La Riflessione liberale inglese sul nazionalismo: un confronto critico tra J



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02.02.2018
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ANNA DEMARIN

Nazionalismo e principio di nazionalità:

un confronto critico tra J. Stuart Mill e Lord Acton


La teoria milliana della nazionalità


Nel corso del xix secolo il liberalismo sostenne i movimenti di indipendenza nazionale, sulla base di alcuni presupposti:

1. i popoli dovevano possedere certe dimensioni per sopravvivere dal punto di vista economico e culturale;

2. la nascita delle nazioni era interpretata come un processo di espansione;

3. le piccole nazionalità, che non potevano garantirsi un futuro indipendente, dovevano essere assimilate dalle nazionalità più avanzate (“principio della piccola taglia”).

In realtà, se prima del ’48 liberalismo e nazionalismo rappresentavano due ideologie che si identificavano con i valori del progresso e del ceto medio, i quali si opponevano alle forze politiche conservatrici e reazionarie, dopo il ’48 la concordanza tra libertà e nazione si rivelò apparente, perché gli Stati subordinarono la realizzazione di principi liberali al conseguimento dell’unità politica, come dimostrò il caso tedesco.

Alla questione del nazionalismo e delle nazionalità J. Stuart Mill, uno dei massimi esponenti del liberalismo inglese del xix secolo, non dedicò una pubblicazione specifica, ma dalla lettura dei suoi scritti si è ricostruita una teoria milliana che risulta essere complessa e sottile, poiché la difesa del principio dell’autodeterminazione è strettamente connessa con la riflessione sul governo rappresentativo e con i temi del carattere nazionale, della razza, delle relazioni internazionali, dell’imperialismo britannico e del patriottismo.

Nel saggio del 1861 Considerazioni sul governo rappresentativo Mill scrisse che obiettivo del “buon governo”, di cui nelle pagine del noto saggio delineò le caratteristiche, doveva essere il progresso sociale e individuale, che si misurava in termini economici, morali e intellettuali: esso dunque coincideva con la democrazia rappresentativa.

I presupposti della democrazia rappresentativa erano principalmente quattro:

1. il diritto di rappresentanza delle minoranze;

2. una cittadinanza istruita;

3. una élite competente deputata alla realizzazione del bene comune;

4. il suffragio universale (maschile e femminile).

Tali presupposti erano in grado di annullare i pericoli della democrazia, o sia l’incapacità politica del popolo, un governo soggetto a interessi particolari e la “tirannide della maggioranza”, descritta da Tocqueville nella Democrazia in America.

Nei capitoli finali del saggio Mill pose la questione della conciliabilità tra un sistema rappresentativo e la nuova dottrina nazionalista: secondo Mill il governo rappresentativo era conciliabile con il principio della nazionalità, poiché la stabilità politica di una società era garantita anche dal sentimento nazionale, le cui fonti erano l’identità del destino politico, una comune storia nazionale, una comunità di tradizioni insieme con la condivisione di lingua, religione e confini geografici.

Più precisamente un governo rappresentativo richiede ciò che Mill definì una “opinione pubblica omogenea”, o sia l’espressione non delle stesse opinioni politiche ma di una nazionalità comune, dove per nazionalità Mill intendeva un sentimento di comunanza di interessi tra coloro che vivevano sotto lo stesso governo ed entro gli stessi confini storici o naturali: dunque, le libere istituzioni potevano realizzarsi se i confini dei governi coincidevano con i confini delle nazionalità.

Ne derivano due conseguenze: innanzitutto Mill rifiutò sempre la soluzione degli Stati multinazionali, perché essi non potevano garantire l’omogeneità culturale, fattore essenziale per garantire una sovranità popolare e una democrazia genuina: entro uno Stato multinazionale il conflitto tra popoli di razza e lingua diverse era un ostacolo al governo rappresentativo e alle libere istituzioni; in secondo luogo egli difese il diritto dei popoli europei all’autodeterminazione nazionale e condannò le politiche illiberali dell’Impero asburgico (che sottometteva a sé undici nazionalità diverse) e dell’Impero russo.

Tuttavia, come si evince dalla lettura degli scritti politici milliani, il liberale inglese non riconobbe mai al principio di nazionalità un valore assoluto, poiché osservò che in alcune realtà europee (Francia, Germania orientale, Ungheria) il principio di nazionalità non era attuabile.

Tale considerazione lo condusse a due conclusioni. Da una parte prospettò soluzioni politiche diverse: per alcuni casi storici l’assimilazione di nazionalità meno progredite a quelle più avanzate e civilizzate, in altri casi storici la federazione politica di popoli, capace di garantire gli interessi comuni insieme con una efficace politica economica e difensiva; dall’altra riconobbe i pericoli e le degenerazioni del principio nazionalistico e condannò l’attaccamento particolaristico alla propria cultura e civiltà.

Dunque, Mill riconobbe nel principio di nazionalità un valido strumento per conseguire altri obiettivi (il governo rappresentativo) ma non li incoraggiò mai, perché non riconosceva un valore alla conservazione di culture nazionali.

