La prelazione artistica sui beni culturali di proprietà privata di Armando Calogero



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La prelazione artistica sui beni culturali di proprietà privata
di Armando Calogero

Sommario: 


I.          Premessa - 1. Il regime giuridico dei beni culturali privati – 2. Il profilo civilistico e il momento solidaristico della valorizzazione ad iniziativa privata – 3. Il fondamento costituzionale dei poteri pubblici.  
II.        La prelazione artistica - 1. La fattispecie e le  finalità. – 2. La natura giuridica. – 3. I presupposti: tipologie negoziali sottoposte a prelazione. – 3.1. Il vincolo “culturale”, notificazione e trascrizione. – 4. Le condizioni della prelazione. – 4.1. Il termine per l’esercizio della prelazione. – 4.2. La natura recettizia del provvedimento di prelazione. – 4.3. Il divieto di consegnare il bene in pendenza del contratto condizionato – 4.4. La non vincolatività per l’Amministrazione delle clausole del contratto di alienazione. – 4.5. La facoltà di recesso dell’acquirente. – 4.6. Il limite temporale della prelazione in caso di denuncia omessa o tardiva ovvero incompleta. 
III.    La nullità degli atti di alienazione - 1. La violazione dell’art. 164. 
IV.       Il procedimento di prelazione - 1. La motivazione dell’atto – 2. Il procedimento dello Stato: comunicazione di avvio, denuncia dell’atto di trasferimento, adozione del provvedimento e sua notifica, impegno contabile. –3. Il procedimento degli Enti territoriali locali.  
V.                    Le conseguenze dell’esercizio della prelazione - 1. Gli effetti e il contratto di locazione precedentemente concluso – 2. Il rapporto obbligatorio tra l’alienante e lo Stato: la determinazione del prezzo – 2.1. Il pagamento del prezzo.
VI.   I beni culturali mobili - 1. La prelazione sui beni culturali mobili.
VII. Questioni processuali - 1. Il riparto di giurisdizione, il litisconsorzio necessario e la legittimazione all’impugnativa.

I. Premessa



1. Il regime giuridico dei beni culturali privati
I beni di proprietà  privata aventi lo 
status, secondo le norme del “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (in prosieguo solo Codice)(1) , di “beni culturali”(2) sono sottoposti ad un regime giuridico limitativo della libera circolazione(3) che prevede, in caso di alienazione tra privati, il potere di prelazione dello Stato(4) (in subordine  della  Regione o della Provincia o del Comune ) che, ove esercitato, determina l’acquisizione dei beni in mano pubblica e la caducazione dell’atto di trasferimento.
Tale prelazione c.d. artistica(5) risulta applicabile anche ai beni culturali pubblici(6), ma assume maggiore rilevanza in relazione ai beni culturali privati sia perché per l’alienazione dei beni culturali pubblici il momento fondamentale è costituito dall’autorizzazione da parte del Ministero(7) sia perché la prelazione sui beni culturali privati viene a comprimere in maniera incisiva gli spazi dell’autonomia privata costituzionalmente garantita(8). 
Nel Codice la distinzione fondamentale dei beni culturali viene fatta in relazione all’appartenenza: 1) sono considerati beni culturali pubblici quelli appartenenti a soggetti pubblici (Stato, Regioni, Enti territoriali, altri Enti pubblici) o a Enti privati senza scopo di lucro (ivi compresi gli Enti ecclesiastici civilmente riconosciuti) (9); 2) sono beni culturali privati quelli appartenenti a persone fisiche o a società commerciali.
La distinzione si riflette sul tipo di regime giuridico ad essi applicabile e più specificatamente sulla disciplina differenziata in merito all’alienazione dei beni culturali appartenenti a privati e ad Enti pubblici.
I beni culturali in mano pubblica sono considerati beni demaniali (c.d. demanio culturale) se appartengono allo Stato, alle Regioni, e agli Enti pubblici territoriali e se rientrano nelle tipologie indicate nell’art. 822 c.c.; mentre sono considerati beni patrimoniali indisponibili (art. 826 c.c.) ovvero disponibili se appartengono allo Stato e agli Enti pubblici territoriali o a qualsiasi Ente pubblico. (10)
I beni del demanio culturale sono assolutamente inalienabili. (11)
Gli altri beni culturali appartenenti ad Enti pubblici o Enti senza scopo di lucro possono essere alienati previa autorizzazione rilasciata dal Ministero(12), nonché successiva denuncia dell’atto di vendita all’Autorità competente, che, ove ricorrono i presupposti, può esercitare la prelazione.
I beni culturali appartenenti ai privati sono alienabili senza necessità di alcuna autorizzazione ministeriale, fermo restando l’eventuale esercizio della prelazione dello Stato o di altro Ente pubblico territoriale interessato. (13)
L’art. 10, comma 3, del Codice individua come beni culturali in mano privata:


