La preghiera del cuore



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22.12.2017
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la preghiera del cuore

primo incontro


Dal Vangelo

E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.(Mt 6, 5-8)
La preghiera è un grido che si leva al Signore; ma, se questo grido consiste in un rumore di voce corporale senza che il cuore di chi prega aneli intensamente a Dio, non c’è dubbio che esso è fiato sprecato. Se invece si grida col cuore, per quanto la voce del corpo resti in silenzio, il grido, impercettibile all’uomo, non sfuggirà a Dio. Quando dunque preghiamo, possiamo gridare a Dio o con la voce esterna (se così esige il dovere) o anche rimanere in silenzio; comunque, in ogni preghiera deve esserci il grido del cuore. Ora questo grido del cuore consiste in una grande concentrazione dello spirito, la quale, quando avviene nella preghiera, manifesta il profondo desiderio e l’ardore che sorreggono l’orante a non disperare del risultato. (Sant’Agostino)

Della preghiera del cuore ne parlano nella Filocalia i Racconti del pellegrino russo.

Due testi che suscitano molto interesse; eppure vi è un termine fondamentale davanti al quale molti rimangono perplessi; in essi si propaga la preghiera del cuore.

L’uomo tecnologico di oggi trova grandi difficoltà per dare al cuore, nel nostro vocabolario, un degno posto che in qualche modo sia comprensibile.

Tanto più gli sarà difficile descrivere in che cosa consiste la «preghiera del cuore». Si tratta di una attività umana irraggiungibile con i concetti scientifici che sono alla base della nostra civiltà.

Ma d’altra parte, nel subconscio, molti sentono che si tratta di qualche cosa che ci attira proprio perché è, come dice Berdjaev, ubicato nella sfera metalogica. È la sfera dove la tecnologia non arriva e dove si trova la regione di quel mistero che l’uomo moderno nega e dal quale, allo stesso tempo, si sente affascinato.

Per poterci intendere, dobbiamo attribuire ai vocaboli un certo significato comprensibile. Ci serve, quindi, una divisione schematica proposta da Teofane il Recluso, autore russo che può essere definito classico della spiritualità. Egli parte da un fondamento antropologico. L’uomo partecipa interamente all’atto della preghiera: può predominare, però, l’uno o l’altro elemento. Secondo la tradizione orientale, che è tricotomica, vengono distinti, come elementi essenziali del cristiano, il corpo, l’anima e lo Spirito Santo. Tutti e tre sono sempre, in qualche modo, attivi nell’orazione; non però, alla stessa maniera. L’orazione viene definita «corporale» (la specie più importante è la preghiera «vocale»), quando predomina il primo elemento visibile e udibile. Essa, al contrario è «spirituale» quando la voce dello Spirito supera tutto ciò che appare di umano. Essa è dono di alcuni momenti straordinari, privilegiati.

Ma, nelle condizioni normali, il ruolo decisivo nella preghiera spetta all’anima. In essa, però, distinguiamo tre facoltà principali: l’intelletto, la volontà, il cuore. E anche queste tre «facoltà» possono apparire più o meno predominanti.

Conosciamo, quindi, il tipo di preghiera intellettiva, riflessiva. La preghiera «attiva» è quella che si realizza su decisione della volontà, formando buoni propositi per la vita. Ma la più perfetta, secondo Teofane e tanti altri, è quella in cui predominano i «sentimenti del cuore».

«Quando pronunciate la vostra preghiera - scrive Teofane – cercate di fare in modo che esca dal cuore. Nel vero senso la preghiera non è altro che un sospiro del cuore verso Dio; quando manca questo slancio, non si può parlare di preghiera».

Ed un altro autore, B. Vyšeslavcev, nel suo opuscoletto Il cuore nella mistica cristiana e indiana scrive:

«Se la religione è una relazione personale con Dio, allora il contatto con la Divinità non è possibile altrove che nella profondità del mio io, nella profondità del cuore, perché Dio, come dice Pascal, è sensibile al cuore».

Allora il cuore non può significare una o altra facoltà umana, ma vi si concentra tutta l’attività spirituale dell’uomo, Il cuore dice l’uomo intero, nella sua integrità umano divina, vi collaborano le forze del corpo e dell’anima e vi risiede lo Spirito Santo come nel suo «trono».

Una tale unità della persona umana può essere considerata sotto diversi punti di vista. Come chiamarli?

Se chiamiamo l’uno «statico», l’altro sarà «dinamico».