La riflessione milliana esposta nel saggio del 1861 è in realtà frutto di una riflessione maturata nei decenni precedenti da Mill, che si dedicò anche allo studio della razza, del carattere nazionale, delle relazioni internazionali, con una particolare attenzione alla politica estera britannica.

Negli scritti degli anni ’30 e ’40 Mill rivela un particolare interesse nello studio del carattere nazionale. Più precisamente egli fece sua la riflessione di Coleridge, secondo cui la stabilità di una società politica era data anche da un forte e attivo principio di coesione tra i membri della stessa comunità: in termini milliani ciò significava educare gli individui alla cooperazione e alla partecipazione, a non alimentare sentimenti di ostilità e di indifferenza. Ciò spiega l’interesse di Mill verso lo studio dell’etologia (studio del carattere dei popoli), rilevando che ad ogni carattere corrispondono leggi e istituzioni distinte. Sulla base di questo principio Mill seguì con apprensione gli eventi francesi successivi al ’48, giungendo alla conclusione che il popolo francese non era pronto per istituire un governo rappresentativo, che era attuabile solo se un popolo dimostrava la volontà di riceverlo e la capacità di difenderlo e conservarlo.

Entro questa riflessione Mill accennò al tema della razza, cui tuttavia non riconobbe mai un ruolo fondamentale, essendo più propenso a riconoscere che le differenze tra i popoli e le società erano ascrivibili a circostanze ambientali e sociali. Tuttavia il limite dell’analisi milliana fu di non definire nei suoi scritti cosa intendesse per “carattere nazionale”, e di non aver mai esplicitamente negato il ruolo della razza e del clima nella formazione del carattere. Nello stesso tempo Mill non può essere definito un “teorico razziale della nazionalità” né un esponente del determinismo biologico: egli sviluppò una analisi non razziale ma razionale, secondo cui le diversità di carattere erano ascrivibili non a fattori naturali e razziali, ma alle istituzioni, al costume sociale e politico. Mill infatti non usò mai il termine razza come sinonimo di nazione e di carattere nazionale, né applicò una spiegazione razziale a fenomeni sociali e culturali, perché ne comprese le pericolose degenerazioni.

Negli anni in cui l’Europa era attraversata dai moti di indipendenza nazionale, che minacciavano il sistema geopolitico del 1815, Mill pose l’interrogativo sul diritto di uno Stato di intervenire a favore dei moti del’48 e nel conflitto tra due Stati. Negli scritti Vindication of French revolution, A few words on Non-Intervention, Treaty obligations il liberale inglese formulò la sua teoria delle relazioni internazionali. In primo luogo Mill affidò all’Inghilterra un ruolo di primo piano nel sistema politico ed economico internazionale e giustificò l’intervento militare inglese per mediare conflitti, fermare guerre civili, riconciliare i belligeranti: da una parte riconobbe legittimità a un intervento per sostenere un popolo nella battaglia per l’indipendenza nazionale e dall’altra comprese come l’intervento avrebbe permesso all’Impero di sancire importanti alleanze internazionali, utili per indebolire il dispotismo politico degli Stati multinazionali.

Inoltre Mill interpretò gli affari internazionali con una chiara valenza morale: da una parte auspicò una “comunità di nazioni”, in cui i rapporti tra gli Stati fossero regolati da una legge morale; dall’altra precisò che l’intervento negli affari degli altri Stati era legittimo solo se fondato su motivazioni morali e libertarie.

Questa analisi implica un interrogativo di particolare interesse, o sia se la difesa milliana dell’Impero sia conciliabile con il principio di libertà, di cui il saggio del 1859 On Liberty rappresenta un manifesto. Nel noto saggio Mill definì la libertà, che era sia libertà dallo Stato e della società, sia sviluppo dell’individualità, o sia il libero esercizio delle facoltà, la condizione essenziale per il progresso umano e sociale. Ma, precisa Mill, il principio di libertà non è adatto ai bambini né alle società arretrate o attraversate dalle guerre. Dunque, le libere istituzioni non erano attuabili nelle società in cui il popolo non dimostrava volontà e capacità di riceverle e conservarle e nelle società arretrate, perché il popolo non era educato all’esercizio della libertà, a una discussione libera ed eguale.

Ne consegue che Mill definì la libertà e la democrazia non valori assoluti, ma beni condizionali, che dovevano essere concessi solo a società che avessero dimostrato di possedere capacità di autogoverno, di conservazione dell’indipendenza nazionale e che possedessero una élite capace di governare nell’interesse generale. Il governo rappresentativo era la migliore forma di governo per gli stadi più avanzati di civilizzazione, quali i popoli inglese e americano.



Il pensiero actoniano e il contributo al dibattito sul nazionalismo

Lord Acton pubblicò il suo scritto Nationality un anno dopo il saggio milliano Considerazioni sul governo rappresentativo, con cui, inconsapevolmente, inaugurò una lunga tradizione di pensatori politici che nel corso dell’Ottocento e del Novecento si confrontarono con il pensiero milliano sul tema del nazionalismo.