  1. le cose immobili e mobili che presentano un interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico particolarmente importante;

  2. gli archivi e singoli documenti appartenenti a privati, che rivestono un interesse storico particolarmente importante;

  3. le raccolte librarie appartenenti a privati, che rivestono un eccezionale interesse culturale;

  4. le cose immobili e mobili a chiunque appartenenti, che rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte, della scienza, della tecnica, dell’industria, della cultura in genere, ovvero quali testimonianze dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose;

  5. le collezioni o serie di oggetti, a chiunque appartenenti, che, per tradizione fama e particolari caratteristiche ambientali, rivestono come complesso un eccezionale interesse artistico o storico.  

La differente disciplina per i beni culturali pubblici e privati, in caso di alienazione, si fonda sulla presunzione del legislatore che l’appartenenza pubblica sia la condizione migliore per garantire il fine pubblico della tutela e conservazione, nonché della fruizione sociale dei beni culturali e dell’arricchimento intellettivo della collettività. (14) 
L’assunto è condiviso dalla giurisprudenza secondo cui la proprietà pubblica assolve meglio al compito, cui è funzionalizzata , di provvedere alle esigenze pubbliche di utilizzazione collettiva e di conservazione effettiva dei beni(15).
Al privato invece sono imposti obblighi più per la conservazione che per la fruizione collettiva dei beni culturali.
Il proprietario solo in alcuni casi (beni immobili o collezioni o serie riconosciute di eccezionale interesse culturale o beni restaurati con il contributo dello Stato) è obbligato a concordare con l’Amministrazione le modalità di visite pubbliche.
Non sono mai accessibili i beni mobili “individui” dei privati, salvo atto di liberalità.
La presunzione che la funzione  propria  del bene culturale (fruizione e conservazione) possa essere meglio assicurata dall’appartenenza del bene ai pubblici poteri, avrebbe potuto indurre il legislatore a sottrarre i beni culturali dalla sfera giuridica patrimoniale dei privati. 
Ha invece  preferito limitare le facoltà del diritto dominicale e gli interessi dei singoli cittadini, imponendo vincoli alla proprietà dei beni.
La legge, quindi, in ordine ai beni culturali privati ha mirato più che alla fruizione al contemperamento delle esigenze pubbliche con le facoltà   connesse al contenuto della proprietà(16).
In tale contesto si inseriscono le forme di acquisto privilegiate, come la prelazione. (17)
La rilevanza di tale istituto nelle vicende circolatorie dei beni culturali e alcune recenti modifiche apportate alla sua disciplina, da ultimo ad opera del DLgs 62/2008, danno occasione per uno studio sistematico della prelazione artistica che tenga conto degli orientamenti attuali  della dottrina e della giurisprudenza in materia. (18)
Tuttavia per meglio inquadrare la problematica, oggetto della presente ricerca, appare opportuno procedere alla trattazione dell’istituto subito dopo(19) aver tentato un approccio con la tematica “bene culturale”,, perno della normativa limitativa e della disciplina di settore(20), al fine di approfondire l’aspetto privatistico e l’attività socialmente utile dell’iniziativa privata nell’ambito della sua configurazione giuridica, fortemente contrassegnata dalla funzione sociale che l’ordinamento riconosce al bene avente la qualificazione di “culturale” (21).
Come pure si impone, in via preliminare, una riflessione sul fondamento costituzionale dei poteri pubblici sui beni culturali privati(22) limitativi della libera disponibilità, tra cui spicca l’acquisto privilegiato della Pubblica Amministrazione.

