo come ha avuto un principio così dovrà avere una fine. Se è breve e rapido il suo sviluppo, avrà anch'esso due alternative, o ha fine, o porta alla fine l'ammalato. Che differenza fa se a un certo momento non ci sia più la malattia, oppure non ci sia più io? In entrambi i casi è finito il dolore.

Potrà anche giovare volgere l'animo ad altri pensieri e distrarsi così dal dolore. Pensa alle azioni oneste e forti che hai compiute, e fermati a considerare con te stesso ciò che vi è in esse di meglio, e richiama alla memoria i fatti che tu hai più vivamente ammirato. Allora si presenteranno al ricordo tutti coloro che hanno dato maggior prova di fortezza e hanno vinto il dolore: uno che ha continuato a leggere un suo libro mentre stendeva la gamba per farsi tagliare le vene varicose: un altro che non ha cessato di ridere mentre i carnefici arrabbiati proprio per questo sperimentavano su lui tutti gli strumenti della loro crudeltà: si può credere che la ragione non riesca a vincere il dolore, se è riuscito a vincerlo il riso? Ed ora parla pure di tutto ciò. che vuoi, delle tue flussioni, della tosse aspra che ti fa gettar fuori una parte delle viscere, parla della febbre che ti brucia dentro i precordi, della sete, delle membra sformate per le articolazioni contorte; ma evidentemente sono qualcosa di peggio i roghi, i cavalletti, le lastre infocate, tutti questi strumenti di tortura che vengono a gonfiare delle ferite per rinnovarle e renderle più gravi e più profonde. Eppure c'è stato chi fra questi tormenti non ha dato un gemito; e questo è ancora poco, vi è chi non ha chiesto nulla e vi è chi non ha nemmeno risposto alle domande rivoltegli, e vi è infine chi ha superato anche questo ridendo di tutto cuore. Non vuoi dopo tutto questo anche tu farti beffa del dolore? "Ma la malattia ", può taluno soggiungerci "non mi lascia far nulla, mi ha strappato a tutte le mie occupazioni." E alla mia volta osservo che la malattia tiene il corpo ma non l'anima. Può far lenti i piedi del corridore, può impedire il lavoro delle mani del sarto e del fabbro; ma se hai tenuto l'animo in esercizio potrai pur sempre dare consigli e insegnamenti, potrai ascoltare ed imparare, chiedere e ricordare. Ma poi credi tu di non fare nulla, quando tu nella malattia riesci a darti un senso di saggia moderazione? Tu sanai riuscito a questo, cioè a dimostrare che una malattia si può vincere o almeno sopportare. Credimi, per la virtù c'è posto anche quando si sta a letto. Non solo le armi e il campo di battaglia danno la prova di un animo vivace, coraggioso, che non si lascia domare dai terrori: l'uomo fonte appare qual è persino sotto le coltri. Anche in quel momento egli ha pur sempre qualche cosa da fare, cioè resistere bene alla malattia: se questa non riuscirà a domare la tua volontà, costringendola suo malgrado a certe azioni e distogliendola da certe altre, tu darai un esempio insigne. Quante ragioni di lode potrebbero trovare spettatori della nostra malattia! Ebbene, se questo non è possibile, sii tu spettatore di te stesso e trova tu ragione di lodarti.

Osserviamo inoltre che ci sono due specie di piaceri. La malattia talvolta inibisce ma non toglie totalmente i piaceri corporali; anzi se consideri bene essa li eccita di più. Si beve con più piacere quando si ha sete, ed il cibo riesce più gradito quando si ha fame: dopo l'astinenza prendiamo con maggior avidità tutto ciò che la buona sorte ci manda. I piaceri dello spirito poi che sono più grandi e più sicuri, non sono negati al malato da nessun medico: e d'altra parte chi persegue questi piaceri e sa gustarli disprezza tutti i blandimenti dei sensi. " Che infelice il malato! " Perché diciamo questo? Forse perché non scioglie la neve nel vino? Perché spezzato il ghiaccio sulla bevanda che ha versato in una capace tazza non restituisce alla bevanda la sua primitiva freschezza? Perché sulla mensa stessa non gli vengono aperte le ostriche del lago Lucrino? O infine perché intorno alla sua stanza da pranzo non si agitano i cuochi in movimento portando essi stessi i fornelli colle vivande? Col crescere del lusso si è inventato anche questo sistema: la cucina si avvicina alla camera dove si cena in modo che il cibo non si raffreddi e qualche cosa sia poco caldo per il palato già un po' indurito. "Che infelice il malato!" Egli mangerà quanto è stato ben cotto ed egli ha la possibilità di digerire: non vedrà messa da parte carne di cinghiale come carne troppo vile per la sua mensa, né vedrà petti di pollo accumulati sulla credenza per evitare che i polli interi gli diano la nausea. Che cosa ti è accaduto di male? Ti avverrà talora di mangiare come un ammalato e talora come un uomo sano. Ma noi ci adatteremo facilmente a tutto questo, alle bevande medicinali, all'acqua calda e ad ogni altra cosa che sembra intollerabile a quelle persone di effemminata delicatezza che nuotano nel lusso, e sono infermi più di anima che di corpo. Solo dobbiamo liberarci da questo continuo orrore della morte.

