La necessità di riesaminare le relazioni reciproche fra contesto della scoperta e della giustificazione deriva precisamente dal fatto di aver ammesso che un processo di natura inferenziale avviene, in qualche modo anche nel momento in cui



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LOGICA DELL’INDAGINE

SCIENTIFICO SOCIALE


Capitolo Primo


Il Problema dell’oggettività sociologica




L’idea dell’oggettività della conoscenza
L’idea di oggettività della conoscenza affonda le radici nel pensiero filosofico occidentale. Si delinea in questo modo la GNOSEOLOGIA, o teoria della conoscenza la quale presuppone un'ontologia intesa come concezione globale dell’essere nel mondo. L’oggettività arriva poi al suo massimo significato nel momento in cui dalla gnoseologia si passa all’epistemologia, intesa come teoria della conoscenza scientifica. Il concetto di oggettività presuppone due elementi: il soggetto e l’oggetto.

Dati questi due elementi, per superare il dualismo assunto all’inizio del discorso, si tratta di trovare una relazione per attuarne il superamento.


Fino all’età moderna ha prevalso l’oggettivismo. Il soggettivismo si ritrova a dover fare i conti con la misurazione di validità e funzionalità del processo conoscitivo. Spesso il soggettivismo ricade all’interno di un ambito oggettivistico implicando una verità assoluta che il soggetto conoscente dovrebbe solo mettere a fuoco raffigurandola concettualmente.

Dal punto di vista della logica scientifica bisogna affermare che quello dell’oggettività è un falso problema poiché l’accento si deve spostare sulla correttezza di una procedura, ripetibilità e grado di generalizzabilità di un asserto che esprime relazioni tra variabili, non di certo la fedeltà di riproduzione di una realtà che si presume data.

La storia delle scienze sociali è quindi condizionata dal problema dell’oggettività che si concatena al concetto di CAUSA. Vi è una ricerca ad una via d’accesso privilegiata alla conoscenza scientifica: l’idea che vi sia un solo modo di fare scienza.

Le categorie di causa, effetto, legge naturale, verificazione e falsificazione informano di sé quella logica della scienza che arrivò, fino al positivismo, anche alla sfera del sociale. Ed è proprio alla nascita della sociologia che si deve la nascita della critica sul metodo, che ancora oggi si propone in termini sostanzialmente non diversi dalle critiche dello storicismo tedesco rappresentato da Dilthey, Rickert, e Windelband. La posizione antipositivistica era in relazione ad un’autonomia della logica dell’indagine storiografica.

Di qui in poi alle leggi si aggiungono le specificità degli eventi, all’individuazione dei nessi causali si giustappone quella delle esperienze vissute, alle procedure di controllo empirico si aggiunge la comprensione, ad una logica delle scienze naturali che si presupponeva ontologicamente eteronoma, Dilthey giustappone una logica delle scienze dello spirito.

Dilthey è in realtà interessato ai modi in cui si perviene alla conoscenza storica intendendola come la regina delle scienze dello spirito, ma poi si imbatte nella filosofia positivista della storia di Comte e Spencer; qui nasce la critica alla legge dei 3 stadi intesa come metafisica naturalistica, affermando che Comte propone solo speculazione astratta e generalizzante, inoltre le sue formule e i suoi principi sarebbero incredibilmente riduzionistici.

In opposizione a ciò Dilthey chiarifica la dicotomia tra scienze della natura e dello spirito. Nelle scienze della natura l’oggetto si delinea dai fatti che si presentano dall’esterno come fenomeni singolarmente dati, mentre nelle scienze dello spirito i fatti si presentano dall’interno: nelle prime il ragionamento integra i fatti, nelle seconde la connessione della vita psichica è l’elemento primo.

Tra le scienze dello spirito la storia detiene il primato, poiché la sua natura individualizzante consente di intendere in profondità l’agire umano. Di immediata utilità alla storia è la Psicologia sociale, in quanto l’oggetto delle scienze dello spirito è interno all’uomo. Di qui nasce una via privilegiata d’accesso alla conoscenza storico sociale che avviene tramite l’esperienza vissuta, la quale dà una piena comprensione dell’evento storico sociale in analisi.

