La nebbia si taglia con un coltello



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“La nebbia si taglia con un coltello”

Avevo sempre desiderato dirlo,fin da ragazzino,quando sui gialli in tv a un certo punto il detective o lo sbirro di turno sparava lì quella battuta,mentre aguzzava lo sguardo con la pistola in mano per non farsi fregare dallo psicopatico criminale.Perchè poi tutti gli psicopatici fossero criminali,e tutti i criminali psicopatici non l’avevo mai capito,come se un cristiano non potesse scegliere coscientemente nella vita di diventare un delinquente.C’era chi preferiva fare il geometra,il bancario,il pubblicitario,merda,meglio lo spacciatore o il pappone,e invece ero finito a scrivere romanzi pornografici.Il cartello Bologna - San Lazzaro sbucò dalla nebbia come uno spettro.Ancora 250 chilometri.Odiavo le autostrade.Le odiavo ancora di più di notte con una visibilità di 50 metri,le odiavo quando dovevo popparmele in solitaria,e odiavo più di tutti quelle della Padania,intasate dallo Chanel degli allevamenti di maiali.L’operoso nord-est sguazzava nella merda,e con quella nebbia semisolida sembrava quasi di mangiarla.

Un grosso tir con alogeni da stadio mi sorpassò lentamente.Era illuminato come una pista d’atterraggio.Mi accodai al suo di dietro come una remora ad uno squalo.Staccai la faccia dal volante e mi distesi sul sedile.

“La nebbia si taglia con un coltello “ lo ripetei. Non faceva un granchè effetto a dirla senza nessuno che ti stesse ad ascoltare.Gettai un’occhiata sul sedile laterale,quello dietro,no non c’era nessuno.

Bologna.Partire alle due di notte per Bologna.Un richiamo via cavo,sotto forma di diciassette interminabili,ululanti squilli.Li avevo contati,un presagio cabalistico che non avrei dovuto tralasciare.Indifferenti alla mia intenzione di ignorarli,cacciato con la testa sotto il cuscino.Uno struzzo senza piume.

La voce di una sorella di molto tempo fa,dall’altra parte.

“Vieni ho bisogno di te”

La riconobbi subito nonostante il tempo passato,un richiamo onirico,senza senso,come può esserlo soltanto la vita.

“vengo?” Soltanto un piede nella realtà.

“subito ti prego”

“Laila? Sono trecento chilometri” Una domanda e una affermazione.

Il suo nome pronunciato per la prima volta dopo tre anni.Afono,onomatopeico.Nè avevo cancellato il ricordo per sopravvivere.

“Subito” .Click.

La sua utlima parola, e io la cornetta ancora in mano.

Perchè avrei dovuto farlo? Mi aveva scaricato per andarsene per la sua strada,non la mia,un’altra e un’altra città.

Toccai il freno per allontanarmi un po' dal tir.Avevo sempre odiato cercare risposte a tutte le domande.Sfilai una light dal pacchetto con su scritta la sua sentenza.

“NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE”

Pigiai l’accendisigari.Era la vita che nuoceva gravemente alla salute. Quella donna che era tornata da chissà dove nuoceva alla mia salute,con ottime probabilità di schiantarmi sul quel nastro d’asfalto nebbioso,senza un perchè, se non il mio innato istinto di cacciarmi nei guai.Cinque anni di elementari,tre di medie,cinque di liceo, sei di lettere moderne avevano nuociuto alla mia salute,con il bonus di un anno di naja.Masturbarmi dai tredici in su aveva nuociuto alla mia salute.Mia madre che mi portava in chiesa ogni domenica,gli sbirri che mi beccarono con cinque grammi di pachistano,e i calci in culo di mio padre,avevano nuociuto gravemente alla mia salute.I dodici colloqui di lavoro davanti a tizi in giacca e cravatta che scoreggiavano boria in carriera,e i loro “le faremo sapere” avevano nuociuto alla mia salute.E avrei potuto continuare fino al raccordo di San Lazzaro - Bologna centro.