2. Il profilo civilistico e il momento solidaristico della valorizzazione ad iniziativa privata.


Lo statuto normativo per le cose di proprietà privata di interesse culturale viene fissato nell’ art. 839 c.c. che opera un espresso rinvio “alle disposizioni delle leggi speciali” (23), in particolare a quelle all’epoca vigenti della legge 1089/1939(24).
L’art. 839 c.c. inserito tra le norme di carattere generale in tema di proprietà,  dove è specificato il contenuto del diritto ex art. 832 c.c., pone in evidenza che il bene culturale privato non viene sottratto alla disciplina privatistica, ma che le disposizioni del Codice Civile vanno raccordate con quelle della legge speciale, dando risalto all’intento del legislatore di attuare un contemperamento tra interessi privati ed esigenze pubblicistiche. (25)
In particolare la norma di cui all’art. 839 c.c. vuole indicare che il bene avente la qualifica di “culturale”, nonostante debba soggiacere alle disposizioni della legge speciale, mantiene il regime di diritto privato, onde non perde la sua idoneità ad essere oggetto di diritti da parte di terzi  e la sua alienabilità  e trasmissibilità. (26) 
La proprietà su di esso è comunque una proprietà normale. (27)
L’art. 839 c.c. però, attraverso il rinvio alle disposizioni della legge speciale,sposta il profilo giuridico del bene culturale verso una dimensione pubblicistica.
Il che, anche se non altera la relazione di appartenenza del bene culturale (conservato nella proprietà preesistente e di massima nella disciplina di diritto privato) lo sottopone contemporaneamente ad una disciplina pubblicistica (per la rilevanza sociale e di fruizione collettiva), che si sovrappone a quella che il bene stesso ha a prescindere dalla qualificazione giuridica di “culturale”.
Questo aspetto particolare conferisce ai beni culturali una connotazione tra pubblico e privato e costituisce l’elemento fondamentale per la loro giusta configurazione giuridica.
Tuttavia la collocazione dei beni culturali nell’ambito del diritto privato, come oggetto di un diritto riconducibile all’art. 832 c.c. (28), senza tenere conto del particolare 
status del bene, cozza contro la previsione di cui all’art. 839 c.c. che contiene comunque una limitazione di carattere pubblicistico attraverso il rinvio alla legge speciale.
A ragione quindi la dottrina maggioritaria(29), pur non negando che i beni culturali soggiacciono anche ad una disciplina civilistica, insiste sulla dimensione pubblicistica mettendo in evidenza la loro particolare funzionalizzazione all’interesse pubblico alla luce della disciplina dettata dalla legge speciale.
Una volta spostata la collocazione in ambito pubblicistico, i poteri pubblici sui beni culturali dei privati sono stati variamente definiti : limitazioni del dominio; compressione del diritto di proprietà; vincoli a carattere pubblicistico.
Sennonché queste concezioni se evidenziano l’appartenenza dei beni ai privati e la compressione della proprietà privata, non tengono conto della funzionalizzazione dei beni all’attuazione dell’interesse pubblico, né tengono conto dell’appartenenza funzionale al patrimonio culturale della nazione (art. 9 Costituzione) indipendentemente dall’appartenenza sia pubblica che privata(30).
Per comprendere in un'unica categoria i beni culturali pubblici e privati, aventi la stessa funzionalizzazione,  è stata quindi elaborata per essi  la nozione di beni di interesse pubblico(31).
Ma tale nozione trascura il fatto che per i beni dei soggetti pubblici a regime demaniale e del patrimonio indisponibile è riservata una condizione giuridica del tutto particolare e non assimilabile agli altri beni culturali.