La comprensione si opporrebbe al nesso causale, strumento metodologico di base delle scienze naturali, quindi l’errore del positivismo sociologico risiede nell’aver trasferito acriticamente gli strumenti di conoscenza delle scienze naturali, in quelle dello spirito.

Concludendo, per contrapposte che siano le vie d’accesso alla conoscenza, il fine rimane l’oggettività.



Le scienze della cultura e la comprensione
Windelband si adopera a ridimensionare la dicotomia tra scienze dello spirito e della natura attuata da Dilthey anche se permane una distinzione tra scienze dello spirito/cultura e scienze della natura. La differenza tra le 2 è di natura prettamente metodologica, nelle prime si ha il metodo individualizzante, nelle seconde prevale quello generalizzante.

Windelband è un neokantiano orientato in senso idealistico, la storiografia è da lui intesa come procedimento di ricerca individualizzante.

Partendo dalla divisione di scienze della cultura come idiografiche e scienze della natura come nomotetiche, Windelband denota che lo stesso fenomeno può essere analizzato sia dal punto di vista mirante a coglierne la similarità rispetto ad altri fenomeni, sia da un punto di vista che si proponga di sottolinearne l’individualità e irripetibilità. Un fenomeno quindi può essere studiato da un punto di vista sia nomotetico che idiografico.

In ogni caso Windelband ricade nel dualismo tracciato da Dilthey riproponendo la dicotomia kantiana tra soggetto/oggetto e rimane sull’idea che l’indagine storica sia essenzialmente idiografica.

Rickert infine attua il passaggio al riconoscimento pieno della sociologia sulla base del riferimento ai valori. Una volta posta l’universalità ed eternità dei valori Rickert ammette il diritto alla cittadinanza di tutte le scienze della cultura anche se subordinate alla storiografia. Egli infatti parte dall’assunzione che conoscere equivalga a giudicare in riferimento ad un senso etico che approva o riprova in base ad un riferimento oggettivo ad essenze eterne e assolute.

Il sociologi prende in considerazione solo eventi connessi al mondo dei valori, connessione assente nel campo delle scienze della natura.

Gli scienziati della cultura devono ricostruire eventi, descrivendoli oggettivamente.

Se le operazioni atte alla comprensione dell’evento sono state compiute correttamente si può arrivare ad una valutazione delle azioni dal punto di vista del soggetto agente, ciò si definisce concordanza di valutazioni, la quale risulta automatica, data la garanzia di oggettività fornita dal mondo dei valori.



Dicotomie nel dibattito sul metodo
Evidenziando le suddette dicotomie sul metodo, possiamo vedere i contrasti tra valori e fatti, comprensione e spiegazione, individualità/intenzionalità e regolarità/uniformità di comportamento: in realtà si tratta di dicotomie logicamente inconsistenti. Dire che la comprensione degli eventi sociali sia una via d’accesso alla conoscenza strutturalmente contrapposta al procedimento che si appoggia al concetto di causa, è indimostrabile.

Per quanto riguarda regolarità e intenzionalità non è comprensibile il motivo che può ostare che la maggior parte degli individui intenzionalmente agenti, reagisca a certi stimoli in modo tendenzialmente omogeneo.

Siamo qui in presenza di tendenze prevalenti e di intenzionalità diffusa in presenza di determinate condizioni, né la dicotomia quantità/qualità né quella interiorità/esteriorità sono fonti di reali problemi metodologici o logici. Prendiamo per es. il caso dello storicismo idealistico, solo la natura permette di fare scienza mentre per lo spirito la conoscenza è perseguibile solo tramite vie diverse quali le intuizioni, empatie, etc. quindi arriviamo a dire che la storia si degrada da madre delle scienze dello spirito a forma d’arte.

