La motivazione



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CAPITOLO 1
LA MOTIVAZIONE
Affinché si inizi nella propria vita a praticare una qualsiasi attività, è necessaria una spinta, una causa, appunto una motivazione.

Anche per avvicinarsi ad uno sport individuale o di squadra ci saranno una serie di ragioni, differenti da persona a persona, che porteranno con se implicazioni diverse e di particolare interesse riguardo anche agli obiettivi che si vogliono raggiungere e a cosa si è disposti a sacrificare lungo la strada che conduce al traguardo che ci si è posti.

Sarà necessario per l’allenatore avere un quadro ben preciso delle motivazioni personali di ogni suo atleta, in modo tale da far coincidere queste con quelle della squadra e da poter operare con ognuno nel migliore dei modi.



  1. Perché praticare uno sport ?

Comprendere che cosa avvicini all’attività sportiva è stato uno dei punti fermi della psicologia dello sport soprattutto nei suoi primi anni di diffusione.

Particolare attenzione è stata riservata alle motivazioni che conducono i giovani ad intraprendere una pratica sportiva.

La prima ricerca di rilievo che si è concentrata su tale interrogativo è quella svolta da Aldermann e Wood 1 a partire dal 1976.

I due studiosi hanno ripreso un modello proposto da Birch e Veroff 2 dieci anni prima che definiva quelli che secondo loro erano i sette sistemi di motivi principali che regolano il comportamento degli esseri umani.

Al primo posto citano l’affiliazione3, cioè la necessità per l’individuo di stabilire relazioni interpersonali con i suoi simili. Forte è anche il bisogno di sperimentare l’esperienza del potere4; con ciò si intende la possibilità di esercitare influenza e controllo sugli altri. Essere con gli altri non significa però perdere la propria identità di persona, ecco perché fondamentale è anche la spinta dell’indipendenza5, la capacità di autodeterminarsi ed orientare la propria azione. Altro motivo fondamentale è collegato alla gestione dello stress6: praticare uno sport da la possibilità di svolgere attività stimolanti nella quali impegnare ed incanalare le proprie energie e sfogare eventuali tensioni. Quinto motivo individuato è il tendere all’eccellenza7, cioè impegnarsi nel processo di miglioramento delle proprie capacità tanto da riuscire a prevalere sugli altri dimostrando la propria supremazia; è quello che accade quando c’è una sana competizione, un agonismo sportivo nel quale ogni atleta vuole dimostrare il proprio valore. Collegata a quest’ultimo concetto anche la volontà di raggiungere il successo8 acquisendo così prestigio, status sociale via via più elevato e rinforzi estrinseci. Infine il settimo ed ultimo motivo, coincidente con la possibilità di sfruttare l’aggressività, comunque intrinseca in ogni individuo, per attuare una qualche forma di dominio sugli altri.

Aldermann e Wood hanno sottoposto questi sette gruppi di motivazioni al loro campione di soggetti, composto da circa 3.000 atleti di età compresa tra gli undici e i diciotto anni.

Dai risultati è emerso che quelli che maggiormente spingevano a praticare uno sport erano l’affiliazione, l’eccellenza e lo stress.

Veniva anche dimostrato che le motivazioni erano indipendenti da variabili quali l’età, il genere, lo sport praticato e la cultura d’appartenenza.

Un secondo programma di ricerca è stato realizzato da Sapp e Haubenstriker 9 nel 1978, indagando sia le motivazioni che spingono ad intraprendere l’attività sportiva, sia quelle che conducono all’abbandono della stessa. Il campione esaminato era composto da circa duemila tra atleti, non atleti e giovani che avevano abbandonato lo sport.

Per quanto riguarda il primo punto, sono emersi come motivi dominanti gli stessi già sottolineati dalla ricerca di Aldermann e Wood:


  • affiliazione

  • eccellenza

Accanto a questi, due ulteriori variabili sono risultate rilevanti:




  • divertimento

  • desiderio di mantenere una buona forma fisica

Per quel che concerne invece la cessazione dell’attività sportiva, la motivazione principale segnalata è la volontà o necessità di praticare altre attività10. E’ infatti dimostrato che con la fine degli impegni scolastici ed il subentro dei ritmi lavorativi, più rigidi e meno flessibili, diventa più complicato praticare assiduamente un’attività sportiva11. Accanto a questa motivazione che potremmo dire pratica, si cita lo stress provocato dalla nascita di tensioni con l’allenatore o con il gruppo dei compagni di squadra12.

Questo secondo lavoro conferma altresì la costanza delle motivazioni a praticare uno sport indipendentemente da variabili come sesso, età, ecc.. mentre d’altro lato sottolinea alcune differenze in relazione al fenomeno dell’abbandono in base all’età:


  • i più giovani lasciano per problemi inerenti il rapporto con l’allenatore e il gruppo o per mancanza di divertimento

  • i più grandi per l’emergere di altri interessi o per necessità collegate al mondo del lavoro

Sulla scia di questi primi due studi, altri ricercatori hanno continuato ad approfondire tematiche riguardanti il rapporto motivazione/sport.