Come «statica» si può considerare la collaborazione di tutti i componenti della persona nel determinato momento. Nella preghiera l’uomo deve involgere tutte le facoltà: la memoria, l’intelletto, la volontà, l’affetto, la posizione del corpo. Per illustrare questa verità Teofane si serve di una metafora prestata dal teatro: quando un autore recita la sua parte fuori della scena, la sua interpretazione perde molto di efficacia. Così accade, quando la preghiera si riduce alla recita vocale e alle riflessioni intellettuali e non coinvolge l’uomo intero, cioè non esce dal cuore. Ma la vita umana costituisce unità anche attraverso il corso della vita. I singoli atti, anche se perfettissimi, passano presto. La perfezione non può consistere in questi atti isolati, bensì nella disposizione stabile del cuore da cui provengono. Ogni virtù si definisce come disposizione stabile, tanto più tale deve divenire la preghiera, quando il cuore umano batte all’unisono con lo Spirito che vi risiede.

Soltanto allora possiamo avere una certa sicurezza della salvezza, che è una pregustazione, anche se mai in maniera assoluta, dell’eternità nelle vicende della nostra vita che sfugge. Sembra strano: «Vi è forse un organo più fragile del cuore? - scrive ancora Teofane – Eppure nulla è più stabile di ciò che esce dal cuore; quando i comandamenti di Dio sono fissi nel cuore, il loro adempimento è sicuro».

Ma allora si pone una domanda: abbiamo coscienza dei nostri atti e possiamo giudicare il loro valore morale. Invece il cuore resta un mistero, è la parte nascosta dell’uomo, quella che solo Dio conosce. Lo possiamo conoscere in qualche modo anche noi stessi? Gli autori rispondono: a seconda del grado della sua propria limpidezza, il cuore ha un’intuizione diretta di sé.

Secondo Teofane la nozione di cuore include proprio questa forma di conoscenza integrale e intuitiva sia di sé stessi sia degli altri e anche di Dio. Si tratta dei «sentimenti del cuore». La loro infallibilità, la loro utilità per l’unione stabile con Dio dipenderanno dunque dalla purezza del cuore stesso.

«Fare attenzione al cuore» è una espressione molto comune nella spiritualità. Ma anche questa attenzione dimostra diversi aspetti.

Possiamo schematizzarli in tre punti:

il primo si può chiamare «negativo» a differenza dell’altro «positivo», ed infine il terzo «contemplativo».



  • L’attenzione negativa concentra gli sforzi umani alla purezza del cuore, e questa, nelle esortazioni degli asceti, occupa il posto più ampio. Il peccato ha dissipato le forze che dovrebbero essere concentrate nel cuore in un’armonia perfetta. L’attenzione alla purezza del cuore significa quindi lo sforzo a restaurare l’unità della persona umana, escludere ciò che gli è estraneo: i peccati, le passioni, ma specialmente i loro «semi» - pensieri malvagi.

L’attenzione negativa è difensiva.

  • Questa è immediatamente seguita dall’attenzione positiva: al coltivare le virtù nel giardino del cuore, e fra queste in primo luogo la regina di tutte le virtù, la carità.

  • L’attenzione contemplativa segue dalle precedenti. Dio è carità (1Gv 4,8.16). Allora chi ama conosce Dio per mezzo della carità.

Scrive Teofane: «C’è nell’uomo spirituale che ha abbandonato il peccato e si è convertito a Dio una simpatia col mondo spirituale», una parentela tra Dio e l’uomo. Fare attenzione alla voce di questa «connaturalità», ai pensieri che essa ispira, significa percepire i misteri divini quali sono in noi, come entrano nella nostra vita, ascoltare Dio che parla nel cuore.

Gli autori siriaci esprimevano questo stato con la metafora della fontana: quando è pura, riflette il cielo. Uno di essi, Martyrius Sahdona, vi aggiunge questa spiegazione: «L’aria sensibile diverrà presente al respiro dei nostri sensi esteriori forse meno di quanto lo Spirito Divino diverrà intimo al nostro cuore, alitandovi senza posa il suo ricordo, restando maggiormente in noi».

Ritornare al cuore-. è l’ideale dei grandi autori spirituali dell’Oriente e anche dell’Occidente. Ma ciò significa anche ritornare alla Bibbia stessa, alla sua spiritualità. Paul Claudel scrive: «Inveni cor meum! dice il Profeta. Ho trovato il mio cuore! Che scoperta! Mio cuore! niente di meno che il mio cuore! niente di meno che il nodo della mia persona. Qualche cosa che esisteva prima di me, qualche cosa nel mio petto che continua la pulsazione di Adamo. Qualche cosa che sa più di me stesso e chiede di essere interrogato diversamente che con le parole. Qualche cosa che in mezzo a noi è incaricata della cura dell’essere, che dell’essere si interessa e ci risponde. Qualche cosa che compariamo meglio a un Roveto ardente, a quel Roveto che brucia senza consumarsi».(da alcuni testi di Spidlik, s.j.)

