La mente tra azione, comunicazione e cultura



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Capitolo 1

La natura socio-culturale della mente.

Alle radici della psicologia sociale

di Bruno M.Mazzara


Premessa
L'approccio culturale può considerarsi a ragione come la risposta più avanzata a una domanda fondamentale che da sempre costituisce uno dei punti di riflessione più delicati per la psicologia e in generale per le discipline che si occupano del comportamento umano: quale rapporto esiste fra i processi psicologici, che abitualmente sono considerati come individuali e che si suppongono essere alla base delle azioni delle persone, e le dinamiche sociali, di vario livello e di varia natura, nelle quali le persone sono implicate fin dalla nascita.

LA PREVALENZA DELLA PROSPETTIVA INDIVIDUALISTA

Nel corso dello sviluppo delle discipline psicologiche, dalla metà dell'Ottocento e per tutto il Novecento, la risposta a questa domanda ha visto prevalere decisamente la prospettiva individuale, come esito di spinte e sensibilità per altri versi anche molto differenti tra loro, ma che tuttavia hanno condiviso e interpretato un'istanza comune, frutto anche di una specifica visione del pensiero scientifico diffusa nel tempo e nei luoghi in cui le discipline psicologiche sono nate e si sono consolidate. L'approccio biologico-istintualista, quello psicoanalitico, quello comportamentista e infine quello cognitivista, che caratterizzano nel loro insieme la parte quantitativamente più consistente di quanto la psicologia ha prodotto finora, condividono in fondo l'idea che il modo di essere delle persone, le loro motivazioni ed emozioni, e in definitiva il loro comportamento possano essere spiegati sulla base di dinamiche e processi che hanno sede nell'individuo, e che in quella sede possano e debbano essere studiati.

Oltre che come individualista, tale orientamento può essere classificato anche come essenzialista, nel senso che considera i processi psicologici come qualcosa di dato, separato e precedente rispetto all'esperienza concreta dell'individuo, operante secondo procedure definite una volta per tutte dalle proprie specificità funzionali, biologicamente fondate. Anche la psicologia che si è definita sociale è stata caratterizzata, per gran parte della sua storia, da un simile orientamento individualista ed essenzialista; il 'sociale' è stato in definitiva molto spesso concettualizzato solo come uno dei possibili oggetti rispetto ai quali i processi psicologici si attivano e si realizzano, con modalità ed effetti che sono però tipici dei processi stessi e che prescindono dalla qualità dell'oggetto al quale si applicano.


L'ATTENZIONE PER LA DIMENSIONE SOCIALE E CULTURALE

In contrasto più o meno forte con questa impostazione prevalente, si sono sviluppati una serie di approcci e filoni di ricerca, talora sostenuti con molte difficoltà da piccole cerchie di studiosi, che hanno al contrario considerato la dimensione sociale per la sua capacità di condizionare fortemente il modo in cui i processi mentali operano. La valorizzazione della dimensione più propriamente culturale, intesa come terreno di costruzione collettiva del senso, nonché come sedimentazione progressiva dei prodotti di tale costruzione, rappresenta in qualche modo il punto più elevato e qualificante di questo percorso.

Lo scopo principale di questo capitolo è quello di illustrare alcuni momenti di tale valorizzazione della dimensione culturale da parte delle discipline psicologiche, evidenziando anche i modi diversi in cui essa è avvenuta e le direzioni nelle quali attualmente si muove. Sono infatti riconoscibili diverse posizioni, distinguibili in sostanza (come su un ideale continuum) per la misura in cui ritengono che i processi culturali possano condizionare e strutturare quelli psicologici, e dunque, specularmente, per la misura in cui ritengono che i processi psicologici possiedano almeno alcune caratteristiche proprie e di fatto universali. Da un lato gli approcci che, pur condividendo l'idea che il contesto culturale abbia una forte influenza sui processi mentali, considerano tuttavia questi ultimi come dotati di alcuni elementi funzionali autonomi, biologicamente determinati, e dunque comuni a tutti gli esseri umani. Dall'altro lato gli orientamenti che portano fino in fondo l'opzione culturalista, e che considerano talmente ampio e profondo l'effetto di strutturazione che la cultura è in grado di operare rispetto ai processi mentali, da non potersi in realtà parlare di processi psicologici come separati da quelli culturali, neanche con riferimento ad un qualche 'nucleo' funzionale di base.
L'ATTENZIONE PER LA CULTURA VIENE DA LONTANO

Nel presentare i diversi contributi, sarà adottata una prospettiva di tipo essenzialmente storico. Si punterà ad evidenziare in particolare come l'attenzione per il ruolo della dimensione culturale sia stata in passato largamente presente, e abbia in effetti rappresentato in qualche modo un terreno privilegiato di definizione dello spazio disciplinare della psicologia nel complesso processo di fondazione delle scienze umane. In questa chiave, sarà utile far riferimento anche ad alcuni autori che in tempi remoti, e in ambiti diversi come quello filosofico e socio-politico, hanno proposto modalità di interpretazione del rapporto fra individuo e processi socio-culturali che restano di grande interesse e che solo di recente cominciano ad essere rivalutati.