Di particolare importanza è stato il lavoro svolto nel 1983 da Gill, Gross e Huddleston 13 su un duplice piano. I tre ricercatori si sono proposti di costruire un questionario motivazionale alla pratica sportiva che potesse poi essere utilizzato nei successivi programmi di analisi sull’argomento; si sono altresì posti l’obiettivo di studiare a livello descrittivo le ragioni che possono determinare la scelta di praticare uno sport.

Il primo ambito di indagine14 ha ancora una volta ribadito come la motivazione principale per avvicinarsi al mondo dello sport sia la ricerca dell’eccellenza.

Gill e i suoi collaboratori hanno poi sottolineato le differenze di priorità delle altre motivazioni, in base al sesso.

Le ragazze 15affermano di praticare uno sport avendo come motivazioni principali il divertimento, la possibilità di entrare in competizione con altre ma allo stesso tempo di far parte di una squadra e il piacere tratto dalle sfide.

I ragazzi 16hanno citato l’agonismo al primo posto, seguito dal divertimento, dalla voglia di competere e infine il far parte di una squadra.

Da questo elenco di motivazioni si può ricavare un’implicazione importante, cioè che indipendentemente dal genere, ci si avvicina alla pratica sportiva con l’obiettivo di migliorare le proprie competenze, ma tale fine deve essere raggiunto in un ambiente che garantisca la soddisfazione anche di altre esigenze quali appunto il divertimento, il bisogno di affiliazione e condivisione che sostengono l’atleta lungo il suo percorso di maturazione sia sportiva che personale.

Il passo successivo della ricerca17 è stato quello di raggruppare tutte le risposte al questionario motivazionale, arrivando così ad ottenere otto fattori che identificano altrettante categorie generali:
F1 – riuscita/status: comprende il desiderio di vincere, il sentirsi importanti, l’essere popolari, il migliorare lo status, il poter mostrare le proprie capacità ed esserne ricompensati

F2 – squadra : desiderio di far parte di una squadra

F3 – forma fisica : comprende il bisogno di sentirsi in forma, fare esercizio e curare il proprio fisico

F4 – spendere energie : raccoglie ragioni quali desiderio di scaricare le tensioni, fare qualcosa, muoversi e stare fuori casa

F5 – rinforzi estrinseci : premi, materiali o psicologici, che sostengono il giovane e che sono distribuiti da persone per lui significative

F6 – sviluppo e miglioramento delle abilità sportive

F7 – amicizia : riguarda il bisogno di stare con gli amici e farsene di nuovi

F8 – divertimento : comprende il piacere tratto dall’azione e il desiderio di eccitamento.


L’unico tra questi otto fattori in cui si registrano delle differenze in base al genere è quello legato alla riuscita e alla collegata acquisizione di uno status più elevato, al quale i ragazzi attribuiscono maggiore importanza rispetto alle ragazze.

In una fase successiva, l’interesse degli psicologi dello sport si è fatto più specifico e tendente ad analizzare alcune relazioni particolari.

Una tra tutte quella tra motivazione a partecipare e livello di età dei praticanti18.

Tutti gli studi in questo ambito sembrano concordi nell’affermare l’esistenza di due ragioni che non variano a seconda dell’età; esse19 coincidono con l’attenzione riservata alla cura della propria salute e con la volontà di sentirsi in forma.

Ci sono invece altri motivi individuali che risentono della fascia di età alla quale l’individuo appartiene. Molti studi20 infatti sottolineano come l’acquisizione di competenza sportiva ed il piacere di gareggiare siano importanti soprattutto per i bambini e nella fase adolescenziale. Sempre per questa fascia di età è fondamentale ottenere il sostegno dei genitori, degli amici e dell’allenatore; si sottolinea poi come questa necessità sia avvertita più forte nei bambini e meno negli adolescenti.

Riguarda invece soprattutto la fascia adulta fino alla vecchiaia, l’interesse a mantenere buona sia la forma fisica che più in generale lo stato di salute.

Infine spinte rilevanti nella tarda adolescenza sono l’acquisire status sociale, il farsi notare dagli altri e l’ottenere popolarità nel gruppo dei pari.

Questa panoramica sulle ricerche in campo motivazionale della psicologia dello sport copre un arco decennale e dimostra come intraprendere una attività sportiva sia una decisione influenzata da una serie di fattori, per lo più indipendenti da variabili socioculturali o personali.

Tutti i motivi citati mirano al miglioramento, sia esso delle proprie capacità o della propria condizione fisica.

La voglia di gareggiare e di misurarsi con gli altri, pur presente tra le risposte, è in secondo piano rispetto alla volontà di mettere alla prova se stessi e le proprie risorse.



  1. Motivazione estrinseca e motivazione intrinseca

Grazie alle ricerche precedentemente citate si è avuto un quadro abbastanza preciso dei motivi che conducono l’individuo ad avvicinarsi allo sport.

Volendo riflettere in maniera più puntuale sul processo psicologico che porta la persona a intraprendere l’attività sportiva, Martens21 afferma che bisogna considerare le fonti della motivazione ed introdurre l’importante differenza tra :

Quando si parla di motivazione intrinseca22 si intende un impulso interiore ad essere competenti ed autodeterminati, a gestire i propri compiti ed arrivare al successo.

