La Provvidenza del Padre Cammino di Avvento 2017 Breve intro Dal Vangelo secondo Matteo



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La Provvidenza del Padre

Cammino di Avvento 2017



Breve intro...
Dal Vangelo secondo Matteo

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani.

Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.

Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

“Non preoccupatevi”: Gesù lo ripete molte volte. Ci chiede di mettere la nostra vita nelle mani del buon Dio per rimanere liberi dall’affanno. L’ansia per il domani deve cedere il posto alla fiducia nella Provvidenza di Dio.

buon cammino e buona strada


Schema del libretto
Questo cammino di Avvento ha un “patrono”, uno speciale compagno di viaggio, che - ne siamo certi - accompagnerà ogni nostro passo e veglierà durante le nostre preghiere, per una più profonda comprensione della Provvidenza del buon Dio: don Luigi Orione, proclamato Santo il 16 maggio 2004.
La spiritualità di don Luigi

Proveremo ad entrare nel cuore della spiritualità di don Luigi:


  • il legame tra carità e preghiera

  • la centralità della fede

  • il valore della fatica

  • il legame con il Papa e la Chiesa

  • la cura dell’anima

  • la preferenza di Dio per la povertà e i poveri

  • il potere delle opere di misericordia

  • la Provvidenza di Dio

Per ogni punto fondamentale ci sarà:

  • una catechesi di approfondimento

  • un brano biblico da meditare e pregare


Gli impegni del cammino

Ogni domenica ti verrà proposto di vivere alcuni impegni legati ai temi che man mano affronterai.


Alla fine di questo libretto troverai uno schema utile per restare fedele agli impegni e alle proposte del Cammino.

Prima settimana di Avvento Domenica 3 dicembre

Iniziamo questo cammino di Avvento con questi primi passi importanti:


  • partecipa alla S. Messa con questa intenzione: chiedere al Signore una speciale Grazia per poter vivere con impegno e serietà questo tempo di Avvento




  • invoca il dono dello Spirito Santo, perché possa preparare il tuo cuore, lungo tutto il cammino di Avvento, a ricevere i doni che la Provvidenza di Dio vorrà donarti proprio in risposta ai bisogni più preziosi della tua vita

(al termine del libretto troverai alcune preghiere di invocazione dello Spirito Santo)

 


  • prendi il calendario e fissa uno speciale appuntamento con la Misericordia di Dio: sarà il giorno in cui vivrai il Sacramento della Confessione. Mettiti d’accordo con un sacerdote e raccontagli del tuo desiderio di vivere tempo di Avvento con l’aiuto di questo cammino (se non potessi ricevere questo Sacramento, prendi comunque l’impegno di parlare con un sacerdote di tua fiducia e chiedigli un suggerimento per poter vivere il tempo di Avvento e questo cammino sotto lo sguardo misericordioso del Padre)


Don Luigi Orione

Leggi questa breve biografia di don Luigi.
Luigi Orione nacque a Pontecurone, in diocesi di Tortona, il 23 giugno 1872. A 13 anni venne accolto nel convento francescano di Voghera (Pavia) che lasciò dopo un anno per motivi di salute. Dal 1886 al 1889 fu allievo di San Giovanni Bosco all’Oratorio di Valdocco in Torino.

Il 16 ottobre 1889 entrò nel seminario di Tortona. Ancora giovane chierico si dedicò alla solidarietà verso il prossimo con la Società di Mutuo Soccorso San Marziano e la Conferenza di San Vincenzo. Aperse in Tortona, il 13 luglio 1892, il primo Oratorio per curare l’educazione cristiana dei ragazzi. L’anno seguente, il 15 ottobre 1893, Luigi Orione, chierico di 21 anni, aprì un collegio nel rione di San Bernardino, destinato ai ragazzi poveri.

Il 13 aprile 1895 Luigi Orione fu ordinato sacerdote e contemporaneamente il Vescovo impose l’abito clericale a sei allievi del suo collegio. In rapida sequenza di tempo, Don Orione aprì nuove case a Mornico Losana (Pavia), a Noto in Sicilia, a Sanremo, a Roma.

Attorno al giovane Fondatore crebbero chierici e sacerdoti che formarono il primo nucleo della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Nel 1889 iniziò il ramo degli Eremiti della Divina Provvidenza. Il Vescovo di Tortona, Mons. Igino Bandi, con decreto del 21 marzo 1903, riconobbe canonicamente i Figli della Divina Provvidenza (sacerdoti, fratelli coadiutori ed eremiti), congregazione religiosa maschile della Piccola Opera della Divina Provvidenza, dedita a “collaborare per portare i piccoli, i poveri e il popolo alla Chiesa e al Papa, mediante le opere di carità”, professando un quarto voto di speciale “fedeltà al Papa”. Nelle prime Costituzioni del 1904, tra gli scopi della nuova Congregazione, appare quello di lavorare per “ottenere l’unione delle Chiese separate”.

Animato da una grande passione per la Chiesa e per la salvezza delle Anime, si interessò attivamente dei problemi emergenti del tempo, quali la libertà e l’unità della Chiesa, la questione romana, il modernismo, il socialismo, la scristianizzazione delle masse operaie.

Fu soccorritore eroico delle popolazioni disastrate dai terremoti di Reggio e Messina (1908) e della Marsica (1915). Per volontà di Pio X fu Vicario generale della diocesi di Messina per tre anni.

A vent’anni dalla fondazione dei Figli della Divina Provvidenza, come in “pianta unica con molti rami”, il 29 giugno 1915 diede inizio alla Congregazione delle Piccole Suore Missionarie della Carità, animate dal medesimo carisma di fondazione. Ad esse affiancò le Suore Sacramentine non vedenti adoratrici, cui si aggiungeranno successivamente anche le Contemplative di Gesù Crocifisso.

Organizzò i laici nelle associazioni delle “Dame della Divina Provvidenza”, degli “Ex-Allievi” e degli “Amici”. In seguito prenderà forma l’Istituto Secolare Orionino e il Movimento Laicale Orionino.

Dopo la prima guerra mondiale (1914-1918) si moltiplicarono scuole, collegi, colonie agricole, opere caritative e assistenziali. Tra le opere più tipiche fece sorgere i “Piccoli Cottolengo”, per i più sofferenti e abbandonati, fatti sorgere alla periferia delle grandi città quali “nuovi pulpiti” da cui parlare di Cristo e della Chiesa, “fari di fede e di civiltà”.