L'ATTENZIONE PER LA CULTURA E I FONDAMENTI DELLA PSICOLOGIA SOCIALE

Nel suo complesso, il capitolo si propone tuttavia anche un secondo obiettivo, che si inserisce nel dibattito sulla natura e sulle finalità disciplinari della psicologia sociale. Com'è noto, nei confronti dell'orientamento individualistico che ha contraddistinto buona parte della disciplina nel suo sviluppo storico, si sono levate numerose critiche, che hanno portato a delineare un progetto scientifico in qualche modo alternativo, fondato su criteri epistemologici, costrutti teorici, pratiche di ricerca nonché ambiti di applicazione differenti, e caratterizzato anche in senso storico-geografico, come prodotto più specificamente europeo, complessivamente orientato ad una maggiore valorizzazione della dimensione sociale (Israel e Tajfel 1972; Tajfel 1984; Farr 1996; McGarty e Haslam 1997; Flick 1998; cfr. Contarello e Mazzara 2000). Nell'ambito di tale percorso, la dimensione più specificamente culturale ha ricevuto notevole attenzione, sia pure con posizioni differenziate, che si possono variamente collocare lungo il continuum sopra descritto per quanto riguarda la forza della relazione che lega le dinamiche culturali con quelle psicologiche. In questa sede ci si propone di mostrare come è proprio con l'adozione di una prospettiva culturale che si può realizzare pienamente l'obiettivo di una psicologia che sia realmente 'sociale', che consideri cioè la dimensione sociale non solo come campo di applicazione o fattore di condizionamento dei processi psicologici, bensì come il luogo in cui i processi psicologici effettivamente si costruiscono e si strutturano.

Non sarà ovviamente possibile dar conto in questa sede, neppure in maniera sintetica, di tutti i contributi (singoli autori o correnti di pensiero) a cui pure sarebbe utile far riferimento. Ci si limiterà a fare pochi cenni ad alcuni di essi, che si possono considerare esemplificativi del tipo di lettura proposta e che peraltro illustrano bene la necessità di ripensare le radici fondative della psicologia sociale da un lato e della psicologia culturale dall'altro, evidenziando gli ampi margini di convergenza fra i due ambiti. Maggiori dettagli, specie con riferimento agli orientamenti principali e più frequentati, si potranno trovare negli altri capitoli del volume, che approfondiscono in maniera più mirata prospettive specifiche.

1. La natura storico-sociale dell'essere umano
1.1. Le lucidi anticipazioni di Giambattista Vico
Fra i primi a riflettere sul rapporto fra individuo e contesto socio-culturale in termini che sono quanto mai attuali, va ricordato Giambattista Vico (1668-1744), che è stato giustamente considerato non solo fra i fondatori di un approccio genuinamente psico-sociale allo studio dei fatti umani (Rosnow 1978; Shotter 1986), ma anche come un punto di riferimento imprescindibile, non solo in termini di ricostruzione storica, dell'approccio culturale in psicologia (Jahoda 1992).

LA NECESSITÀ DI UNA 'SCIENZA NUOVA'

Laddove la maggior parte dei suoi contemporanei andava sviluppando il pensiero cartesiano nel senso di applicare anche allo studio della mente l'epistemologia scientifica fondata sulla matematica e sul concetto di causalità lineare, e andava configurando quello che sarebbe poi diventato l'ideale illuminista di una universalità della natura umana, Vico fu il primo a sostenere che per studiare la mente e le vicende umane occorresse invece porsi in una prospettiva completamente diversa. Occorreva, a suo avviso, un'altra scienza, fondata su principi conoscitivi e su procedure di indagine adatti alla particolare natura dell'essere umano, che non è fisica e materiale bensì storica e sociale, costruita nel corso del tempo, in contesti determinati e per mezzo della costante interazione tra gli individui. Trattandosi di un mondo essenzialmente storico-sociale, la sua conoscenza può essere raggiunta solo con strumenti adatti alla sua particolare natura, e dunque principalmente con l'analisi storica e comparativa, tramite la quale si possano ripercorrere i percorsi attraverso i quali i fenomeni che si osservano si sono gradualmente prodotti. Cruciale a questo proposito l'idea della corrispondenza tra "vero" e "fatto", che imposta il problema della conoscenza come una continua ricerca volta a ripercorrere il modo in cui le cose sono costruite, in un processo che vede la mente umana come elemento propulsore, che nell'ordinare gli elementi della realtà di fatto ne crea l'essenza e il significato (cfr. Child 1953).