L’atleta che può contare su questo tipo di spinta, sarà probabilmente più concentrato rispetto ai suoi compagni sia sui suoi obiettivi che su quelli della squadra; per questo non ci sarà bisogno di uno stimolo continuo da parte dell’allenatore e ci sarà meno possibilità che mostri atteggiamenti dannosi per se stesso o per il gruppo, proprio perché ciò che fa è il modo per appagare un suo bisogno psicologico. La pratica dello sport in questo caso può essere vista come una risposta ad una domanda interiore, il modo per sentirsi realizzato raggiungendo una meta importante per se stessi, ponendosi continuamente nuovi limiti e superandoli per arrivare al più alto grado di eccellenza possibile23.

La forza di questo tipo di motivazione è tale che si può ipotizzare una maggiore facilità di gestione delle difficoltà, di eventuali infortuni ed incomprensioni con l’allenatore o compagni; queste saranno considerate solo come piccoli e temporanei ostacoli da aggirare nel tempo più breve possibile e comunque non distoglieranno l’atleta dal portare a termine il suo compito24.

Lo sportivo intrinsecamente motivato avrà l’abitudine di considerare gli eventi della propria vita come dipendenti direttamente dal suo comportamento e non da qualche variabile esterna. Ci si trova in questo caso in presenza di una localizzazione interna del controllo25. L’atleta dunque probabilmente penserà in tali termini : “ in base a come IO agisco, produrrò conseguenze diverse ed appropriate ai risultati ottenuti“.

In base alla mia esperienza personale, sia di giocatrice che di allenatrice, avere un focus interno è un vantaggio per chi si avvicina alla pratica di uno sport, perché maggiore è la volontà di mettersi in discussione e di imparare, come anche la capacità di fare sacrifici per ottenere i risultati voluti. Inoltre avere la consapevolezza che in gran parte il premio finale dipende dalle proprie azioni orienta l’individuo ad acquisire sempre più abilità e lo spinge a migliorarsi continuamente.

Anche eventuali sconfitte o fallimenti vengono gestiti in maniera migliore, con reazioni tutto sommato positive grazie alla capacità di interpretare tali incidenti di percorso come un’occasione per arricchire il proprio bagaglio di esperienze in vista della prossima competizione in cui si punta con convinzione ad ottenere un risultato migliore.

All’estremo opposto del continuum troviamo invece gli atleti estrinsecamente motivati26. In questo caso l’individuo ha bisogno di continui rinforzi, positivi o negativi, da parte di altre persone per portare avanti la sua attività. Questi rinforzi possono essere di natura materiale o psicologica e sono chiamati appunto ricompense estrinseche.

Essere bravi nell’indirizzare l’altrui comportamento, significa molto spesso seguire la “legge dell’effetto”27 : premiare un comportamento accresce la possibilità che questo venga ripetuto, punirlo la diminuisce. Si può dunque affermare che un allenatore dovrebbe essere in grado di gestire bene premi e punizioni per poter guidare l’atleta lungo il cammino che lo condurrà all’ottenimento degli obiettivi fissati per lui e per la squadra a inizio stagione.

Si comprende facilmente come una persona dotata di questo tipo di spinta verso l’attività sportiva abbia dei bisogni e dei modi di rapportarsi con la propria disciplina molto diversi rispetto a quelli di chi è intrinsecamente motivato.

In questo caso infatti il focus del controllo è esterno28, ciò significa che si tende a spiegare gli eventi della propria vita come risultato dell’azione di forze esterne, che si sottraggono alla propria volontà. La conseguenza più immediata è la maggiore paura di fallire che sperimentano questi atleti : se non si è convinti di potercela fare con i propri mezzi, ci si sentirà sempre in balia di avvenimenti che comunque faranno il loro corso a dispetto degli sforzi compiuti. Questo spesso può portare lo sportivo a tendere meno verso il miglioramento delle proprie capacità perché ritenute comunque insufficienti a fronteggiare eventuali variabili esterne negative.

Nella pratica sovente questo porta gli atleti estrinsecamente motivati ad eseguire il proprio compito all’interno del gruppo con un maggiore impegno se gli viene “promessa” una ricompensa , consista essa in qualcosa di materiale come denaro, macchine… o in un rinforzo di tipo psicologico, come l’approvazione da parte del mister o dei compagni o di persone comunque significative. E’ per questo che a volte l’atleta con questo atteggiamento mentale è incostante e alterna ottime prestazioni a gare da dimenticare : molto dipenderà dal premio che in quella particolare circostanza gli è stato promesso.

E’ importante sottolineare che quelle qui presentate sono due posizioni estreme.

Sarà dunque facile trovare atleti che racchiudono entrambi i tipi di spinta. Altrettanto semplice è comprendere come il mix migliore preveda una consistente dose di motivazione intrinseca, supportata dall’ambizione di ottenere ricompense estrinseche.

Inoltre entrambi i tipi di motivazione sono legati al carattere e al modo di essere di una persona, quindi difficilmente l’allenatore potrà essere in grado di modificarle. Il suo compito allora sarà di capire, osservando l’atleta, quale tipo di spinta lo guida29. Questa operazione è senz’altro più facile durante le ore di allenamento che non in gara: chi è motivato intrinsecamente sarà sempre tra i primi ad arrivare e tra gli ultimi ad andarsene, metterà in tutte le esercitazioni un impegno elevato e costante, sarà disposto a supplementi di lavoro per migliorare alcune sue lacune. Tutti elementi lontani dal modo di agire di chi invece pratica lo sport solo in vista di ricompense e quindi spenderà le proprie energie solo durante la competizione.