Lo zelo missionario di Don Orione, che già si era espresso con l’invio in Brasile nel 1913 dei primi suoi religiosi, si estese poi in Argentina e Uruguay (1921), in Palestina (1921), in Polonia (1923), a Rodi (1925), negli U.S.A. (1934), in Inghilterra (1935), in Albania (1936). Egli stesso, nel 1921-1922 e nel 1934-1937, compì due viaggi missionari nell’America Latina, in Argentina, Brasile, Uruguay, spingendosi fino al Cile..

Godette della stima personale dei Papi e delle Autorità della Santa Sede che gli affidarono molti delicati incarichi per risolvere problemi e sanare ferite sia all’interno della Chiesa che nei rapporti con il mondo civile. Fu predicatore, confessore e organizzatore instancabile di pellegrinaggi, missioni, processioni, presepi viventi e altre manifestazioni popolari della fede. Grande devoto della Madonna, ne promosse la devozione con ogni mezzo e, col lavoro manuale dei suoi chierici, innalzò i santuari della Madonna della Guardia a Tortona e della Madonna di Caravaggio a Fumo.

Nell’inverno del 1940, nel tentativo di alleviare i problemi di cuore e di polmoni di cui soffriva, fu invitato nella casa di Sanremo anche se, come diceva, “non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo”. Dopo soli tre giorni, circondato dall’affetto dei confratelli, don Orione morì il 12 marzo 1940, sospirando “Gesù! Gesù! Vado”.

Il suo corpo, trovato intatto alla prima riesumazione del 1965, venne posto in onore nel santuario della Madonna della Guardia di Tortona dopo che, il 26 ottobre 1980, Papa Giovanni Paolo II iscrisse Don Luigi Orione nell’Albo dei Beati presentandolo alla Chiesa come “una meravigliosa e geniale espressione della carità cristiana, una delle personalità più eminenti di questo secolo per la sua fede cristiana apertamente vissuta, infaticabile e coraggioso fino all’ardimento, tenace e dinamico fino all’eroismo.”

Il 7 luglio 2003 un Decreto pontificio riconobbe un altro miracolo attribuito alla sua intercessione. Un uomo, Pierino Penacca, nel 1991, demolito da un devastante e irrimediabile tumore ai polmoni, riprese vita, rapidamente e senza alcuna cura, grazie alle preghiere rivolte a Don Orione che egli aveva conosciuto in gioventù.

Giovanni Paolo II, durante il Concistoro del 19 febbraio 2004, annunciò la sua canonizzazione come Santo della Chiesa universale; la solenne cerimonia in Piazza San Pietro fu celebrata il 16 maggio 2004.

(dal sito www.donorione-mi.it)


Se desideri approfondire, ecco altri testi:

  • A. Pronzato, Il folle di Dio, Paoline

  • A. Sicari, Il quinto libro dei ritratti di santi, Jaca Book



Impegni per la settimana


  • Domani affronterai il primo punto fondamentale della spiritualità di don Luigi: la carità e la preghiera. Dopo aver riflettuto e pregato su questo aspetto scegli un impegno di carità che vivrai una volta per settimana.




  • Scegli inoltre un giorno in cui pregare il Santo Rosario: chiedi a Maria di accompagnarti e sostenerti in questo cammino, perché generosità e costanza non vengano mai meno. Anche questo impegno sarà da vivere un giorno per ogni settimana di cammino.


CARITÀ E PREGHIERA
Lunedì 4 dicembre
Le opere di carità, se devono fare veramente del bene e non essere semplicemente dei ricoveri, devono essere basate sulla preghiera. Solo la preghiera dà la forza per una vera carità verso i fratelli che soffrono.

(don Luigi Orione)

Partiamo dalle fondamenta, da ciò che il Catechismo della Chiesa Cattolica dice a proposito di carità e preghiera (i numeri fanno riferimento a Youcat, il catechismo dei giovani).
SULLA CARITÀ

(n. 305) Che cosa sono le tre virtù teologali?

Le virtù teologali sono fede, speranza e carità. Si chiamano «teologali» perché hanno in Dio la loro origine, si riferiscono immediatamente a lui e per noi uomini sono la via con cui raggiungerlo direttamente.
(n. 306) Perché fede, speranza e carità sono virtù?

Anche fede, speranza e carità sono autentiche forze, donate da Dio, che l’uomo, con la grazia divina, può sviluppare ed edificare per ottenere «vita in abbondanza» (Gv 10,10).


(n. 309) Che cos’è la carità?

La carità è la forza con cui noi, che per primi siamo stati amati da Dio, possiamo offrirci a lui per unirci a lui, per accogliere l’altro senza riserve e di cuore, seguendo la volontà di Dio, nello stesso modo in cui accogliamo noi stessi.

Gesù pone la carità al di sopra di tutti gli altri comandamenti, ma non senza associarla ad una potenza. Agostino afferma con ragione: «Ama e fa’ ciò che vuoi», cosa che non è così facile come potrebbe sembrare.

La carità è quindi l’energia più grande che anima tutte le altre forze e le riempie di una vita divina.


SULLA PREGHIERA

(n. 469) Che cos’è la preghiera?

Pregare significa rivolgere il cuore a Dio; quando una persona prega, instaura con Lui un rapporto vivo.

La preghiera è la grande porta che conduce alla fede; chi prega non vive più per se stesso, per se stesso e con le proprie forze, ma sa che esiste un Dio a cui può parlare. Un uomo che prega ha maggiore fiducia in se stesso e in Dio; cerca già adesso l’unione con colui che un giorno incontrerà faccia a faccia; l’impegno nella preghiera quotidiana è parte integrante della vita cristiana; e tuttavia non si apprende a pregare come si assimila una tecnica, e, per quanto notevole la cosa possa apparire, la preghiera è un dono che si ottiene pregando.


(n. 490) È sufficiente pregare quando se ne ha voglia?

No. Chi prega a seconda della propria voglia e del proprio umore non prende Dio sul serio e disimpara a pregare.


(n. 493) Quali sono i segni distintivi della preghiera cristiana?

La preghiera cristiana avviene in atteggiamento di fede, speranza e carità; è perseverante e si uniforma al volere di Dio.

Il cristiano che prega esce da sé e allo stesso momento entra in un atteggiamento di fiducia nell’unico Signore e Dio; al tempo stesso ripone in Lui tutta la propria speranza, e sa che Egli lo ascolta, lo capisce, lo accoglie e lo porta alla perfezione. San Giovanni Bosco disse una volta: «Per riconoscere il volere di Dio sono necessarie tre condizioni: pregare, restare e lasciarsi consigliare». Infine, la preghiera cristiana è sempre espressione di un amore che deriva dall’amore di Cristo e che cerca l’amore divino.
(n. 499) Quando bisogna pregare?

