La politica nella chiesa e la chiesa nella politica



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26.01.2018
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LA POLITICA NELLA CHIESA E LA CHIESA NELLA POLITICA

(Estratto. La versione completa della conferenza è presente sul sito del Liceo)
Prof. Marcello Landi
SCHEMA

1. Il tema è complesso, perciò va ristretta l’indagine: non tratto dello Stato della Chiesa né degli aspetti più polemici del rapporto Chiesa-politica, temi già fin troppo diffusi.

2. Il Cristianesimo ha una concezione laica del rapporto religione-politica, basato sulla separazione tra Dio e Cesare, nonché sulla trascendenza di Dio, che non può identificarsi con nessuna creatura, e quindi nemmeno col potere politico.

3. Religione e politica, pur distinte, si influenzano reciprocamente: in particolare, compito della religione è quello di spiritualizzare la politica.

4. Il Cristianesimo, non senza ombre e deviazioni, ha in passato spiritualizzato in vari modi la politica dell’Occidente: sostenendo la dignità dell’uomo, allargando il numero dei portatori di diritto, difendendo i più deboli, ecc.

5. Di fronte ad una rilevata crescente invivibilità delle nostre società contemporanee, il Cristianesimo cerca di portare un suo attuale contributo di spiritualizzazione, sostenendo il valore della ragione umana, il diritto naturale, la dignità della persona.

  

PREMESSA


L’argomento “Chiesa e politica” è molto complesso, sicché dovrò limitarmi a poche riflessioni, guidate dal tema generale del ciclo: “Politica dimenticata”. Cercherò, quindi, di concentrarmi sugli argomenti meno ricordati. Inoltre, tengo a precisare che parlo della Chiesa e non di quella degenerazione che è il clericalismo.

In primo luogo, possiamo notare che “Chiesa e politica”, per le varie vicende della storia della Chiesa, può indicare più cose, perfino la politica dello Stato della Chiesa. Quando diciamo, ad esempio, che i Papi del XIII secolo non volevano la unio Regni et Imperii, o parliamo (sec. XIV) della crociata contro i Forlivesi, in quanto irriducibili ghibellini, oppure ancora (sec. XV) del coinvolgimento di Sisto IV e del nipote Girolamo Riario nella congiura dei Pazzi, parliamo di una politica della Chiesa che è politica di uno Stato.

Ma, su questo, c’è un passaggio importante in un discorso (1986) di Giovanni Paolo II, tenuto non casualmente a Forlì. Ripensando alle lotte che la Chiesa vi dovette sostenere, infatti, dichiarò: “Bisogna risalire a 129 anni fa per ritrovare la visita di un altro Papa in Romagna e nella città di Forlì, e precisamente a Pio IX, l’ultimo Pontefice dello Stato Pontificio. Da allora la situazione politica è profondamente mutata, ed è stata come tale ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa. Oggi io vengo a voi, come sono andato in altre parti d’Italia e del mondo, in pellegrinaggio pastorale, col solo fine cioè di portare avanti la missione eminentemente spirituale della Chiesa”.

Perciò, mutate ormai le cose, non intendo occuparmi della politica dello Stato Pontificio.


RELAZIONE

Spiritualizzare la vita politica

                                                                                                                                 Gandhi

 

Religione e politica sempre si influenzano a vicenda. Gandhi: “Non esiste politica senza religione. La politica contribuisce alla religione. La politica privata della religione è una trappola mortale, perché uccide l’anima”; così “il sogno di ogni indiano che afferma di amare il suo paese, dovrebbe essere di agire in campo politico per spiritualizzare la vita politica del paese e le sue istituzioni politiche. Ho dedicato me stesso a quell’ideale”.

Anche la Chiesa spiritualizza la politica. Naturalmente, a chi chieda se la Chiesa sia sempre stata all’altezza di ciò che ci si aspetta da essa, bisogna chiaramente rispondere di no. In vari momenti, si assiste a uno snaturamento del messaggio del Cristianesimo. Ma la questione, adesso, non è “Quante volte questo arciere ha sbagliato il bersaglio?”, bensì “Qual è il bersaglio di questo arciere?” Quindi, la nostra domanda è: “Come la Chiesa ha spiritualizzato la politica, nel corso della storia?” Mi limito ad alcuni esempi.