Una volta classificato l’atleta, il mister dovrà essere in grado di far leva sui suoi diversi interessi in modo tale da ottenere il massimo profitto da ognuno.

Oltre a questa fondamentale divisione della tipologia di motivazioni effettuata da Martens, bisogna tenere conto di altri aspetti maggiormente “sociali”, che allo stesso modo orientano le scelte degli individui e dunque lo fanno anche per quel che riguarda la possibilità o meno di intraprendere un’attività sportiva.

Infatti “molti dei nostri comportamenti sono finalizzati a piacere agli altri, a noi stessi o a soddisfare gli scopi, le norme e le aspettative condivise dai gruppi ai quali apparteniamo”30. E’ dunque importante per gli individui ottenere valutazioni positive da altri che siano significativi. A questo proposito vengono identificati quattro aspetti motivazionali del Sé che entrano in gioco quando si cerca di costruire una positiva immagine di sé sia per noi stessi che per gli altri.31 Greenwald ed i suoi collaboratori propongono dunque di analizzare il Sé diffuso, il Sé pubblico, il Sé privato ed il Sé collettivo.

Ai fini della trattazione presente rivestono importanza due categorie del Sé.

In primo luogo quello pubblico32, in quanto sensibile alle valutazioni di altri significativi e rivolto a cercare la loro approvazione; da ciò segue anche la spinta verso il conformismo alle regole imposte e a quei comportamenti che garantiscono rispetto ed accettazione da parte del gruppo dei pari, dei propri genitori o di altre figure comunque importanti.

In seconda battuta, il Sé collettivo33che è prodotto delle esperienze di socializzazione e che rappresenta l’interiorizzazione degli scopi, delle norme e delle aspettative di importanti gruppi di riferimento; il compito assegnato a questa sfera della personalità è di adempiere al ruolo ricoperto dall’individuo nel gruppo di cui, di volta in volta fa parte.

Sembra facile capire in che modo questi aspetti assumano interesse anche per l’argomento qui trattato.

Se nella famiglia c’è una grande attenzione ad un particolare tipo di sport, che può essere il calcio piuttostochè la pallavolo o il basket, il giovane sarà di sicuro spinto ad intraprendere quella disciplina. La scelta fatta dal ragazzo probabilmente gli frutterà l’appoggio dei suoi cari ed in questo modo il suo Sé pubblico ne trarrà soddisfazione. Una volta entrato nella squadra, inizierà a lavorare il Sé collettivo, facendo in modo che l’atleta si uniformi alle regole, non solo quelle proprie dello sport praticato ma anche quelle di comportamento previste dalla Società in cui si trova e quelle riguardanti le dinamiche interne dello spogliatoio. Dunque cercherà di svolgere il ruolo che il mister gli ha assegnato nel modo migliore possibile, per guadagnarsi ancora di più rinforzi positivi; questa volta non si preoccuperà più solo di soddisfare le sue aspettative e quelle dei suoi gruppi primari34, la famiglia ed il gruppo degli amici, ma anche della sua squadra, dunque i suoi compagni, l’allenatore e la Società.

Più sarà capace di svolgere i compiti assegnati, più aumenterà l’autostima che così diventerà un’ulteriore spinta a continuare nell’attività sportiva intrapresa.

L’autostima 35è “la valutazione che la persona da di se stessa ovvero quanto ad un momento dato essa si considera importante, capace e di valore”.

Avere una alta autostima è importante quando si è inseriti in un gruppo sociale, perché essa svolge un’importante funzione36: diminuisce la paura di essere ignorati, rifiutati dalle altre persone e di essere esclusi.




  1. Le motivazioni allo sport: primarie e secondarie

La distinzione introdotta da Martens37 tra motivazioni intrinseche ed estrinseche è solo una delle possibili in materia di sport.

Abbiamo visto già in questo caso come non vi sia una netta contrapposizione tra le due tipologie, ma piuttosto una loro compresenza all’interno dell’individuo anche se una sarà comunque più forte dell’altra.

Lavorano fianco a fianco nel processo che conduce la persona a diventare un atleta altri due tipi di motivazioni che Antonelli e Salvini38 definiscono primarie e secondarie.

Le prime39 comprendono due elementi fondamentali nello sviluppo evolutivo di ogni essere umano :


  • il gioco

  • l’agonismo

E’ attraverso il gioco che l’uomo impara a confrontarsi con la realtà esterna, in quanto elemento fondante del rapporto con gli altri e mezzo di conoscenza e relazione con l’ambiente che ci circonda.

Filosofi come Kant, Scheuler, Huizinga40 si sono affannati nel ricercare una definizione di questo fenomeno così importante ma troppo spesso trascurato. Facendo una sintesi delle loro affermazioni potremmo parlare del gioco come di un’esperienza piacevole che non è guidata dalla volontà di raggiungere un obiettivo preciso ma che allo stesso tempo contiene elementi spiccati di socialità come le necessità di intrattenere rapporti di vario tipo con gli altri e di assumere una molteplicità di ruoli sociali in qualche modo regolati.