E ce ne libereremo quando ci saremo formati un preciso concetto dei beni e dei mali e del loro ultimo termine; così finalmente non ci sarà di tedio la vita e non ci farà paura la morte. La vita non può essere pervasa da un penoso senso di sazietà se essa è tutta volta alla celebrazione di tante cose diverse, magnifiche, divine: soltanto l'ozio inerte può portarla all'odio di se stessa. Chi indaga la natura delle cose ha di fronte a sé la verità che non sazia mai: sono gli errori che danno il disgusto. D'altra parte se la morte si avvicina e ci chiama anche immaturamente e tronca a mezzo il corso della nostra vita, noi abbiamo già raccolto sempre il frutto di una lunga vita. La natura in gran parte ci è già nota, e noi sappiamo poi che ciò che è veramente onesto non si accresce col tempo. La vita appare necessariamente sempre breve a coloro che la misurano coi loro godimenti vani e quindi senza termine. Cerca di ricreare l'animo tuo con questi pensieri, e, finché siamo divisi, con quanto ci possono dare le nostre lettere. Verrà tempo in cui torneremo a vivere uniti: ma lungo o corto che quel tempo possa essere, lo allungheremo colla scienza che ci apprende ad impiegarlo bene. Dice Posidonio che "una sola giornata si stende più ampia per i dotti che un lunghissimo tempo per gli ignoranti." Intanto tieni ben stretto coi denti questo principio: non lasciarsi abbattere dalle avversità, non fidarsi degli eventi lieti, avere sempre avanti agli occhi la capricciosa licenza della fortuna capace sempre di qualunque cosa che sia mai possibile. Ciò che è aspettato a lungo giunge sempre più mite. " Addio.


LETTERA IX


SENECA SPIEGA ALL'AMICO COME EGLI SI PREPARI A MORIRE BENE ED ESORTA L AMICO AD ACCOGLIERE OGNI EVENTO CON SERENO ANIMO

Cessiamo di volere ancora ciò che già abbiamo voluto. Io cerco di agire su me stesso in modo da apprendere a non volere più da vecchio le cose che volevo da fanciullo. Mi passano i giorni e mi passano le notti, in questa sola occupazione, che prende tutta la mia attività ed è oggetto di tutte le mie meditazioni: mettere fine ai vizi d'un tempo. Io mi adopero perché un giorno solo possa essere modello di tutta la vita. E non voglio afferrare quel giorno e godermelo come se fosse l'ultimo della vita, ma lo considero come se possa anche essere l'ultimo. Io ti scrivo questa lettera tenendo presente questo pensiero, che la morte mi può chiamare ancora mentre scrivo; sono pronto a lasciare la vita, e la godo proprio per questo che non mi preoccupo affatto quanto sia ancora lontano quel momento. Prima di essere giunto alla vecchiezza pensavo a vivere bene, ora che sono vecchio penso a morire bene: e morire bene equivale a morire con lieta accettazione senza rammarico. Procura di non fare mai cosa a tuo malgrado. Quello che si presenta come dura necessità per chi reagisce, non è una necessità per chi accetta. In altri termini, chi accetta lietamente un comando, ha già evitato ciò che è più crudo nella servitù: fare quello che non si ha voglia di fare. Non è infelice chi fa qualche cosa perché comandato, ma chi fa contro voglia. Dobbiamo dunque educare il nostro spirito così che, sappiamo volere tutto ciò che la realtà esige, e soprattutto sappiamo pensare senza tristezza alla nostra fine. Prima che alla vita bisogna prepararci alla morte. La vita è sufficientemente provvista di tutto, ma noi siamo sempre insaziati; ci sembra e ci sembrerà sempre che ci manchi qualche cosa. L'essere vissuti abbastanza non dipende dal numero degli anni o dei giorni, ma dipende dallo stesso animo nostro. Ho vissuto, carissimo Lucilio, quanto mi poteva bastare, ora sono sazio e aspetto la morte. Addio.