In conseguenza si è pervenuti ad una nuova configurazione (in termini unitari) dei beni culturali maggiormente condivisa dalla dottrina(32).
Tale costruzione unitaria si ricollega alla distinzione tra cosa e bene giuridico(33) ossia fra un’entità che forma parte del mondo fisico e la sua attitudine a soddisfare un interesse umano ed essere qualificata e disciplinata dal diritto.
La cosa che costituisce il supporto del bene culturale è oggetto di una doppia qualificazione giuridica: in relazione alla sua appartenenza e come possibile oggetto di diritti reali o obbligatori essa è un bene patrimoniale disciplinato dal Codice Civile; in quanto portatrice di un valore culturale (quale qualità attinente al bene) è un bene culturale assoggettato alle norme pubblicistiche speciali che mirano alla sua conservazione e alla sua fruizione a favore della collettività.
In sostanza nella stessa entità materiale (in cui si fonde il bene culturale) coesistono due valori della cosa: quello economico (oggetto di diritti e obbligazioni) e quello culturale (costituito dall’interesse culturale riconosciuto).
Oggetto dei poteri della Pubblica Autorità è la sua qualità culturale  e non la sua utilità patrimoniale spettante naturalmente al proprietario, pubblico o privato chiunque esso sia.
In tale ottica il bene culturale è un bene immateriale in quanto il valore culturale che attribuisce la qualificazione giuridica al bene è un valore immateriale(34).
L’immaterialità costituisce poi un ulteriore elemento unificante della categoria unitariamente considerata.
Ora tale costruzione ha il pregio di porre in evidenza il profilo del collegamento all’interesse pubblico (da cui discende la qualità culturale che assoggetta la cosa – l’oggetto fisico – al regime giuridico particolare), spostando la rilevanza del bene culturale su un piano superiore a quello prettamente patrimoniale privatistico al fine di comporre  il conflitto tra pubblico e privato.
Ma non tiene conto che nel bene culturale confluiscono due ordini di interessi (aspettative dei soggetti privati ed esigenze pubblicistiche) che non sono necessariamente in antitesi(35).
In particolare non pone attenzione al fatto che la disciplina giuridica in materia per il miglioramento degli strumenti di tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali richiede sempre più la collaborazione dei privati cittadini.
Infatti il Codice guarda alla cooperazione con i soggetti privati per favorire la loro partecipazione nell’acquisizione di maggiori risorse e per consentire e promuovere il loro consenso nella gestione dei beni culturali.
La valorizzazione ad iniziativa privata, secondo l’art. 111, comma 4, del Codice, è attività socialmente utile e ne è riconosciuta la finalità di solidarietà sociale.
Gli artt. 111, 112, 113, 114, 115 e 116 si possono annoverare tra le norme del Codice che danno applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale(36), riconosciuto dalla Costituzione, e stanno a significare che la normativa di settore si affida per la politica sui beni culturali anche sull’assunzione di iniziative e responsabilità da parte dei soggetti privati.
La collaborazione dei privati costituisce un aspetto privatistico preordinato funzionalmente  dalla Costituzione e dal Codice  alla  valorizzazione dei beni culturali.
Essa dunque è il momento individuale orientato costituzionalmente, in termini di funzionalizzazione, al momento sociale, ponendosi come superamento del conflitto tra interessi privati e interessi pubblici(37).
E’ in tale ottica che la stessa proprietà privata è orientata costituzionalmente verso risultati utili alla collettività in quanto assolve ad una funzione sociale (art. 42 Costituzione) (38).