Ecco quindi come la dimensione puramente ludica si sposa con la necessità di mantenersi comunque all’interno di un ambito normativo definito, in modo più o meno rigido.

Il gioco è poi l’attività motoria prevalente in età infantile, quando il bambino ha il bisogno di esplorare e conoscere il mondo, se stesso e gli altri. E’ dunque il mezzo attraverso il quale si sviluppano le capacità percettive, motorie, affettive, costruttive ed espressive del bambino41.

Queste necessità non si manifestano soltanto nelle prime fasi di vita, ma rimangono forti e presenti anche in età adulta.

Avvicinarsi allo sport significa continuare a confrontarsi con quella dimensione propria del gioco che permette di rapportarsi agli altri e di apprendere continuamente nuove cose su sé stessi e sul mondo.

E’ per questo motivo che l’allenatore dovrebbe sforzarsi di non trascurare mai l’aspetto ludico degli allenamenti, cercando di proporre ogni volta qualcosa di nuovo ai suoi atleti, stimolandoli ad andare oltre i propri limiti e le conoscenze già acquisite.

Fa parte di questa concezione dello sport come scoperta il lasciare libero il giocatore di sperimentare, di tentare giocate al di fuori degli schemi, di liberare la fantasia e seguirla. Ingabbiare gli atleti all’interno di situazioni tattiche sempre definite ed uguali a se stesse significa cancellare il divertimento dal campo di allenamento e togliere una spinta fondamentale.

Il secondo elemento42 che fa parte di quelle che abbiamo definito motivazioni primarie è l’agonismo.

Fin dalla comparsa di questo termine vi è stata una diatriba sulla sua positività o negatività, che ha dato vita alla contrapposizione tra due approcci43:


  • quello Esistenziale che vede nell’agonismo una forma pura di confronto che si compie all’interno dei confini di libertà reciproca

  • quello Sociologico che equipara l’agonismo agli altri valori conflittuali della nostra società e come tale gli dà una connotazione negativa in quanto mezzo di sopraffazione del più forte sul più debole

Quando si parla di “cattiveria agonistica“ nello sport ci si riferisce a questo elemento intendendolo nel senso di una spinta ulteriore per l’atleta, di una volontà di confrontarsi prima di tutto con se stesso cercando di andare oltre i propri limiti e le proprie paure e solo in un secondo momento con l’avversario, cercando sì di dimostrare la propria superiorità ma sempre nel rispetto dell’altrui persona e dignità.

Considerato in questi termini, l’agonismo non può che essere una molla positiva che porta lo sportivo ad affinare le proprie abilità e a lavorare sulle proprie lacune, in maniera tale da raggiungere man mano mete sempre più ambite.

Imparare a vivere un confronto in cui inevitabilmente ci sarà un vincitore e uno sconfitto è fondamentale anche per migliorare il proprio approccio alla vita di tutti i giorni.

Chi ha una mentalità vincente ed è dunque in grado di affrontare la competizione e l’avversario a viso aperto, senza paura, con la giusta sicurezza nei propri mezzi e la conoscenza dei propri limiti, sarà in grado di adottare lo stesso atteggiamento anche nella quotidianità. Ecco quindi che davanti ai problemi non si tenderà a fuggire ma a porvisi davanti con la voglia di risolverli. Se si incorrerà in qualche fallimento non ci si scoraggerà ma piuttosto si ripartirà con una maggiore consapevolezza e la fiducia di poter evitare un ulteriore battuta d’arresto perché si è arricchito il proprio bagaglio di esperienze. Infine sarà sempre forte la voglia di lottare e di dimostrare il proprio valore, come si farebbe durante una competizione sportiva.

Le motivazioni secondarie44 insistono di più sul versante intimo dell’individuo e per questo motivo vengono dette anche fattori di personalità in quanto prodotto della storia, del vissuto e dell’educazione della persona.

All’interno di questo insieme possiamo introdurre una distinzione45 tra:


  • Fattori Biologici : bisogno di movimento e di scaricare l’energia in eccesso

  • Fattori Psicologici : bisogno di affettività, di relazione, di comunicazione; elemento particolare è la motivazione estetica consistente nel bisogno dell’atleta di attuare gesti tecnici particolarmente belli, armoniosi e precisi

  • Fattori Socioculturali : la motivazione al successo, espressione della volontà di migliorarsi e di impegnarsi per ottenere l’accrescimento delle proprie abilità e gli obiettivi che ci si è posti, e la motivazione affiliativa che da voce al bisogno di sentirsi apprezzati, integrati e identificati come membri dal gruppo dei pari. Infine altri elementi legati a fattori economici e di elevazione sociale

  • Fattori Compensativi e Psicopatologici : conseguenti a situazioni di sofferenza psicologica sociale e fisica dell’individuo che fungono da molla per ottenere tramite lo sport un riscatto appunto socio-psicologico.



  1. Orientamento al Sé VS Orientamento al compito

Abbiamo visto come le motivazioni che avvicinano un individuo allo sport sono diverse e come differente sia il peso di variabili squisitamente personali piuttostochè maggiormente legate a ricompense di tipo materiale.