Il Cristianesimo ha, fin dai primi secoli, un immediato impatto sociale (uguale dignità di tutti gli esseri umani, rivalutazione del lavoro manuale) e politico (l’uomo e la sua coscienza contano più del potere). Predicazione dell’amore di Dio e della dignità dell’uomo avanzano insieme: “L’inserirsi della Chiesa in un popolo ha sempre riflessi positivi in campo economico-sociale”, (Giovanni XXIII, Mater et Magistra).

Dal terzo secolo in avanti si delinea sempre meglio un nuova funzione della chiesa: quella di supplenza. A mano a mano che lo Stato romano non riesce più a garantire alcune attività o servizi, i Cristiani si sentono in dovere di sobbarcarsene l’onere: amministrazione cittadina, assistenza, sistema scolastico, cultura (I monaci salvano la cultura classica, copiando, con mentalità aperta, tutti i testi pagani). La Chiesa mostra che la politica è al servizio dell’uomo. Certo, non mancano i problemi, come il nascere di un certo Cristianesimo convenzionale, a cui reagisce il monachesimo; o come il fatto che i vescovi diventavano in pratica dei funzionari dello Stato. La Chiesa stessa fa discernimento sul suo passato: “Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono” (Benedetto XVI, Discorso per l’Università “La Sapienza” di Roma, 17/01/08).

Un altro interessante esempio è l’equiparazione, da parte di Giustiniano, dell’infanticidio con l’omicidio. La Chiesa è riuscita a sottolineare il valore di essere umano in senso pieno anche dei bambini, nonostante le resistenze della società. Oggi non abbiamo più dubbi su questo punto. Eventualmente, il problema è sull’embrione, di cui la Chiesa difende la dignità ed il diritto… La Chiesa allarga la platea dei portatori di diritto.

Durante l’Alto Medio Evo, la Chiesa, sintetizzando Cristianesimo, diritto romano e filosofia greco-romana, porta gradualmente razionalità nei nuovi Stati romano-germanici. Ad esempio, ottiene un indubbio risultato con un’azione in due mosse: proibisce di tenere schiavi dei battezzati e insiste per il pedobattesimo di massa. È la fine dell’istituto della schiavitù, che infatti, come nota la medioevalista Pernoud, nel Medio Evo viene abolita, in Europa. Rimane invece nel mondo arabo. La fede cristiana porta ordine e umanità anche nei rapporti civili, riscattandoli dalla violenza.

Nel Basso Medio Evo, la lotta per le investiture aiuta a chiarire le sfere del potere temporale e di quello spirituale, prima con Pasquale II e poi con il Concordato di Worms. Hanno una funzione positiva anche le lotte tra guelfi e ghibellini: i primi aiutano a contenere le pretese imperiali; i secondi a frenare le tentazioni teocratiche papali. In S. Tommaso e in Dante troviamo già ben delineate due distinte finalità per il potere politico e per quello spirituale: è l’idea della laicità.

Ma la situazione non è stabile: il nascere dello “stato moderno”, caratterizzato da unità ed uniformità, crea nuovi problemi, perché i governi cercano di sottomettere la Chiesa, che del resto è travagliata dalla crisi dovuta alla Riforma ed alla Controriforma. A segnare il nuovo intreccio fra politica e religione troviamo interessanti esempi: il Conciliarismo, i primi ghetti; l’Anglicanesimo; il Gallicanesimo.

La cultura vuol far rinascere il mondo pagano: ciò comporta il controllo della religione da parte dello stato e la rinascita della schiavitù. La Chiesa, in particolare i Domenicani, fra cui Francesco de Vitoria, difendono i diritti degli indigeni americani. La Chiesa difende i più deboli. Ma i problemi non mancano: l’idea dell’unità come uniformità s’impone anche nella Chiesa: Inquisizione, Indice dei Libri Proibiti (pure le traduzioni italiane della Bibbia!), controllo clericale sulla cultura. La Chiesa del Sei-Settecento rappresenta un’autorità molto spesso più politica che spirituale, così che alcuni faticano, forse, a riconoscervi i valori di cui i Cristiani sono portatori.