3. Il fondamento costituzionale dei poteri pubblici.


La disciplina prevista dal Codice in ordine ai beni culturali pone dei significativi limiti alle tradizionali facoltà del diritto di proprietà sia in relazione al diritto di fruire dei beni sia in relazione al diritto di alienare i beni, giungendo fino all’azzeramento del diritto di proprietà, allorché titolare del diritto sui beni sia un soggetto privato.
Tali vincoli incidono sul contenuto del diritto di proprietà così come riconosciuto dall’ert. 832 del Codice Civile : “diritto di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo” (39)  (sebbene nei limiti fissati dall’ordinamento giuridico).
In particolare sui proprietari gravano doveri e divieti allo scopo di garantire l’integrità fisica dei beni  da possibili fattori negativi esterni (artt. 20-28 Codice), per salvaguardarli da situazioni e/o azioni negative onde assicurarne la tutela a vantaggio delle generazioni future (artt. 29-44 Codice). 
Si tratta di pregnanti obblighi di 
facere a carico dei proprietari che rendono i beni culturali gravati da obbligazioni in rem(40).
Inoltre la Pubblica Amministrazione può limitare il libero e pieno utilizzo dei beni da parte dei proprietari imponendo loro di astenersi da interventi che possono arrecare danno ovvero obbligandoli ad assumere determinati comportamenti.
In tal caso alla Pubblica Amministrazione è attribuito il potere volto a conformare e regolare, anche attraverso provvedimenti amministrativi(41), diritti e comportamenti dei privati inerenti il patrimonio culturale (art. 3 Codice) (42).
In alcuni casi i poteri pubblici non sono finalizzati alla tutela dei beni culturali (integrità fisica e conservazione per le generazioni future), bensì per evitare fenomeni di depauperamento e di dispersione del patrimonio culturale nel suo insieme(43).
Si tratta di strumenti di controllo attribuiti alla Pubblica Amministrazione per imporre limiti alle alienazioni dei beni culturali (artt. 53-64 Codice, relativi alla circolazione dei beni culturali in ambito nazionale) o alle esportazioni degli stessi (artt. 65-87 Codice, relativi all’uscita o all’ingresso dei beni culturali dal o nel territorio nazionale).
In tali casi all’Autorità Amministrativa è riconosciuto il diritto di acquisire coattivamente i beni culturali privati trasferendoli in mano pubblica (prelazione –art. 60; acquisto coattivo all’esportazione – art.70; espropriazione – art. 95 Codice) (44).
Sostanzialmente ablatorio (ma con caratteri diversi dall’espropriazione),  come meglio si dirà in seguito, è il provvedimento amministrativo con il quale si esercita la prelazione, come riconosciuto dalla Corte di Cassazione, dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, nonché dalla dottrina maggioritaria(45).
Tenuto conto dei poteri pubblici in campo culturale, occorre riflettere sulla legittimità costituzionale dei vincoli imposti ai beni culturali privati, ivi compresi i limiti alla loro libera circolazione e all’azzeramento del diritto dominicale.
In particolare occorre stabilire se le norme del Codice, che li prevedono, trovano fondamento direttamente nella nostra Costituzione e se essi sono compatibili con il diritto di proprietà privata costituzionalmente garantito.
La norma della Costituzione che determina l’intervento pubblico in campo culturale è quella contenuta nell’art. 9, che espressamente tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. 
Tale articolo si pone inequivocabilmente come”principale referente normativo circa la misura e gli obiettivi dell’intervento culturale pubblico” (46).
Esso introduce il valore culturale nel novero dei principi costituzionali che rappresentano il nucleo centrale dei fini-valori accolti dalla carta costituzionale, in quanto traducono sul piano giuridico le istanze basilari della comunità civile e sono il prodotto dell’evoluzione storica affermatasi nella Costituzione.
In conseguenza il riconoscimento nel dettato costituzionale della tutela del “patrimonio storico e artistico della Nazione” deve intendersi come affermazione dell’esigenza di tutelare il patrimonio spirituale e culturale della collettività, cioè l’insieme dei valori che animano la comunità.
Il che significa che a livello costituzionale l’interesse culturale riceve l’esplicito riconoscimento di interesse collettivo e può essere considerato come uno dei valori sui quali poggia l’attuale organizzazione della comunità nazionale.
Inoltre il valore culturale, in quanto interesse collettivo fondamentale riconosciuto dall’art. 9 della Costituzione, contiene per ciò stesso un profilo solidaristico che si collega all’art. 42 della Costituzione(47), di cui si dirà a breve.
Alla luce di tali considerazioni i diritti e i poteri dello Stato che impongono pregnanti vincoli in tema di circolazione dei beni culturali (ivi compreso l’azzeramento del diritto di proprietà), sebbene costituiscano un rilevante privilegio attribuito alla Pubblica Amministrazione, trovano fondamento nell’art. 9 della Costituzione e si giustificano in relazione al fine (cui è tenuta l’Autorità pubblica) di salvaguardare beni, facenti parte del patrimonio culturale della Nazione, ai quali sono connessi interessi collettivi primari per la vita del Paese(48).