Il LINGUAGGIO E LA NATURA SOCIALE DELLA MENTE

Elemento centrale del mondo storico-sociale in perpetuo divenire e del processo di costruzione della conoscenza è il linguaggio, mezzo privilegiato di interazione fra gli individui ma anche luogo di sedimentazione dei significati collettivamente condivisi, tramite i quali un certo insieme di esseri umani si definisce storicamente come comunità e riproduce il ricorso a determinate pratiche sociali. In questo senso è proprio il linguaggio, specialmente nei suoi aspetti di struttura retorica ed in particolare nei suoi contenuti metaforici, a costituire l'essenza di quella identità collettiva che in qualche modo trascende gli individui e fa da supporto alle loro interazioni pur essendo da essi costantemente ricreata. Pertanto il il linguaggio, e le immagini che per mezzo del linguaggio definiscono una comunità, non vengono considerati come prodotti di una mente ad essi preesistente, bensì come elementi in qualche modo costituitivi della mente stessa, la quale deve dunque considerarsi di natura essenzialmente sociale.

IL SENSO COMUNE

Di particolare interesse, in questa prospettiva, il modo in cui Vico articola il concetto di "senso comune", inteso come conoscenza condivisa basata su elementi immaginativi, insieme di credenze e di "idee uniformi" che costituiscono il "dizionario mentale" in base al quale gli esseri umani appartenenti ad un determinato constesto storico-sociale organizzano la propria visione del mondo e insieme anche la propria vita sociale. Questo insieme di idee, del quale gli individui sono quasi sempre inconsapevoli e dal quale non possono prescindere, costituisce di fatto la struttura del pensiero e la base per i giudizi che vengono espressi sul mondo. Si tratta infatti di un sistema essenzialmente simbolico, fondato sull'immaginazione, sulla fantasia e sulle rappresentazioni, e la società stessa, in definitiva, è costituita dalla condivisione di uno specifico insieme di tali rappresentazioni.

1.2. Il carattere storico della mente tra idealismo, storicismo e Völkerpsychologie.
IL RAPPORTO INDIVIDUO-SOCIETÀ NELL'IDEALISMO

L'idea che la collettività possieda delle caratteristiche sue proprie, che trascendono quelle degli individui singoli e che di questi ultimi condizionano in maniera sostanziale il modo di essere e di agire, si esprime in maniera piena nell'ambito nel movimento romantico-idealistico che ebbe il suo centro in Germania alla fine del '700. Certo, occorre ricordare che almeno una parte del movimento, e specie nelle sue fasi iniziali, traduce la critica alla ragione universale illuminista anche in una forte accentuazione delle potenzialità del singolo, nel senso di slancio vitalistico e di creatività sostenuti dalla passione personale e legati alla storia individuale. Tuttavia nei suoi sviluppi maturi, anticipati nel pensiero di Herder (1744-1803) e codificati nella maniera più compiuta nel sistema filosofico di Hegel (1770-1831), la concettualizzazione romantico-idealistica del rapporto individuo-società costituisce in qualche modo la prima e più coerente valorizzazione della capacità che la collettività possiede di plasmare e strutturare l'individuo.

IL CONTRIBUTO DI HERDER

A partire da Herder, infatti, si fa strada l'idea del popolo come unità collettiva, dotato di una propria individualità e di un proprio "spirito" che lo distingue dagli altri e lo unifica in una totalità organica. La risposta di Herder all'interrogativo sul rapporto tra individuo e società è che non esiste contrapposizione, in quanto la collettività si ritrova in ogni individuo nei termini di quella infinita catena di relazioni e di circostanze di vita nelle quali l'individuo stesso si è formato. Un ruolo fondamentale in tale processo di radicamento dell'individuo nel suo contesto è svolto dal linguaggio. Esso viene visto infatti da Herder non come semplice espressione del pensiero, ma come mezzo principale per la formazione dell'uomo e dunque in qualche modo come base per lo stesso pensiero nonché per l'intero processo di conoscenza, che parte proprio dalla capacità di selezionare, tramite segni verbali, una porzione definita della realtà sulla quale riflettere. Ma le parole, lungi dall'essere dei puri segni arbitrari e convenzionali, rappresentano un deposito dell'esperienza storica di un popolo e della sua cultura, sicché tramite il linguaggio l'individuo si realizza in quanto espressione di una determinata comunità storica.

