La Regina della Lucania



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La Regina della Lucania: tra religione, cultura e generazioni.

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Quanti mi siembri bella cu st'uocchii a sigguardà”1
Dott.ssa Rossana Di Poce

Dott.ssa Michela Zucca



Progetto.

La Regina della Lucania:

tra religione, cultura e generazioni.
Sommario

Introduzione
-L’archetipo della Grande Madre

-Le Madonne nere in Europa

Obiettivi



-La Madonna Nera di Viggiano: un simbolo forte di identità condivisa

-La potenzialità del culto oltre Viggiano

-Le immagini della memoria: attivare la memoria collettiva
Modalità
-Il progetto: una costruzione collettiva ( Fase 1 ).

-Analisi e sintesi (Fase 2 ).

-La contestualizzazione in ambito europeo (fase 3).

L’archetipo della Magna Mater
Per comprendere a fondo l’importanza della presenza di una Madonna nera bisogna fare un salto nel tempo, fino ai primordi della storia dell’umanità. Perché l’immagine della Madre Nera appartiene probabilmente al substrato più antico della formazione dell’identità umana: la divinizzazione di chi ti dà la vita, della generatrice e, nello stesso tempo, della Terra nutrice, tanto più fertile quanto più è scura.

Il termine “Grande Madre” come aspetto parziale dell’archetipo del femminile indica una concezione recente, un’astrazione, che presuppone una coscienza speculativa già sviluppata: la Magna Mater appare solo relativamente tardi nella storia dell’umanità. Ma il culto e la rappresentazione della Dea precedono di molti millenni l’uso del suo nome. Dall’età di Cro Magnon all’ultima glaciazione, fino all’ingresso nel periodo neolitico, per più di 30.000 anni della sua preistoria, la specie umana è stata la figlia della Dea. Nella sua rotonda biosfera, la vita, la morte e la rinascita ritornavano eternamente, come i cicli della luna e delle mestruazioni. Era lei che ordinava il ritmo delle stagioni, regalava il grano, faceva prosperare le mandrie e portava i defunti nel sicuro rifugio della sua matrice cosmica.

Prima che la divinità fosse rappresentata con i caratteri della figura umana, è emersa, in modo spontaneo, un’enorme quantità di simboli naturali che riguardavano la sua immagine, ancora informe. Pietra o albero, stagno, frutto o animale, portano il segno delle Grande Madre e a lei si collegano, diventando suoi attributi. E, a poco a poco, formando la cerchia simbolica che circonda la sua figura archetipica, e che si manifesta nel mito e nel rito. Dee e fate; demoni e ninfe; fantasmi e mostri: nelle religioni e nelle fiabe; nelle tradizioni e nelle leggende; nelle saghe e nelle canzoni: queste le innumerevoli forme in cui si manifesta tra gli uomini.

Nella definizione di Magna Mater la combinazione di “grande” con “madre” non è un dato concettuale: implica piuttosto un simbolismo tinto di forti tonalità emotive. “Madre” indica non solo, e non tanto, un rapporto di filiazione, ma anche una complessa relazione psichica dell’Io; come “grande” esprime il carattere simbolico di superiorità, che la figura archetipica possiede nei confronti di ciò che è umano e, in generale, di tutto ciò che è stato creato.

Il suo nome – mater, materies, matrix – significa materia; e dal suo corpo è stato creato il mondo. Da qui, la tendenza ad apparire come un ammasso di terra: o, meglio, una montagna. Oppure una foresta selvaggia: niente più della selva originaria, scura, caotica, umida, piena di cadaveri di bestie e di piante che putrefacendosi fanno nascere nuove vite, può rappresentare la forza generatrice e orrorifica insieme della madre. Forse proprio per questo, sulle montagne e in generale in ambienti molto legati alla terra e al bosco, la religione delle Madri è riuscita a resistere per tanti secoli, assieme all’importantissimo ruolo di chi amministrava il suo culto: le donne, e non solo le sacerdotesse e le veggenti di cui si conserva il ricordo; tutte le donne, in qualità di generatrici. Sulle montagne e nelle campagne d’Europa, il matriarcato e la religione delle Madri sopravvisse ben oltre il Neolitico. I poteri femminili risiedevano nella terra, nei monti, nelle colline, nelle rocce e – insieme coi morti e con coloro che non sono ancora nati – nel mondo sotterraneo. La commistione degli elementi dell’acqua e della terra è soprattutto un’essenza femminile: palude e fango, fonti di fertilità, sono immediatamente associabili all’utero. Tra i Germani la signora dell’acqua non è soltanto la madre primordiale: in tedesco il nesso linguistico fra Mutter (madre), Moder (fanghiglia), Moor (fango), Marsch (terreno alluvionale), Meer (mare), è ancora evidente. Luoghi numinosi di vita preorganica, che vengono esperiti in partecipazione mistica con la Grande Madre Terra, sono il monte, la caverna, i pilastri di pietra e la roccia generatrice2 (3).

L’archetipo primordiale possiede una prerogativa essenziale: racchiude e fonde in sé attributi e gruppi di attributi positivi e negativi, che, considerati secondo la nostra mentalità urbana, razionale e cristiana, sono inconciliabili fra loro. Sotto il regno della Dea, non esisteva opposizione tra la terra e il cielo, la vita e la morte, l’animale e l’umano, il maschio e la femmina, l’animato e l’inanimato, la materia e la forma, la foresta e il prato. Queste distinzioni radicali, che, guarda caso, descrivono la selva come il terrorizzante trionfo del caos della natura, sono alla base della civiltà, in contrasto con la cultura3.






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