Fin dai primi tempi i cristiani pregano almeno al mattino, all’ora dei pasti e la sera; e chi non prega regolarmente finisce col non pregare più.

Chi ama un’altra persona senza mai offrirle un segno del proprio amore non la ama davvero. Lo stesso avviene con Dio: chi lo cerca davvero gli testimonierà con dei segni quanto desideri la sua vicinanza e la sua amicizia. Al mattino siamo chiamati ad alzarci ed offrire la giornata a Dio, chiedere la sua benedizione e la sua vicinanza in tutti gli incontri che si fanno e in tutte le necessità; bisogna ringraziarlo, specialmente in prossimità dei pasti; al termine del giorno bisogna porre tutto nelle sue mani e chiedere perdono per sé e per gli altri. Sarà un buon giorno, e questi segni di vitalità spirituale giungeranno a Dio.
(n. 505) Perché la preghiera talvolta è una battaglia?

I maestri spirituali di tutti i tempi hanno descritto la crescita nella fede e nell’amore per Dio come una vera e propria battaglia nella quale è in gioco la vita, e che si svolge nel campo di battaglia dell’interiorità umana.

La preghiera è l’arma del cristiano: possiamo lasciarci vincere dall’amore smodato di sé e perderci dietro a cose di nessun valore, oppure possiamo raggiungere Dio.

Chi vuole pregare, spesso deve prima vincere la propria svogliatezza. Quella che oggi chiamiamo «apatia», i padri del deserto la conoscevano con il nome di «accidia»; il non provare desiderio di Dio è un grande problema della vita spirituale; anche lo spirito del nostro tempo non riconosce alcun senso nella preghiera, e avere l’agenda sempre piena non le lascia alcuno spazio. La battaglia è anche contro il tentatore, che fa di tutto per impedire all’uomo di donarsi a Dio; se Dio non volesse farsi raggiungere nella preghiera, la battaglia sarebbe irrimediabilmente perduta.


Da quanto abbiamo letto quindi carità e preghiera sono strettamente legate, proprio come con grande semplicità ci racconta don Luigi: la preghiera alimenta la carità, la rende profonda e più vera.

Gesù stesso, se guardiamo con attenzione al Vangelo, alimenta la sua vita (che è carità con la C maiuscola) con la preghiera, con il dialogo constante con il buon Dio.

I Vangeli testimoniano come Gesù, la notte o la mattina presto, ritagliava parte del tempo del riposo per poter stare con Dio; e prima che la carità lo porti a dare la vita per noi, Gesù vive la preghiera più intensa, nell’orto degli ulivi.
Come potrebbe essere possibile, per noi discepoli, percorrere la via della vita piena che il Signore ha tracciato? Come seguire i comandi che il Maestro ci ha consegnato: amare Dio con tutto noi stessi, amare il prossimo, perdonare alle offese ricevute, pregare per i nostri persecutori? Solo con la forza che proviene da Dio stesso è possibile per un cuore d’uomo vivere la carità con la stessa intensità del Signore Gesù. Capiamo quindi l’insistenza di Gesù sulla necessità di pregare sempre, senza mai stancarci.
Vivendo la carità il nostro cuore si riempie di gioia, di vera letizia e possiamo così gustare la grandezza del Vangelo. Il dialogo costante con Dio allarga il nostro cuore, lo rende “terreno buono” per l’azione dello Spirito Santo, che passo dopo passo, tra cadute e strade sbagliate, completa l’opera della creazione, rendendoci simili a Lui.
INDICAZIONI PER LA PREGHIERA

Cominciamo allora, lavorando sulle fondamenta della nostra vita, sul nostro personale dialogo con Dio.

Fa una prima “valutazione” dello stato attuale della tua preghiera: costante, saltuaria, legata al bisogno del momento, superficiale, frettolosa, attesa, desiderata, legata al dovere…

Affida al Signore tutto questo, parla con Lui: raccontagli tutto della tua preghiera… le cose belle, i desideri grandi e le difficoltà, le paure, i dubbi.

Martedì 5 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo (17, 1-9)

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.
Per introdurre la preghiera su questo brano di Vangelo, lasciamoci guidare dalle parole di Papa Francesco che, durante l’Angelus di una domenica di Quaresima del 2014, commenta questo episodio legando preghiera e carità.
Oggi il Vangelo ci presenta l’evento della Trasfigurazione. È la seconda tappa del cammino quaresimale: la prima, le tentazioni nel deserto, domenica scorsa; la seconda: la Trasfigurazione […]. Gesù «prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte» (Mt 17,1). La montagna nella Bibbia rappresenta il luogo della vicinanza con Dio e dell’incontro intimo con Lui; il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore. Lassù sul monte, Gesù si mostra ai tre discepoli trasfigurato, luminoso, bellissimo; e poi appaiono Mosè ed Elia, che conversano con Lui. Il suo volto è così splendente e le sue vesti così candide, che Pietro ne rimane folgorato, tanto che vorrebbe rimanere lì, quasi fermare quel momento. Subito risuona dall’alto la voce del Padre che proclama Gesù suo Figlio prediletto, dicendo: «Ascoltatelo» (v. 5). Questa parola è importante! Il nostro Padre che ha detto a questi apostoli, e dice anche a noi: “Ascoltate Gesù, perché è il mio Figlio prediletto”. […] E questo non lo dice il Papa, lo dice Dio Padre, a tutti: a me, a voi, a tutti, tutti!

È molto importante questo invito del Padre. Noi, discepoli di Gesù, siamo chiamati ad essere persone che ascoltano la sua voce e prendono sul serio le sue parole. Per ascoltare Gesù, bisogna essere vicino a Lui, seguirlo, come facevano le folle del Vangelo che lo rincorrevano per le strade della Palestina. Gesù non aveva una cattedra o un pulpito fissi, ma era un maestro itinerante, che proponeva i suoi insegnamenti, che erano gli insegnamenti che gli aveva dato il Padre, lungo le strade, percorrendo tragitti non sempre prevedibili e a volte poco agevoli. Seguire Gesù per ascoltarlo. Ma anche ascoltiamo Gesù nella sua Parola scritta, nel Vangelo. Vi faccio una domanda: voi leggete tutti i giorni un passo del Vangelo? Sì, no…sì, no… Metà e metà… Alcuni sì e alcuni no. Ma è importante!