Lord Acton, aristocratico inglese vissuto tra il 1834 e il 1902, nel panorama culturale e politico ottocentesco britannico rappresentò una figura di elevata forza intellettuale e morale, che però soffrì sempre di solitudine “intellettuale”, poiché il suo tentativo di conciliare i principi del liberalismo con i valori del cattolicesimo lo portò ad essere emarginato dagli ambienti cattolici e guardato con sospetto dall’élite politica inglese.

I presupposti della cultura politica actoniana sono principalmente due: da una parte il cattolicesimo (Acton individuò nel medioevo cristiano le fonti della libertà moderna), dall’altra il pensiero conservatore rappresentato dagli scritti di Edmund Burke e del francese Tocqueville. Fu su questi due presupposti che Acton elaborò la sua riflessione liberale, confrontandosi con i principali movimenti politici della sua epoca (abolizionismo, democrazia, socialismo, nazionalismo) e rilevandone limiti e contraddizioni alla luce del principio di libertà: egli affermò il primato assoluto delle libertà individuali, difese i diritti delle minoranze religiose e nazionali, condannò i dispotismi politici perché annullavano l’iniziativa individuale e la libertà di coscienza.

Propongo qui un breve excursus dei principali temi actoniani (libertà, democrazia, socialismo, federalismo americano) per soffermarmi successivamente sulla questione delle nazionalità, tema su cui Acton si confrontò maggiormente con il pensiero milliano e su cui ha offerto il contributo più interessante.

Acton difese il principio di libertà, che divenne il tema fondamentale della sua storia delle idee e il fine della sua azione intellettuale e politica, un impegno che si rivelò più urgente nei tempi moderni, in cui si assisteva al livellamento della società, all’azione unificata dello Stato e dell’assolutismo e all’avvento della “tirannide dell’opinione pubblica”. Secondo Acton il cattolicesimo rappresentava la religione per eccellenza che poteva garantire la libertà e, pertanto, compito della Chiesa cattolica era l’affermazione della libertà spirituale dell’individuo contro le pretese assolutistiche dello Stato. Tale convinzione condusse Acton a dedicare una parte del suo lavoro di storico a recuperare e reinterpretare l’eredità del Medioevo cristiano, definito come la prima fase nella affermazione progressiva della libertà. Nel saggio del 1877, Storia della libertà in epoca cristiana, lo storico inglese affermò che la dottrina medievale, nelle formulazioni di Marsilio da Padova e di Tommaso d’Aquino, aveva elaborato concetti destinati a caratterizzare la cultura e la storia moderna, poiché essi condannarono la schiavitù, affermarono i principi della separazione dei poteri, la libertà di coscienza, il diritto all’insurrezione: la Chiesa e lo Stato, concluse Acton nel suo saggio, erano due ordini di realtà distinti ma coordinati, perché parti di una medesima respublica christiana, dove il godimento della libertà civile era garanzia della libertà religiosa.

La teoria medievale però non sopravvisse alle tendenze centralizzatrici dell’epoca moderna e a prevalere furono la teoria hobbesiana del Leviatano e la teoria rousseauiana del contratto sociale, dove lo Stato costituisce un corpo artificiale, composto da individui eguali e isolati. Nelle note manoscritte, conservate alla Cambridge University Library, Acton distinse tra la teoria hobbesiana, che svincolò la politica da ogni riferimento alla morale e alla coscienza, e ciò che egli definì la teoria del “diritto divino del re”, che voleva preservare il sentimento morale, capace di tenere legati individuo e Stato.

Infine, Acton studiò il principio di libertà alla luce delle due principali rivoluzioni moderne, quella americana e quella francese. A proposito della rivoluzione americana, Acton affermò in Le cause politiche della rivoluzione americana (1861) che nel 1776 e non nel 1688 era stato affermato per la prima volta nella storia il primato assoluto della libertà, poiché i coloni avevano messo in pericolo la buona condizione in cui vivevano per affermare un principio astratto. Sulla rivoluzione americana Acton si confrontò maggiormente con Bryce di cui elogiò l’opera American Commonwealth (1889), criticandone però l’interpretazione storica della rivoluzione. Se Bryce sostenne che i coloni insorsero contro la madre patria per motivi prettamente economici, rivolta da cui scaturì la rivendicazione all’indipendenza, Acton invece scrisse che quello del 1776 fu un atto rivoluzionario violento, che rivendicava l’indipendenza sulla base del principio astratto di libertà, un principio che l’America seppe conservare e tutelare, secondo Acton, attraverso tre condizioni:

1. il sistema federalistico, che annullava di fatto il pericolo del potere accentrato e il centralismo amministrativo;

2. la cultura puritana, che aveva affermato i principi della tolleranza, dell’eguaglianza e della libertà di coscienza, fondamento della libertà civile;

3. la forma di governo, che aveva saputo adattarsi alla realtà della “frontiera”.