L’Illuminismo recupera sì ideali cristiani (libertà, uguaglianza, fraternità), ma li separa dalle loro radici e li usa contro il Cristianesimo stesso: la Chiesa appare come bersaglio polemico di cui disconoscere gli apporti positivi nella storia dell’Occidente. Perciò il laicato cattolico, già alla fine del Settecento, si sente chiamato in causa per difendere la Chiesa con la “buona stampa”.

 

Chi non crede più in Dio, non è che non creda più in nulla: crede a tutto

                                                                                                                    G. K. Chesterton

 

Le società liberali del XIX secolo (spesso influenzate dalla Massoneria) proseguono nell’attacco al Cristianesimo. Nella Chiesa iniziano a delinearsi due tendenze, sia teologiche sia politiche: gli intransigenti ritengono inconciliabili Cristianesimo ed età moderna, sono nostalgici del Medio Evo e denunciano la “scristianizzazione” o secolarizzazione (Gregorio XVI o il secondo Pio IX); i cattolici liberali vogliono una conciliazione con la modernità (Rosmini, Manzoni, il primo Pio IX, per certi aspetti Leone XIII). La Chiesa comincia ad affrontare la questione sociale (Von Ketteler).



Nel 1861, Zanchini e Bastia fondano l’Osservatore Romano, la cui prima finalità suona: “smascherare e confutare le calunnie che si scagliano contro di Roma e del Pontificato Romano”.

Con Leone XIII, c’è la proposta di un nuovo modo di rapportarsi col mondo moderno, recuperando il pensiero di Tommaso d’Aquino. La grande “modernità” dell’Aquinate consente al Papa interventi molto significativi: la Chiesa non è più favorevole ad un governo (monarchia) che ad un altro (repubblica, democrazia); la potestas ecclesiastica e quella civile sono “Utraque in suo genere maxima” (Costituzione Italiana, art. 7: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”); afferma i diritti dell’uomo, in particolare la libertà di coscienza intesa come diritto politico; prende posizione a favore della libertà dei popoli dallo straniero (e siamo in piena epoca coloniale!); fonda la dottrina sociale della Chiesa, con la Rerum Novarum (1891): la proprietà privata è lecita, ma i beni devono avere un uso sociale. La Chiesa interviene in politica sottolineando il diritto naturale, difendendo i più deboli e dando voce a chi non ne ha. La Rerum Novarum ispira i principi del Partito Popolare (1919): difesa della famiglia, del lavoro e del sindacato; libertà di insegnamento; riforma agraria; imposta progressiva; decentramento amministrativo; sistema elettorale proporzionale; voto alle donne; disarmo.



Di fronte alle ambiguità del fascismo, la Chiesa si trova in difficoltà: filosoficamente esso è inaccettabile, in quanto statolatrico e quindi neopagano; i suoi gerarchi, Mussolini per primo, sono notoriamente anticlericali; e tuttavia risolve la questione Stato-Chiesa (Concordato del ’29). Dunque, che linea seguire? Resta il fatto che l’Osservatore Romano era l’unico giornale reperibile in Italia non soggetto a censura preventiva: risultava perciò prestigioso e ricercato.

Contro il nazismo, dopo il Concordato del ’33, vengono emanate due importanti encicliche: Mit brennender Sorge (1937) di Pio XI, contro il razzismo, e Summi pontificatus (1939) di Pio XII: si sostengono: “comunanza di origine” e “uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano”; si deplora “concezione che assegna allo stato un'autorità illimitata”. Goebbels scrive nel diario: “Il Papa è stato molto duro contro di noi”.

Sempre nel 1937, Pio XI pubblica anche la Divini Redemptoris, contro il comunismo, ateo e totalitario, che “spoglia l’uomo della sua libertà, principio spirituale della sua condotta morale; toglie ogni dignità alla persona umana”.

Nel luglio del 1943, viene preparato il “Programma di Milano” della Democrazia Cristiana, erede del Partito Popolare. La storia della DC meriterebbe una conferenza a parte, ma noi dobbiamo occuparci soprattutto della Chiesa.