Voi leggete il Vangelo? È cosa buona; è una cosa buona avere un piccolo Vangelo, piccolo, e portarlo con noi, in tasca, nella borsa, e leggerne un piccolo passo in qualsiasi momento della giornata. In qualsiasi momento della giornata io prendo dalla tasca il Vangelo e leggo qualcosina, un piccolo passo. Lì è Gesù che ci parla, nel Vangelo! Pensate questo. Non è difficile, neppure necessario che siano i quattro: uno dei Vangeli, piccolino, con noi. Sempre il Vangelo con noi, perché è la Parola di Gesù per poterlo ascoltare.

Da questo episodio della Trasfigurazione vorrei cogliere due elementi significativi, che sintetizzo in due parole: salita e discesa. Noi abbiamo bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Questo facciamo nella preghiera. Ma non possiamo rimanere lì! L’incontro con Dio nella preghiera ci spinge nuovamente a “scendere dalla montagna” e ritornare in basso, nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale. A questi nostri fratelli che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell’esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo la grazia ricevuta. E questo è curioso. Quando noi sentiamo la Parola di Gesù, ascoltiamo la Parola di Gesù e l’abbiamo nel cuore, quella Parola cresce. E sapete come cresce? Dandola all’altro! La Parola di Cristo in noi cresce quando noi la proclamiamo, quando noi la diamo agli altri! E questa è la vita cristiana. È una missione per tutta la Chiesa, per tutti i battezzati, per tutti noi: ascoltare Gesù e offrirlo agli altri.

E adesso rivolgiamoci alla nostra Madre Maria, e affidiamoci alla sua guida per proseguire con fede e generosità questo itinerario della Quaresima, imparando un po’ di più a “salire” con la preghiera e ascoltare Gesù e a “scendere” con la carità fraterna, annunciando Gesù.
Salire con la preghiera e ascoltare Gesù e scendere con la carità fraterna, annunciando Gesù. Con questa semplice frase vediamo tradotta nella pratica la catechesi sul legame tra carità e preghiera.

Non ci resta che seguire il suggerimento del Santo Padre: rendere familiare e quotidiano il contatto con il Vangelo di Gesù, per aiutare il lavoro dello Spirito Santo e rendere il nostro cuore sempre più capace di amare come Lui.



Valuta con il tuo padre spirituale la possibilità di iniziare la lettura continua del Vangelo o la lettura del Vangelo del giorno.
INDICAZIONI PER LA PREGHIERA

Prendiamo in considerazione le due azioni del Vangelo: salire e scendere.


Salire: la preghiera

Già ieri hai parlato con il buon Dio, raccontandogli dello “stato” della tua preghiera.

Ora è tempo di continuare questo dialogo : puoi seguire questi suggerimenti…


  • quale desiderio - circa la preghiera - vorresti che il buon Dio esaudisse?

  • qual è l’ostacolo più forte alla tua preghiera quotidiana?

  • quello della preghiera, è un momento che attendi e che prepari? Pensa ad esempio alla Messa domenicale…


Scendere: la carità fraterna

Spesso, sul comandamento dell’amore per il prossimo, emergono delle perplessità, delle “lamentele” se non delle vere polemiche: è giusto ma è difficile; sarebbe bello ma non riesco; con quella persona proprio non riesco… o non voglio; ecc…

La carità fraterna non è questione di impegno, di sforzo o di eseguire un comando (come si può obbligare ad amare davvero qualcuno?).

Ricorda il n. 305 della catechesi di ieri, sulle tre virtù teologali: la carità ha bisogno della fede e della speranza per poter essere vissuta. Cioè:



  • ti fidi del Signore, di questa via indicata dal Vangelo?

  • hai speranza che il Signore possa aiutarti nel vivere la carità?

  • davvero desideri camminare nella via della santità? (perché è di questo che stiamo parlando qui, è questa la posta in gioco )

Ora che hai raccolto in te diversi pensieri, parla con Gesù, con la libertà e la fiducia di un amico amato e accolto.



LA FEDE
Mercoledì 6 dicembre
Fratelli, non siamo spiriti scoraggiati: abbiamo fede, più fede! Che cosa manca un po’ a tutti, a noi tutti, oggi, per adoprarci... a salvare il mondo e a impedire che il popolo si allontani dalla Chiesa? Che cosa ci manca perché la carità, la giustizia, la verità non siano vinte, e non rientrino nel seno di Dio, maledicendo all’umanità, che avrà rifiutato di dare il suo frutto? Ci manca la fede!

Chi è di noi, che crede si possano spostare le montagne, guarire i popoli, far predominare la giustizia nel mondo, far risplendere la verità allo spirito umano, unire nella carità di Cristo tutta la terra? Dove sono questi credenti? Più fede, fratelli, ci vuole più fede!

Manca la fede in quelli che bisogna salvare, e la fede manca, talora manca o langue assai la fede in me e pur in altri di noi che vogliamo o crediamo di voler illuminare e salvare le folle.

Siamo sinceri. Perché non sempre rinnoviamo la società, perché non sempre abbiamo la forza di trascinare? Ci manca la fede... Viviamo poco di Dio, e molto del mondo: viviamo una vita spirituale tisica... Ci manca quella fede che fa della vita un fervido apostolato in favore dei miseri e degli oppressi, com’è tutta la vita e il Vangelo di Gesù Cristo.

Manca la fede, quella fede divina, pratica e sociale del Vangelo, che dà al popolo la vita di Dio e anche il pane. È necessaria una grande rinascenza della fede, e che escano dal cuore della Chiesa... i facchini di Dio, i seminatori della fede! Solo con la fede infuocata di carità salveremo gli uomini.

Di fede dobbiamo riempire tutte le vie del mondo.

(don Luigi Orione)


«Ci vuole più fede!»: più chiaro di così!! 

«Viviamo poco di Dio, e molto del mondo: viviamo una vita spirituale tisica»: e questo è il colpo di grazia…



Cosa è la fede?

La fede è ciò che ci lega a Dio: come una corda intrecciata composta da fiducia, affidamento, affetto, ascolto, riconoscimento, dedizione; una corda che collega il nostro cuore al cuore stesso di Dio. La fede non è un legame che costringe, che vincola; è un legame che libera, che fa vivere in pienezza.

Capiamo al volo che la fede, quella vera, non può riguardare uno spazio limitato della vita di una persona, ma chiede, influenza, ispira e determina tutto ciò che siamo.