Non totalmente positivo fu invece il giudizio di Acton sul 1789, poiché se da una parte ne riconobbe l’essenza liberale e il valore storico (essa sancì la fine dell’ancien regime e la Dichiarazione dei Diritti), dall’altra ne condannò l’uso della violenza e gli sviluppi giacobini. Il limite della Rivoluzione Francese, scrisse Acton, fu di ereditare l’idea distruttiva ma non quella costruttiva, la Dichiarazione dei Diritti senza la costituzione, facendo prevalere il dispotismo democratico sulle forze moderate, con esiti disastrosi: un potere statale accentrato, il primato del principio dell’eguaglianza - presupposto di un pericoloso livellamento sociale e intellettuale - e la mancata separazione tra Stato e Chiesa.


La Rivoluzione Francese, come noto, inaugurò un nuovo corso storico, poiché nel corso dell’Ottocento si sarebbe assistito alla nascita della società industriale, a nuove dottrine politiche (democrazia, socialismo, nazionalismo) e all’avvento sulla scena politica di nuovi attori sociali, quali l’opinione pubblica, la massa e i partiti politici.

Per quanto concerne l’avvento della democrazia, Acton elaborò una propria riflessione alla luce sia del pensiero burkiano, secondo cui la libertà era effettiva solo se limitata e subordinata alla costituzione e alle leggi, sia all’analisi tocquevilliana, che affermò l’ineluttabilità della democrazia insieme con i suoi limiti e pericoli, che il pensatore francese individuò nella centralizzazione dell’autorità e nella tirannide della maggioranza. Ogni Stato che avesse scelto il sistema democratico, doveva saper conciliare libertà e democrazia, legge e potere, dovere del popolo e volontà popolare.

Come rivelano gli scritti Democracy in Europe (1878) e Saggi sulla storia della libertà (1877), Acton alimentò sempre una sorta di “diffidenza aristocratica” nei confronti della democrazia; tuttavia non la condannò e riconobbe che, se posta entro certi limiti, essa poteva favorire il progresso della società (istruzione, partecipazione e conoscenza politica). In epoca moderna, però, la lezione ateniese di democrazia era sopravvissuta a stento, poiché a prevalere fu una nuova forma di dispotismo politico, la tirannide della maggioranza. Essa infatti negava il principio di rappresentanza, facendo tacere la voce dell’opposizione e delle minoranze, con il risultato che ciò che si andava compiendo non era il principio democratico ma piuttosto una “distorsione” di tale principio: nel momento in cui il popolo rivendica il diritto di esercitare un potere illimitato, il principio democratico diviene illiberale, favorendo così la costituzione di una società dispotica e intollerante, dominata dal potere della maggioranza, in cui l’individuo si perde nella folla e in cui si assiste alla pericolosa alleanza tra democrazia e socialismo.

La dottrina politica destinata ad esercitare l’influenza maggiore nella storia europea della seconda metà dell’Ottocento fu quella nazionalistica, perché capace di soddisfare le esigenze di identità e di legittimazione politica espresse dalle società.

Nel 1862 Acton pubblicò il saggio Nationality, in cui, abbandonando una posizione apologetica del mondo cattolico conservatore, che vedeva minacciato appunto dal nazionalismo (da ciò la severa critica alla politica cavouriana in Italia), sviluppò una analisi puntuale e approfondita del principio nazionalistico e delle sue origini.

Il principio di nazionalità, scrive Acton, ha un’origine moderna, perché il frutto “innaturale”, o sia costruito, dell’oppressione dei popoli esercitata da regimi assolutistici moderni, che negarono il diritto all’autogoverno, alle tradizioni e alle culture delle singole nazionalità. Acton riconobbe la legittimità del sentimento nazionale popolare, mentre condannò sempre il principio di nazionalità, poiché esso affermava che i confini dei governi dovevano coincidere con i confini delle nazioni, che lo Stato (inteso come volontà generale) e la nazione (intesa come popolo omogeneo) dovevano coincidere. Questa rappresentava l’idea rivoluzionaria che mise in discussione il sistema geopolitico definito a Vienna nel 1815 e che scosse l’Europa con i moti del ’20-’30 e le rivoluzioni del ’48.

Nel definire il principio di nazionalità la principale minaccia al principio di libertà, Acton propose una contrapposizione tra il sistema politico francese e quello inglese. Nel primo si era realizzato il principio democratico dell’unità nazionale, o sia la nazionalità era fondata sulla supremazia della volontà collettiva (democrazia e nazionalismo si erano così pericolosamente alleati) e ad essa era subordinato ogni altro fattore; il nazionalismo rifiutava la tradizione e i diritti preesistenti, illudendo il popolo con l’utopia di uno Stato omogeneo dal punto di vista nazionale, in cui non vi fosse mescolanza di razze.

Ad esso Acton contrappose il sistema politico inglese, in cui invece aveva trovato attuazione il principio liberale della libertà nazionale. L’Inghilterra, come la Francia, si era opposta allo Stato assoluto, ma non riconosceva nel principio nazionale un elemento superiore per determinare le forme di governo: esso si ispirava alla diversità e non all’uniformità, alle leggi della storia e non a un futuro ideale.

Dunque Acton giunse a contrapporre alla teoria dell’unità nazionale una teoria della libertà: nella prima lo Stato nazione imponeva una uniformità culturale (una omogeneità di idee e abitudini), perché si fondava sul concetto a-storico di “nazione”, o sia su basi ritenute “naturali” quali razza, lingua, territorio, per cui appartenere a una nazione era ritenuto un fatto naturale e spontaneo; la teoria della libertà invece trovava la sua tutela in uno Stato multinazionale, perché in esso si affermava il primato della libertà degli individui e dei popoli sul principio della nazionalità.