COME INCONTRARE CRISTO

NASCOSTO NEL CUORE

Dürckheim, un grande pensatore e psicoterapeuta contemporaneo, scrive “Bisogna convertirsi al Cristo nascosto nel cuore (...). L’uomo può diventare libero solo attraverso la scoperta di Dio nelle profondità del suo essere”

.

Un altro pensatore contemporaneo, il russo B. Vyšeslavcev dice che il restare in superficie è la grande tentazione che porta praticamente all’ateismo, mentre:“Solo nella profondità del proprio «SÉ», nel profondo del cuore, è possibile un contatto reale con Dio, un’autentica esperienza religiosa, senza la quale non c’è una vera religione, una vera etica”



.

Nel Deuteronomio leggiamo: ”Mosè disse: questo comando che oggi ti do non è troppo alto per te, né troppo lontano da te,(...). Anzi, questa Parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica” (Dt 30,11.14).

Nella Bibbia la parola cuore (lev, levav) torna ben 797 volte. Evidentemente tocca un primato! Solo dieci volte questo termine significa nel testo sacro l’“organo del corpo”; tutte le altre volte il cuore è visto come la sede profonda dell’uomo: presiede alla sua vita interiore e lo muove a conoscere, amare, sentire,ricordare, decidere. È in esso che risiede l’autenticità dell’uomo e la sua fedeltà a Dio (cfr. 1Re 11, 3-4).

La pienezza della vita, sotto il profilo psicologico e soprattutto spirituale, risiede dunque nel cuore, dove è il nostro «Sé», quella realtà profonda e misteriosa di noi che è “immagine e somiglianza di Dio”, quella realtà dove, in definitiva,risiede e agisce lo Spirito stesso del Signore.

“Il cuore, in senso biblico - è il centro dell’essere, là dove l’uomo dialoga con se stesso (Gen 17,17;Dt 7,17), gestisce la propria libertà, assumendo le sue responsabilità, si apre o anche si chiude a Dio; è la fonte della sua personalità cosciente e libera,il centro delle sue scelte decisive, della legge non scritta (Rm 2,15), della presenza misteriosa di Dio che lo sta amando”

.L’invito agostiniano: “Ritorniamo al cuore” è estremamente attuale. È l’invito ad abbandonare la sfera così perniciosa della superficialità, per contattare quelle profondità interiori che, se purificate e rinnovate dallo Spirito Santo,portano a incontrare Gesù il Salvatore, e a recepire il mistero di Dio come risposta d’amore alla nostra più profonda sete esistenziale. Vivere di più al centro di sé, vivere a partire dal proprio cuore, incontrare Dio nel cuore e cercare anche negli altri il mistero dell’“uomo nascosto nel cuore” (1Pt 3,4) non coinciderà certo con l’abbandono dell’azione, per velleitarie mire di spiritualità intimistica e disincarnata!

Al contrario, sperimenteremo che, proprio rispettando e vivendo il primato dell’interiorità, la nostra azione tra la gente sarà potenziata da quella luce e da quella energia che Dio stesso, contattato il più

frequentemente possibile al centro del nostro cuore, ci comunicherà. I Padri la sapevano lunga al riguardo e insegnano ancora: “Com’è impossibile che colui che guarda fisso il sole non ne riceva vivo splendore negli occhi, così chi sempre si piega verso il cielo del cuore non può che essere del tutto illuminato”(Esichio di Batos).


I padri antichi, del deserto, fuori da ogni esteriorità, ebbero una profonda conoscenza del cuore umano e intuirono che le grandi domande su Dio sono correlate a quelle che l’uomo si pone su sé stesso. Non si può conoscere Dio senza conoscere noi stessi. E la radice di questa conoscenza è nel cuore. “La religione ha la sua origine e il suo significato nel cuore dell’uomo. Ecco perché quando la struttura e le modalità esteriori perdono di senso e non soddisfano più, l’unico modo per uscire dalla crisi è il ritorno al cuore dell’uomo. La realtà sublime e misteriosa che chiamiamo Dio, dev’essere cercata anzitutto e specialmente nel cuore dell’uomo (…) Solo se la troviamo lì non potremo perderla”

Proprio se ci assumeremo il diuturno impegno di vivere a partire dal nostro cuore abitato da Dio e plasmato dalla Sua Parola, diverranno operanti in noi i doni dello Spirito. Essi ci daranno di conoscere veramente i destinatari della nostra missione in questo “oggi” della storia e “le profondità recondite dell’odierno cuore desertificato e impaurito, ne sia cosciente o no, dall’affermarsi di una cultura nichilista”

Solo se conosceremo il cuore della gente, potremo comunicare quello che, nel cuore e dal cuore, diventa vita umano-divina.

Come non nominare la kardiognosìa (la conoscenza del cuore): una chiaroveggenza che, secondo molti autori spirituali, non è miracolosa ma deriva proprio dal fatto che “i puri di cuore” vivono una grande trasparenza interiore?