Don Luigi distingue in questo brano due modi di vivere: vivere di Dio o vivere del mondo, vivere legati a Dio o legati al mondo, vivere nutriti dalla fede in Dio o vivere condizionati dai legami del mondo.

Don Luigi ha parole anche per chi vive una fede “via di mezzo”, una fede con dei compromessi: una vita tisica, malata, destinata alla morte.
Restando sul testo di don Orione possiamo affermare che:


  • la fede sta alla base di ogni desiderio buono: ne è la forza, il nutrimento e la possibilità

  • la fede impedisce al cuore di scoraggiarsi, di affannarsi, di ammalarsi

  • la fede riesce a raggiungere e fa del bene anche a chi non ce l’ha

  • la fede è a servizio della carità, della giustizia, della verità

  • la fede è indispensabile per poter vivere il Vangelo nella sua pienezza

La tentazione più grande che i discepoli di Gesù subiscono è quella di tralasciare la fede, di dedicarci al resto, a ciò che conta davvero: i poveri, la giustizia, l’onestà, far del bene… perché in fondo gli insegnamenti del Vangelo sono ragionevoli, anche senza credere che in Gesù.
Papa Benedetto XVI nell’ottobre del 2012 ha indetto l’Anno della Fede e ha tenuto nelle udienze generali delle catechesi sulla fede. Le puoi trovare tutte sul sito:

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012.index.html.

Leggiamo ora la catechesi di Papa Benedetto XVI che ha per titolo: “Che cosa è la fede?”.


Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso, con l’inizio dell’Anno della fede, ho cominciato con una nuova serie di catechesi sulla fede. E oggi vorrei riflettere con voi su una questione fondamentale: che cosa è la fede? Ha ancora senso la fede in un mondo in cui scienza e tecnica hanno aperto orizzonti fino a poco tempo fa impensabili? Che cosa significa credere oggi? In effetti, nel nostro tempo è necessaria una rinnovata educazione alla fede, che comprenda certo una conoscenza delle sue verità e degli eventi della salvezza, ma che soprattutto nasca da un vero incontro con Dio in Gesù Cristo, dall’amarlo, dal dare fiducia a Lui, così che tutta la vita ne sia coinvolta.

Oggi, insieme a tanti segni di bene, cresce intorno a noi anche un certo deserto spirituale. A volte, si ha come la sensazione, da certi avvenimenti di cui abbiamo notizia tutti i giorni, che il mondo non vada verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica; le stesse idee di progresso e di benessere mostrano anche le loro ombre. Nonostante la grandezza delle scoperte della scienza e dei successi della tecnica, oggi l’uomo non sembra diventato veramente più libero, più umano; permangono tante forme di sfruttamento, di manipolazione, di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia… Un certo tipo di cultura, poi, ha educato a muoversi solo nell’orizzonte delle cose, del fattibile, a credere solo in ciò che si vede e si tocca con le proprie mani. D’altra parte, però, cresce anche il numero di quanti si sentono disorientati e, nella ricerca di andare oltre una visione solo orizzontale della realtà, sono disponibili a credere a tutto e al suo contrario. In questo contesto riemergono alcune domande fondamentali, che sono molto più concrete di quanto appaiano a prima vista: che senso ha vivere? C’è un futuro per l’uomo, per noi e per le nuove generazioni? In che direzione orientare le scelte della nostra libertà per un esito buono e felice della vita? Che cosa ci aspetta oltre la soglia della morte?

Da queste insopprimibili domande emerge come il mondo della pianificazione, del calcolo esatto e della sperimentazione, in una parola il sapere della scienza, pur importante per la vita dell’uomo, da solo non basta. Noi abbiamo bisogno non solo del pane materiale, abbiamo bisogno di amore, di significato e di speranza, di un fondamento sicuro, di un terreno solido che ci aiuti a vivere con un senso autentico anche nella crisi, nelle oscurità, nelle difficoltà e nei problemi quotidiani. La fede ci dona proprio questo: è un fiducioso affidarsi a un «Tu», che è Dio, il quale mi dà una certezza diversa, ma non meno solida di quella che mi viene dal calcolo esatto o dalla scienza. La fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un «Tu» che mi dona speranza e fiducia. Certo questa adesione a Dio non è priva di contenuti: con essa siamo consapevoli che Dio stesso si è mostrato a noi in Cristo, ha fatto vedere il suo volto e si è fatto realmente vicino a ciascuno di noi. Anzi, Dio ha rivelato che il suo amore verso l’uomo, verso ciascuno di noi, è senza misura: sulla Croce, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio fatto uomo, ci mostra nel modo più luminoso a che punto arriva questo amore, fino al dono di se stesso, fino al sacrificio totale. Con il mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, Dio scende fino in fondo nella nostra umanità per riportarla a Lui, per elevarla alla sua altezza. La fede è credere a questo amore di Dio che non viene meno di fronte alla malvagità dell’uomo, di fronte al male e alla morte, ma è capace di trasformare ogni forma di schiavitù, donando la possibilità della salvezza. Avere fede, allora, è incontrare questo «Tu», Dio, che mi sostiene e mi accorda la promessa di un amore indistruttibile che non solo aspira all’eternità, ma la dona; è affidarmi a Dio con l’atteggiamento del bambino, il quale sa bene che tutte le sue difficoltà, tutti i suoi problemi sono al sicuro nel «tu» della madre. E questa possibilità di salvezza attraverso la fede è un dono che Dio offre a tutti gli uomini. Penso che dovremmo meditare più spesso - nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche - sul fatto che credere cristianamente significa questo abbandonarmi con fiducia al senso profondo che sostiene me e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura. E questa certezza liberante e rassicurante della fede dobbiamo essere capaci di annunciarla con la parola e di mostrarla con la nostra vita di cristiani.

Attorno a noi, però, vediamo ogni giorno che molti rimangono indifferenti o rifiutano di accogliere questo annuncio. Alla fine del Vangelo di Marco, oggi abbiamo parole dure del Risorto che dice: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,16), perde se stesso. Vorrei invitarvi a riflettere su questo. La fiducia nell’azione dello Spirito Santo, ci deve spingere sempre ad andare e predicare il Vangelo, alla coraggiosa testimonianza della fede; ma, oltre alla possibilità di una risposta positiva al dono della fede, vi è anche il rischio del rifiuto del Vangelo, della non accoglienza dell’incontro vitale con Cristo. Già sant’Agostino poneva questo problema in un suo commento alla parabola del seminatore: «Noi parliamo - diceva -, gettiamo il seme, spargiamo il seme. Ci sono quelli che disprezzano, quelli che rimproverano, quelli che irridono. Se noi temiamo costoro, non abbiamo più nulla da seminare e il giorno della mietitura resteremo senza raccolto. Perciò venga il seme della terra buona» (Discorsi sulla disciplina cristiana, 13,14: PL 40, 677-678). Il rifiuto, dunque, non può scoraggiarci. Come cristiani siamo testimonianza di questo terreno fertile: la nostra fede, pur nei nostri limiti, mostra che esiste la terra buona, dove il seme della Parola di Dio produce frutti abbondanti di giustizia, di pace e di amore, di nuova umanità, di salvezza. E tutta la storia della Chiesa, con tutti i problemi, dimostra anche che esiste la terra buona, esiste il seme buono, e porta frutto.