La libertà è una costruzione umana, quindi artificiale, che richiede l’istituzione di una struttura legale (lo Stato di diritto) e implica norme e volontà per la sua conservazione. Dunque il concetto di nazione, intesa come entità naturale, non può identificarsi con lo Stato, inteso come costruzione artificiale.

Ora, Acton comprese che l’antinomia tra nazione e Stato andava risolta, poiché affermare che le istituzioni politiche erano costruzioni artificiali, fondate solo sulla volontà individuale, significava sia rendere impossibile la costruzione di unità politiche stabili, sia privare di significato il principio di autodeterminazione individuale, in base a cui le scelte individuali presuppongono sempre una struttura entro cui esprimersi. La soluzione prospettata da Acton era la costruzione dello Stato multinazionale, dove, scrive Acton nel suo saggio, “la libertà è il risultato di combinazioni di minori unità politiche radicate in spontanee forme di comunità (le nazionalità, appunto) e organizzate in unità politiche più ampie (gli Stati plurinazionali)”.

Più precisamente Acton elaborò la difesa del primato dello Stato multinazionale sulla base di tre principi:

1. il liberalismo progressista: il progresso di uno Stato, scrive Acton, era maggiore se in esso convivevano popoli e razze diversi, in cui quelle inferiori potevano progredire e in cui il principio di libertà era garantito. Il principio di nazionalità poteva rappresentare uno stadio intermedio verso una meta finale, vale a dire l’assimilazione di minori unità politiche in forme superiori di organizzazione politica. In questa riflessione si fa più chiara la critica che Acton mosse a J.Stuart Mill: secondo lo storico inglese, Mill, che sostenne invece la conciliabilità tra libertà e nazionalità, non comprese i pericoli del nazionalismo, che, nel sancire la corrispondenza tra Stato e nazionalità maggioritaria, condannava le minoranze nazionali all’oppressione e all’annullamento. I diritti di nazionalità andavano riconosciuti, ma senza legittimare la teoria nazionalistica: riappropriandosi dell’idea di unità cristiana europea, che era un ideale sovranazionale, cattolico e universalistico, la società moderna doveva favorire la nascita di realtà politiche multinazionali, in cui la presenza di diverse nazionalità tutelava i popoli dalle minacce di dispotismo e di centralizzazione.

2. un armonico patriottismo: come già anticipato, Acton mise in luce la contrapposizione concettuale tra nazione/razza (dove il legame del popolo con la razza è puramente fisico o naturale) e Stato/etica, in cui invece i doveri di un popolo verso lo Stato sono di natura etica, come rivela il valore del patriottismo, per cui l’interesse individuale viene subordinato al bene collettivo.

Acton dunque contrappose alla “patria geografica”, in cui la nazione è intesa solo come unione di elementi cosi detti naturali (lingua, territorio, razza), una “patria politica” (è il caso della Svizzera), dove diversi gruppi etnici possono convivere entro uno Stato, perché condividono una nazionalità politica, un sentimento patriottico e rispettano le diversità etniche e culturali.

3. infine, il terzo principio è relativo alla riflessione actoniana su storia e nazione. In due saggi di particolare interesse (Scuole storiche tedesche, 1886; Lo studio della storia, 1895) Acton riconobbe gli sviluppi della scienza storica tedesca contemporanea, ma ne rilevò limiti e debolezze poiché essa aveva rinunciato ai principi di libertà per sostenere le politiche nazionalistiche. Più precisamente Acton criticò von Ranke (cui andava riconosciuto il pregio di aver trasformato la storia in una disciplina scientifica), rifiutando il principio dell’imparzialità. L’idea rankiana di raccontare i fatti così come erano accaduti (wie es eigentlich gewesen) implicava secondo Acton la scelta dello storico di rinunciare ad esprimere giudizi morali verso i personaggi storici e quindi a riconoscere il male nella storia e nelle istituzioni umane, male che si rivelava nella schiavitù, nelle ingiustizie sociali, nell’assolutismo politico e nel nazionalismo.

La storia, invece, scrive Acton, ha un valore assoluto, che legittima gli storici ad esprimere un giudizio morale, appellandosi al codice etico universale, cui erano subordinate le idee politiche e nazionali: tale riflessione ci dà la misura con cui Acton dedicò tutta la sua vita all’impegno di intellettuale e storico che egli condusse con profondo rigore morale e che lo convinse del dovere, e non tanto del diritto, dello storico di esprimere un giudizio su eventi e attori storici.

Secondo Acton, dunque, il principio rankiano dell’imparzialità legittimava gli storici tedeschi contemporanei (quali gli esponenti della scuola storica prussiana, Droysen, Treitschke e Sybel) a esaltare la storia nazionale e patriottica e dunque l’ideologia nazionalistica.