Anche quando il movente è di natura psicologica possiamo rintracciare per lo meno due tipologie di orientamento46:


  • al Sé

  • al compito

Gli atleti contraddistinti dall’attenzione al Sé praticano lo sport per motivi legati alla voglia, al bisogno, alla adrenalina liberata dal trovarsi in competizione47. Particolarmente importante per questi sarà ricevere valutazioni positive dalle persone significative del proprio entourage e possibilmente ottenere un avanzamento di status sociale.

Ecco quindi che in questo caso la spinta a dare il meglio di sé, a superare i propri limiti, a sfidare le abilità proprie ed altrui sottende non solo la necessità di un miglioramento fine a se stesso ma anche la voglia di essere apprezzati per le proprie capacità e ottenere per mezzo delle stesse un particolare prestigio.

Si comprende come essere orientati al Sé significhi credere in primo luogo nelle proprie possibilità, avere la certezza che ogni risultato ottenuto sia frutto delle proprie attitudini e delle proprie scelte. Un approccio molto individualista questo, che limita al minimo l’influenza di fattori esterni.

Il rischio collegato a questo tipo di impostazione può essere quello di sopravvalutare talvolta i propri mezzi naturali e credere che l’impegno costante a migliorarsi possa non essere più necessario dopo un periodo iniziale di allenamento e le prime vittorie sul campo. Insomma si finisce per cullarsi sugli allori procurati dal proprio talento e ci si scorda che l’unico modo per ottenere successi duraturi è continuare a lavorare sui punti deboli che tutti comunque hanno.

Altro punto importante trascurato da chi utilizza questo orientamento è l’importanza del gruppo e dei compagni di squadra.

Un atteggiamento molto diverso è quello proprio degli atleti orientati al compito48.

Le ragioni che maggiormente spingono questi individui ad accostarsi allo sport riguardano il miglioramento della propria forma fisica e l’affinamento delle proprie abilità naturali.

La differenza fondamentale sta nella disponibilità di questi ultimi a mettere a nudo le proprie lacune e a lavorare costantemente insieme all’allenatore per cercare di portare sempre più avanti la linea del limite.

In un processo di miglioramento continuo, viene percepito come importante anche l’appoggio e l’aiuto dei compagni. Dunque il bisogno di sentirsi parte ed accettato dal gruppo riveste per questi soggetti una valenza fondamentale.

Si dimostreranno sempre attenti nel corso delle esercitazioni, avendo la consapevolezza che i meriti individuali, per quanto magari anche elevati, non sono sufficienti da soli per ottenere le mete finali.

Ecco perché, a differenza degli atleti orientati al Sé, sviluppano una visione d’insieme più generale e nel programmare gli obiettivi da raggiungere tengono conto non solo delle proprie doti naturali, ma anche dell’influenza di fattori esterni che possono in qualche modo complicare i piani iniziali49.

La loro volontà non è quella di restituire all’ambiente circostante un’ immagine diversa di se stessi, migliore di quella che è in realtà, ma piuttosto impegnarsi al fine di avvicinarsi il più possibile all’ideale di atleta che hanno in mente.

Il confronto tra questi due atteggiamenti sarà particolarmente facile in sede di allenamento, dove probabilmente si potranno vedere gruppi che eseguono i compiti sempre al massimo delle proprie possibilità, con attenzione ed abnegazione e dall’altro lato qualcuno che si sottrae alle fasi più dure dell’allenamento, che si fa trovare con la testa tra le nuvole, che snobba alcune esercitazioni perché crede che il suo talento non abbia bisogno di sforzi.

Anche in questo caso la bravura dell’allenatore sarà riconoscere fin dall’inizio quale tra i due orientamenti muove ogni componente della sua squadra e cercare di trovare antidoti all’eventuale pigrizia. Sarà opportuno lavorare sulla psiche dell’atleta, ad esempio puntando sul fatto che le sue abilità possono essere d’insegnamento ai componenti più giovani o meno dotati.



  1. L’influenza dell’allenatore sulle motivazioni

Ogni gruppo per funzionare ha bisogno di avere ben chiari quali sono i suoi obiettivi, quali i compiti di ogni componente, quali i mezzi a propria disposizione, quali i punti forti e i punti deboli50.

Delineare un piano completo e preciso che contenga tutti questi elementi è compito dell’allenatore, che deve essere la guida della squadra o dell’atleta negli sport individuali sotto tanti punti di vista.

Ma il suo lavoro non finisce qui.

Quando ci si trova a lavorare con le persone, l’aspetto più importante da tenere in conto è quello psicologico. Gestire un gruppo è difficile non tanto per la necessità di comprendere le abilità presenti, il diverso grado di maturazione fisica tecnica e tattica di ciascuno. Per questo basterebbero pochi allenamenti.

Attingendo non solo dai libri di psicologia sportiva ma anche dalla mia esperienza personale, posso dire che il difficile sta nell’essere in grado di ascoltare quelle che sono le istanze psicologiche che guidano alla pratica sportiva e che sono diverse da persona a persona. Questo fa sì che lo stesso concetto debba essere riferito a persone diverse in modi differenti.

Tale complessa fatica spetta appunto al Mister, considerato come l’anello che collega tutti i punti della catena e li tiene uniti.

Questo discorso vale soprattutto per le squadre non professioniste, perché ad alti livelli il tecnico è continuamente supportato da psicologi che curano quest’aspetto. Anche in questi casi però il lato umano dell’atleta dovrà sempre essere tenuto ben presente.

