La percezione e la produzione estetica



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Discussione

La percezione e la produzione estetica


1. problemi storici posti da insopprimibili ambivalenze per l’arte e la percezione

2. Direzioni produttive e sensibilità estetiche contemporanee


1. problemi storici posti da insopprimibili ambivalenze per l’arte e la percezione

1.1. l’arte tra apparenza (apparire) e produzione (poiesis, produzione); il lascito di Platone e di Aristotele.

1.1.1. Platone: arte è imitazione (mìmesis) o apparenza? Da Platone sembra partire la lunga (e corta) tradizione della teoria mimetica dell’arte. Lunga in quanto ancora attribuita a Platone come sua principale teoria estetica, corta in quanto sembra una teoria improduttiva se non per la capacità di dare fondamento e contesto ultimo a sentenze di controllo, di censura o di condanna nei confronti della produzione artistica e delle sue pretese di autonomia. Interpretando infatti in senso non pedagogico (come vuole il contesto) ma metafisico il piano degli studi che Platone presenta al termine del sesto libro della Repubblica, è facile ricavare la tesi secondo cui l’arte è imitazione e copia e comprendere così le ragioni di un suo discredito. Se principi della realtà e della razionalità sono le idee essenze universali di cui le realtà particolari sono imitazioni o copie materiali, l’arte che, attraverso immagini, rappresenta la realtà fisica è imitazione dell’imitazione. Il suo oggetto prodotto è una lontana e sbiadita copia dei principi ideali cui mette capo la realtà; l’arte è imitazione e apparenza, illusione e inganno, allontana dalla realtà ideale.

1.1.1.1. Platone: arte è apparenza. L’affermazione che l’arte è apparenza, sulla base della sua natura mimetica, può suggerire una diversa formulazione della teoria dell’arte in Platone (Th. Wiesengrund Adorno, oltre a non disconoscere, in generale, la funzione conoscitiva della mimesi, nella sua estetica mostra quanto “l’opera d’arte deve alla forza rivelatrice della mimesi”, osserva J. Habermas 1981, Teoria dell’agire comunicativo, 518-519). L’arte è apparenza nel senso che l’essenza dell’arte è apparire, manifestazione; in ciò l’arte “imita” la realtà in quanto la realtà stessa nel suo accadere è manifestazione, continuo e infinito apparire. Così collocata l’arte esprime l’essenza della realtà, anzi ne mette in luce le forme secondo i criteri della bellezza contribuendo e guidando l’osservatore a cogliere il reale in sguardi e percezioni che avvertono e scoprono in forme sempre nuove la realtà poiché è la realtà stessa che consiste in un denso e mai risolto apparire; realtà e arte sono allora congiunte nel formare la sensibilità dell’uomo, attraverso i processi percettivi, alla scoperta della bellezza, del bene, del giusto…. La percezione del reale secondo la sensibilità estetica della bellezza è scoperta e lettura del reale secondo le sue mai del tutto svelate possibilità. Sul tema della possibilità si incentra, di seguito, la Poetica di Aristotele.

1.1.2. Aristotele e le arti poietiche. (in ripresa sommaria) I tratti delle scienze poietiche e dell’arte.

1.1.2.1. Uno specifico oggetto: le scienze poietiche costruiscono il proprio oggetto. Il loro campo di presenza riguarda ciò che può essere prodotto; non le cose accadute, ma ciò che può accadere; non si muovono quindi (così a prima vista) nel campo della realtà ma nel campo della possibilità.

1.1.2.2. Una specifica logica: il possibile, il verosimile, l’imprevedibile. L’arte, la pittura e la poesia, rappresentano la realtà dal punto di vista della possibilità, mostrano l’ambito della possibilità proprio della realtà. «L’opera come tale è una sospensione della realtà e non la sua conferma letterale.» Quindi gli elementi (o i passaggi) di carattere logico poietico sono tre: possibile, verosimile, imprevedibile (e anche l’imprevedibile cade nel campo della possibilità; i tre termini si prestano, significativamente, anche a definire la realtà).