È questa caratteristica che dà loro la possibilità di leggere nel cuore dell’uomo e di orientarne meglio le scelte secondo lo Spirito. Un autore orientale afferma: “Dio stesso è un cuore che abbraccia tutto. Solo al cuore è possibile captare il segreto dell’universo (…) così, dunque, è il cuore che coglie il senso di Dio, degli uomini, degli animali e dell’intero cosmo” .




Esercizi
Eseguiamo alcuni esercizi, che impariamo, per poi ripeterli per conto nostro nei giorni successivi.

Per fare bene qualsiasi cosa, bisogna esercitarsi ed imparare. Siamo convinti che per pregare non dobbiamo imparare niente, ma la preghiera si impara.

La preghiera vera è quando il Signore viene a visitarci e prega in noi: è la preghiera mistica.

Tutti gli altri sono tentativi di preghiera, tentativi di metterci in comunione con il Divino.

Ĕ meglio pregare con il Rosario Mariano, con quello per le Anime del Purgatorio, con quello della Divina Misericordia? Ci sono tanti modi di pregare.

Gli esercizi di preghiera, che stiamo per fare, per la diversità, rispetto al nostro modo di pregare, ci possono mettere in guardia, in soggezione, ma sono importantissimi.

La nostra preghiera spesso è mentale e arriviamo ad essere stanchi senza riuscire a pregare davvero; ripetiamo qualche formula e nutriamo sempre la mente.

Per noi occidentali tutto dipende dalla mente: noi ci consideriamo una mente con il corpo, non un corpo con una mente. Pertanto cerchiamo sempre di nutrire la mente, sempre affamata. La preghiera si riduce così a una ripetizione di formule.

La preghiera, invece, è un incontro con il Divino.

Con questi esercizi possiamo anche non incontrarci con il Divino, come del resto può avvenire quando recitiamo il Rosario.





Esercizi che fanno capo al respiro.
L’esercizio base è quello che hanno insegnato a Pitagora alla Scuola Egiziana.

Alcuni testi dicono che sono gli stessi esercizi che Gesù ha fatto nel deserto.

Si basano, indipendentemente dalla giaculatoria, sulla padronanza del respiro. Il respiro è già preghiera ed è presenza di Dio. In Genesi 2, 7 si legge: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne essere vivente.”

Sappiamo che nel giorno di Pentecoste Gesù soffiò il suo Spirito e noi siamo diventati esseri viventi in maniera spirituale.

“Chinato il capo, spirò.” Gesù consegnò lo spirito, consegnò il respiro.

Il respiro ci aiuta a conoscere chi siamo dentro.

Proverbi 20, 27: “Il respiro dell’uomo è una fiaccola del Signore che scruta i segreti nascosti del cuore.”

Questo respirare, questo andare nel cuore ci aiuta a capire quello che veramente siamo, indipendentemente da quello che noi crediamo di essere con la mente.

Questo respiro ci aiuta a capire i segreti di Dio. Leggiamo in 1 Corinzi 2, 11: “Chi conosce i segreti dell’uomo, se non il respiro dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere, se non lo Spirito (il respiro) di Dio.”

Ci sono, poi, passi di altri maestri. Ne cito uno: “IL respiro è la chiave della vita, la padronanza del respiro doma tutte le passioni, conquista la serenità, prepara la mente alla meditazione e risveglia l’energia spirituale.”




La respirazione della quale noi parliamo è la respirazione consapevole, circolare, che elimina le pause. Tutte le nostre paure sono nascoste nelle pause. Se eliminiamo le pause, portiamo a galla le nostre paure.

La respirazione circolare è difficile, perché abbiamo sempre bisogno delle nostre paure, delle nostre morti.
1. La respirazione a fisarmonica facilita le esperienze sottili e il relax; è un respiro più profondo e più lento.
2. La respirazione a mantice è più veloce. Favorisce esperienze intense e ricarica.
3. La respirazione a cagnolino, quando abbiamo un pensiero fisso che ci tormenta, può alleviare il dolore.

Quando si fa una corsa e abbiamo bisogno di energia, respiriamo a cagnolino. Questa respirazione libera la mente, è meno profonda e più veloce.

L’energia viene dal respiro.