La contrapposizione tra positivismo e storicismo idealistico risulta falsa e mistificante, poiché tutte e due si svolgono in inestricabili nodi alla ricerca di una mistificante oggettività: se fare indagine scientifica significa ritagliare consapevoli parzialità allora lo storicismo e il positivismo sono totalizzanti e quindi inapplicabili.



La cosiddetta oggettività della scienza
“Oggettività” nel linguaggio comune ha assunto il significato di “verità”, “validità conoscitiva”. I positivisti hanno buona parte della responsabilità nella formazione del suddetto significato, soprattutto per quel che riguarda l’oggettività della conoscenza, che implica il perfetto adeguamento del concetto al dato empirico.

In termini storici idealistici lo schema generale di pensiero è lo stesso, solo che al dato empirico si sostituisce un dato ugualmente oggettivo di natura ideale/spirituale ed eterno come i valori di Rickert.

Gli epistemologi oggettivisti assicurano che la verità risiede nella totalità dell’oggetto, il quale possiede delle proprietà intrinseche: compito dello scienziato è scoprirle, una volta colte le proprietà , la sua descrizione risulterebbe veritiera. I sociologi in ogni caso, superando il concetto tradizionale di verità, si sforzano, non di sviluppare una fotocopia dei fatti sociali, bensì di raffigurare teoricamente le strutture usando costruzioni concettuali le più prossime ad esse, tenendo sempre conto della non totale congruenza della sovrapposizione.

Lovejoy afferma che ogni conoscenza dei fatti reali è indiretta e rappresentativa in quanto il dato mediante il quale l’oggetto è conosciuto non è identico all’oggetto conosciuto. Lo stesso afferma McEwen.

Talcott Parsons riprende l’oggettività dicendo che l’applicabilità di una teoria scientifica alla realtà empirica implica che quest’ultima sia un ordine di fatto., e quest’ordine deve possedere un carattere in qualche modo congruente con l’ordine della logica umana. Egli afferma che la corrispondenza tra ordine reale e concettuale non è biunivoca bensì funzionale, ovvero funzionalmente rappresentabile nei termini del sistema teorico il quale, tramite le integrazioni della ricerca empirica, tende ad approssimarsi all’ordine della realtà sociale.

Lundberg poi afferma che i concetti fisici sono creazioni libere dell’intelletto umano e non vengono create esclusivamente dal mondo esterno. L’essere umano può credere ad un limite ideale della conoscenza a cui l’intelletto umano può dare il nome di verità obiettiva, la l0gica dell’indagine scientifica in ogni caso si riflette nell’affermazione che i concetti fisici, appunto, sono libere creazioni dell’intelletto umano solo in parte determinabili dai processi fisici. In questo caso la teoria dà senso ai dati osservati riportati negli aspetti più rilevanti e quindi costruiti.

Randiztky non abbandona il modello delle approssimazioni alla verità oggettiva, egli definisce il realismo teorico parlando di una delle funzioni della teoria la quale deve essere in grado di rappresentare alcuni aspetti della realtà nella maniera più esatta possibile. Senza il concetto di verità e di realismo teorico cessano di avere significato il controllo empirico e le procedure ordinarie della scienza. Randiztky si esprime in opposizione alle tendenze anarchicheggianti delle epistemologie postempiriste, per lui ogni teoria va rigorosamente controllata con un’adeguata operazionalizzazione dei concetti, bisogna affermare che le “libere creazioni dell’intelletto umano” devono essere controllate da procedure operazionali, passaggi logici, etc.

Filosoficamente ciò che si intende per verità oggettiva, realtà, e teoria, viene direttamente da un’impostazione kantiana basata sulla distinzione di fenomeno caratterizzabile e noumeno.