Ma chiediamoci: da dove attinge l’uomo quell’apertura del cuore e della mente per credere nel Dio che si è reso visibile in Gesù Cristo morto e risorto, per accogliere la sua salvezza, così che Lui e il suo Vangelo siano la guida e la luce dell’esistenza? Risposta: noi possiamo credere in Dio perché Egli si avvicina a noi e ci tocca, perché lo Spirito Santo, dono del Risorto, ci rende capaci di accogliere il Dio vivente. La fede allora è anzitutto un dono soprannaturale, un dono di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma: «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e sono necessari gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”» (Cost. dogm. Dei Verbum, 5). Alla base del nostro cammino di fede c’è il Battesimo, il sacramento che ci dona lo Spirito Santo, facendoci diventare figli di Dio in Cristo, e segna l’ingresso nella comunità della fede, nella Chiesa: non si crede da sé, senza il prevenire della grazia dello Spirito; e non si crede da soli, ma insieme ai fratelli. Dal Battesimo in poi ogni credente è chiamato a rivivere e fare propria questa confessione di fede, insieme ai fratelli.

La fede è dono di Dio, ma è anche atto profondamente libero e umano. Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice con chiarezza: «È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo» (n. 154). Anzi, le implica e le esalta, in una scommessa di vita che è come un esodo, cioè un uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze, dai propri schemi mentali, per affidarsi all’azione di Dio che ci indica la sua strada per conseguire la vera libertà, la nostra identità umana, la gioia vera del cuore, la pace con tutti. Credere è affidarsi in tutta libertà e con gioia al disegno provvidenziale di Dio sulla storia, come fece il patriarca Abramo, come fece Maria di Nazaret. La fede allora è un assenso con cui la nostra mente e il nostro cuore dicono il loro «sì» a Dio, confessando che Gesù è il Signore. E questo «sì» trasforma la vita, le apre la strada verso una pienezza di significato, la rende così nuova, ricca di gioia e di speranza affidabile.

Cari amici, il nostro tempo richiede cristiani che siano stati afferrati da Cristo, che crescano nella fede grazie alla familiarità con la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Persone che siano quasi un libro aperto che narra l’esperienza della vita nuova nello Spirito, la presenza di quel Dio che ci sorregge nel cammino e ci apre alla vita che non avrà mai fine. Grazie.


INDICAZIONI PER LA PREGHIERA

Abbiamo bisogno di amore, di significato e di speranza, di un fondamento sicuro, di un terreno solido che ci aiuti a vivere con un senso autentico anche nella crisi, nelle oscurità, nelle difficoltà e nei problemi quotidiani”: questa frase di Papa Benedetto XVI dona un quadro molto chiaro in cui inserire il significato profondo della fede.

Lasciati guidare da questo insegnamento:


  • la fede che posto occupa nel tuo bisogno di amore?

  • che contributo dona la fede al significato e allo scopo della tua vita?

  • pensando al tuo futuro, sia prossimo sia a lungo termine quanto spazio c’è alla speranza, alla presenza di Dio nella tua vita e quanto spazio invece si prende l’incertezza, la preoccupazione, l’affanno?

  • problemi quotidiani, difficoltà e oscurità: ti senti accompagnato e sostenuto dalla fede?

Ora prenditi un po’ di tempo da dedicare al Signore, proprio come ha fatto Gesù con Dio Padre e affida a Lui il frutto delle tue riflessioni, affinché diventino dialogo fatto di lode, supplica, ringraziamento, richiesta.


Giovedì 7 dicembre
Dal Vangelo secondo Giovanni (15, 4-5)

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.


In questi due versetti è racchiuso il senso della nostra fede.

Quante volte e in quanti ambiti della vita ci sentiamo autosufficienti e capaci?

Possiamo magari illuderci del contrario, ma anche noi “mettiamo radici”, perché - come diceva ieri Papa Benedetto XVI - abbiamo bisogno di amore, significato, speranza e terreno solido. La questione quindi è di capire in quali e quanti terreni di fatto abbiamo le radici…

“Rimanete in me e io in voi” è una preghiera che Gesù rivolge a noi: parte dal suo cuore, dal suo desiderio di stare con noi, di vederci felici e lieti. È un invito a fidarci di lui, ad affidare a lui la nostra vita, le nostre speranze, i nostri desideri e progetti, le nostre paure… perché nessuno mai deve restare solo.

Ci sono frutti e frutti: anche in questo spesso ci illudiamo. Invece di puntare alto, di desiderare cose grandi, di realizzare cose grandi (grandi come le intende Gesù ovviamente), ci accontentiamo di poco, della superficialità, della banalità, di avere la pancia piena, di non avere pensieri per qualche ora, di appagare qualche istinto, di sentirci migliori di qualcun altro…

Noi siamo fatti per la bontà, la bellezza, l’amore, la pienezza, l’infinito, l’eternità, il paradiso: perché fermarci alla banalità?


INDICAZIONI PER LA PREGHIERA

Le radici vanno rafforzate affinché nulla possa allontanarci da Dio e per questo serve tempo e perseveranza… oltre alla Grazia di Dio naturalmente.

Ricorda: anche quando all’appello mancano voglia, energie, concentrazione resta vero che il tempo della preghiera è sempre un incontro con il Signore e che, se anche la nostra parte è un po’ povera, il buon Dio la sua parte la fa sempre .

Quindi… forza!

Prenditi del tempo, rileggi il brano di Vangelo e parla con il Signore della tua fede, del tuo legame con lui, di quanto tieni a lui, dei desideri che sono nati in questi giorni, come anche di eventuali dubbi o preoccupazioni. E tieni nel cuore la sua preghiera: “Rimanete in me”.