SDENG.Lo scatto dell’accendisigari mi tirò fuori da quell’incubo.Strizzai il suo occhio rovente sulla sigaretta,che crepitò allegramente.Avevo sempre avuto la mania di far bilanci,una brutta abitudine.Il tachimetro era fisso sui settanta.Il pachiderma targato con una improbabile sigla dell’est europa mi faceva strada lentamente.Pensai al tizio arrampicato sulla cabina di quella carretta a sedici ruote.A mille miglia da casa sua alla periferia di Bratislava, o in qualche ex zona industriale post comunista al largo di Danzica,Bucarest,Odessa. Il muro era crollato ma ne avevano tirato su un altro,i compagni della libera Europa,in gran fretta.Il sogno della libertà,dall’altra parte,che per ottant’anni gli aveva permesso di sopportare miseria e dittatura,si era disintegrato con la cortina di ferro.Al suo posto una cortina di fumo e dietro sempre miseria e dittatura,era solo cambiato il nome,democrazia.Nessuno li aveva avvisati,che democrazia era solo la libera facoltà di scegliersi la propria,di tirannia.Non un granchè per una speranza covata per quasi un secolo.

Misi la freccia e lo sorpassai.Cazzo,non lo avrei fregato anche io.Le ideologie erano morte,così dicevano,ma non per me,visto che non ero riuscito a far quattrini,nè a tenermi le donne che avevo amato.

Lazzaro Santini,ateo,anticlericale e comunista.Avrei dovuto scriverlo sul biglietto da visita,se ne avessi avuto uno,in modo da presentarmi a chiunque in tutta la mia infelicità,la controparte maschile di Giovanna d’Arco,un invasato da ardere sul rogo.

Guardai sul retrovisore,il bestione mi stava dietro adesso.Diede un piccolo colpo alle trombe per ringraziarmi.

“Seguimi compagno,tocca a me farti strada”

Probabilmente mi avrebbe sputato in faccia a sentirsi chiamare compagno.Lui se ne stava lì per sopravvivere in fondo,vittima di due errori,uno storico ed uno di mercato.E io che m’ero letto tutto “Il capitale”,tesserato al PCI fino alla svolta della Bolognina,dato la caccia ai fascistelli del Fronte,in gioventù, e attaccato alle pareti della mia camera, con grande disappunto dei miei vecchi,le foto di Castro e Curcio,marciavo insieme a lui su un’autostrada deserta a visibilità zero,per raggiungere una donna con addosso il nome di un cane, e che credevo ancora di amare,soltanto perchè non facevo sesso da un’eternità.Tutto quello era molto borghese e molto controrivoluzionario.Il vecchio baffone ai suoi tempi,mi avrebbe fatto rinchiudere alla Lubjanka,o in qualche gulag siberiano,a scavar plutonio a meno 50 gradi.

“Che casino”

Lo gridai al quel gran nessuno che mi sedeva accanto,o dietro.Non fece una piega neanche stavolta.Era dall’inizio del viaggio che gli parlavo,preoccupante.

Tirai un gran boccata dalla sigaretta,la feci scendere nei polmoni tipo fragranza di pino silvestre.Il muro di nebbia-notte invernale era impenetrabile,come l’animo insondabile delle donne.Laila.Ripensai alla conversazione.Più che una conversazione un balbettio.

“vieni ho bisogno di te”

“Subito ti prego”

Era sempre stata una donna di poche parole.Grandi occhi verdi,quasi banali,tanto corrispondevano ai canoni classici della bellezza da feuilletton di serie zeta,un viso di porcellana,delicato come quello delle eroine della Disney,e due tette d’amianto da manga giapponese,uno sballo.Con questi presupposti le parole non avevano contato granchè nel nostro rapporto.Avevo ricevuto tre cartoline da lei,in tre anni.Ogni inverno se ne andava in settimana bianca con i suoi,ricca famiglia borghese,o almeno così me la raccontava,e mi spediva puntuale strabilianti panorami di paesaggi alpini.Odiavo la montagna.Comunque nella prima scrisse: TI PENSO SEMPRE.CIAO LAILA

Secondo anno: UN BACIO.CIAO LAILA

Terzo anno: SALUTI DA FOLGARIDA.LAILA

Ma non potevo lamentarmi me la portavo a letto, e visto che non mi lamentavo un bel giorno decise di mollarmi.Tutto qui.Mi disse che non era felice,non trovava più un senso nella sua vita,e se ne scappò a Bologna per ricominciare.