Della visione della logica e della metodologia sull’indagine scientifica (fisica e sociale) Dewey afferma che il problema sorge nel momento in cui si presume che i concetti debbano essere descrittivi della materia esistenziale. Egli traccia una definizione di ciò che è esistenziale e scientificamente concettuale affermando che in fisica, suono, colore, e temperatura sono definite tramite misurazioni e non percezioni. Qui nasce il problema filosofico cruciale: infatti le uniche interpretazioni alternative possibili sono o la concezione (assai insoddisfacente) che i concetti siano meri artifici di pratica convenienza, o che, in un modo o nell’altro, essi descrivano qualcosa di effettivamente esistente nel materiale trattato. Dewey afferma che nell’indagine espletata dalle materie concettuali il problema non ha bisogno di essere risolto poiché non esiste.

L’oggettività come esigenza di controllo
L’affermazione del pragmatista Dewey significa che nel caso ad es. di una ricerca sulla stratificazione sociale in Italia, non si pone in realtà il problema se sia vero o oggettivo il modello descrittivo relazionato alla tradizionale giustapposizione tra borghesia e proletariato, il ricercatore deve piuttosto interrogarsi sull’adeguatezza dei concetti rispetto ai problemi che insorgono nello svolgimento della teoria inteso come utilizzo dei concetti elaborati nell’intento di spiegare eventi o situazioni sociali emergenti nell’area di indagine.. il problema si fa scientifico quando, tramite un aggiustamento del materiale concettuale si delinea una qualche possibilità di soluzione. La situazione problematica può essere il comportamento di un determinato gruppo sociale in particolari condizioni: il problema scientifico si crea quando vengono definite nuove ipotesi di connessione tra variabili nella già consolidata e preesistente teoria (ciò che non torna fa problema).

Le teorie richiedono per essere tali di essere connesse a regolarità empiriche, le diversità tra un sistema teorico empirico e metafisico si rivela tramite la pubblica controllabilità attraverso procedure accettate rispetto al concetto di razionalità scientifica.



Kuhn afferma che la garanzia dell’oggettività scientifica risiede nel consenso della comunità scientifica intesa come unione di competenti che condividono quell’insieme di teorie, leggi, regole e procedure le quali formano un paradigma.

Per Giddens la razionalità scientifica si autogiustifica, non si può giustificare un rinvio alla razionalità scientifica se non partendo da premesse e valori della scienza stessa e sui quali essa si è evoluta all’interno della cultura occidentale.

Però l’oggettività, vista da un punto di vista ottocentesco come il suddetto, va a cozzare con la logica della fisica moderna che si basa sul principio di indeterminazione, sulla provvisorietà e la reversibilità della teoria scientifica. Si può tuttavia astrarre dal mito dell’oggettività scientifica l’elemento fondante della razionalità scientifica e del suo controllo, elemento che si ritrova nella pubblicità, ripetibilità e controllabilità di proposizioni, indagini, esperimenti.

Il problema si sposta sul versante della logica dell’indagine scientifica.

Capitolo Secondo

Il metodo sociologico e il positivismo



La sociologia come scienza e il suo metodo
La sociologia come disciplina autonoma nasce nel positivismo con Durkheim, il quale coniuga la teoria sociale ed indagine empirica con l’indagine sul suicidio molto più che con “Le regole del metodo sociologico”, in cui si costituiscono i 3 livelli d’analisi. Il precetto metodologico di considerare il carattere di esteriorità dei fatti sociali intesi come “cose” si rivela connesso ad un primo periodo teorico durkheimiano basato sulla coercitività dell’evento sociale come soggettiva per il percepiente. L’oggettività della coercizione si esprime a condizione che non si alteri la passività del percepiente rispetto all’oggetto (il fatto sociale) che risulta “causa” della percezione.

Durkheim inizia la sua produzione teorica muovendo critiche allo psicologismo tardeiano, alla sociologia di idee e non di cose comteiana, ed infine all’approccio biologistico e contrattualistico nella concezione della società di Hobbes che si perpetua fino ai primi del ‘900.Durkheim tende a ritrovare il senso dell’istituzione sociale non nel contratto stipulato dai singoli per il soddisfacimento dei propri bisogni, bensì in una più complessa struttura di moventi che invertono il rapporto di causa tra individuo e società, introdotto dall’utilitarismo positivistico.