Intanto viviamo in “un’epoca in cui sempre più forte è l’influenza della secolarizzazione e, d’altra parte, si avverte un diffuso bisogno di incontrare Dio” (Benedetto XVI, Udienza dell’8/02/2008). Se la secolarizzazione non è semplicemente scristianizzazione, può anche avere effetti positivi, come una maggiore chiarezza nella separazione tra Chiesa e Stato: ad esempio, come fa notare Giovanni XXIII a quei Cardinali che rimpiangevano la vecchia alleanza trono-altare dell’età moderna ed in parte contemporanea, il Concilio Vaticano II è il primo senza la presenza dei delegati dei governi. Separare Chiesa e Stato rende più libera anche la Chiesa.

 

Viva la libertà!

                                                                                    Don Giovanni L. Da Ponte – W. A. Mozart

 

Non occorre una visione cristiana del mondo per capire che il nostro sistema sociale ha molto che è intrinsecamente cattivo

                                                                                                                             T. S. Eliot

 

Oggi, non è stato abbandonato dalla Chiesa il tema sociale: si vedano le ricorrenti critiche al capitalismo e alla logica del profitto sia di Giovanni Paolo II sia di Benedetto XVI: “La logica del profitto incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta” (Angelus, 23/09/07).



Ma c’è un altro tema che va prendendo spazio: il punto di partenza, fa notare Strumia, è la constatazione della “progressiva diminuzione del livello di vivibilità del nostro mondo”: violenza crescente, insicurezza, disperazione… “L’uomo vive sempre più nella paura” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis).

La causa di questo è stata individuata dalla Chiesa in una posizione filosofica, un “errore della cultura” direbbe Augusto Del Noce. Quest’errore consiste, in definitiva, nell’abbandono della fiducia nella capacità della ragione umana di cogliere la verità e nella conseguente perdita di fondamento del diritto naturale, nonché della stessa dignità dell’uomo.

Insomma, “il Magistero riconosce la connessione causale tra il venir meno di una concezione della ragione capace di conoscere delle verità oggettive e la progressiva diminuzione della vivibilità nella nostra società”; ovvero riconosce il nesso causale “tra ideologia/relativismo e invivibilità”. (Strumia). “Si potrebbe dire che l'intero Magistero sociale della Chiesa nel XX secolo è stato guidato soprattutto dalla necessità di difendere le coscienze dei cristiani e dell’intera umanità contro due grandi utopie ideologiche diventate anche sistemi politici su scala mondiale: l'utopia totalitaria della giustizia senza libertà e l'utopia libertaria della libertà senza verità. Ha detto, infatti, il Papa: "Totalitarismi di opposto segno e democrazie malate hanno sconvolto la storia del nostro secolo" (Giovanni Paolo II, discorso al mondo della cultura nell’Università di Vilnius, 5 settembre 1993). La prima utopia - e con essa i sistemi politici che in varie forme l'avevano incarnata in Europa - è ormai in via di declino e di estinzione, ma non senza aver lasciato dietro di sé un immenso ammasso di rovine spirituali e sociali. La seconda utopia, invece, quella della libertà senza verità, è purtroppo in fase di crescente espansione. Per essa, maturata nell'habitat filosofico dell'illuminismo e del relativismo agnostico, non è la verità oggettiva che assicura la legalità morale e la razionalità giuridica della norma, ma soltanto la verità relativa o convenzionale, frutto pragmatico del compromesso statistico o politico, o addirittura del puro interesse economico”. Da: Pontificio Consiglio per i testi legislativi, L’umanità è al bivio, 15/11/2000. è la libertà di Don Giovanni, quella libertà, solo apparente, che non costruisce niente e porta alla rovina chi la persegue.

