La Preistoria



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BREVE STORIA DELLA BASILICATA

di Palma Fuccella


La Preistoria






I primi segni di frequentazione umana rinvenuti in Basilicata si fanno risalire al Paleolitico inferiore, periodo in cui i territori in prossimità dei fiumi e dei bacini lacustri costituivano l'habitat ideale per l'Homo Erectus e le sue attività vitali di caccia e raccolta. Le testimonianze migliori di questa prima fase di civiltà sono emerse a Venosa dove nei pressi di antichi specchi d'acqua sono stati ritrovati anche i resti di specie faunistiche oggi estinte, come l'elefante e il rinoceronte, e sopravvivenze di lontanissime specie terziarie come il machairodus o tigre dai denti a sciabola.1

Ma sono le pietre millenarie a trasmetterci tenaci frammenti di vita preistorica, gli utensili per la lavorazione, come la Punta Musteriana ritrovata a Pane e Vino, fra Tursi e Policoro, oppure i ciottoli decorati con incisioni geometriche, segni di una scrittura embrionale a noi sconosciuta ed indecifrabile, rinvenuti nella grotta dei Pipistrelli ed in quella Funeraria di Matera. Tra il 25.000 ed il 15.000 a.C. nei lunghi e glaciali inverni del continente europeo, le caverne costituivano il miglior rifugio dell'uomo; proprio sulle pareti di quei remoti anfratti sono state ritrovate le prime raffigurazioni del mondo preistorico, i segni incisi o dipinti, di gruppi di cacciatori-raccoglitori, che rappresentavano animali o figure astratte, disegni-messaggio misteriosi e straordinariamente vivaci. In Basilicata sono emersi diversi rifugi preistorici: le grotte di Latronico e di Pietra della Mola a Croccia Cognato (Accettura) e il riparo di Tuppo dei Sassi presso Filiano dove è venuto alla luce un prezioso esempio di pittura rupestre del primo periodo postglaciale o Mesolitico.2


Con la fine della glaciazione del Würm, riferibile a circa 12.000 anni or sono, l'Europa e soprattutto i paesi del Mediterraneo, conobbero una fase di clima temperato che determinò profondi cambiamenti nell'ecosistema: i grandi mammiferi si portarono a quote più alte e l'economia degli uomini si orientò prevalentemente verso la raccolta di molluschi marini e terrestri, avviando quel processo di trasformazione che caratterizzerà poi l'economia produttiva del Neolitico, ovvero la fine del nomadismo e l'inizio della stanzialità legata ai raccolti. Durante il Neolitico, in condizioni climatiche molto simili a quelle attuali, fra il 7.000 ed il 5.000 a.C., gli uomini da cacciatori divennero allevatori, scoprendo l'agricoltura. A questa svolta epocale dell'umanità seguirono importanti innovazioni tecnologiche che facilitarono lo sviluppo di una nuova economia produttiva basata sulla fabbricazione della ceramica per la conservazione dei prodotti, la tessitura, la navigazione. Questo profondo cambiamento, conosciuto come la "rivoluzione neolitica" si identifica storicamente con la diffusione, avvenuta verso Occidente, di impulsi di civiltà maturati tra la Palestina e l'altopiano iraniano e giunti a noi attraverso il Mediterraneo.

Nel V millennio a.C. la cultura neolitica cominciò ad irradiarsi lungo i corsi dei fiumi raggiungendo anche le aree interne: i gruppi e le tribù non vivevano più nelle grotte ma in villagi di capanne disposte circolarmente, provviste di fossati difensivi, porte e palizzate. Tali evoluzioni sono state ben studiate nell'area di Tolve, Tricarico, Latronico, Alianello, Melfi, Metaponto e nella Murgia Materana, cogliendo anche informazioni di rilievo sia sull'habitat che sull'economia dell' Homo Sapiens Sapiens, basata sulla cerealicoltura e l'allevamento bovino e caprino. Dopo una fase climatica di tipo arido, che aveva impoverito i suoli e le coltivazioni, provocando un diradamento dei centri abitati, segue, a partire dal 1700 a.C., un rifiorire di insediamenti stanziali in aree in precedenza spopolate. Dediti all'agricoltura ed alla pastorizia, gli uomini dell'Età del Bronzo lavorano la ceramica ed i metalli, fabbricano utensili ed armi, intrattengono rapporti via terra e via mare. Attraverso la transumanza, in questa fase, si consolida la cosiddetta "cultura appenninica"; contemporaneamente, attraverso i corsi dei fiumi e le coste, si infittisce l'influenza micenea. E non distante dalle spiagge dello Ionio, a Pane e Vino, fra Tursi e Policoro, è stato scoperto uno dei primissimi documenti delle relazioni commerciali fra la Basilicata ed il mondo del Mediterraneo orientale: la tomba di un capo tribù coperta da lastroni di pietra e contenente uno scettro di comando, vasi con incisioni geometriche e una collanina in pasta vitrea, esemplare noto della produzione assiro-fenicia collegata al mondo miceneo.