Il suo merito va soprattutto all’analisi di sacro e rituale nella soluzione dell’opposizione individuo/società, tramite il quale si è giusti ad un modello teorico generale della sociologia basato sulla triade società/cultura/personalità.

Parsons interpreta il pensiero durkheimiano come una forma teorica tardo positivista oggettivistico/behaviuorista.

In “les regles” Durkheim muove dall’accettazione di una gnoseologia sensistica di natura positivista ed il suo punto di arrivo è di tipo idealistico. Il suo antiutilitarismo deriva da un’esigenza propriamente teorica sociologica, egli però modifica costantemente la sua epistemologia trasformando il fatto inteso positivisticamente in valore idealistico, utilizzando un procedimento comprendente [totalmente slegato dalla metodologia cosalistica] nello studio delle forme elementari della vita religiosa.

Il pensiero di Durkheim po’ essere suddiviso in 3 parti interagenti tra loro: l’universo di discorso epistemologico, quello metodologico, e quello sociologico teorico.

Essi a loro volta sono influenzati dalle premesse gnoseologiche sensistiche. Secondo Durkheim una sensazione è oggettiva nella misura in cui l’oggetto in questione si dimostra nella sua fissità, invece i punti di riferimento dell’oggetto sono variabili, noi non abbiamo più la capacità di stilare un distinguo, nelle nostre impressioni, tra ciò che dipende dall’esterno e ciò che proviene da noi. La vita sociale non può essere analizzata dalle impressioni, poiché essa è composta da una serie di correnti in costante via di trasformazione causate da avvenimenti particolari che la incarnano per costituirsi a parte.

Secondo Durkheim in ogni caso la realtà sociale può cristallizzarsi senza smettere di essere se stessa al di fuori di atti individuali che suscitano abitudini collettive esprimentesi in forme definitive, regole giuridiche, morali, etc.; vi è quindi un oggetto fisso che non lascia alcun margine alle impressioni soggettive, bisogna studiare la vita sociale consolidata tramite le sue pratiche.

Nel primo Durkheim vi è una stabilità della sensazione a garanzia della oggettività conoscitiva: il sociologo che voglia giungere a rivelazioni oggettive deve studiare le norme del diritto intese come entità stabili le quali sono cristallizzazioni della dinamica sociale.

Durkheim si presenta come oggettivista sensista dopodichè spiega le condizioni che consentono al sociologo di operare per arrivare all’oggettività, infine ricorre alla legge secondo la quale ogni fenomeno sociale si cristallizza in istituzioni per giustificare la possibilità di soddisfare le condizioni imposte ad una corretta metodologia.

Per Durkheim la logica della realtà sociale e quella della conoscenza umana sono in corrispondenza, quindi, usando il metodo cosalistico si riesce ad avere perfetta conoscenza della realtà sociale.

Ripetendo, i 3 universi del discorso sarebbero:



  • Gnoseologico, epistemologico = per ogni sensazione, se la sensazione è di oggetti stabili e se il soggetto non è passivo la conoscenza sarà oggettiva.

  • Metodologico = per ogni analisi dei fatti sociali, se il fatto sociale è cristallizzato e se il sociologo scarta le pre-nozioni, la conoscenza sarà oggettiva.

  • Sociologico teorico = per ogni fatto sociale, se esso è normale e se la società è integrata, allora il fatto sociale è istituzionalizzato.

Anche se non sempre, questi sono i principi base del pensiero di Durkheim.
Bisogna evidenziare come la prima regola del metodo sociologico (che impone di considerare i fatti sociali come cose esteriori e coercitive) sia coerente con la sua epistemologia e teoria sociologica, vi sono dei fatti sociali per eccellenza a cui ci si deve conformare, ovvero le norme del diritto positivo, a questo segue il primo corollario di scartare tutte le pre-nozioni.

Si evidenzia in questa sede l’opzione induttivistica del metodo suggerito dal positivismo metodologico opposta alle correnti epistemologiche prevalenti nel dopoguerra.



