La preghiera dei poveri e con I poveri Salmo 34



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12.11.2018
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La preghiera dei poveri e con i poveri
Salmo 34 (per la preghiera iniziale)

Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.

Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.

Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.

Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.


L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera.

Gustate e vedete com'è buono il Signore; beato l'uomo che in lui si rifugia.
Temete il Signore, suoi santi: nulla manca a coloro che lo temono.

I leoni sono miseri e affamati, ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.


Venite, figli, ascoltatemi: vi insegnerò il timore del Signore.

Chi è l'uomo che desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene?
Custodisci la lingua dal male, le labbra da parole di menzogna.

Sta' lontano dal male e fa' il bene, cerca e persegui la pace.


Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto.

Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.


Molti sono i mali del giusto, ma da tutti lo libera il Signore.

Custodisce tutte le sue ossa: neppure uno sarà spezzato.
Il male fa morire il malvagio e chi odia il giusto sarà condannato.

Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia.


Sir 3,30 - 4,10

L'acqua spegne il fuoco che divampa, l'elemosina espia i peccati.

Chi ricambia il bene provvede all'avvenire, al tempo della caduta troverà sostegno. Figlio,

non rifiutare al povero il necessario per la vita, non essere insensibile allo sguardo dei bisognosi.

Non rattristare chi ha fame, non esasperare chi è in difficoltà.

Non turbare un cuore già esasperato, non negare un dono al bisognoso.

Non respingere la supplica del povero, non distogliere lo sguardo dall'indigente.

Da chi ti chiede non distogliere lo sguardo, non dare a lui l'occasione di maledirti,


perché se egli ti maledice nell'amarezza del cuore, il suo creatore ne esaudirà la preghiera.
Fatti amare dalla comunità e davanti a un grande abbassa il capo.

Porgi il tuo orecchio al povero e rendigli un saluto di pace con mitezza.

Strappa l'oppresso dal potere dell'oppressore e non essere meschino quando giudichi.

Sii come un padre per gli orfani,



come un marito per la loro madre:

sarai come un figlio dell'Altissimo,

ed egli ti amerà più di tua madre.
INTRODUZIONE AL SIRACIDE

Il Siracide è un libro dell’AT poco conosciuto ma affascinante. E’ uno dei libri non considerati “ispirati da Dio” dagli ebrei (e di conseguenza dai protestanti), perché fino a pochi anni fa si pensava che non esistesse uno scritto originale in ebraico. La Chiesa cattolica invece lo ha sempre conservato nel Canone, perché si è basata sull’antica traduzione in lingua greca (all’epoca una lingua internazionale diffusa in tutto il Mediterraneo, un po’ come l’inglese oggi).

E’ un libro sapienziale. Ogni popolo antico aveva una sua idea di sapienza: mentre però la cultura greca cercava la sapienza nel mondo intellettuale (filosofia vuol dire amore della sapienza), per gli ebrei essa è l’arte concreta di vivere felici, in comunione con il Signore e con gli altri. La sapienza tocca tutti gli aspetti della vita e raccoglie l’esperienza di intere generazioni di credenti. Per questo motivo diversi libri sapienziali della Bibbia, tra cui il Siracide, sono scritti sotto forma di proverbi, con simmetria ed eleganza, in modo da poter essere memorizzati e tramandati. Non sono dei racconti ma delle raccolte di detti sui temi più disparati, dal matrimonio alla malattia, dalla vecchiaia all’educazione dei giovani, fino all’uso delle ricchezze. La sapienza proviene da Dio, è presente con Lui sin dalla creazione e quasi si confonde con Lui: è dunque altamente spirituale, ma allo stesso tempo di molto tangibile. Il Siracide fu scritto in epoca relativamente tarda rispetto ad altri libri dell’Antico Testamento, nel 180 a.C. e, pur ribadendo alcune posizioni tradizionali dell’interpretazione ebraica, sembra entrare talvolta in dialogo con la cultura greca ad esso contemporanea.
SPIEGAZIONE DEL BRANO

Colpisce come quasi all’inizio del Siracide ci sia questa riflessione profonda sul povero. Non sulla povertà in generale, non sui poveri come una categoria sociale. La Bibbia non li considera mai così, in astratto. Il brano inizia con una metafora semplice e ben costruita: il fuoco fiammeggiante è spento dall’acqua, così l’elemosina espia il peccato. Il peccato è come un fuoco pericoloso e difficile da contenere (l’idea della fiamma), eppure può essere cancellato, “coperto” dall’elemosina.

Bisogna sottolineare che l’atto di soccorrere il prossimo è espresso dal testo greco con la parola “elemosiùne”, la cui radice proviene da eleos, cioè compassione. Essa allude al sentimento che prova chi si commuove per la sofferenza altrui e gratuitamente si impegna ad alleviarla. Il primo a commuoversi per il dolore del suo popolo nella Bibbia è proprio Dio stesso. Una reazione che spesso, purtroppo, non viene corrisposta da parte del suo popolo con la gratitudine o l’obbedienza.