HEGEL E LA DIALETTICA TRA INDIVIDUO E SOCIETÀ

Il culmine di questo percorso di valorizzazione della dimensione sociale rispetto a quella individuale viene espresso nel pensiero di Hegel, per il quale la coscienza singola si realizza solo nell'interazione con tutte le altre coscienze, e solo nella piena consapevolezza dell'unità inscindibile che le lega tutte nello Spirito, il quale è pensabile, secondo la celebre definizione, come "Io che è Noi, e Noi che è Io". Il rapporto tra il livello individuale e quello sociale, secondo Hegel, deve in concreto essere concettualizzato in termini di continua interazione, dialetticamente fondata.

E in effetti proprio la teoria della dialettica, quale dinamica fondamentale tanto dello svolgimento storico quanto dei processi di conoscenza, costituisce il più importante contributo alla storia del pensiero sociale da parte del grande filosofo idealista. Ogni singolo evento o fatto è la negazione di un evento precedente e tale opposizione sarà risolta come sintesi dinamica in un terzo livello, ove il processo ricomincia; ciò significa che ogni porzione della realtà ricava la propria ragione di esistenza dall'insieme dei rapporti di cui è parte, insieme che risulta intrinsecamente dinamico e in costante divenire. Complessivamente, dunque, è il rapporto parte-tutto ad assumere una connotazione dialettica, e ciò vale, come si è detto, anche per il rapporto individuo-società. Sappiamo, ed in parte vedremo più avanti, quanto tale impostazione sia risultata cruciale per tutta una serie di sviluppi successivi, tanto che in certi casi la si dà per scontata, come una delle fondamentali acquisizioni del pensiero moderno.
DILTHEY E LA FONDAZIONE DELLE SCIENZE DELLO SPIRITO

Alcune di queste idee vengono a maturazione nello storicismo tedesco, e in particolare nell'opera di Dilthey (1833-1911), che, proprio in considerazione della natura intrinsecamente storica e sociale dell'essere umano, formula in maniera esplicita quella distinzione (in qualche modo già anticipata da Vico) tra "scienze della natura" e "scienze dello spirito" che accompagnerà l'intero sviluppo delle discipline psicologiche e che risulta essenziale per comprendere la reale portata dell'approccio culturale, ma anche alcune difficoltà che sono state incontrate nella sua elaborazione. Ciò anche in considerazione del fatto che tale distinzione ha finito per costituire il terreno di articolazione di altre contrapposizioni che hanno marcato lo sviluppo della disciplina, in particolare quella tra cervello e mente, e quella tra dimensione individuale e dimensione sociale.

LE POSSIBILI COLLOCAZIONI DELLA PSICOLOGIA

Fin dall'inizio della sua storia, la psicologia si è posta il problema di trovare la propria identità disciplinare in relazione al complesso di tali contrapposizioni. Diverse soluzioni sono state al riguardo proposte: che la psicologia dovesse far parte del campo delle scienze naturali, occupandosi essenzialmente di fenomeni biologici con metodi di tipo sperimentale; che la psicologia dovesse invece essere annoverata tra le scienze storico-sociali, dato che studia il comportamento degli esseri umani, sempre inserito in contesti di interazione determinati e fortemente connotato in termini simbolici; che si dovesse procedere allo sviluppo di due discipline sostanzialmente distinte, l'una dentro il primo e l'altra dentro il secondo campo. La prima soluzione è risultata nel complesso quella prevalente, adottata in maniera più o meno esplicita da molti orientamenti teorici che, magari anche radicalmente diversi rispetto ad altri aspetti fondamentali, tuttavia hanno condiviso l'idea che la psicologia potesse mantenere il suo carattere di scienza solo restando ancorata, nei principi epistemologici e nel metodo, al terreno solido delle scienze fisico-naturali. La seconda soluzione è stata adottata dagli orientamenti critici che, in momenti e in modi diversi, hanno messo in discussione l'impianto fondativo della disciplina, di più o meno diretta derivazione positivista. La terza soluzione, la cui prima e più compiuta formulazione risale a Wundt, ha rappresentato al tempo stesso un elemento di legittimazione e di forte impulso per le analisi del rapporto tra processi psicologici e processi culturali, ma anche un pesante fardello che ha poi finito per ostacolare per diverso tempo lo sviluppo di una psicologia culturale in senso proprio.


