La pace del dio guerriero



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22.12.2017
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LA PACE DEL DIO GUERRIERO di Vincenzo Ammirabile
Alcuni anni fa, ebbi una disputa con un amico sulla “falsa” pace che scaturiva leggendo la Bibbia. Non mi vergogno ad ammettere che dovetti soccombere ed oggi mi è rimasto il rimpianto di non aver più avuto modo di incontrarlo e riprendere la discussione. Perciò utilizzo questo giornalino per fargli giungere le mie, rivedute e nuove, argomentazioni al riguardo.

Durante l’ultima cena, nell’ultima sera della sua vita terrena, poche ore prima che fosse arrestato, processato e condannato, Gesù pronunciò il discorso testamento che l’evangelista Giovanni ci ha tramandato: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo”. Ma Gesù, definito da San Paolo “nostra pace”, quando pronunciava queste parole, non poteva ignorare che le Scritture, a cui spesso faceva riferimento, erano intrise di guerre e di sangue; come poteva, allora, affermare: “non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge ma a portarla a pienezza”?

Nell’Antico Testamento, la violenza è menzionata più di ogni altra attività o esperienza umana: più del lavoro, dell’economia, dell’amore, della famiglia. Ci sono più di 600 passi che raccontano come popoli, re o singoli individui hanno attaccato altri, annientandoli o uccisi; più di 1.000 passi in cui l’ira di Dio si scatena, punendo con la morte, con la rovina, minacciando l’annientamento e più di 100 passi in cui è Dio stesso che ordina di uccidere uomini. Da ciò si capisce che il campo di battaglia fu la culla della nazione ebraica, e, dove era Israele là c’era anche il suo Dio. Se volessi confermare questa tesi, non troverei nessun ostacolo: sono molti i passi biblici, come ho elencato prima, che ci mostrano un Dio che “eccita il suo furore, grida, lancia urla di guerra, è implacabile con i suoi nemici” (Isaia 42,13). Si ha la visione di un Dio negativo e violento, contrapposto a Gesù Cristo, Signore dell’amore e della pace.

La domanda, quindi, viene spontanea: di fronte a tante guerre e violenze sacre, queste Scritture come possono essere “faro” per il nostro cammino?

Volendo interpretare alla “lettera” questi passi avremmo molte giustificazioni delle guerre di religione e dovremmo compiere stragi degli “infedeli”. Ma questi brani hanno bisogno di un’interpretazione corretta che non li isoli dalla loro storicità. La rivelazione biblica è strutturalmente e essenzialmente storica, cioè è un tutt’uno con la vicenda umana; la Bibbia non è una raccolta di tesi teologiche astratte e ineccepibili ma è la storia progressiva della rivelazione di Dio e di una rivelazione graduale del senso della nostra storia apparentemente insensata o per lo meno confusa. Nella sua natura “teandrica”, cioè divina e umana, la Bibbia, nelle sue pagine violente, ci rappresenta un Dio paradossalmente paziente che, adattandosi e sopportando la brutalità dell’uomo, cerca di condurlo verso l’altro orizzonte di compassione, d’amore e d’apertura verso l’altro: “Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare l’umanità” (Sapienza 12, 18-19).

Proprio perché hanno radici storiche e sono pertinenti a situazioni socioculturali molto precise e circoscritte, questi passi violenti non devono essere recepiti semplicemente con il loro rivestimento simbolico ma devono perdere il loro “mito” per capire alcuni valori espressi in modo trasversale. Per esempio, Israele aveva la costante premura di salvaguardare la purezza delle fede e dell’identità della sua religione: conquistare e distruggere gli idoli del popolo vinto significava avere più protezione divina, era una lotta all’idolatria e per questo si richiedeva la distruzione sacrificale del bottino di guerra: “Radunerai tutto il bottino e lo brucerai nel fuoco come sacrificio per il tuo Dio” (Deuteronomio 13,17). Quindi, l’anatema (herem) o sterminio sacro è considerato un olocausto offerto da Israele a chi ha guidato il suo popolo alla vittoria: tutto deve essere bruciato e chi sottrae qualcosa per idolatria o egoismo commette sacrilegio. Certamente è un modo primitivo di educazione religiosa ma è legata ad una particolare società e cultura che si esprime attraverso un linguaggio che ama l’eccesso, l’esasperazione dei toni, le immagini surreali; una lingua che predilige la sottolineatura e l’incisività. Quindi, il male deve essere incarnato in un avversario non idealizzato ma concreto, in un nemico personificato. La stessa concezione di Dio, come generale supremo che offre al suo popolo su un vassoio le città conquistate, è sempre un modo simbolico per indicarne la personalità: Dio non è un’entità vaga, un essere mitico o un’energia misteriosa, ma per la Bibbia è una persona che agisce, che entra nella storia, che si schiera, interviene, piena di passione e volontà, di comprensione e di amore; un’immagine divina personale, vivente, che esula dalla nostra sensibilità. Quindi è evidente il rischio dell’uso letterale delle Sacre Scritture, come disse San Paolo: “La lettera uccide, è lo spirito che dà vita”. Il fondamentalismo è l’equivoco che trasforma la fedeltà; Cristo reagì contro gli “scribi e farisei” liberando le Scritture proprio dall’equivoco fondamentalista riportandole al loro senso di amore, pace, verità e giustizia: tutto racchiuso in quel “Discorso della Montagna” , che può essere considerato la Costituzione del cristianesimo; si scopre un Dio rispettoso della libertà dell’uomo, senza però abbandonarlo a se stesso. La pace è vasta nelle Scritture, dai Profeti all’annunzio evangelico: un orizzonte che ci conduce al Regno di Dio, luogo d’amore, di perdono, di giustizia e di fratellanza.




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