Come si è arrivati qui? Chesterton ce lo dice con uno dei suoi paradossi: “L’uomo moderno con tutte le sue intenzioni di rivolta è diventato praticamente inutilizzabile per la rivolta. Col ribellarsi contro ogni cosa ha perduto il diritto di ribellarsi contro qualche cosa”. Infatti, ci si ribella contro qualcosa in nome di qualcosa che si vuole affermare, ma non ci si può ribellare contro tutto. La libertà non può essere solo una libertà da, ma deve essere una libertà di. Il rivoluzionario non può non credere in qualcosa; perfino il riformista deve credere in qualcosa: se niente è vero, non hanno più senso né la rivoluzione né le riforme. Per questo, ad esempio, è possibile criticare la Chiesa, quando sbaglia: poiché parla di verità, di carità, di giustizia, è possibile accorgersi che se sta allontanando; se la Chiesa sostenesse che quello che vale è il proprio tornaconto, e che la verità non esiste, che senso avrebbero tutte le critiche? La politica non è ormai altro che il terreno di scontro di interessi e passioni, terreni dove prevale non chi ha ragione, ma chi è più forte. “Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia”, in tal caso perfino le idee e le convinzioni “potrebbero essere facilmente strumentalizzate per fini di potere”. (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1991).

Ossia: la ragione, nell’età moderna, si è sempre più collegata al potere, il potere sulla natura; si pensi a F. Bacone: Sapere è potere. Rivoluzione francese e rivoluzione proletaria sono le due “tappe essenziali della concretizzazione politica” della speranza di realizzare in terra il paradiso perduto mediante il nesso tra “scienza e prassi” (Benedetto XVI, Spe salvi). Ma “ogni nuovo potere raggiunto dall’uomo è anche un potere sull’uomo” e significa in definitiva “il potere di alcuni uomini di fare di altri uomini ciò che vogliono” (Lewis). La ragione che pensa solo ad accrescere il proprio potere è totalitaria e violenta, non ha né freni né limiti. Ed ha abbandonato la ricerca della verità. “Conseguenza di ciò è stato l'offuscamento della vera dignità della ragione, non più messa nella condizione di conoscere il vero e di ricercare l'assoluto” (Giovanni Paolo II, Fides et ratio). “La mentalità edonistica e consumistica favorisce la superficialità e l’egocentrismo” (Benedetto XVI).

Certamente, gli Stati si sono potuti reggere senza porre la questione della ragione e della verità oggettiva, o perché si sono fondati su ideologie (regimi totalitari), o perché hanno rimpiazzato la verità con l’opinione della maggioranza (democrazie). E si sono potuti reggere “grazie ad un’eredità non ancora del tutto consumata”, debitrice alla filosofia greca, al diritto romano, alla teologia medioevale (Strumia). Ma ormai si parla di desertificazione della società, perché prevale il principio del benessere individuale, che è distruttivo della socialità, il cui principio non è il benessere, ma la verità, fa notare Negri. Recuperare il valore della ragione come logos, come apertura alla verità, e recuperare la validità del diritto naturale aiuterebbe anche a rendere più umano e più vivibile il nostro mondo. Infatti, “perché possa nascere una aggregazione sociale stabile, è necessario che l’uomo, con la ragione, scopra che l’altro non è oggetto delle sue manipolazioni o riferimento per il suo benessere” (Negri). Naturalmente, se la radice del dialogo è una, ossia la ragione, le forme con cui si cerca la verità sono infinite: “La democrazia non è il rigore di una procedura. È l’insieme delle condizioni pratiche e istituzionali perché il mio logos possa dialogare col tuo” (Negri).

Insomma, “non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso, ma, al contrario, vi è una logica morale che illumina l'esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli. Se vogliamo che un secolo di costrizione lasci spazio a un secolo di «persuasione», dobbiamo trovare la strada per discutere, con un linguaggio comprensibile e comune, circa il futuro dell'uomo. La legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo, è quella sorta di «grammatica» che serve al mondo per affrontare questa discussione circa il suo stesso futuro” (Giovanni Paolo II, Discorso all’ONU nel cinquantesimo di fondazione).

“Si rende evidente l’ambiguità del progresso. La ragione del potere e del fare deve essere integrata mediante l’apertura alle forze della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana. Diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà. In caso contrario la situazione dell’uomo diventa una minaccia per lui e per il creato” (Spe salvi).

 

 



…affinché, secondo i principi del Vangelo, la vita dell’uomo divenga più umana

                                                            Messaggio dei Padri Conciliari all’umanità (20 ottobre 1962)

 

In questo senso, è possibile dire che, oggi, il contributo della Chiesa alla politica è di consolidare i fondamenti stessi della democrazia, sottolineando il valore della ragione umana per la conoscenza della verità e per il dialogo, e rafforzando la nostra riflessione e la nostra considerazione dei diritti umani, anche in funzione della dignità dell’uomo ed in vista del mantenimento della pace.