La costituzione sulla scena europea degli Stati nazionali italiano e tedesco nella seconda metà dell’Ottocento confermò i timori di Acton, secondo cui i nuovi Stati erano artefici di politiche illiberali, in cui i popoli rinunciavano alla libertà affascinati da prospettive di politica imperialistica: la storia invece doveva saper offrire una visione del mondo superiore, più aperta ed estranea all’ottica nazionalistica.


Il confronto tra Mill e Acton alla luce di tre casi storici



L’Impero asburgico

Tra il 1867 e il 1918, anno della sua dissoluzione in seguito ai trattati di Parigi, la monarchia asburgica, che teneva sotto di sé undici gruppi nazionali diversi, dovette sopravvivere in un’epoca di democrazia e nazionalismo.

Se Mill condannò la politica asburgica, rivendicando il diritto all’autodeterminazione nazionale dei popoli sottomessi dall’Austria, Acton ne difese invece la conservazione auspicando però la realizzazione di una soluzione federalistica, poiché essa poteva conservare la realtà multinazionale e garantire i diritti delle minoranze etniche e religiose. Scriveva nel 1877: il criterio più sicuro per valutare se un paese è veramente libero è il grado di sicurezza di cui godono le minoranze.

L’impero asburgico rispondeva al duplice “obiettivo actoniano”, o sia garantire la sopravvivenza di uno Stato cristiano nel cuore dell’Europa e la presenza di uno Stato multinazionale capace di contrastare le tendenze nazionalistiche dominanti: Acton affidò all’Austria la missione di fondare uno Stato multinazionale perfetto e pluralista attraverso il federalismo. L’ideale actoniano si rivelò utopico, poiché in realtà il federalismo non trovò mai attuazione entro la monarchia asburgica e a prevalere furono le nazionalità più forti (come dimostrò essere quella ungherese che nel 1867 ottenne l’Ausgleich), le quali imposero poi una politica di omogeneità nazionale.


Il cesarismo moderno delle politiche francese e tedesca

Acton definì Napoleone III e Bismarck espressione delle degenerazioni del principio democratico e nazionalistico, per cui le società e le istituzioni moderne erano ridotte a pure “decorazioni”, prive di difesa di fronte al potere centrale.

Nei confronti del caso francese, Acton condivise con Mill la preoccupazione verso il regime bonapartista, artefice di una “democrazia assolutista” e un dispotismo illiberale: Napoleone III minacciava le libertà politiche e religiose, annullava l’iniziativa individuale e offriva l’illusione di una politica gloriosa, fondata su un gretto sentimento nazionalista, che minacciava gli equilibri internazionali.

L’unica differenza di analisi tra i due liberali fu che se Mill nel 1870 (in una lettera a John Morley) scagionò i francesi da ogni colpa, Acton invece, in un manoscritto intitolato Napoleonism, giudicò il popolo francese responsabile quanto Napoleone di una politica autoritaria e illiberale, segno di una scarsa maturità politica del popolo.

Nei confronti della realtà tedesca, Acton mutò il proprio giudizio nel corso degli anni. L’elogio che egli espresse fino ai primi anni ’60 nei confronti della realtà prussiana (la quale aveva sottomesso la Polonia e la Renania-Westfalia, ma creando un sistema “sano”, perché fondato sulle autonomie locali), lasciò poi il posto a una presa di posizione contro la politica bismarckiana, il cui progetto di una “piccola Germania” avrebbe avuto tra le sue prime vittime proprio l’Austria e che si affermò definitivamente nel contesto europeo dopo il 1870. Il centro di gravità si spostò da Parigi a Berlino, si affermò l’ideologia nazionalistica, che negli anni successivi avrebbe rivelato pericolose conseguenze, e la Prussia rinunciò definitivamente a una politica liberale e alla tutela delle minoranze religiose e politiche.

Positivo fui invece il giudizio milliano, che sostenne e approvò la nascita nell’Europa continentale di due nuovi stati nazionali, quello italiano e quello tedesco, perché vi intravide la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale.


L’Impero britannico e la questione irlandese

Per quanto concerne il caso britannico, va precisato che Acton strinse una importante amicizia con il leader Gladstone, con cui egli condivise la condanna della politica bismarckiana, la volontà di condurre una politica estera impegnata a conservare la pace europea e la conciliazione tra libertà e fedeltà alla corona. In politica estera, Acton propose l’applicazione di una “legge” internazionale di ispirazione cristiana, cui gli Stati dovevano sottomettersi per evitare conflitti bellici: gli Stati dovevano perseguire non la politica espansionistica, alimentata dall’ideologica nazionalistica, ma l’esercizio dell’influenza morale. Sulla base di questo principio egli giudicò la politica imperialistica inglese: se in un primo momento (erano gli anni ’50 e ’60) Acton sostenne la politica espansionistica inglese in Asia e in India, dove l’Inghilterra poteva esercitare una benefica influenza civilizzatrice materiale e morale, successivamente (dagli anni ’70) Acton riconobbe che l’espansione coloniale aveva acquisito un carattere imperialista.