WUNDT E LE DUE PSICOLOGIE

Com'è noto, Wilhelm Wundt (1832-1920), conosciuto principalmente come uno dei fondatori della psicologia sperimentale, dedicò gli ultimi venti anni della sua vita ad un progetto completamente diverso, quello della Völkerpsychologie, che nelle sue intenzioni era concepito non come antitetico, bensì come necessariamente complementare rispetto a quello della psicologia individuale sperimentale. L'idea di Wundt era che occorresse distinguere tra i processi psicologici di base, che sono molto saturi di aspetti fisiologici e che possono essere studiati al livello dell'individuo, con l'introspezione e con i metodi sperimentali, e i processi psicologici superiori, le cui dinamiche di sviluppo e di funzionamento sono molto più complesse soprattutto perché implicano l'uso del linguaggio, il riferimento alle relazioni sociali e in generale il radicamento nella cultura e nei sistemi simbolici, sicché possono essere studiati efficacemente solo nelle loro manifestazioni nei contesti reali. Per questo motivo ritenne meritevole di sviluppo il progetto, avviato già qualche decennio prima da M. Lazarus e H. Steinthal, di una Völkerpsychologie, vale a dire lo studio sistematico, in chiave storica e comparativa, delle diverse forme nelle quali si sviluppano, presso i vari popoli, il linguaggio, i costumi, i miti, le credenze, ma anche l'arte, la religione, il diritto; in definitiva i prodotti mentali della vita sociale, quell' "ambiente mentale" che risulta dalla somma delle infinite interazioni sociali e che più di ogni altra cosa caratterizza gli esseri umani in quanto tali. La similarità fra tutto ciò e quanto oggi definiamo come 'cultura' è del tutto evidente, e d'altro canto lo stesso Wundt prese in considerazione la possibilità di etichettare la nuova disciplina proprio come 'psicologia culturale', scartando poi l'idea per il fatto che in tedesco il termine kultur si riferisce piuttosto a quello che si può definire il livello di civilizzazione (cfr. Jahoda 1992).

L'INFLUENZA DEL PENSIERO DI WUNDT

Sull'importanza del pensiero di Wundt per gli sviluppi successivi della psicologia, sul rapporto fra il versante individuale-sperimentale e quello socio-culturale del suo lavoro, e sul ruolo che i suoi allievi ebbero nell'approfondire l'una o l'altra prospettiva, molto è stato scritto (Danziger 1979; Farr 1983; 1996). Certamente il primo versante del suo lavoro ha ricevuto molta più attenzione, per ragioni che hanno a che fare con la direzione che la psicologia ha preso nei decenni successivi (e dunque con il modo in cui la disciplina è andata poi costruendo storicamente la sua immagine), ma anche a causa della oggettiva difficoltà di lettura diretta dei suoi contributi da parte della maggior parte degli psicologi non tedeschi (i dieci volumi della Völkerpsychologie non sono infatti mai stati tradotti completamente). L'influenza del secondo versante del suo lavoro è stata tuttavia molto forte su una serie di autori che hanno poi avuto un ruolo determinante, come vedremo più avanti, nella definizione dell'approccio culturale in psicologia. Pensiamo a G.H.Mead, che fu in contatto diretto con Wundt seguendone le lezioni, ma anche a L.S.Vygotskij, che ha spesso considerato il lavoro di Wundt come un punto di partenza rispetto al quale qualificare e definire il proprio approccio.


QUALE RELAZIONE TRA I DUE LIVELLI

Un punto cruciale, per valutare efficacemente l'influenza di Wundt sugli sviluppi della psicologia culturale, è il tipo di relazione che si suppone esistente fra i due livelli dei processi psicologici (di base e superiori) con riferimento all'entità della distanza fra loro, ma anche alla direzione della possibile influenza dell'uno sull'altro (vale a dire dal livello di base verso quello superiore o viceversa). In realtà lo stesso Wundt non ha mai sciolto completamente questo nodo, sicché il suo pensiero è stato poi variamente interpretato. Un primo modo di considerare tale rapporto sottolinea gli aspetti di differenza e incommensurabilità fra i due livelli, sollecitando dunque la loro attribuzione a discipline distinte e spesso privilegiando il primo livello, quello dei processi di base, come elemento causativo ultimo. Un secondo modo, al contrario, mira a una possibile integrazione fra i due livelli, puntando ad evidenziarne la contiguità e la continua causazione reciproca. Per molto tempo, anche la psicologia che si dichiarava interessata agli aspetti di contestualizzazione culturale dei processi psicologici ha risentito in maniera negativa del primo tipo di impostazione, sicché il riferimento alla dimensione culturale si è risolto spesso nella semplice aggiunta di un'ulteriore variabile indipendente da considerare nel possibile condizionamento dei processi psicologici. In questo senso si diceva prima che la prospettiva dualista, espressa in modo compiuto soprattutto da Wundt, ha rappresentato una pesante eredità della quale la psicologia culturale si è dovuta liberare. La psicologia culturale, nelle forme avanzate che conosciamo oggi, nasce a partire dal riconoscimento di una interdipendenza strettissima tra livello biologico individuale e livello socio-culturale, e quindi in qualche modo dal superamento di quella forma di dualismo.