MODI DI RESPIRARE







“Fisarmonica”
Esperienze

sottili
Relax



Più profondo


Più lento







“Mantice”
Esperienze
intense
Ricarica

Più profondo



Più veloce







“Cagnolino”


Analgesia

Mente + libera




Meno profondo

Più veloce

Pitagora si presenta alla Scuola Egiziana per iscriversi. Non lo accolgono subito, ma gli dicono: -Prima di iscriverti, devi fare per 40 giorni gli esercizi che ti chiediamo.-



Pitagora se ne va, replicando: - Sono venuto per la conoscenza, non per una sorta di disciplina.-

Le autorità della Scuola gli rispondono: - Non possiamo darti la conoscenza a meno che tu sia diverso. Nessuna conoscenza è tale, se non è vissuta e sperimentata; perciò dovrai fare 40 giorni di digiuno, respirando continuamente in un determinato modo, con una particolare consapevolezza in determinati punti.-


Pitagora, alla fine, volendo iscriversi a questa Scuola, fa 40 giorni di digiuno e di respirazione in una determinata maniera.(Ai tempi di Gesù questa pratica era conosciuta)

Dopo 40 giorni, Pitagora si presenta alla Scuola e dice: - Non state ammettendo Pitagora. Sono un uomo diverso. Sono rinato. Avevate ragione e io avevo torto, perché, prima, il mio punto di vista era intellettuale. Con questa purificazione, il centro del mio essere è cambiato: dall’intelletto è sceso al cuore. Ora posso sentire le cose; prima di questo addestramento, potevo capire solo con l’intelletto, solo con la testa. Ora posso sentire. Ora la verità non è più un concetto per me, ma vita. Non sarà una filosofia, ma piuttosto un’esperienza, sarà esistenziale.-




1° esercizio: LA CONCENTRAZIONE

L’attenzione fra le sopracciglia:

lascia che la mente preceda il pensiero,

lascia che la forma si riempia con l’essenza del respiro fino alla sommità della testa e da lì piova come luce.
Sono 4 momenti:

1. L’attenzione fra le sopracciglia.

Il primo momento consiste nel chiudere gli occhi e cercare la ghiandola pineale, cercare l’occhio spirituale, shivanetra nelle altre religioni,che ha un certo magnetismo. Quando gli occhi lo trovano, sono attratti, sono presi e cominciano a fissare l’attenzione, che talvolta può scemare. Serve una pratica costante.
2. Lascia che la mente preceda il pensiero.

Noi siamo dominati dalla mente, dalle nostre passioni. Quando fissiamo l’occhio spirituale, a poco, a poco, in questa respirazione circolare, lasciamo che i nostri pensieri passino. Dobbiamo diventare testimoni dei nostri pensieri. Vediamo i nostri pensieri come in un film, come nuvole che passano nel cielo; non ci identifichiamo più con i nostri pensieri.

Di solito, se si ha un pensiero di rabbia, diventiamo tutta rabbia; se si ha una malattia, diventiamo tutta malattia..., perché ci identifichiamo con i pensieri.

Se, invece, noi riusciamo a fissare la nostra attenzione nell’occhio spirituale, ci distanziamo dai pensieri, diventiamo testimoni della nostra vita e tutto cambia. Io sono sano, con una malattia. Io sono una persona felice con una arrabbiatura. Nessuno ci può rubare la gioia, ma spesso noi siamo dominati dalla mente, che la fa da padrona e non viviamo con il cuore.

Se riusciremo ad eseguire questo esercizio giornalmente, cominceremo a distanziarci da tutto quello che ci impedisce di vivere nel cuore.
3. Lascia che la forma si riempia con l’essenza del respiro fino alla sommità della testa.

Come terzo momento cerchiamo di sentire l’essenza del respiro. Noi respiriamo l’aria che, secondo la scienza, è composta da idrogeno, ossigeno e gas combinati. Questa tecnica ci dice che l’aria è soltanto il contenitore. Nell’aria c’è questa energia che Wilhelm Reich, psicanalista austriaco, chiama “Energia orgonica”. Nell’aria c’è il prana, una determinata energia che energizza il nostro corpo, il nostro spirito. L’aria, che entra nei polmoni, purifica il sangue. Attraverso il respiro, durante la Preghiera del cuore, noi attingiamo energia, che converge nella centralina del cuore per la nostra vita spirituale. Questa energia, che noi assumiamo, dovrebbe salire e riempire la nostra testa. Molte volte viene visualizzata come energia bianca, che serve per farci affrontare determinate situazioni.


4. Da lì piova come luce.

Il quarto momento consiste nel lasciare che questa luce bianca scenda su di noi. Ci riempiamo di forza, non perché diventiamo imbattibili, ma diventiamo Amore. Quando riusciamo in questo esercizio, sentiamo l’energia che penetra in noi e ci sentiamo Amore.

Sperimentiamo la pacificazione interiore.
I maestri, che propongono questo esercizio, dicono che debba durare dai 50 ai 60 minuti.

Questo particolare ricorda Gesù che dice: “Non siete capaci di vegliare un’ora sola con me!”

Il Signore ci fa scoprire determinati esercizi, quando ne abbiamo bisogno.

Ci sono mezzi spirituali che ci aiutano a vivere con forza la nostra vita.

Vi consiglio di eseguire questo esercizio per un’ora, da seduti o sdraiati. Da sdraiati facilita la respirazione.