Lucrezio
Lucrezio vive tra il 98 e il 55 a.C. anche se tali date sono tuttora discusse dagli studiosi. Della vita non sappiamo quasi nulla per il fatto che , ai giorni nostri, sono pervenuti pochissimi scritti e documenti riguardanti l’autore. L’unica fonte è il “De rerum natura” dal quale, tuttavia, non si possono ricavare notizie sulla vita dell’autore.

Dottrina epicurea :
La concezione e la poetica Lucreziana sono basate sulla dottrina epicurea. Quest’ultima si basa, a sua volta, sui seguenti punti:

- concezione atomistica e materialistica della vita e della natura;

- abolizione della paura degli dei e delle superstizioni religiose;

- etica morale e filosofia di vita “del piacere”, inteso come il raggiungimento di una felicità priva di turbamenti e passioni (atarassia);

- utilitarismo e individualismo (teoria del “vivi nascosto”);

- avversione a qualsiasi forma di poesia considerata come un incentivo alle passioni.



“De rerum natura”
Il De rerum natura è un poema epico-didascalico in esametri, suddiviso in sei libri. Suo oggetto è l’esposizione della filosofia epicurea, nella quale Lucrezio vede l’unica via per risolvere i problemi esistenziali dell’uomo. Il destinatario è un certo Memmio, al quale Lucrezio dedica l’opera, forse per ottenere da lui un qualche protettorato o forse per realizzare l’ideale epicureo della “ Suavis amicitiae”. Lucrezio giustifica la realizzazione dell’opera in esametri (in contrasto con la dottrina epicurea) dichiarando, alla fine del libro I e all’inizio del IV, il suo intento di esplorare strade mai prima tentate da altri: «M’inebria raggiungere le fonti intatte,\ e trarne sorsi, m’inebria spiccare nuovi fiori \ e trarne al capo una splendida ghirlanda…».

Subito dopo, Lucrezio ribadisce, mediante la similitudine “dei medici e dei bambini”, il valore strumentale e divulgativo della forma poetica, destinata a mediare in modo efficace contenuti che altrimenti riuscirebbero ostici al lettore: è proprio subordinando i valori estetici ai fini pedagogici e didascalici, egli giustifica in modo ineccepibile, anche dal punto di vista filosofico, la scelta di scrivere non un trattato in prosa ma in esametri.

E molto importante, infine, l’influenza di Empedocle: con quest’ultimo, Lucrezio ha in comune, non solo la forma esametrica e l’argomento, ma anche la profonda convinzione di una missione da compiere per il bene dell’umanità.

Il contenuto dell’opera:
Il Proemio. Lucrezio apre il proemio dell’opera con un solenne inno a Venere, attenendosi alle convenzioni del genere epico. La straordinaria originalità sta nel sostituire, alle consuete Muse del genere epico, la figura di Venere. Appare evidente che quest’ultima si carica di nuovi ed inediti significati: Venere, la Dea dell’amore, del piacere e della fecondità, oltre ad assumere il significato di “forza generatrice”, assume anche quello della pace e della felicità che derivano all’uomo, dalla conoscenza e dall’accettazione delle leggi naturali (meccanicismo). La richiesta alla dea di assicurare la pace ai Romani (in contraddizione con la teologia Epicurea secondo la quale gli dei non interagiscono sugli uomini), è giustificata da Lucrezio attribuendole la forma di captatio benevolentiae nei confronti del pubblico, e in primo luogo del dedicatario Memmio.

Il proemio prosegue con un breve ma fervido elogio di Epicuro, esaltato come l’eroe che ha saputo farsi salvatore dell’umanità, sconfiggendo l’orribile mostro della religio. Temendo che la dottrina epicurea apparisse empia agli occhi dei tradizionalisti romani, Lucrezio narra dell’episodio di Ifigenìa, figlia di Agamennone, immolata con il consenso del padre per propiziare la partenza della flotta greca per la guerra di Troia. Con tale episodio, Lucrezio, vuole scagionare l’epicureismo dall’accusa di empietà, mettendo in risalto l’atroce crudeltà e l’insensatezza dei riti religiosi.