Nel testo ebraico però, troviamo un’altra parola, apparentemente diversa. Il termine ebraico è “tsedaqàh” che vuol dire letteralmente “giustizia”. Che c’entra con l’elemosina? Il testo ebraico sottolinea che soccorrere chi è povero non è un optional, un’azione che ci fa sentire più buoni o migliori, ma è piuttosto un atto obbligatorio, che deve riparare a quell’ingiusta differenza che c’è tra ricchi e poveri. Un vescovo dei primi secoli della Chiesa, San Basilio, affermava con severità: “All’affamato appartiene il pane che tu nascondi; dell’ignudo è il mantello che tu conservi nei tuoi armadi; dello scalzo i sandali che ammuffiscono presso di te; del povero il denaro che tu rinchiudi. Così tu commetti altrettanta ingiustizia quanti sono i poveri che avresti potuto aiutare”.

L’elemosina è un’assicurazione sul futuro, “sul tempo della necessità”. Sembra paradossale, ma la generosità e non l’accumulo per sé garantiscono la sopravvivenza. Già queste prime parole ci spingono a non sottovalutare il gesto dell’elemosina. Il vocativo “Figlio mio!” introduce nel vivo del brano e esorta all’ascolto attento verso chi istruisce come un padre paziente e saggio.

Seguono dieci comandi al negativo (NON+imperativo). Il numero non è casuale, vuole rimandare allo stile dei dieci comandamenti, dunque al cuore della fede nel Dio unico. Tuttavia qui gli imperativi insistono esclusivamente sul non rendere amara la vita e l’anima, lo spirito del povero. Corpo e anima, spiritualità e carità non sono slegate, ma un’unica dimensione della fede. Nel brano c’è una progressione in negativo, sottolineando più volte l’esasperazione di chi chiede un aiuto ma non è esaudito: evidentemente è forte in ogni uomo la tentazione di essere indifferente al dolore e al grido dei poveri. Pensiamo all’insistenza -che giudichiamo fastidiosa- dei mendicanti, ritenuti molesti o esagerati. Dietro tale atteggiamento spesso si nascondono storie di grande sofferenza, di abbandono, se non materiale (ma il brano stesso ci inviterà tra poco a non giudicare meschinamente) almeno dovute alla solitudine. Al centro del brano troviamo il massimo dell’amarezza, dell’esasperazione del povero, che maledice gli indifferenti: il Signore, a differenza di chi passa oltre, esaudisce la sua preghiera.

Ai dieci comandi negativi seguono, in questa seconda parte, dieci comandi positivi. Ai credenti vengono richieste gradualmente azioni che vincano l’indifferenza. Il brano sembra suggerire che non c’è bisogno di uno sforzo eroico o di scelte eclatanti (a volte immaginiamo che chissà quali risorse sono necessarie per aiutare i poveri, quindi ci tiriamo indietro pensando che tocca ad altri, più ricchi, preparati o meno impegnati di noi): si inizia rompendo la sordità delle nostre orecchie, spesso concentrate ad ascoltare solo noi stessi o il rumore attorno a noi. “Porgi il tuo orecchio al povero” è l’inizio di una rivoluzione che parte da se stessi. Viene in mente il cieco Bartimeo nel Vangelo di Marco, costretto a gridare più forte verso Gesù perché gli stessi discepoli lo volevano zittire (Mc 10, 46-52). Il secondo passo è “rendere un saluto di pace con mitezza”. Un altro gesto semplice, a costo zero, ma dirompente. Al povero basta non essere ignorato, considerato invisibile. Salutare un povero vuol dire ammettere la sua esistenza, diventarci amici, magari conoscerne il nome. Quanti anziani nelle case di riposo non hanno più nessuno che li saluti e li chiami per nome?

Il saluto è specificato come “di pace” e “con mitezza”. Avvicinarsi ai poveri disinnesca quel clima di rabbia e di violenza così diffuso nelle nostre società. Con la conoscenza personale del povero, nasce l’impegno per cambiare la situazione di oppressione e di ingiustizia che lo fa essere tale. Il giudizio meschino si evita conoscendo meglio e non per sentito dire la reale condizione di povertà in cui versano molti (i profughi o i disabili vittime di pregiudizi). L’ultima parte, sempre in crescendo, riconosce il legame di parentela stretta che si crea tra il credente e i poveri. C’è un forte contrasto tra chi è rimasto orfano, vedova (categorie senza diritti e senza protezione molto diffuse al tempo della Bibbia, ma anche oggi, se si pensa ai minori non accompagnati, alle donne vittime di violenza e di tratta) e la chiamata ad assumerne una paternità, un senso di protezione e di famiglia.



Solo riconoscendosi familiari dei deboli potremo farci riconoscere da Dio come suoi figli: qui addirittura si parla di maternità di Dio, del suo amore materno per chi si mette a servizio dei poveri. Un linguaggio che sarà assunto in pieno ed amplificato dalla predicazione di Gesù nei Vangeli.
SPUNTI DI RIFLESSIONE

Quali forme di povertà concreta ho notato nella mia zona? Quanto conosco i poveri che chiedono l’elemosina davanti alla mia chiesa? Oltre al generoso impegno degli operatori Caritas che cosa posso fare io come singolo e noi come parrocchia, movimento, associazione, confraternita per “porgere l’orecchio al povero”? Come si può manifestare di più nei momenti liturgici il legame profondo e un po’ trascurato tra la Chiesa e i poveri?

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