1.3. La natura sociale della coscienza nell'ambito del materialismo storico
È LA VITA CHE DETERMINA LA COSCIENZA

L'idea che i pensieri, i sentimenti, le opinioni, e più in generale il modo di essere e di sentire degli individui, siano espressione delle condizioni di vita e della rete delle relazioni sociali nelle quali gli individui vivono viene espressa nella sua forma più compiuta nell'ambito del materialismo storico. La formula marxiana secondo la quale "non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza" (Marx e Engels, 1845-46/1967, p.13) pone le basi per un radicale ripensamento non solo dei fenomeni che possiamo classificare come culturali, ma anche degli stessi contenuti della mente. "Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono .... come emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione, della metafisica, ecc. di un popolo" (ibidem). Con questa impostazione, in maniera più o meno diretta, dovranno necessariamente confrontarsi tutte le correnti di pensiero che negli anni successivi, con la maturazione delle scienze sociali, andranno a riflettere sulle relazioni che legano gli aspetti strutturali di una società, i fenomeni culturali e le dinamiche psicologiche individuali.

STRUTTURA E SOVRASTRUTTURA

Uno dei nodi problematici fondamentali riguarda quello che si può definire il livello di autonomia della sovrastruttura ideologico-culturale. Se è vero che all'impostazione marxista spetta il merito di aver ancorato la dimensione psico-culturale alle condizioni storico-sociali e alle pratiche di vita materiale, ad essa è stato contestato di aver sottovalutato il possibile effetto di retroazione della causalità, cioè il fatto che la sovrastruttura ideologico-culturale possa a sua volta condizionare lo sviluppo dei rapporti materiali. In altri termini, è stata contestata la necessarietà quasi meccanica, di tipo unidirezionale, del legame tra struttura economica e sovrastruttura ideologico-culturale, che escluderebbe ogni autonomia di quest'ultima rendendo di fatto inutile, se non fuorviante, un suo studio specifico, indipendente dalle analisi socio-economiche.

Su questo punto, evidentemente molto delicato, occorre chiarire innanzitutto che agli stessi fondatori non sfuggiva affatto la complessità del legame fra i due livelli, e che la loro enfasi sul ruolo della dimensione economico-strutturale rispondeva anche a finalità di tipo argomentativo, vale a dire alla necessità di affermare con forza ciò che nelle interpretazioni precedenti era stato sottovalutato. Ciò è espresso con molta chiarezza, ad esempio, da Engels in una lettera a Joseph Bloch: "Che i giovani diano talvolta al lato economico un peso maggiore di quanto non gli spetti, lo si deve in parte a Marx e a me. Di fronte agli avversari, noi avevamo il dovere di mettere in risalto il principio fondamentale da essi negato, e non sempre v'era tempo, luogo od occasione per assegnare il posto dovuto agli altri fattori coinvolti nell'azione e reazione reciproca" (Engels 1890/1982, p. 26).

GRAMSCI CONTRO LA "SUPERSTIZIONE ECONOMISTICA"

Il tema del rapporto fra struttura socio-economica e sovrastruttura ideologico-culturale è stato oggetto di riflessioni approfondite almeno in alcuni degli sviluppi successivi del materialismo storico. Ricordiamo in proposito per tutti il contributo di Antonio Gramsci, che fu tra i più lucidi oppositori del determinismo economico, che considerava come una deviazione della originale impostazione marxiana, contro la quale era necessario lottare. Nei confronti di quella che definiva "superstizione economistica" Gramsci ebbe parole infuocate, condannando senza mezzi termini quegli "intellettuali di mezza tacca" che cedono alla tentazione, peraltro già biasimata da Engels, di trovarsi "tutta la storia e tutta la sapienza politica e filosofica concentrata in qualche formuletta" (Gramsci 1929-1935/1975, p.1595). A questa impostazione semplicistica Gramsci oppone una visione propriamente dialettica, di reciprocità necessaria, del rapporto fra struttura e sovrastruttura, assegnando all'ideologia un ruolo cruciale, ben lontano dalla mera apparenza alla quale le impostazioni economiciste tendevano a ridurla.