Nella respirazione consapevole circolare, senza pausa, potrà venirvi ansia, quell’ansia che abbiamo dentro, e potrà capitare di sentirsi tirare gli arti. Ĕ una reazione del corpo. Se vi capita, significa che avete eseguito bene l’esercizio.





2° ESERCIZIO “IO SONO QUI”
Il testo seguente aiuta, insieme con la posizione del corpo e con la respirazione, a raggiungere la disposizione d'animo fondamentale necessaria alla meditazione. Le ultime parti possono anche servire come vera e propria meditazione. Questo esercizio va ripetuto spesso. Se ne possono con giudizio omettere o scegliere delle parti. .

a) Sono qui in pace ... Ogni rumore va spegnendosi come le onde su un calmo lago alpino quando vi si getta, un sasso sempre più ampie, sempre -più tenui... allora l'acqua è liscia e calma lo ... sono ... del tutto ... calmo ...

b) lo ho tempo ... Nulla mi incalza ... non h niente da fare ... Il tempo non scorre,si è fermato ... è come, una grande ampia campana d'aria ...

c) Sono indisturbato in uno spazio di libertà ... Sono esonerato da tutto ... il passato è lontano. .. chiuso come da una spessa porta imbottita ... il futuro è lontano lontano, irraggiungibile, chiuso dà una porta impermeabile ... In questo spazio di libertà io sono indisturbato ... posso essere me stesso .... assaporo questa situazione .. , (neppure i miei vicini mi disturbano; anch'essi come me cercano il silenzio.; mi aiutano con la loro pace ... ) . .

d) Sono, raccolto in me stesso. Nulla è fuori di me Tutti i pensieri sono confluiti in questo spazio ... presso di me ... in me Mi avvicino sempre di più a me stesso ... non' concentrato, che sarebbe volontarismo ... ma con naturalezza e calma tutto si raccoglie in me ... Sono sempre più presso me stesso ... nel mio corpo .... nel mio profondo ...

e) Sono disteso e sciolto .

Mi rilasso tutto: la fronte è sciolta e piana ... nessuna ruga di pensosità in mezzo alle sopracciglia, nessuna ruga trasversale ... è come .se una mano buona le avesse cancellate. Rilasso gli occhi, le guance, sento il loro peso 1eggero ... Rilasso la zona delle mascelle .e della bocca; .. sul volto non c'è curiosità ma piuttosto un sorriso ... Rilasso le spalle ... l'omero destro ... sento il peso dei muscoli ... Rilasso l'avambraccio ... la mano destra ... Lo stesso a sinistra ... Tutto è disteso e sciolto ... Adesso il petto ... il ventre ... i fianchi.; l'addome ... il bacino.:. i glutei... l'arteria femorale .. , anche qui i muscoli si afflosciano ... altrettanto vicino alle gambe ... i piedi:,; le dita dei piedi… tutto è rilassato…disteso…

Mi rilasso spiritualmente. Nessuna pressione è su di me ... nessuna paura ... nessuna preoccupazione ... nessuna inquietudine ... nessuno sforzo di volontà ... nessun sentimento del dovere ... nessuna maschera ... nessuna difesa e irrigidimento ... nessuna esibizione ...

Mi rilasso interamente ...

Rilasso anche il respiro ... può andare come vuole ... si repira in me ..Ora tutto in me è rilassato, disteso, sciolto.

f) Sono interamente presente ... Il mio corpo è qui; lo percorre da capo a fondo ... Lo sento presente simultaneamente in tutte le su parti….

Tutto il mio essere è presente, non solo il mio corpo ... lo, irripetibile ... uomo, donna ... lo con le mie qualità ... con la mia storia ... con tutto ciò che ho vissuto ... tutto ciò che è passato in me .. .le mie riuscite ... le mie sconfitte ... con le mie nostalgie, con le mie possibilità... con le mie istanze ... tutta la ricchezza del mio io ... Il mio profondo è presente ... non solo la piccola zona di cui sono consapevole... Mi rendo sempre più presente con il mio profondo, con il mio profondo abissale ...

. (Sono presente con i miei legami e le mie radici con la creazione ... nelle persone di fiducia ... in Dio ... Sono radicato in una pienezza, ed essa fluisce in me ... )

Con tutto questo sono presente, non appisolato ma sveglio 'e vivo ...aperto e disponibile... Così sento la mia pienezza ...

g) Rimango nella pienezza. Nulla è rimosso ..Io… posso ... essere,qui tutto intero ... lo... sono qui... tutto intero È bello ... Io sono una pienezza la lascio affiorare senza riserve ... rimango in essa.




3° esercizio: La meditazione attraverso la musica

«La fede giunge dall’ascolto »: le parole dell'Apostolo Paolo mettono in risalto non solo il valore intrinseco del messaggio, ma anche l’importanza che esso venga ascoltato.