1.1.2.3. Una specifica meraviglia. In quanto imprevedibile, la realtà costruita dall’arte genera stupore che è ad un tempo smarrimento e attrazione, disagio e fascino, allontanamento e richiamo. Nello studio che Aristotele svolge sugli effetti della tragedia lo stupore assume le due forme quasi antitetiche (ma inseparabili) quelle del terrore e della pietà; l’allontanamento e il richiamo diventano terrore e pietà, e così l’arte si trasforma in percorso di scoperta degli stati possibili e imprevedibili dell’anima; «… ma nello stesso tempo ciò che sopravviene deve risultare imprevisto, pará ten dòxan, in contrasto con l’attesa. […] Nel succedersi di casi legati fra loro da relazioni di verosimiglianza, deve insomma accadere qualcosa che — senza violare il nesso necessario — sia in contrasto con ciò che ci si aspetterebbe. Solo così, sarà più facile che emerga il thaumastòn, il «meraviglioso», ciò che può destare lo stupore dello spettatore.» (Curi Umberto 2013 L’apparire del bello. Nascita di un’idea, Bollati Boringhieri, Torino, p.64)
1.1.3. I legami dell’arte e la sua efficacia universale. La bellezza non esiste come un aspetto particolare o a indicare un’area specifica e determinata; dilaga in manifestazione e scoperta del possibile nella dimensione del reale, del tempo, delle facoltà dell’uomo. «Per un amplissimo tratto della sua storia la vicenda della bellezza non coincide affatto con quella delle «arti belle». Il destino della bellezza è connesso inizialmente, e per un lunghissimo periodo, non all’arte ma alla natura e, più in particolare, agli esseri viventi. La bellezza viene ad assumere nell’antichità anche un significato morale, e tutto ciò si è offuscato nel patrimonio culturale, ma è invece rimasto vivo anche oggi nel senso comune. Continuiamo infatti a usare il termine bello non solo a proposito di individui in carne e ossa, ma anche di comportamenti cui intendiamo fornire la nostra approvazione morale, per esempio a proposito di un gesto generoso.» (Vercellone Federico 2008 Oltre la bellezza, il Mulino, Bologna, 9). La bellezza dunque ha molte sedi (sedi totali).

1.1.3.1. Ha sede nella realtà: la natura, il cosmo (Esiodo, Teogonia; Pitagora, Platone, Timeo 30b,30d), a partire dalla visione della ontologia o metafisica (il bello entra nell’elenco, antico e medievale, dei cinque trascendentali: Esse, Pulchrum, Unum, Verum, Bonum), fino all’abitare (la dimensione ecologica del cosmo, cioè lo sguardo sul mondo dal punto di vista dell’abitare).

1.1.3.2. Ha sede nell’anima, nelle facoltà del vivente (animale e umano): il vivente, in quanto organismo, organica composizione delle parti in unità (lo stesso cosmo è perciò vivente, per l’interdipendenza delle sue parti; cfr. Timeo); la mente (per il concetto di bellezza in sé; quell’idea per cui tutte le altre cose possono dirsi belle Platone, Ippia maggiore 288a), la sensazione (sensibilità, immagine, rappresentazione…), l’arte e la tecnica (in Platone come mìmesis e partecipazione della natura, Repubblica 598b; in Aristotele come poiesis e verosimiglianza), le scelte morali e l’eros (la bellezza che si applica a tutti i processi nel loro compiersi naturale e a tutta la realtà dai corpi ai pensieri, come accade all’eros secondo Platone nella successione e nella diversità degli encomi di amore presentati nel Simposio).

1.1.3.3. Ha sede nel tempo (e il tempo è la misura del movimento, del divenire, luogo quindi della possibilità e della imprevedibilità), nel tempo del kairòs. Poiché si lega a processi in compimento e realizzazione, la bellezza è un dato universale ma non continuo; accade nel tempo del realizzarsi e del compiersi di un processo: il tempo opportuno. L’espressione che definisce quel tipo di temporalità è il termine greco kairòs: il tempo giusto, opportuno, unico e totale in cui una esperienza di realizzazione appare nel suo improvviso e travagliato processo di compimento fino a manifestarsi nella sua pienezza. Afferma Sofocle «Pánta gar kairò kalá» (tutte le cose belle accadono al momento giusto o “tutto ciò che è bello, è tale se accade nel momento opportuno”. (Curi 2013 p. 26)





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