Diedi un’occhiata all’orologio,notte fonda.Le mie chiacchiere mute mi avevano portato lontano,almeno metà del sentiero e il serbatoio quasi vuoto.Un altro cartello mi venne incontro,provvidenziale, due chilometri per il prossimo distributore.Feci un rapido calcolo su quanto mi sarebbe costata quella storia,tra benzina, autostrada e beveraggi,almeno duecentomila.Non presi neanche in considerazione l’idea sconfortante,che Laila non mi facesse dormire in casa sua.Perchè mettere limiti alla divina provvidenza,anche se io nei panni di dio,mi sarei bucato una gomma in galleria.Mi toccai contro quella perversione di iella.Cinquecentro metri.Le luci dell’autogrill ancora non si vedevano per la nebbia,ma c’era.Un’isola nella notte.Provai la calda consolazione delle certezze.La stessa che provavo quando leggevo Tex Willer.Sapevo già che prima o poi avrebbe detto “tizzone d’inferno,ti spedisco tre metri sotto terra” e ce lo spediva sempre,da almeno quarantanni.La stessa certezza che l’ultimo disco di De Gregori non lo avrei mai comprato,con i suoi zingari,profeti e guitti sfigati.Così come non mi sarei abbonato a qualche pay - tv o al Club degli editori.Piccole sicurezze,fondamentali.

Imboccai la corsia per il grill frenando dolcemente.Il mio amico di Tblisi,mi piaceva pensarlo di lì,mi sorpassò continuando per la sua strada.Suonai.Forse avrebbe pensato

“brava gente gli italiani,o più probabilmente fanculo coglione” nella sua lingua.Mi resi conto di non sapere che lingua si parlasse a Tblisi,nè dove fosse di preciso.Avevo forti limiti.Nella piazzola di sosta c’erano altre quattro auto,tutte con le nuove targhe,anonime come il casellario di un orfanatrofio.In quel modo non si riusciva più a capire chi rischiavi di trovarti di fronte.Una Mercedes targata Tv-Vi-Pd era una carta d’identità del proprietario,imprenditore,evasore fiscale,leghista,puttaniere.Una Fiat siglata To,operaio o impiegato di quarto livello,frustrato,uno schifo di moglie,due ragazzini da far rimpiangere Erode,un’Alfa Fg-Le, quarant’anni,professione poco chiara,comunque pericolosa,catena d’oro al collo,sguardo feroce,e un serramanico nella tasca dei jeans. Non era razzismo semplicemente esperienza, con un’attendibilità dell’80%,abbastanza per sapere come comportarsi.Mi infilai nel parcheggio davanti a delle cabine telefoniche.Il cavo di ognuna pendeva senza la cornetta.Italia terra mia,cazzo,amavo quel paese.Scesi.Quando poggiai i piedi in terra le rotule crocchiarono come noci sgusciate.Una veloce e sgradevole sensazione di mortalità mi si affacciò nella testa,appena,ma abbastanza da farmi rallentare il passo.Non c’era fretta nella vita,assolutamente nessuna.Nel parcheggio posteriore del grill,una decina di tir erano piazzati a spina di pesce,immobili con le tendine della cabina tirate,il riposo dei giusti.Neanche i loro colori sgargianti,i disegni e le scritte sulle fiancate riuscivano a dare un tocco di umanità a quella notte schifosa.Per quanto ne sapevo potevo trovarmi su un avamposto alieno,in qualche desertica valle marziana.Mi diressi versi la porta girevole dell’ingresso.La luce dei neon all’interno illuminava a giorno.Mi avvicinai al banco dei panini,come al solito.Erano bellissimi,colorati,li avevo sempre adorati fin da bambino.Ogni volta che mio padre imboccava l’autostrada cominciavo a piagnucolare di fermarsi al primo autogrill.Fattoria - Camogli - Capriccioso - Rustico - mi ipnotizzavano, e mia madre ogni volta mi rifilava il suo panino al prosciutto,perchè quelle “porcherie” li chiamava lei,mi avrebbero mandato all’ospedale.Cazzo,la prima cosa che feci appena ebbi in tasca la patente, fu quella di sfrecciare al casello verso l’autogrill più vicino per abboffarmi in quella cuccagna.Me ne tornai a casa con una diarrea che mi portai dietro per un settimana,ma felice.

La cassiera,una trentenne dai capelli mesciati e due zaini sotto gli occhi,infilata nella divisa rossa d’ordinanza,stava battendo ad alta voce “due gin,un limoncello,e una wodka al melone,novemila e ddue,prego” disse ad un branco di ventenni dai capelli a spazzola.Erano tutti uguali,un dito di peli ispidi in testa,mascella nervosa e sguardo sfrontato, paure nessuna. Ne avevo conosciuto uno di quei tipi, una decade abbondante prima,me. A quei tempi i capelli arrivavano a mezza schiena, la rabbia era diversa,aveva un indirizzo, magari sbagliato, ma lo sguardo era identico, la paura non sapevo cosa fosse. Uno di loro diede i soldi alla ragazza che era stata.La guardai, lei fece lo stesso senza vedemi.Teneva una mano sulla tastiera del registratore, pronta a sentirsi recitare la miliardesima consumazione.