Di un messaggio, sia esso subito interpretabile o richieda una riflessione, percepiamo immediatamente il tono e le singole parole che arrivano fin dentro di noi: nell’anima, ne cuore, nei nostri nervi.

Perciò si può tremare ascoltando un messaggio; si può vibrare udendo una musica; si può venir scossi fin nell'intimo da una. parola; si può impallidire, impietrire, essere profondamente colpiti da una notizia.

Sulla possibilità dell'uomo di essere impressionato dalle parole e dai suoni si basa la “meditazione musicale ». ,

La musica ha per lo più un effetto tranquillizzante e accade che, completamente decentrati, si incominci a fantasticare.

L'abbandonarsi al sentimento può impressionare profondamente, ma ha poco a che vedere con la meditazione, poiché manca di un rapporto vivo con il Tu Assoluto.

Per la riuscita di questo esercizio è quindi necessaria la concentrazione religiosa.

ESERCIZIO PRATICO

• Sarebbe bene che lasciassi la tua camera in penombra, oppure, di notte, che tenessi accesa solo una candela. Poi metti un disco, siediti, magari sul pavimento, ed ascolta, rilassato ma- allo stesso tempo con interesse, la musica. Ti accorgi di diventare sempre più calmo, di respirare. lentamente, di entrare in te stesso, di vivere nel respiro e nel battito del cuore.

Ti scopri consapevole di te stesso: lo sono io. Ascoltando la musica ti può capitare di chiederti che cosa ha voluto esprimere l'autore con questo brano, quali esperienze lo hanno spinto a comporlo. Ma presto giungi alla consapevolezza: Dio è accanto a me, Dio è con me, Dio è in me,

La musica agisce come una zattera che ti porta lentamente, come un aliante con cui vaghi tra le nuvole, come una casa in cui ti senti protetto, come una mano che si posa sulla tua spalla.

La musica agisce sull'anima. La pienezza della musica, da Mozart ai Pooh, dai corali ai concèrti per organo, dalle cantate di Bach alle' sinfonie, fa nascere magicamente in te sentimenti diversi. Col tempo scoprirai non solo di avere una musica preferita, ma che essa ha su di te un effetto lieto o triste.

E’ un'esperienza di preghiera. Scegli la musica secondo quanto desideri esprimere: la gioia per un avvenimento, una preghiera di ringraziamento, la vicinanza di Dio ...

Suonando il pianoforte, il violino o la chitarra, cantando una semplice melodia o interpretando liberamente una canzone, puoi giungere ugualmente al Tu Assoluto.

Qualcosa in te si muove: tu stai pregando. Vivi le parole di Sant'Agostino: «Chi canta, prega due Volte ».



4° ESERCIZIO: Sapersi meravigliare

Noi uomini viviamo in un mondo che in gran parte è opera nostra. Esso ci ubbidisce. Giriamo l'interruttore e la lampadina si accende, diamo gas alla moto e subito la lancetta del tachimetro sale da 50 a 80, facciamo esperimenti in laboratorio ed otteniamo il risultato previsto.

Se in questo mondo tecnologico qualcosa va storto, ci giustifichiamo dicendo che è difetto di materiali od incompetenza di uomini.

Un mondo d'interruttori, di pulsanti, di relais accentua il pericolo di perdere il contatto con le cose vive.

Anche noi uomini corriamo il rischio di considerarci più robot che organismi viventi.

Il prossimo esercizio aiuta a ritornare gradualmente, ma decisamente, in quel mondo misterioso da cui la società attuale ci sta estraniando.


ESERCIZIO PRATICO

• Scegli un fiore che ti piace: un crocus od un anemone in primavera, una rosa od una genziana in estate, un colchico od un aster in autunno, un ciclamino od una rosa di Natale in inverno. Tienilo in mano o mettilo in un vaso davanti a te.

Ora osserva con attenzione questo fiore.

Nota la sua forma: foglie, calice, stelo. Definisci il suo colore: rosso o giallo, blu chiaro o scarlatto. Senti il suo profumo: dolce, agre, amabile, forte o misterioso. Tocca la morbidezza dei suoi petali ed osserva i granelli dorati di polline. Guardi il tuo fiore e... ti meravigli...

Tommaso D'Aquino ha" detto: «La meraviglia è desiderio di sapere». Ora, solo quando provi desiderio di sapere ti rendi conto di quanto poco sai. Diventi pensieroso, rifletti sul tuo fiore che, rosso e profumato, sta davanti a te.

Alla fine dell'inverno, quando la neve si scioglie, il fusto di una rosa appare spoglio e legnoso. Poi spuntano germogli rossicci -r-- il sole lo ha ordinato -, si rafforzano, mettono foglie e boccioli che crescono carichi di petali e profumo, finché un giorno il fiore si apre.