IL RUOLO DELL'IDEOLOGIA, DELLA CULTURA E DEL LINGUAGGIO

Molte delle riflessioni di Gramsci risultano di particolare interesse ai nostri fini, tanto che il suo pensiero ha conosciuto di recente una significativa rivalutazione anche in ambito propriamente psicologico (Colucci 1999). A partire dal tema della prassi, considerata non solo quale mezzo di trasformazione e di emancipazione sociale, ma anche quale strumento di effettiva conoscenza della realtà. Ma soprattutto per il peso che Gramsci assegna alla cultura come strumento fondamentale di trasformazione sociale, nel senso che nessun cambiamento è possibile se non a seguito dell'affermazione di uno specifico e nuovo "modo di sentire e di vedere la realtà" (Gramsci 1929-35/1975, p.2192). In questa prospettiva, anche sul versante specificamente antropologico è stata avvertita la necessità di confrontarsi con il suo pensiero (Crehan 2002). Nella stessa direzione si può ricordare la sua enfasi sulla necessità di costruire e mantenere il consenso, e dunque sul concetto di egemonia, che esprime appunto la necessità di stabilire un controllo sulle dinamiche sociali che va ben al di là delle pure relazioni economiche e dei rapporti di forza materiali. In tutto ciò risulta fondamentale il ruolo del linguaggio, come espressione di soggettività politico-sociale ma anche come strumento di elaborazione e condivisione di una specifica concezione del mondo. In questa prospettiva, il pensiero di Gramsci è stato utilizzato per l'elaborazione di una teoria del discorso fondata sulle nozioni di egemonia e di antagonismo sociale (Torfing 1999), e in generale è stato individuato come punto di riferimento nella riflessione su alcuni aspetti cruciali della critica post-modernista (Holub 1992).

1.4. La scuola di Francoforte e la psicologia critica.
I temi dell'ideologia, del consenso, della creazione e diffusione di sistemi di credenze che diventano modelli di lettura della realtà e che vengono come tali incorporati nelle strutture psicologiche dell'individuo, sono stati al centro di due orientamenti di pensiero che in maniera più o meno diretta hanno sviluppato in campo psico-sociologico l'eredità del materialismo storico, e ai quali ci si riferisce solitamente con le etichette sintetiche di "scuola di Francoforte" e "psicologia critica".

LA SCUOLA DI FRANCOFORTE

Soprattutto nel caso della cosiddetta scuola di Francoforte, l'insieme degli autori, delle tematiche e delle sensibilità che l'etichetta rappresenta è troppo vasto e articolato (nel tempo, nello spazio e negli approcci adottati) perché se ne possa parlare come qualcosa di unitario e strutturato (per una accurata ricostruzione anche storica si veda Wiggershaus 1986). I contributi più noti e qualificati si sono sviluppati in ambiti diversi quali il pensiero filosofico, l'analisi storica, la sociologia, la psicologia, la critica letteraria e artistica, in un ambizioso progetto di complessiva conoscenza critica della società nei suoi aspetti molteplici e interrelati. Proprio tale impostazione integrata e sistemica costituisce in effetti un elemento importante ai nostri fini: si ritiene infatti che la comprensione dei fenomeni psicologici, dei quali molti degli autori più importanti si occupa in maniera più o meno diretta, non possa prescindere dall'analisi dei processi collettivi, di natura sociale ed economica, ma soprattutto simbolica e culturale.
CREAZIONE E DIFFUSIONE DI UN SISTEMA DI VALORI

Nell'ambito di una critica generale della razionalità tecnologica e della società di massa, viene sviluppato con particolare enfasi il tema della formazione del consenso, e del ruolo che i mezzi di comunicazione di massa e l'intera 'industria culturale' svolgono nella manipolazione delle coscienze, al fine di diffondere e sostenere un sistema di valori e di bisogni sociali, funzionale a un determinato sistema economico-politico. Fra i molti spunti di interesse per noi in questa sede ricordiamo il costrutto di 'carattere sociale', sul quale ha lavorato Erich Fromm (1947; Fromm e Maccoby 1970), in linea peraltro con alcune delle idee sviluppate nell'ambito del filone di cultura e personalità, di cui si dirà più avanti (cfr. par. 3.1.); con tale costrutto si esprime, sia pure all'interno di una cornice teorica generale di tipo universalista, l'idea che la società, in relazione alle sue esigenze funzionali, giunga a plasmare opportunamente gli orientamenti caratteriali degli individui, in modo da ottenere che essi introiettino le finalità e le modalità di azione caratteristiche e utili in quello specifico contesto socio-economico. Ma soprattutto ricordiamo le ricchissime elaborazioni di Jürgen Habermas, sulle profonde trasformazioni storico-sociali della natura e delle funzioni dell'opinione pubblica, sul ruolo del linguaggio e della rappresentazione simbolica nella strutturazione dell'esperienza che abbiamo del mondo, ma soprattutto sull'agire comunicativo quale terreno di definizione intersoggettiva dei modelli di azione e di interpretazione della realtà (Habermas 1962, 1968, 1981).


Ancora più direttamente legato alla tradizione marxista è il filone della cosiddetta psicologia critica, al cui centro c'è proprio l'esigenza, fondata sia su istanze di tipo teorico che in vista di obiettivi di tipo politico-sociale, di rinunciare a ricercare i supposti aspetti universali della mente, e rivolgersi invece a rilevare le forme storicamente determinate nelle quali la mente agisce e si realizza.