Ma il potere della Pubblica Amministrazione sul bene culturale non può non determinare un conflitto fra l’interesse pubblico (sociale) e l’interesse privato, dal momento che colui che è proprietario del bene trova il riconoscimento del suo diritto nell’art. 42 della Costituzione.
Sicché, essendo la tutela del patrimonio culturale nazionale (art. 9 Cost.) e la tutela della proprietà privata (art. 42, comma 1, Cost.) due valori fondamentali costituzionalmente garantiti, il superamento del conflitto fra interessi privati e interessi pubblici può aversi solo in forza di un principio unificatore contenuto nella stessa Costituzione.
La norma della Costituzione che contiene tale principio unificatore e quindi il superamento del conflitto pubblico-privato è quella contenuta nell’art. 42, comma 2, dove si afferma che la legge determina i limiti alla proprietà privata allo scopo di assicurarne la “funzione sociale”. 
La consacrazione a livello costituzionale della “funzione sociale” legata al diritto di proprietà è il risultato di un processo storico evolutivo che ha portato negli ultimi tempi a concepire lo Stato moderno secondo forme sempre più sociali e ad attenuare la rigida impronta individuale del diritto dominicale e quel suo carattere assoluto, che si collega al diritto romano e al Codice di Napoleone, nonché allo spirito borghese - liberale e al pensiero giuridico anteriore all’entrata in vigore dell’attuale Costituzione.
La funzione sociale però non va intesa nella sua accezione tecnica di dovere del titolare del diritto di tutelare interessi altrui.
La proprietà privata, secondo la Costituzione, che rinvia alla legge per i modi di acquisto e di godimento (art. 42, comma 2), e secondo l’art. 832 c.c. che ne determina estensione e contenuto, è un istituto riconosciuto per il soddisfacimento dell’interesse del suo titolare e del bisogno di libertà insito nell’uomo.
Tuttavia la concezione individualistica del diritto di proprietà, come diritto “pieno ed esclusivo” (art. 832 c.c.), è temperata dalla funzione sociale che la proprietà deve assicurare e che è il profilo solidaristico di collaborazione sociale, che collega l’art. 42 all’art. 9 della Costituzione.
La collaborazione sociale richiede poi che il diritto di proprietà sia sottoposto a limiti in presenza di un interesse pubblico (sociale) da soddisfare. 
In conseguenza la norma costituzione in questione va intesa non solo nel senso che la proprietà è attribuzione di un bene al titolare del diritto per il suo interesse e quale affermazione della sua libertà, ma anche nel senso che, dovendo il bene assolvere ad una funzione sociale, questa è assicurata con i limiti al diritto di proprietà di cui all’art. 42 della Costituzione(49). 
Tuttavia l’intervento di funzionalizzazione non può arrivare al punto di non permettere l’identificazione dell’istituto nelle sue linee essenziali.
In altri termini non possono introdursi in nome della funzione sociale così tante limitazioni da azzerare l’essenza stessa della proprietà privata.
Il procedimento di avocazione dei beni privati in mano pubblica è comunque previsto dall’art. 42, comma 3, della Costituzione, dove si legittima lo Stato, nei casi stabiliti dalla legge, a procedere all’espropriazione dei beni di proprietà privata per motivi di interesse generale e salvo indennizzo.
In conclusione l’art. 42 della Costituzione legittima la Pubblica Amministrazione ad imporre vincoli sui beni e addirittura a determinarne la privazione (trasferimento coattivo a favore dello Stato), quando l’interesse pubblico (sociale) lo richiede. 
In particolare per quanto riguarda il bene culturale il limite al diritto di proprietà sul bene, che legittima a livello costituzionale il potere pubblico ad intervenire per la sua tutela sia conformando le facoltà proprietarie sia azzerando il diritto dominicale, è la sua stessa qualità, quale interesse pubblico (sociale) artistico, storico, archeologico ed etnoantropologico (50).

II. La prelazione artistica.



1. La fattispecie e le finalità.
La prelazione artistica è disciplinata all’interno del capo IV (Titolo I, Parte Seconda) del Codice emanato con D.Lgs. 42/2004(51), relativo alla circolazione dei beni culturali in ambito nazionale, e specificatamente agli artt. 60, 61, 62.
L’istituto mantiene, con modifiche significative, il regime giuridico tracciato dalla legislazione previgente e si completa con la “denuncia di trasferimento” di cui all’art. 59, la cui funzione è preordinata all’esercizio della prelazione.
Gli artt. 59, 60, 61 e 62 hanno successivamente subito modifiche da parte del D. Lgs. 156/2006 e gli artt. 60 e 62 ulteriori modifiche ad opera del D. Lgs. 62/2008(52).
In particolare la prelazione artistica è regolata secondo il seguente schema:




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