“Buonasera, un tempo da lupi fuori” Per un momento l’anima gli ritornò negli occhi.L’avevo spiazzata.Mi immaginai le sue cellule cerebrali,cercare frenetiche negli archivi delle risposte tipo da rifilare al cliente. Non la trovarono,la costrinsi a ritornare in se.

“ Quando ho iniziato il turno lo era” abbozzò un sorriso. Doveva essere stata una giovane ragazza piena di sogni. I sogni di tutte le ragazze, un uomo affascinante,i boulevardes di Parigi, dipingere quadri, e un amore folle per tutta la vita.Poi il risveglio con un marmocchio in pancia, un marito al bar, e l’amore solo nella collana Harmony.

“Lo è ancora” le dissi. “Cosa mi consiglia per restarmene sveglio? Ho un bel pezzo di strada da fare “

Questa volta il sorriso fu completo. Avrei voluto dirle di tornarsene a casa, che non era quello il posto e il lavoro per una donna. Non lo feci.

“Per restare sveglio le consiglio una bella ragazza in macchina con lei”

Un’espressione allusiva, di sottointeso, gli illuminò il volto.Probabilmente anche il mio.

“Purtroppo stai lavorando Katia”.Me lo suggerì discretamente la targhetta sul seno “penso che dovrò accontentarmi di un caffè”

Rise.Uno dei ragazzi che stavano incasinando al bancone si voltò.Con loro non aveva riso. Battè lo scontrino.

“Offro io “ disse prima che potessi mettere mano al portafogli.

“Grazie,sei gentile”

Annuì. Era stata una boccata d’ossigeno per entrambi.Per la durata di quelle poche battute m’ero scordato del perchè fossi lì.Mi sentivo bene. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che avevo fatto il gonzo con una donna.Andai verso il bar.Il branco continuava nel suo moderato casino. Porsi lo scontrino all’uomo dall’altra parte della barricata.

“un caffè in arrivo” disse a se stesso mentre caricava la macchina.Mi guardai intorno.

Gli scaffali traboccavano zeppi delle solite merci da autostrada.Formavano un piccolo sentiero, una sorta di visita guidata fino all’uscita,sorvegliata dalle barriere a rilevazione magnetica che suonavano indistintamente,sia che si avesse in tasca una provola sgraffignata al banco frigo o un lanciamissili portatile.Vicino alla cassa,riviste porno,fumetti,videocassette e qualche King,Grisham e Bevilacqua per amor di campanile,poi una sterminata varietà di snack in confezione famiglia,Mars-Twix-Togo-Tobleroni-Grisbì-biscotti della nonna,interrotti dal reparto giocattoli,Pvc in tutte le fogge e colori possibili,per ricominciare con la gastronomia tradizionale.Orecchiette -strangozzi-strozzapreti-bucatini,vasetti di salse tartufate,ai porcini,ragù di cinghiale,di cervo,di opossum,forme di pecorino,caciotte,salami,salamelle e salsiccie.Un’orgia di italianità dalla digestione lunga e pesante,mozzarelle di bufala al passo del Brennero e prosciutto affumicato al casello di Reggio Calabria,in barba a tutte le secessioni da operetta.

“Pronto il caffè” il barista mi scodellò la tazzina con un piccolo passo di danza.

“Grazie mille”.Ero ammirato da quel tipo di uomini.Riuscivano a rimanere entusiasti della vita in qualsiasi circostanza, come riscaldare caffè per tutta la notte a perfetti estranei,una razza superiore.Soffiai leggermente nella tazzina.Il branco aveva sfinito di scolarsi i suoi superalcolici e stava tornando in macchina.Mi domandai se non me li sarei ritrovati più avanti accartocciati sull’asfalto.Buttai giù il caffè,in tre sorsi,il primo breve,d’assaggio,per verificare che fosse,come qualcuno ne scrisse qualche secolo addietro,dolce come l’amore,nero come la notte,bollente come l’inferno,e gli altri due a finire,in fretta,per godermi poi la voglia insoddisfatta di prenderne un altro,che mi rimaneva sempre in bocca.Posai la tazzina.I fondi mi stavano urlando qualcosa,ma io non ero in grado di leggerli e in giro non si vedeva neanche lo straccio di una chiromante.Un caffè era solo un caffè.Il barista prese a sciacquare i bicchieri.Una passata sotto il getto d’acqua bollente,e una strofinata veloce con un movimento a spirale di una spugna giallo nerastra poco rassicurante.Probabilmente insieme all’amore,alla notte e all’inferno m’ero bevuto qualche miliardo di bacilli di Koch,herpes e staffilococchi.La mia comprensione per lui crollò giù in picchiata.