Nel 1962, Giovanni XXIII sottolineava soprattutto il rapporto tra la pace e la dottrina sociale, e quindi il legame tra la giustizia e la pace (Radiomessaggio dell’11 settembre 1962).

Anche oggi, secondo il Sottosegretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor Pietro Parolin, la dignità dell’uomo e la sua dimensione trascendente sono il motivo dell’esistenza e della missione internazionale di un’autorità morale sovrana indipendente dagli Stati com’è la Santa Sede (ZENIT, 28/11/07). E difendere la ragione umana significa anche difendere la dignità dell’uomo. L'Arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, ha ribadito, intervenendo, il 10 dicembre 2007, alla Sessione ordinaria del Consiglio dei Diritti dell'Uomo dell'O.N.U. in occasione dell'Anno Commemorativo del 60° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (Parigi, 10 dicembre 1948): "La dignità umana riguarda la democrazia e la sovranità, ma allo stesso tempo va al di là di queste. Essa esige da tutte le parti interessate l'adoperarsi a favore della libertà, dell'uguaglianza, della giustizia sociale per tutti gli esseri umani, nel rispetto della pluralità culturale e religiosa. Il fatto che noi condividiamo una dignità umana comune offre la base indispensabile che sostiene l'interrelazione e l'indivisibilità dei diritti umani, sociali, civili e politici, culturali ed economici".

“Il riconoscimento e il rispetto della legge naturale costituiscono un fondamentale presupposto per un’autentica pace” (Benedetto XVI). “Per creare una pace sicura e condivisa, vanno rispettati i diritti dei più deboli” (Bertone, discorso in Armenia del 05/03/08).

Ecco, dunque, l’attuale linea di spiritualizzazione della politica da parte della Chiesa oggi: la testimonianza alla verità e la difesa dell’uomo, della sua dignità, della sua ragione, dei suoi diritti. Si tratta, in poche parole, di rendere più umana la vita umana: questo è il contributo politico che possiamo attenderci dalla Chiesa, purché resti fedele, suo vero compito, al suo Maestro!

 

BIBLIOGRAFIA



Per i documenti della Chiesa Cattolica: http://www.vatican.va/phome_it.htm

G. de Bonfils, Omnes ... ad implenda munia teneantur. Ebrei curie e prefetture fra IV e V secolo, Cacucci, Bari 1998

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G. Cavalcoli, Teologi in bianco e nero, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2000

G. K. Chesterton, Ortodossia, Morcelliana, Brescia 1980

A. Del Noce, Fascismo e antifascismo. Errori della cultura, Leonardo, Milano 1995

T. S. Eliot, L’idea di una società cristiana, Edizioni di Comunità, Milano 1983

M. K. Gandhi, La forza della verità, vol. I, Edizioni Sonda, Torino 1991

J. Habermas, Tempo di passaggi, Feltrinelli, Milano 2004

A. MacIntyre, Dopo la virtù, Armando, Roma 2007; si veda anche: http://www.iep.utm.edu/p/p-macint.htm

Sh. Keshavjee, Il Re, il saggio e il Buffone, Einaudi, Torino 1998

C. S. Lewis, L’abolizione dell’uomo, Jaca Book, Milano 1979

M. Merleau-Ponty, Segni. Fenomenologia e strutturalismo, linguaggio e politica. Costruzione di una filosofia, Il Saggiatore, Milano 1967

L. Negri, Educazione alla ragione e nuova cittadinanza, ne Il Nuovo Areopago, 2/2007 (26), pp. 32-46

R. Pernoud, Medioevo. Un secolare pregiudizio, Bompiani, Milano 2001

K. Phillips, La teocrazia americana: i pericoli e gli orientamenti politici connessi a radicalismo religioso, petrolio e indebitamento nel 21° secolo, Garzanti, Milano 2007



R. Ruffilli, Il mito liberal-individualista, ne Il Mulino, 6/1972, pp. 998-1923

A. Strumia, La “questione” della ragione, ne Il Nuovo Areopago, 2/2007 (26), pp. 72-97 

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