L’opera prosegue con la trattazione dei vari argomenti raggruppati in tre gruppi di due libri: I e II trattano di argomenti fisici, il III e il IV di argomenti antropologici, il V e il VI di argomenti cosmologici.


La noia in Lucrezio
La noia è, per Lucrezio, come una malattia. Essa deriva dall’impossibilità dell’uomo di soddisfare i propri desideri, le proprie ambizioni, passioni, impulsi. Tutto ciò crea all’uomo una sensazione di profondo disagio di cui spesso non riesce a stabilire le cause precise. L’appagamento dei singoli desideri e delle pulsioni umane sarà solo momentaneo e illusorio: appagato un desiderio ne verrà di nuovo un altro e così via. Solo da un’accurata conoscenza della natura delle cose, e dall’adottamento della filosofia epicurea (atarassia), si può sconfiggere la noia ed evitare il senso di disagio.

La stoltezza degli uomini: Gli uomini si affannano perseguendo falsi scopi, miraggi illusori: gareggiano per emergere, contendono tra loro per conquistare ricchezze e potere, che sono fonti non di vera gioia ma di apprensioni, inquietudini e sofferenze. E non si accorgono che la natura non richiede altro che l’assenza di dolore fisico e spirituale: condizione che si può ottenere con la massima facilità, appagando semplicemente i bisogni elementari.



Natura madre o matrigna?
La concezione Lucreziana tra ottimismo e pessimismo
Lucrezio ci fornisce una visione del mondo e della natura triste e sconsolata: la natura è ostile all’uomo e rende la sua vita sulla terra difficile e dolorosa. Tale quadro negativo può far pensare a una visione pessimistica della realtà. Tuttavia, prendendo più accuratamente in analisi la personalità Lucreziana, possiamo giungere alla conclusione che la sua visione pessimistica non è reale, ma deriva dal desiderio di demolire i presupposti dell’ottimismo naturalistico e dell’antropocentrismo di altre scuole filosofiche, in particolare il finalismo e il provvidenzialismo degli stoici. Questa tesi è ancor più ribadita dal fatto che Lucrezio, spesso e volentieri, afferma con accenti di profonda convinzione che è possibile per l’uomo, purchè aderisca alla verità e alla sapienza epicuree, trasformare positivamente una situazione esistenziale difficile e dolorosa, sconfiggendo la sofferenza e conquistando la felicità.
LUCREZIO - De Rerum natura


  • Della vita di Lucrezio si sa pochissimo: unica fonte nella traduzione del “Chronicon di Eusebio” fatta da Girolamo.

  • Lucrezio scrisse negl’intervalli di lucidità che gli lasciava la follia.

  • Si uccise di propria mano a 43 anni. Notizie probabilmente false scritte da Girolamo (informazioni cristianizzate).

  • Nacque negli anni 90 e morì verso la metà degli anni 50 (contemporaneo di Cicerone, Catullo [età di Cesare]).

  • Segue la filosofia di Epicuro e da lui prende spunto per scrivere il De rerum natura.


Il De rerum Natura è:


  • Un prodotto letterario di singolare complessità e rinnovato fascino.

  • Composto da 6 libri con un totale di 7400 esametri.

  • Opera dedicata all’aristocratico Gaio Memmio (“interlocutore privilegiato”), citato già al 26° verso.

  • Memmio è uno scettico ed è legato alla filosofia romana.

  • Composto da varie fasi di un percorso educativo non solo per Memmio.

  • Lucrezio è epicureo e, con questa opera, vorrebbe insegnare e rendere nota a tutti questa filosofia.

  • Prende come modello Memmio visto il suo alto grado di scietticità.

  • L’inno a Venere (richiesta di assistenza) cerca di attrarre il lettore con le sue lusinghe di un proemio non troppo dissimile dai moduli consueti, anche se comporta una lieve infrazione alla dottrina epicurea; Epicuro infatti sosteneva che gli dei erano distaccati dagli uomini, vivevano infatti nell’intermundia.

  • In seguito il tema dell’opera continuerà più distaccato e indifferente dagli dei.

  • Contro il pensiero di Epicuro (la poesia non è adatta all’insegnamento morale e filosofico: ci vuole la prosa), Lucrezio scrive in versi da lui definiti “dolce miele” che rendono più facile accettare un messaggio spesso difficile.

  • Si rivolge con forza al dibattito culturale del suo tempo, e non necessariamente ad un élite di studiosi.

  • Lucrezio utilizza per questa opera un lessico ricercato.






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