Tuttavia la riflessione actoniana sulla politica estera risulta essere limitata, se confrontata alla più elaborata e complessa teoria delle relazioni internazionali milliana; lo stesso si può dire a proposito della questione irlandese: nei suoi scritti e nei suoi (rari) interventi politici in Parlamento Acton si limitò a difendere strenuamente le condizioni dei cattolici in terra irlandese, mentre Mill comprese che il caso irlandese avrebbe rappresentato il principale banco di prova del liberalismo inglese della seconda metà dell’Ottocento.

Nel panorama coloniale britannico la questione irlandese rappresentò infatti una realtà politica singolare cui Mill negò il diritto all’autodeterminazione nazionale. Come noto, l’Irlanda fu priva dei diritti di rappresentanza politica, subì le conseguenze devastanti di una mancata riforma agraria, e soffrì di una disparità tra maggioranza cattolica (che pagava le decime alla chiesa anglicana) e una minoranza protestante.

Negli scritti del 1846-47 (che coincidevano con la terribile carestia irlandese) Mill scrisse The condition of Ireland, in cui sostenne la necessità di alcune riforme economiche (introduzione di un canone fisso di affitto, la distribuzione di compensi agli affittuari per migliorie apportate, opere di bonifica delle terre incolte e compensi ai landlord per terre concesse) al fine di favorire il progresso economico e quindi morale dell’Irlanda, evitare la politica assistenzialistica e una massiccia emigrazione e infine conservare l’Unione, seriamente minacciata, dagli anni ’50 e ’60, dal fenianesimo, divenuto una pericolosa forza politica, che rivendicava l’abrogazione dell’Unione e rifiutava soluzioni parziali della questione irlandese.

In un pamphlet del 1868, England and Ireland, Mill definì come non più prorogabile la soluzione della questione irlandese, che implicava l’attuazione di una riforma agraria, attraverso la creazione della piccola proprietà contadina, accompagnata da una riforma elettorale, della giustizia e del sistema universitario.

Tuttavia Mill non riconobbe mai all’Irlanda il diritto all’indipendenza nazionale. Perché? Innanzitutto il liberale inglese avanzò considerazioni di carattere economico (teoria delle piccole nazioni), politico (il basso grado di civilizzazione non favoriva l’introduzione di un governo rappresentativo), militare (debolezza irlandese) e le divisioni religiose; in secondo luogo, Mill non riconobbe mai il popolo irlandese come una nazionalità distinta da quella inglese, ma piuttosto parlò di gruppi etnicamente distinti, con un nazionalità comune, e dunque destinati a creare una opinione pubblica omogenea.

Infine Mill affermò la necessità di conservare l’Unione, i cui presupposti dovevano essere la formazione di una opinione pubblica omogenea (irlandesi e inglesi dovevano condividere gli stessi sentimenti, interessi e alleati internazionali), la trasformazione dell’Unione in un patto confederale in cui Dublino potesse svolgere una funzione rappresentativa di primo piano; infine l’introduzione della proprietà contadina, al fine di garantire sviluppo e civilizzazione nazionale. L’atteggiamento passivo dei contadini irlandesi, scrisse Mill, non era determinato da fattori naturali o razziali, ma frutto di condizioni sociali e storiche, aggravate da una politica assistenzialistica attuata dal governo dopo la carestia. Sulla base di questi presupposti l’Unione avrebbe attuato un “buon governo”, che in termini milliani era innanzitutto un “governo morale”.

Al contrario di Mill, Acton definì gli irlandesi una nazionalità distinta da quella inglese, cui dovevano essere garantire le condizioni per l’attuazione di uno Stato britannico multinazionale; tuttavia lo storico inglese non sviluppò ulteriormente la sua teoria, limitandosi a denunciare le discriminazioni religiose e trascurando così le istanze di libertà e autogoverno espresse dall’Irlanda.

Ciò che interessava Acton era la conservazione dell’Unione e nello stesso tempo la tutela della chiesa cattolica in terra irlandese, attraverso la creazione di una chiesa indipendente e libera dallo Stato: ciò spiega il suo sostegno al progetto gladstoniano dell’Irish Home Rule (che di fatto prevedeva un governo locale a Dublino, ma privo di un proprio esercito e vincolato al governo di Londra in politica estera), che però sarebbe fallito nel 1886, aprendo così la strada alla rivendicazione nazionalista.




Conclusioni


In conclusione, Mill e Acton condivisero alcuni presupposti del loro pensiero liberale, ma giunsero a conclusioni opposte sui temi della democrazia e del nazionalismo.

Ciò che accomuna Mill ad Acton erano il primato assoluto che riconobbero alla libertà individuale, la “dimensione etica” della libertà e quindi la difesa dei diritti delle minoranze e dei singoli, e la convinzione che l’epoca della democrazia sarebbe stata dominata dalla tirannide della maggioranza, caratterizzata dagli abusi del potere politico nei confronti delle minoranze e dall’omologazione intellettuale. Ai pericoli della moderna democrazia contrapposero il modello della “democrazia popolare”, quella antica ateniese, dove il senso di appartenenza all’entità socio-culturale alimentava dibattiti, partecipazione alla cosa pubblica, principio dell’autogoverno e virtù civica.