Il primo passo che l’allenatore deve compiere è scoprire come tenere sempre alto e costante il livello di motivazione dei propri atleti.

Abbiamo visto in precedenza come la spinta individuale sia diversa da persona a persona e come minore sia la fatica richiesta al tecnico nel caso di elementi motivati intrinsecamente ed orientati al compito.

Al di là di queste piccole differenze, il leader non può esimersi dal lavorare su questo fondamentale aspetto.

La letteratura sull’argomento afferma che storicamente gli approcci utilizzati dagli allenatori sono di due tipi.51

L’approccio dell’asino52 è tipico di coloro che non sono in grado o non vogliono tenere conto della complessità dei processi motivazionali e cercano perciò di ridurre il tempo da dedicare a questo aspetto al minimo possibile. Questi allenatori finiscono per equiparare le persone appunto agli asini, notoriamente testardi e poco intelligenti. L’unico modo di rapportarsi agli atleti è per loro usare il metodo del bastone e della carota, cioè di un’alternanza di premi, quando il compito è svolto secondo le indicazioni, e punizioni, nel caso contrario. Non c’è neanche bisogno di sottolineare la pochezza di un simile approccio e la sua inappropriatezza.

Al lato opposto, troviamo quei tecnici che vedono nella motivazione un regalo da fare agli atleti. Nella loro concezione questi ultimi sono privi di una propria forte e radicata volontà e si avvicinano allo sport semplicemente per il piacere che praticarlo gli da. Il loro compito sarà allora quello di dispensare la propria saggezza, sotto forma appunto di motivazione, ai componenti della squadra tramite discorsi retorici ed enfatici che infiammino cuori e menti degli atleti.

Questo tipo di approccio è detto della cicogna53, perché come l’animale nella leggenda consegna il bambino alla mamma, così il mister fa con la motivazione.

E’ chiaro che entrambi questi punti di vista sono sbagliati e inutili nella conduzione di un gruppo, innanzitutto perché non tengono affatto conto dell’intelligenza e della volontà dell’atleta54, che più che essere considerato come attore al pari del tecnico viene considerato come un burattino nelle sue mani.

Come fare allora ad influenzare questo fondamentale aspetto?

L’allenatore deve essere per prima cosa un ottimo psicologo, deve osservare i suoi atleti con attenzione, capire quali ragioni li hanno spinti ad intraprendere l’attività sportiva.

Una volta ottenuto un quadro d’insieme gli sarà possibile adottare forme comunicative ad hoc per rapportasi con i componenti della sua squadra e ottenere il massimo da ognuno.

Un punto su cui l’allenatore deve stare particolarmente attento è non forzare un atleta a fare ciò che lui pretende, senza aver capito perché lo stesso si oppone a quel particolare compito55. A volte infatti si conclude con troppo facilità che chi discute con il tecnico è semplicemente una testa calda da tenere a bada e da non ascoltare. Il vero leader dovrà invece andare oltre l’apparenza e chiedersi quale tipo di motivazione c’è dietro a quel comportamento. Ecco quindi che è fondamentale essere in grado di comunicare con i propri giocatori, essere aperti alle critiche e ad eventuali suggerimenti. E’ infatti probabile che l’atleta che si permette di dire la sua, sia fortemente motivato intrinsecamente e voglia ottenere il successo per se e per la squadra. Non ascoltandolo ed emarginandolo, l’allenatore finirebbe per distruggere le sue motivazioni e perdere così un elemento importante. Dando invece attenzione alle sue obiezioni, otterrà l’effetto contrario: farlo sentire ancora più importante e accrescere il suo impegno perché si sente considerato.

Questo esempio ci è utile per capire che il compito dell’allenatore non è di costruire le motivazioni degli atleti e nemmeno di modificarle. La sua bravura sta nel saperle usare a suo vantaggio.

Per tenere sempre alta la concentrazione del gruppo, altro elemento fondamentale è evitare le noia e la ripetitività56.

Precedentemente si è sottolineato come il gioco sia uno dei moventi principali per cui si pratica uno sport. Al primo segno di insofferenza di uno o più atleti, il tecnico dovrà ricordarsi di questo aspetto e cercare di cambiare in qualche punto il suo programma di allenamento. A volte può essere sufficiente modificare per un periodo la sede in cui si svolge il lavoro, inserendo ad esempio cicli in ambienti non frequentati normalmente come potrebbero essere la piscina o la palestra o un campo all’aperto, a seconda della disciplina praticata. Oppure potrebbe essere utile inserire parti prettamente ludiche, il cui obiettivo è scaricare la tensione e l’energia.

Insomma sarà fondamentale sapersi inventare sempre qualcosa di nuovo, che sia interessante per l’atleta e che soddisfi la sua sete di conoscenza. Non c’è niente di più pericoloso che far sì che ancora prima di arrivare all’allenamento si sappia già per filo e per segno cosa prevede il programma.

Quando si ha a che fare con individui motivati estrinsecamente, l’allenatore dovrà capire in che modo riuscire a premiare il suo atleta dopo una bella prova o spingerlo a riflettere su una brutta prestazione. In altre parole dovrà essere in grado di utilizzare alla perfezione il sistema di rinforzi positivi e negativi.