LA FATICA
Venerdì 8 dicembre
Se saremo uomini di meditazione staremo in piedi, sopporteremo con pazienza le avversità della vita, troveremo forza e coraggio per vincere le tentazioni del nemico.

(don Luigi Orione)


Sia fatta la volontà del Signore, non voglio altra cosa… lietissimo e afflittissimo.

(don Luigi Orione)


Nella tradizione orionina si parla di “santa fatica” perché ciò che conta è fare la volontà di Dio: è in essa infatti che la fatica trova il suo unico senso. La forza e il coraggio per vivere santamente la fatica provengono - ancora una volta - dalla preghiera, dal legame profondo con Dio.
(Youcat n. 476) Come pregava Gesù in prossimità della morte?

In prossimità della morte, Gesù provò l’angoscia umana in tutta la sua profondità; eppure anche in quest’ora Egli trovò la forza di confidare nel Padre celeste: «Abbà, Padre, tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14, 36).

Il bisogno insegna a pregare, e questo lo sperimentiamo tutti nel corso della nostra vita. In che modo pregò Gesù in prossimità della morte? In quelle ore a muoverlo fu l’assoluta disposizione ad affidarsi all’amore e alla Provvidenza del Padre; eppure pronunciò la più profonda di tutte le preghiere, traendola dalle orazioni ebraiche per i defunti: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34, con riferimento al Sal 22, 1). Tutta la disperazione, il lamento e il grido degli uomini di ogni tempo, ogni desiderio della salvezza che proviene dalla mano di Dio sono contenuti in questa espressione del crocifisso. Pronunciate le parole «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46) Egli spirò. In esse risuona l’incondizionata fiducia nel Padre, la cui potenza può anche risuscitare dai morti.

In questo modo la preghiera di Gesù durante l’agonia e la morte anticipa già la vittoria pasquale della sua risurrezione.
(Youcat n. 507) Perché talvolta si sperimenta che la preghiera non è di aiuto?

La preghiera non ci procura ciò che a noi piacerebbe, ma solo la vicinanza con Dio; e proprio in un apparente silenzio Dio ci invita a fare ancora un passo avanti nella donazione senza riserve, nella fede incondizionata, nell’attesa che non conosce fine. Chi prega deve lasciare a Dio tutta la libertà di dirci ciò che Egli desidera, di compiere ciò che Egli chiede e di donarsi come Egli vuole.

Spesso diciamo: «Ho pregato ma non sono stato esaudito»: forse la nostra preghiera non è abbastanza intensa, come un giorno il Curato d’Ars chiese ad un confratello che si lamentava del proprio insuccesso: «Hai pregato e hai sospirato… hai anche digiunato e vegliato?»; può darsi anche che le nostre richieste a Dio non siano giuste. Per questo Teresa d’Avila disse un giorno: «Non chiedere a Dio carichi leggeri, chiedigli una schiena forte!».


Dai testi appena letti possiamo comprendere che per poter vivere “santamente” la fatica del nostro cammino occorre lavorare molto sul desiderio di fare la volontà di Dio; questa a sua volta è possibile comprenderla solo grazie ad un rapporto personale e profondo con Lui.

Tutto insomma parte dalla preghiera: era vero per la vita di carità, poi per la fede e ora per la fatica vissuta santamente. Non c’è da stupirsi, visto che - come abbiamo già visto - la fede nel Signore Gesù riguarda ogni aspetto della vita e che, senza preghiera, senza dialogo con Dio, la fede non può sussistere.


Vengono qui proposti alcuni passi da fare continuamente, per poter crescere nella conoscenza di Dio, nella familiarità con Lui, nella maggior fiducia alla Sua volontà, essenziali per vivere in santità le fatiche di ogni giorno.
Primo passo: una triplice preghiera a Dio

Questo è ciò che Papa Francesco ha suggerito durante una delle sue meditazioni quotidiane a Santa Marta:

Prego perché il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà.

Prego per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia vita, sulla decisione che devo prendere adesso, sul modo di gestire le cose.

Prego per compiere quella volontà, che non è la mia, è quella di Lui. E non è facile”.
Secondo passo: frequenta la Sua Parola

Per questo secondo passo ci viene in aiuto uno dei documenti del Concilio Vaticano II (Dei Verbum 26):



Il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo. Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo; poiché quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini.
Terzo passo: vivi i sacramenti

Papa Francesco, durante un’udienza generale del 2013, affronta l’importanza della frequenza ai sacramenti affinché cresca la comunione tra i fratelli in Cristo:



I Sacramenti esprimono e realizzano un’effettiva e profonda comunione tra di noi, poiché in essi incontriamo Cristo Salvatore e, attraverso di Lui, i nostri fratelli nella fede. I Sacramenti non sono apparenze, non sono riti, ma sono la forza di Cristo; è Gesù Cristo presente nei Sacramenti. Quando celebriamo l’Eucaristia è Gesù vivo, che ci raduna, ci fa comunità, ci fa adorare il Padre. Ciascuno di noi, infatti, mediante il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia, è incorporato a Cristo e unito a tutta la comunità dei credenti. Pertanto, se da un lato è la Chiesa che “fa” i Sacramenti, dall’altro sono i Sacramenti che “fanno” la Chiesa, la edificano, generando nuovi figli, aggregandoli al popolo santo di Dio, consolidando la loro appartenenza.       

Ogni incontro con Cristo, che nei Sacramenti ci dona la salvezza, ci invita ad “andare” e comunicare agli altri una salvezza che abbiamo potuto vedere, toccare, incontrare, accogliere, e che è davvero credibile perché è amore. In questo modo, i Sacramenti ci spingono ad essere missionari, e l’impegno apostolico di portare il Vangelo in ogni ambiente, anche in quelli più ostili, costituisce il frutto più autentico di un’assidua vita sacramentale, in quanto è partecipazione all’iniziativa salvifica di Dio, che vuole donare a tutti la salvezza. La grazia dei Sacramenti alimenta in noi una fede forte e gioiosa, una fede che sa stupirsi delle “meraviglie” di Dio e sa resistere agli idoli del mondo. Per questo è importante fare la Comunione, è importante che i bambini siano battezzati presto, che siano cresimati, perché i Sacramenti sono la presenza di Gesù Cristo in noi, una presenza che ci aiuta. È importante, quando ci sentiamo peccatori, accostarci al sacramento della Riconciliazione. Qualcuno potrà dire: “Ma ho paura, perché il prete mi bastonerà”. No, non ti bastonerà il prete; tu sai chi incontrerai nel sacramento della Riconciliazione? Incontrerai Gesù che ti perdona! È Gesù che ti aspetta lì; e questo è un Sacramento che fa crescere tutta la Chiesa.
Quarto passo: segui un padre spirituale