Molto differenti invece furono le conclusioni cui giunsero i due liberali inglesi nel momento in cui si trovarono ad applicare il principio di libertà alle nuove dottrine dominanti, o sia la democrazia e il nazionalismo.
1. Democrazia

Mill manifestò ottimismo verso la democrazia, poiché essa era la forma politica più adatta a favorire l’accesso della maggioranza all’istruzione e una maggiore coesione sociale attraverso la cooperazione. Acton invece non nascose mai il suo scetticismo ponendo in luce i limiti della democrazia: tirannide della maggioranza, individualismo e ricerca del benessere personale.

Quali le soluzioni prospettate dai due liberali? Mill propose un governo unitario decentralizzato, in cui fossero garantiti la divisione dei poteri tra il governo centrale e le autorità locali (la democrazia locale, scrive Mill, è la scuola della democrazia nello Stato), e lo spazio di azione delle associazioni, espressione appunto della democrazia locale (cfr. la riflessione di Tocqueville sul ruolo delle associazioni in America); tuttavia il governo centrale doveva mantenere la gestione di importanti affari nazionali e il controllo sulle autorità locali, mentre andava evitato un governo “paternalistico”, che interferisse con le autorità locali.

Secondo Acton, invece, l’unico strumento effettivamente capace di annullare i pericoli della democrazia e le sue degenerazioni era il sistema federalistico, che egli vide perfettamente attuato nella storia costituzionale americana: il principio dell’autogoverno locale educava i cittadini a subordinare l’interesse individuale al bene comune e garantiva la convivenza pacifica di diverse nazionalità entro uno Stato.

Il federalismo, scrisse Acton, rappresentava il “limite” che nessuna democrazia doveva superare, strumento efficace per conciliare la democrazia con la libertà e antidoto all’ideologia nazionalistica e alle forme cesaristiche di potere: secondo il liberale cattolico nessuna forma politica, compresa la democrazia, rappresentava la risposta definitiva al problema della libertà se non sottoposta a limiti e condizioni.
2. Nazionalismo e principio delle nazionalità

Mill non fu mai un “nazionalista”, perché come Acton affermò la superiorità del principio di libertà sul valore delle nazionalità: entrambi condannarono il “tribalismo”, che si esprimeva in un attaccamento esasperato alla propria cultura, nell’ostilità allo straniero, in un gretto ed etnocentrico nazionalismo e pertanto esso rappresentava un passo indietro nel cammino verso la civilizzazione; non definirono la razza e il carattere nazionale fattori determinanti della storia o della politica; erano a favore della convivenza tra razze, cultura e gruppi etnici diversi.

Tuttavia sulla conciliabilità tra libertà e nazionalismo i due liberali inglesi espressero conclusioni divergenti.

Secondo Mill la stabilità politica di una società era fondata anche sul sentimento nazionale: affermare che la questione del governo deve essere decisa dai governati (principio democratico) significava per Mill che era ragionevole unire i membri di una stessa nazionalità sotto lo stesso governo, secondo il principio dell’opinione pubblica omogenea.

Inoltre, la volontà di un popolo di fondare uno Stato anche sulla base di una nazionalità comune poteva coesistere con la libertà politica. In questo senso Mill rivelò, rispetto al liberale cattolico, un maggior realismo, perché affermò che un gruppo, che aveva sviluppato un forte sentimento di nazionalità, aveva diritto a fondare uno Stato nazione, sentimento di nazionalità che egli interpretò come uno strumento per raggiungere altri obiettivi, quale il governo rappresentativo.

Acton invece definì inconciliabili tra loro il principio di libertà e il nazionalismo. Da una parte lo scetticismo che egli alimentò sempre verso la democrazia gli impedì di comprendere che essa rappresentava un efficace moderatore all’ardore nazionalistico: la democrazia infatti garantisce al dissenso di potersi esprimere, alle minoranze di esercitare il diritto alla libertà di parola e di associazione, oltre che di diventare maggioranza; in campo internazionale essa favorisce il dialogo tra le nazioni e afferma la difesa dei diritti umani come principio fondamentale. Dall’altra lo storico inglese negò ogni valenza positiva al principio di nazionalità, poiché esso rappresentava una minaccia al pluralismo e al cattolicesimo: l’attaccamento alla propria nazionalità rispetto all’attaccamento alla comunità politica era istintuale e non etico.

Dunque, secondo Acton, il principio di nazionalità non era conciliabile con un “buon governo” che invece coincideva con uno “Stato multinazionale”, formato da nazioni libere entro uno Stato. La teoria actoniana della libertà nazionale, qui formulata, si fondava su due convinzioni: l’idea che il principio di nazionalità non poteva coesistere con una visione cosmopolita (un popolo teso a perseguire i suoi interessi nazionali non avrebbe rispettato quelli di altri popoli) e la convinzione che il pluralismo culturale e sociale in una società rappresentavano un fattore di progresso.

La difesa actoniana dello Stato multinazionale sarebbe però stata sconfitta dalla Storia, poiché nelle vicende storiche degli Stati multinazionali si sarebbe assistito al prevalere politico, militare ed economico delle nazionalità più forti.








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