La professione mutata e mutanda



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24.01.2018
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LA PROFESSIONE MUTATA E MUTANDA

L’ex ministro Fioroni ha scritto in una lettera al Corriere della Sera che per estinguere il fenomeno del precariato bisogna abolire il sistema della graduatorie e non abolire i precari. Parole fin troppo sagge che in qualche modo echeggiano quelle pronunciate dal ministro Gelmini in Senato (“nel nostro Paese esiste un problema legato al precariato, alla precarizzazione dei giovani… frutto di anni nei quali la scuola è stata trattata come un ammortizzatore sociale, anni in cui sono stati distribuiti posti di lavoro che nei fatti si sono tradotti in posti di attesa nelle graduatorie”).

Ha scritto anche, l’ex ministro, che per aiutare gli insegnanti a recuperare credibilità e motivazione (che avrebbero perduto) occorre premiare il merito e “individuare una metodologia per evidenziarlo, fondata su riscontri oggettivi e non sulla reputazione”. Fioroni perciò auspica un percorso di riqualificazione dei docenti in servizio basato su periodi di aggiornamento presso le università, al termine dei quali avvengano selezioni “per attribuire responsabilità in base a criteri oggettivi”.

Le stesse idee, più o meno, sono state pronunciate dal ministro Gelmini: “Pertanto, dobbiamo individuare un percorso che premi il merito e gli insegnanti migliori e non riservi i medesimi trattamenti ad insegnanti buoni e a quelli cattivi: dobbiamo imparare a premiare coloro che lo meritano, cioè gli insegnanti capaci, e a non penalizzarli come gli insegnanti che capaci

non sono. Infatti, un sistema che non premia il merito e che non valorizza i risultati alla fine penalizza gli insegnanti migliori e soprattutto i nostri giovani e i nostri studenti”.

Ministro ed ex ministro convergono, segno che su alcuni temi riguardanti il profilo professionale degli insegnanti è possibile un dialogo tra schieramenti e forze politiche moderate all’insegna della fuoriuscita dal modello impiegatizio del docente. Abolizione del precariato, nuovi sistemi di formazione e reclutamento, promozione della qualità: sono queste le nuove frontiere della cultura professionale docente che uniscono centrodestra e centrosinistra, nel nome della meritocrazia.

Chi non si riconosce nei processi di articolazione della professione insegnante, ma insiste nell’appiattimento sulla funzione unica (alcuni sindacati, per non dire quasi tutti), rischia di navigare ai margini della storia (o di cavalcare la protesta per la protesta).

Nello stesso tempo rischiano di non cogliere l’importante circostanza che si sta profilando da qualche tempo quei docenti che paventano la valutazione esterna dei loro compiti come la peste, dimenticando che quella dell’insegnante è pur sempre una responsabilità che si rapporta ad obiettivi di apprendimento e non solo a buone intenzioni di carattere sociale. Dunque si deve giocare coram populo.

Esiste solo un problema, una vera pietra d’inciampo, costituita da quella particolarissima disposizione alla comunicazione di sé che è il lavoro dell’insegnante. Insegnare non è come dirigere il traffico o prescrivere una medicina: è offrire all’altro, all’alunno, una modalità di rapporto con la realtà attraverso ciò che si insegna: attività, laboratorio o disciplina. L’insegnamento è la proposta continua di richiami, conoscenze e suggestioni che passano anzitutto attraverso la persona di chi insegna.

Per queste ragioni non esistono formazione e aggiornamento del docente, degni di questo nome, che non coinvolgano la sua persona, che non rimettano a tema le ragioni profonde della sua scelta, che non lo sostengano come soggetto della stessa avventura culturale che lui propone ai giovani attraverso la didattica. Per le stesse ragioni, pur condividendo l’orientamento di fondo Gelmini-Fioroni, ci permettiamo di avanzare qualche condicio sine qua non.

1. Come la formazione iniziale dell’insegnante (vedi recente regolamento approvato e si spera anche presto attuato) non è messa in capo alla sola università, così non deve accadere per l’aggiornamento in servizio dei docenti. L’università ha gli strumenti per aggiornare (lo dimostrano i master sfornati di continuo, per tutti i gusti e le tasche, in presenza e per via telematica) ma non ha la percezione esatta della vita che pulsa nella scuola. Un buon percorso di formazione in servizio (riconosciuto se non economicamente, semmai mediante un sistema di crediti) deve vedere coinvolti assieme università, scuola e realtà dell’associazionismo professionale docente.

2. Occorre chiarire chi premia e chi valuta, perché non esiste un sistema oggettivo di valutazione di una materia, la professione docente, che è in gran parte fondata su motivazioni di carattere soggettivo (non è bravo insegnante chi conosce tutto del proprio orto, ma chi sa far assaggiare e gustare ad altri i frutti del proprio orto). Anche in questo caso il sistema di valutazione del merito, per non essere astratto deve coinvolgere in qualche modo gli stessi docenti, le scuole in rete, magari gli stessi studenti (calma: stiamo suggerendo qualche forma di partecipazione, non delle liste di proscrizione; del resto, gli studenti sanno molto bene quali sono gli insegnanti validi e quali no).



3. Occorre legare, infine, la riconversione culturale della professione, in profonda trasformazione nelle sue componenti antropologiche, ad un vero percorso di sviluppo della professione docente, ancorato ad uno stato giuridico diverso da quello esistente.

Su questi temi vorremmo si incentrassero le attenzioni dei politici, schieramenti a parte. Anche noi siamo disposti a fare la nostra (parte).


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