Papa Benedetto XVI, durante un’udienza generale, parlando di Simeone il nuovo teologo (monaco orientale vissuto intorno all’anno mille) sottolinea l’importanza del padre spirituale per chiunque desideri vivere in pienezza il Vangelo:



Questo santo monaco orientale ci richiama tutti ad un’attenzione alla vita spirituale, alla presenza nascosta di Dio in noi, alla sincerità della coscienza e alla purificazione, alla conversione del cuore, così che realmente lo Spirito Santo divenga presente in noi e ci guidi. Se infatti giustamente ci si preoccupa di curare la nostra crescita fisica, umana ed intellettuale, è ancor più importante non trascurare la crescita interiore, che consiste nella conoscenza di Dio, nella vera conoscenza, non solo appresa dai libri, ma interiore, e nella comunione con Dio, per sperimentare il suo aiuto in ogni momento e in ogni circostanza. […]

Nel cammino di vita ascetica da lui proposto e percorso, la forte attenzione e concentrazione del monaco sull’esperienza interiore conferisce al Padre spirituale del monastero un’importanza essenziale. Lo stesso giovane Simeone, come s’è detto, aveva trovato un direttore spirituale, che ebbe ad aiutarlo molto e del quale conservò grandissima stima, tanto da riservargli, dopo la morte, una venerazione anche pubblica. E vorrei dire che rimane valido per tutti - sacerdoti, persone consacrate e laici, e specialmente per i giovani - l’invito a ricorrere ai consigli di un buon padre spirituale, capace di accompagnare ciascuno nella conoscenza profonda di se stesso, e condurlo all’unione con il Signore, affinché la sua esistenza si conformi sempre più al Vangelo. Per andare verso il Signore abbiamo sempre bisogno di una guida, di un dialogo. Non possiamo farlo solamente con le nostre riflessioni. E questo è anche il senso della ecclesialità della nostra fede, di trovare questa guida.
Vivendo con fedeltà questi passi, il buon Dio ci donerà la grazia per essere forti nelle fatiche, offrendole a Lui affinché ogni lacrima, ogni caduta, ogni goccia di sudore… sia per noi e per il mondo intero strumento di purificazione e di salvezza - per i meriti della Pasqua di Cristo.
INDICAZIONI PER LA PREGHIERA

Chissà quante cose sono nate in testa e nel cuore dopo tutti questi testi così densi!

Dedica la preghiera di oggi al primo passo suggerito da Papa Francesco: parla con il Signore e chiedigli:


  • di donarti il desiderio di cercare la Sua volontà

  • di donarti un cuore e una mente capaci di comprenderla

  • di donarti la perseveranza nello sceglierla

Sabato 9 dicembre


Dal Vangelo secondo Matteo (4, 1-11)

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.

Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”. Ma egli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.

Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”.

Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”. Allora Gesù gli rispose: “Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”.

Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
La fame

Il lungo periodo nel deserto fa fare a Gesù l’esperienza del bisogno, non solo del cibo ma anche di qualcosa di più profondo. Quando siamo di fronte ad una fatica, ciò che ci dona la forza di affrontarla è “il perché farlo” e “il per chi farlo”; senza un significato profondo la sofferenza è solo spaventosa e rischia di vincere e di farci prendere strade sbagliate. E questo è esattamente il piano d’azione del diavolo: offrire a Gesù “strade alternative” per lasciarsi le fatiche dietro le spalle, senza preoccuparsi di cercare un significato profondo.


La ricerca del bene

La prima tentazione riguarda la ricerca del bene: da una parte potrebbe essere troppo difficile, per cui si decide di scegliere altro; dall’altra potrebbe essere ottenuto in modo sbagliato, “barando”, ingannando, scendendo a compromessi.



Di fronte alla fatica della ricerca del vero bene la strada che Gesù prende è: cercare la volontà di Dio (sta scritto…). E cosa vuole Dio? Dio vuole che davanti ad una scelta il nostro cuore rimanga puro, non si corrompa, non cada nell’inganno di guardare solo al risultato.

La relazione con Dio

La seconda tentazione riguarda il modo in cui ci mettiamo in rapporto con Dio: facilmente nella preghiera si insinua una pretesa, un ricatto, un comando… e il legame con Lui si deforma e di conseguenza fiducia e affidamento vengono meno.



La fatica nella preghiera è esperienza comune per chiunque la viva: restiamo fedeli a Lui, rinnoviamo la nostra fiducia in Lui, il nostro amore per Lui, sicuri che ci ascolta, che provvede a noi.

Una nota aggiuntiva: il diavolo mostra un’ottima conoscenza della Parola di Dio (anche nei Vangeli il diavolo conosce chi è Gesù… senza ovviamente credere in Lui e affidarsi a Lui); questo punto è importante perché, come diceva Papa Benedetto XVI nel testo affrontato ieri, Dio va conosciuto non solo attraverso i testi ma soprattutto nella comunione, nella preghiera.


Il sostituto di Dio

La terza tentazione è quella di sostituire Dio, quando la fatica nella vita di fede si fa pesante, con qualcosa di più comodo: l’idolo. Può capitare a tutti i cristiani di essere tentati di sostituire Dio con un altro dio, simile a Lui, ma più accomodante; siamo tutti d’accordo quando Gesù parla della misericordia e della pietà di Dio per noi… lo siamo meno quando ci chiede di amare i nostri nemici o di perdonare sempre chiunque.



Vivere il Vangelo, cercando di tradurlo in concreto ogni giorno… è una bella faticaccia! Ma Gesù ci viene incontro dicendo che Dio è il nostro Dio e noi siamo suoi! Questo legame d’amore indistruttibile è la sorgente da cui attingere la forza per affrontare la fatica e a cui ritornare dopo ogni nostra caduta.
INDICAZIONI PER LA PREGHIERA

Rileggi con attenzione questo brano di Vangelo: è un bello specchio davanti al quale guardare il proprio cuore. Riporta alla mente le tue fatiche: offrile al Signor; chiedigli perdono per aver ceduto alla tentazione; chiedigli di rafforzare la tua fede perché di fronte ad una nuova fatica tu possa ricordare quale sia “la posta in gioco”, per cosa valga davvero la pena affrontarla e portarne il peso.




Seconda settimana di Avvento Domenica 10 dicembre

Ricorda di compiere i due passi preziosi della Domenica:





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