I petali, dapprima chiusi come in un guscio, si spalancano e risplendono al sole.

Che cosa scopri vivendo questo «miracolo»? Che cosa non sai? Chi ha ordinato: «Fiorisci»? Chi ha me scolato gli aromi che compongono il profumo? Chi ha detto al fiore di volgersi continuamente verso il sole che sorge e che tramonta? Chi chiude di notte la sua corolla per proteggerlo dal freddo?

Domande su domande ...

• Allo stesso modo puoi riflettere su un fiore molto più modesto: una margheritina. In botanica viene chiamata « bellis perennis ». D'estate fiorisce a migliaia nei prati, e ognuna è un miracolo, poiché l'uomo non riuscirà mai a produrre artificialmente questo piccolo, quasi insignificante fiore. Sebbene l'uomo sia arrivato sulla luna, di fronte ad esso la sua intraprendenza e la sua tecnologia sono inutili.

.La natura, con il suo ordine e le sue leggi, desta interrogativi, sorpresa, meraviglia.

Imparare a meravigliarsi, ad interrogarsi, ad entusiasmarsi, a sorprendersi significa imparare a diventare uomo.

Devi scuoterti dalla tua indifferenza e provare, come nell’infanzia, una infinita curiosità.

5° ESERCIZIO: SULLA VOLONTA’

L'aspetto centrale del lavoro sulla volontà, consiste nel decidere ciò che vogliamo fare e come farlo: anziché agire secondo impulsi, desideri e tendenze, cerchiamo di agire dal nostro centro. 

Ci domandiamo qual'è il nostro scopo principale di ora e poi decidiamo di raggiungerlo; deliberiamo su come agire nella maniera più efficace possibile e individuiamo tutto ciò che può facilitare questo compito; infine, ci lanciamo risolutamente nell'azione, affrontando con fermezza e intelligenza gli ostacoli che ci si parano davanti. 
Nel contempo, ci manteniamo abbastanza flessibili, così da cambiare i nostri piani se ce n'è bisogno, non preoccupandoci troppo di tutta quanta la faccenda e senza trascurare il piacere per ciò che stiamo facendo. 

Questo esercizio può aiutare nell'allenare la volontà, per raggiungere un obiettivo:


1. Eseguo per 5 minuti un esercizio di rilassamento (training autogeno o altro).

2. Penso a quali sono gli scopi principali della mia vita di ora. Penso ad una lista dei vari obiettivi che mi vengono in mente, astratti e concreti, difficili e facili, lontani e vicini. Qualsiasi scelta di questi obiettivi può andare bene, dall'autorealizzazione allo sviluppare una migliore relazione con una data persona o all'apprendimento di una nuova lingua. L'importante è che:


  • l'obiettivo sia importante per me;

  • l'obiettivo sia un vero scopo e non solo una possibilità pensata a caso, una speranza impossibile o un'autoimposizione.

3. Ora scelgo ciò che in questo momento mi sembra l'obiettivo più importante della mia lista.

4. Lascio che emerga spontaneamente un'immagine che simboleggia questo scopo per me. Può essere l'immagine di qualsiasi cosa: un oggetto naturale, un animale, una persona.

5. Immagino ora che davanti a me ci sia una lunga strada diritta e sgombra, che arriva direttamente in cima ad una collina. Sulla cima posso scorgere, da lontano, l'immagine che ho scelto per simboleggiare il mio obiettivo.

6. Da entrambi i lati della strada, posso vedere e sentire la presenza di persone, cose, o altro, che tentano di distogliermi dal mio cammino e di impedirmi di raggiungere la cima. Questi possono fare qualsiasi cosa, eccetto una: non possono ostruire il mio cammino, che rimane sempre sgombro davanti a me. Queste persone, cose, o altro, rappresentano un po' di tutto: situazioni varie, persone, obiettivi secondari, stati d'animo e dispongono di un gran numero di strategie volte a distogliermi da ciò che mi sono proposto: cercheranno di scoraggiarmi, di spaventarmi, mi daranno magari degli alibi per non proseguire, cercheranno di farmi sentire in colpa.

7. Io procedo sul cammino. Prendo un po' di tempo per studiare la strategia di ognuna di queste persone, cose, o altro, e per sentire l'influsso che ha su di me; a volte mi soffermo anche in un dialogo immaginario con esse, ma poi proseguo, e facendo questo, sento la mia volontà all'opera.

8. Raggiunta la cima, mi concentro sull'immagine che simboleggia il mio obiettivo, e cerco di capire che cosa questa immagine significa per me, che cosa ha da comunicarmi ora.

9. Quando lo ritengo opportuno, lentamente, riapro gli occhi.


(Tratto da "Crescere. Teoria e pratica della Psicosintesi" di Piero Ferrucci, ed. Astrolabio)









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