“Bisogna pur morire di qualcosa” pensai “un caffè vale una donna,una guerra o una causa”.L’ineluttabile verità prese il sopravvento,solo avrei preferito farlo in piedi,un colpo e via,piuttosto che in orizzontale e lentamente.

“Arrivederci”.Lo salutai con rassegnazione.Era solo un piccolo ingranaggio nei disegni del destino,come ogni altro.

“Buon viaggio signore”

Un ingranaggio educato,meglio che niente.Mi voltai verso la cassiera.Non era più al suo posto,magari avrei potuto chiederle di scappare via con me e riprovarci entrambi.Lei avrebbe fottuto l’uomo che non era dei suoi sogni,e io la donna dei miei che non si erano realizzati.Uscii.

La nebbia e la notte erano sempre lì.Fuori dall’oasi del grill sembravano ancora più compatti e impenetrabili di prima.Decisi di fare una puntata verso i cessi.Non ne avevo bisogno,cercavo solo di ritardare il più possibile il momento in cui avrei dovuto rimettermi in autostrada,solo,costretto ad andare avanti senza possibilità di fermarmi. L’autostrada era un mondo a parte con le sue regole e le sue leggi.Sopravvivevano i più veloci e i più pesanti.Tir da dieci tonnellate come galeoni inaffondabili,e auto da duecento cavalli,golette pirata,agili e inafferrabili.In quell’oceano d’asfalto e guard rail io remavo su un gommone.

Un benzinaio infagottato come per uno sbarco lunare,uscì dalla stazione per fare il pieno ad un camper.Si sfregava le mani bestemmiando a denti stretti.Seguii la freccia rossa che indicava WC.Piazzato davanti alla porta,sopra ad un tavolinetto di plastica verde,il solito piattino delle offerte per il ramazzacessi,accompagnato da un puzzo commovente di orina inacidita e anche qualcosa di peggio.C’erano duemila trecento lire.Le intascai.Chiunque fosse a fare quel lavoro,non s’era guadagnato certo una mancia.

“Bravo”


Sentii la vampata sanguigna arrostirmi la faccia,nello stesso momento in cui saltai da terra per lo spavento-sorpresa.Ero così convinto che fossi solo,da non prendermi neanche la briga di guardarmi intorno.Avevo scambiato così pochi contatti in quell’assurdo viaggio fuori orario,che mi si era instillata dentro la sensazione,che dovevano aver provato i primi homus erectus,quella di scorrazzare su di un pianeta intero e praticamente vuoto,dove al massimo potevano incontrare qualche felino dai denti a sciabola o un branco di mammuth in cerca di carne fresca.Che stronzo,quella era Italia,una crosta di terra stretta e lunga come un preservativo usato,dove circolavano sessanta milioni di beceri,insultanti e convintamente furbi,esemplari di umani,che nonostante il calo demografico continuavano ad essere comunque troppi.Desiderai come non mai di trovarmi nelle Aleutine orientali tra foche e stercorari.

La voce era venuta dal fondo.Appoggiata al muro con un braccio sopra un asciugatore ad aria,una ragazza.Mi guardava come se fosse nel posto più naturale del mondo per una donna.

“Questo è il bagno degli uomini” dissi,cercando di mettermi al sicuro nel mio territorio.Si staccò dal muro e venne verso di me.Era sull’ uno e sessanta,capelli corti a spazzola,occhi grigi da lupo siberiano e le gambe nervose infilate dentro ad un paio di jeans attillati,un bullo di periferia in versione femminile.Il giubbotto di pelle che aveva indosso era di almeno un paio di misure troppo grande,come andava di moda in quelli della sua età,quella giusta.

“rubi i soldi nei cessi?”

Rischiava di farmi incazzare.

“Guarda che schifo” indicai con un cenno della testa, “non se li è guadagnati.”

Si guardò intorno anche lei.

“Mm... hai ragione”

“Cosa ci fai qui?” le domandai,quasi fossi stato io a prenderla in castagna invece del contrario.