Nel mondo del professionismo il compito è più semplice perché il lato economico rappresenta già di per sé quella ricompensa di cui alcuni hanno bisogno per dare il massimo: ingaggi da sogno e vari premi partita sono sufficienti. Allo stesso modo dicasi per i rinforzi negativi: avere di fronte un professionista permette al tecnico di poter essere più duro nei confronti di atteggiamenti sbagliati e comunque la paura di perdere una serie di privilegi a causa di prestazioni deludenti rappresenta un ottimo deterrente.

Il discorso è molto diverso nel mondo dei Dilettanti, dove il compenso economico, quando c’è, non è sufficiente a sostenere costantemente la motivazione all’impegno.

Ecco quindi che l’allenatore deve concentrarsi su aspetti psicologici.

Far sentire un atleta fondamentale per il gruppo significa investirlo di una responsabilità e di un prestigio sociale che possono aiutarlo a superare eventuali periodi di difficoltà.

Allo stesso modo sottolineare il suo scarso rendimento ed impegno e dimostrare come questo abbia un’influenza negativa sul resto dei compagni può essere un tentativo per scuotere l’orgoglio interiore.

Sapere come motivare gli atleti significa capire quali sono le loro mete e i loro bisogni ed accettare il rischio di scoprirsi a propria volta e mostrare quali sono i propri. Significa essere in grado di conquistare la fiducia del gruppo, perché senza legittimazione dal basso l’allenatore non ha nessun potere.

Non essere buoni motivatori significa spesso non essere buoni allenatori, perché gli uomini non sono macchine e non basta impostare un programma da seguire passo passo per ottenere risultati.

Possiamo allora definire l’allenatore con due semplici termini: deve essere tecnico e psicologo.

E non c’è nulla di semplice nello svolgere questo duplice compito.



  1. I metodi per motivare

Come detto il primo passo è capire quale significato individuale l’esperienza sportiva riveste per il singolo atleta. Una volta ottenuta questa consapevolezza, allora l’allenatore potrà servirsi di opportune strategie per cercare di incanalare le varie tipologie di motivazioni tutte nella medesima direzione: il raggiungimento dell’obiettivo finale.

Secondo Martens il mister può scegliere di usare metodi


  • diretti

  • indiretti

per motivare l’atleta.57

Se si sceglie di influenzare l’atleta direttamente58 si potrà ricorrere a tre differenti mezzi.

Il primo59 è il consenso e si basa sull’utilizzo di premi e punizioni a seconda della positività o meno di un determinato comportamento. Questo processo motivante è però inefficace sotto più punti di vista. Per prima cosa esso sarà accettato solo da individui che non hanno uno standard di riferimento personale ben delineato e che hanno scarsa stima di se stessi, mentre sarà rifiutato da chi possiede una personalità forte e spiccata. Inoltre non permette agli atleti di maturare e responsabilizzarsi assumendosi le proprie responsabilità. Questi infatti finirebbero per impegnarsi nella disciplina solo in vista di ricompense estrinseche e mai per una spinta personale a dare il meglio di se. Può essere dunque un metodo da usare solo al limite nel breve periodo.

La seconda possibilità60 è puntare sul processo di identificazione. Questo è possibile solo se l’allenatore è riuscito a costruire con gli atleti un rapporto di assoluta fiducia e stima reciproca che sottende anche un legame di tipo affettivo. Se ci sono questi presupposti, allora il mister potrà far leva proprio sul legame con il suo gruppo per ottenere prestazioni più convincenti, impegno maggiore e disponibilità a fare qualche sacrificio in più in nome della volontà degli stessi di non deluderlo.

Infine l’ultimo metodo61 è quello dell’interiorizzazione. E’ questo quello più utile allo sviluppo della persona in quanto tale, non solo da un punto di vista prettamente sportivo. Saranno chiamati in causa i valori, la personalità, l’orgoglio degli individui. In altre parole si dovrà capire ciò in cui essi credono e spingere affinchè la voglia di realizzare questi obiettivi cresca portando con sé un aumento delle motivazioni. Facendo così si avrà più facilmente la collaborazione degli atleti che non si sentiranno né trattati come bambini né avranno la sensazione di essere stati manovrati.

Utilizzare metodi indiretti62 significa concentrarsi non più sull’atleta, ma sull’ambiente fisico e psicologico nel quale egli si trova a lavorare. Cercare di alterare e modificare la situazione esterna63 può essere utile ad evitare il calo di motivazione causato dalla noia e dalla ripetitività come visto precedentemente. Il tecnico dovrà riflettere in primo luogo sulla programmazione degli allenamenti e cercare di inserire qualcosa di nuovo e stimolante che crei curiosità nel gruppo e che riaccenda eventualmente micce un poco bagnate.

Lavorare sul versante psicologico64 significa invece coinvolgere maggiormente l’atleta dando la possibilità di esercitare un maggior controllo su alcune fasi della preparazione della gara, suggerendo ad esempio l’introduzione di nuovi esercizi o un modo diverso di effettuare i vecchi.





Capitolo 2 il gruppo
Capitolo 3 team aziendali/squadra: possibile un parallelo?
Capitolo 4 la leadership
Valutazione della leadership

elenco: ups


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