LA PSICOLOGIA CONCRETA

E' una prospettiva che trova spazio innanzitutto nella tradizione di psicologia marxista francese, a partire dalle sollecitazione di autori quali Politzer, Wallon, Zazzo e altri per una 'psicologia concreta', che sia in grado di ricostruire, anche riflettendo sulle dinamiche di socializzazione, i processi attraverso i quali convergono e si relazionano dialetticamente, nell'individuo, i fattori personali e quelli socio-culturali. Di particolare interesse le suggestioni di Politzer sulla dimensione drammatica della vita umana, vale a dire l'idea che il modo in cui le persone pensano a se stesse e agli altri è radicato nelle esperienze di interazione che si realizzano nella vita quotidiana, sature di dimensioni simboliche: "viviamo dentro significati che ci toccano in un senso o nell'altro, ma in nessun momento abbandoniamo il piano del dramma" (Politzer 1929/1975 p.88; per una panoramica della prospettiva e dei suoi sviluppi cfr. Conti e Romano 1979).
LA PSICOLOGIA CRITICA

Ma la formulazione più matura e più sistematica della psicologia critica si ha nel lavoro degli studiosi riuniti presso la Freie Universität di Berlino negli anni '60-80 del Novecento, sotto lo stimolo di Klaus Holzkamp (1927-1995) (per ricostruzioni, anche di tipo storico, cfr. Maiers 1991; Tolman 1994; Teo 1998; per una raccolta in italiano di testi fondamentali e un'efficace sintesi critica, anche con riferimento ai rapporti fra la corrente berlinese e la scuola storico-culturale sovietica, cfr. Bellelli 1983).

Punto di partenza della riflessione del gruppo è una critica sostanziale della psicologia classica, tanto negli assunti epistemologici quanto nelle pratiche di ricerca empirica. Ad essa viene contestato l'appiattimento su un modello scientifico che non è adatto allo studio dei fatti umani, e che ha come risultato una sostanziale irrilevanza di contenuti, a fronte di un'apparente sofisticazione tecnico-metodologica. In alternativa, si propone una prospettiva costruttivista: la conoscenza scientifica viene concettualizzata come un'azione sociale concreta, che organizza la propria ricerca all'interno di un sistema linguistico e scientifico univoco, scegliendo attivamente le condizioni che corrispondono ad una determinata teoria, in funzione di determinati obiettivi storicamente definiti, senza alcuna pretesa di raggiungere una qualche 'verità' (Holzkamp 1968; 1972).

LA DETERMINAZIONE STORICA DEI PROCESSI PSICOLOGICI

Dal punto di vista dei contenuti, il tema cruciale è quello della determinazione socio-storica dei processi psicologici, anche di quelli più elementari. La stessa percezione non è mai acquisizione di dati fisici neutri, ma sempre percezione di 'significati oggettuali', storicamente definiti: gli oggetti del mondo sono percepiti direttamente come insiemi di significati legati alla loro funzione, al loro valore d'uso ma anche al loro valore di scambio. Allo stesso modo, le emozioni esprimono la valutazione che gli individui danno delle condizioni ambientali in termini di aiuto o di minaccia alla sopravvivenza, e dunque possono essere interpretate solo in relazione ai significati attribuiti agli eventi (Holzkamp 1983). Dato il carattere socialmente mediato delle categorie psicologiche, l'attenzione della psicologia deve necessariamente spostarsi al livello della costruzione e dello scambio dei simboli; la soggettività non può essere interpretata che come intersoggettività. Diventa pertanto imprescindibile il riferimento alla cultura, intesa come rete dei significati che rende possibile la sopravvivenza e il rapporto efficace con il mondo. La capacità tipicamente umana di costruire tradizioni culturali rappresenta in effetti il risultato evolutivo fondamentale della specie homo sapiens e il linguaggio è l'elemento di mediazione basilare, che connette gli individui tra loro, con la tradizione culturale e perciò anche con il mondo fisico.

Si tratta, come si vede, di un insieme molto ricco di stimoli, connesso ad una sofisticata riflessione epistemologica e molto vicino peraltro alle formulazioni di Vygotskij o di Mead sul tema del carattere socialmente determinato dei processi psicologici. Sorprende pertanto che, al contrario di queste ultime prospettive, il lavoro del gruppo di Berlino sia scarsamente considerato non solo nell'ambito delle recenti sistematizzazioni in tema di psicologia culturale, ma anche da parte di filoni di studio che adottano, a partire dalla terminologia utilizzata, un punto di vista parimenti critico sul piano della connotazione socio-politica (ad esempio Fox e Prilleltensky 1997).




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