L’induttivismo metodologico e il suo contrario
L’induttivismo metodologico è la visione del mondo da parte dell’empirismo classico delineata da Aristotele (Locke, Descartes, etc.); esso deriva dall’idea che si possa fare scienza muovendo da dati, osservazioni empiriche per giungere alla teorizzazione.

Tutti gli studiosi che in sostanza si immettono nel filone neopositivista o empirista logico possono definirsi deduttivisti, i quali tendono ad esaltare, (come fattore unificante delle varie correnti) il ruolo della teoria nell’indagine scientifica. Ciò non significa necessariamente che la scienza sia concepita come un processo che discende linearmente dal generale al particolare, ma certo implica che si rigetti la gnoseologia oggettivistica propria del realismo positivistico, e in generale dell’empirismo tradizionale, così per Popper (deduttivista) il compito della scienza è quello di offrire teorie costantemente suscettibili di falsificazione.

Anche per Neurath la teoria è modificabile nel caso in cui non vi sia coerenza con un enunciato che si impone per la sua pregnanza.

Per Dewey la teoria che consente di mettere in ordine ciò che non quadra è più importante del materiale esistenziale in sé. Si oppone dunque, come gli altri deduttivisti, in maniera netta alla posizione di Durkheim: le pre-nozioni non vanno infatti per loro assolutamente scartate bensì esplicitate e controllate, i fatti non vengono visti come cose bensì come costrutti influenzati dal contesto concettuale di riferimento.

Anche Durkheim stesso viola l’induttivismo, ne “La divisione del lavoro sociale” infatti impone la sua ideologia solidaristica rispetto all’analisi sulle conseguenze derivanti dal lavoro parcellizzato, oppure, per risolvere la contraddizione tra il coercitivo e il desiderabile del concetto del sacro, egli unisce le due caratteristiche dello stesso concetto di sacro/desiderabile.

Durkheim risulta deduttivo anche nel dimostrare le teoria della dualità di natura fra fatti collettivi e sociali.



Il positivismo sociologico e i valori
La tradizione del positivismo sociologico enfatizza i valori giungendo ad una metodologia basata sulle loro relazioni. In Durkheim il passaggio da oggettività dal fatto ed oggettività del valore si basa sulla nozione di coercitività/desiderabilità del fatto sociale. Questo diventa ambivalente rispetto all’individuo e questa sua caratteristica è formulabile in termini di società/cultura/personalità intesa come desiderabile e coercitiva a livello psicologico e culturale.

Il fatto sociale si converte in valore supremo che informa di sé la logica della convivenza e che da senso all’agire: i valori culturali sono eterni per Durkheim e fondamentalmente immutabili.



L’idea dell’avalutatività
Nelle sue premesse la visione positivistica del mondo tende ad escludere i valori della conoscenza scientifica in favore dei fatti.

Per quel che riguarda i valori Durkheim afferma che i giudizi di valore esprimono una relazione con un oggetto , con un ideale, che quindi diviene la proiezione della cosa, quindi l’ideale si incorpora nel reale, poiché proviene da esso.

Lo scienziato sociale deve attuare una cernita sulle aree di indagine problematica, e su questa scelta eserciterà l’influenza di costellazione di valori accettati. Poi vi è il caso di condizionamento socioculturale che opera nella scelta di costruire un dato all’interno di un quadro di riferimento teorico.

Arriviamo infine alla questione del giudizio di valore prescrittivo sciolta da Max Weber con il principio dell’avalutatività intesa come pre-condizione di oggettività rispetto alla conoscenza sociologica (critica di Parsons sul carattere positivistico dell’avalutatività che tende ad escludere il valore della ricerca scientifica).

Weber afferma che una scienza empirica non può insegnare ad alcuno ciò che deve o non deve fare ma ciò che può o non può fare in determinate circostanze.

Capitolo Terzo

L’oggettività e i valori



Il processo di operazionalizzazione
Il concetto di funzione



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