A
Ceramiche Eneolitiche tipo Laterza
lle necropoli, ritrovate in gran numero in Basilicata, sono in prevalenza dovute le informazioni dell'archeologia storica che, attraverso le diverse ritualità della sepoltura, ha potuto riconoscere connotazioni etniche e stabilire cronologie. Seppure maggiormente diffusa l'inumazione e la sepoltura in fosse terragne, con il corpo rannicchiato o supino, è sul finire dell'Età del Bronzo che compaiono le prime urne cinerarie, trovate in gran numero sulla collina di Timmari. Farebbe capo all'area della murgia materana, del resto, una delle più antiche produzioni di urne cinerarie in serie, diffuse fino al Vallo del Diano, dove gruppi di inceneratori pare intrattenessero rapporti con la Lucania interna già prima del IX sec. a.C.
I
Ceramiche impresse

Ceramiche tipo Serra d’Alto

Ceramiche dell’Età del Bronzo
n questo periodo, che coincide con l'inizio dell'Età del Ferro, si infittiscono gli spostamenti ed i commerci via mare dei popoli evoluti del bacino del Mediterraneo; gli etruschi incominciavano a navigare verso il Tirreno meridionale, diffondendo quel peculiare stile ceramico geometrico, ed i fenici instauravano le prime colonie nel Mediterraneo occidentale. Ed è proprio fra il IX e l'VIII sec. a.C. che gli archeologi hanno individuato una certa continuità nella cultura materiale di una vasta area della Basilicata (dalle foci del Bradano e del Basento fino all'Ofanto) unità comunemente definita enotria.
M
Ceramiche tipo Diana
a se fra le foci dell'Agri e del Sinni si erano insediati i Choni e nell'area del melfese si risentiva una chiara influenza daunia, chi erano gli Enotri? In realtà furono i coloni greci ad assimilare tutte le popolazioni indigene che occupavano le terre della costa ionica ad un unicum enotrio, al punto che, sia Strabone che Antioco finirono per descrivere anche i Choni, che abitavano tra la Sibaritide ed il Metapontino, come "una ben governata tribù enotria".3

Comunque sia, questa acquisizione degli storici greci è stata successivamente riconfermata, dagli storici e dagli archeologi, proprio per identificare quella fase di relativa unità culturale che caratterizzò i popoli di gran parte della Basilicata, e di aree limitrofe, dalla metà dell'VIII sec. a.C. ai primi del VII sec. a.C.4

Le comunità indigene della prima Età del Ferro erano organizzate in grossi villagi ubicati sugli altopiani, ai margini delle grandi pianure e dei corsi d'acqua, in luoghi consoni alla pastorizia ed all'agricoltura.

Agglomerati chiave di questa fase sono considerati S. Maria di Anglona,5 situata sul displuvio delle fertili valli dell'Agri e del Sinni, Siris ed Incoronata-S.Teodoro, disposti sulla costa Ionica; ed è proprio qui, sulla collina dell'Incoronata e su quella del Castello di Policoro che, sul finire dell'VIII sec. a.C., si registra la presenza dei primi coloni greci, provenienti dalla Grecia insulare e dall'Asia Minore, spintisi al di qua del Mediterraneo alla ricerca di terre fertili da coltivare. 




TAV. I. Pitture Preistoriche rinvenute in località Tuppo dei Sassi presso Filiano



1 Salvatore Bianco, La Preistoria, in Il Museo Nazionale della Siritide di Policoro, a c.d. Salvatore Bianco e Marcello Tagliente, Bari, Laterza, 1985, pp. 9/46.

2 A proposito del rifugio Ranaldi di Tuoppo dei sassi, che ha assunto il nome del suo scopritore, vedi rancesco Ranaldi, Riparo sotto la roccia con pitture preistoriche al Tuoppo dei Sassi e serre Carpino in agro di Filiano, Avigliano, Tip. Galasso, 1986.

3 Emanuele Greco, Archeologia della Magna Grecia, Bari, Laterza, 1992, pg. 26/27.

4 Dinu Adamesteanu, La Lucania dal Neolitico al Tardo Impero attraverso gli scavi archeologici, in Basilicata tra passato e presente, a c.d. Nino Calice, Milano, Teti Editore, 1977, pg. 137.
Strabone, riprendendo una testimonianza di Antioco di Siracusa del 423 a.C., riportava che: "L'italia anticamente si addimandava Enotria e che i confini di questa Italia, ai suoi tempi, erano limitati dal fiume Lao verso il mare Tirreno, e da Metaponto verso il mare Siculo o Jonio (...)", cfr. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, E. Loescher & C., 1889, I vol. pg. 54.

5 I ricchi corredi tombali ritrovati nelle necropoli di S. Maria di Anglona hanno suffragato l'ipotesi che in quel luogo sorgesse l'antica pandosia, il Basileion degli Enotri, indicato da Strabone e dalla letteratura antica in località contraddittorie e che invece gran parte degli studiosi sono oggi propensi ad identificare con S. Maria di Anglona.  Pandosia è il luogo che "tutto dà", secondo la definizione di Anacreonte, dunque la reggia enotria doveva essere intesa come una "grande dispensa elargitrice di beni a tutta la comunità", cfr. Emanuele Greco, op.cit., pg.38.





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