“Aspettavo te” Il tono era quello di due vecchie conoscenze che avessero un conto da regolare.Non mi convinse neanche un pò.Lo capì.

“Ti ho visto entrare nel bar,così ho deciso di aspettarti qui,sapevo che saresti venuto”

“e se non l’avessi fatto?”

Mi lanciò una smorfia di sufficienza storcendo la bocca,come se avesse ingoiato una boccata di ricino.

“Voi uomini pisciate sempre non appena se ne presenta l’occasione.Vi fa sentire molto orgogliosi starvene lì a gambe divaricate,a rimirarvi l’aggeggio”

“Tipico caso di invidia del pene” pensai.Non ci voleva Freud per capirlo.Era una notte decisamente strana.La mia ex mi chiamava per chiedermi aiuto,la cassiera di un autogrill mi proponeva di portarla con me,e alla fine una ragazza saltava fuori da un cesso come un punto interrogativo scappato da una domanda esistenziale.Non avevo mai avuto a che fare con tante donne in un colpo solo,mi insospettii.

“E cosa vuoi?”

“Un passaggio”

“Ho la faccia di uno che dà passaggi?”

Mi squadrò piegando la testa da un lato,e le spalle dal verso opposto con un movimento asincrono da manichino sghembo.

“Si”


Sorrisi dietro le gengive.La trovai teneramente buffa.Era solo uno scriccio di donna con un bel culo.

“Un passaggio per dove?”

Ero il cane pastore,lei la pecora nera.

“Tu dove vai?”

“Bologna”

“Bella città” Tirò fuori da una tasca uno stick di rossetto.Se lo passò sulle labbra in faccia allo specchio,e si ravviò i capelli con una mano.Frusciarono appena come un mazzo da poker.Stava giocando le sue carte.Mi guardai anche io allo specchio,non mi riconobbi.

“Sono pronta andiamo?”

Si mosse verso la porta senza neanche aspettare la mia risposta.Mi persi un attimo sul suo di dietro,mi ero dimenticato di pisciare.

Salimmo in macchina.Si tolse il giubbotto e strizzò il sedile come fosse un cuscino.Ripensai alle parole della cassiera.

“Per restare sveglio le consiglio una bella donna in macchina” Bhe eccola lì alla fine, anche se probabilmente non era lei che intendeva.

Strombazzai davanti alla pompa di benzina.In alto sui cartelloni colorati,i prezzi.Super-Senza piombo-Diesel.Oro nero.Pensai a quanti nigeriani era costato il culo,il pieno che avrei fatto.Per contiguità passai ai diamanti, -Un diamante è per sempre- Avrei mollato tutte le fidanzatine e le distinte signore bianche,con le loro manine ingioiellate, nelle miniere della Sierra Leone,che se li scavassero loro i diamanti.Tappeti indiani,scarpe pakistane,palloni del Banghladesh.Cristo,ero in overdose di populismo.Il benzinaio battè sul vetro con un’espressione poco cordiale.Non l’avevo visto arrivare.Tirai giù il finestrino.

“Il pieno”

Staccò il tubo dalla pompa e lo infilò nel serbatoio,con la stessa dolcezza con cui un elefante avrebbe montato una elefantessa.Valutai l’ipotesi di scendere e chiarire un paio di punti.La ragazza mi stava fissando.La scartai.

“Mi offri una sigaretta?”

L’aveva già sfilata dal pacchetto.L’accese con un bic scolorito.

“Come ti chiami?” le domandai.

“Quarantamila” Il benzinaio era già tornato.Sfilai quattro pezzi da dieci dal portafogli.

Sparì non appena li toccò.

Ingranai la marcia e mi infilai di potenza in corsia.Di nuovo sul sentiero con il sedile finalmente occupato.Il signor nessuno se n’era andato.Potevo riprovarci con la battuta della mia vita.

“La nebbia si taglia con un coltello” buttai lì con naturalezza.Non fece una piega,come se non avessi parlato.

“Mi chiamo Laila”

La guardai perplesso.Il destino se la stava spassando alle mie spalle.Ero in viaggio per Laila con Laila al mio fianco.Un’assenza presente.Mi sentivo come in uno di quei sogni,in cui si sogna di sognare e non riesci a svegliarti.Sei completamente paralizzato e nel momento stesso in cui sei sicuro che morirai,balzi sul letto fradicio di sudore giurando che mai più ti ingozzerai tre porzioni di parmigiana.

“E tu? Ehi ci sei?”




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