La sapienza



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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA

LA SAPIENZA”




Dipartimento di Storia moderna e contemporanea

Tesi di Dottorato in

Società, politica e culture dal tardo medioevo all’età contemporanea

Ciclo XXII

Storia dei mutilati della Grande Guerra in Italia (1915 – 1924)
Cotutela con la Freie Universität Berlin

Friedrich-Meinecke-Institut

Tutor: Dottoranda:

Prof. Bruno Tobia Valeria Tanci

Prof. Oliver Janz



ANNO ACCADEMICO 2009-2010

INDICE
Introduzione p. 7


Parte prima: i reduci invalidi dell’esercito italiano
1 Soldati in ospedale p. 15

1.1 La Sanità Militare p. 17

1.2 Gli ospedali della Croce Rossa p. 39

1.3 L’intervento chirurgico e la mutilazione p. 60


2 La riabilitazione p. 83
2.1 Il corpo come mezzo: l’applicazione della protesi p. 83

2.2 Gli istituti di riabilitazione p. 101

2.3 Il lavoro come cura p. 121

2.4 Ciechi di guerra: il caso dell’Istituto Nicolodi di Firenze p. 140


3 Il movimento dei reduci invalidi p. 159
3.1 L’intervento statale p. 159

3.2 L’ANMIG p. 184

3.3 Invalidi fascisti p. 203
Parte seconda: Lutto e memoria
4.1 Percezione ed autopercezione del reduce invalido p. 229

4.2 Sacrificio e martirio: i nuovi Messia p. 258

4.3 Il corpo del mutilato e il corpo della nazione p. 282
Appendice. I reduci invalidi nel contesto europeo p. 303
Conclusioni p. 327

Fonti e Bibliografia p. 345

Zusammenfassung p. 359

Lebenslauf p. 36


ABBREVIAZIONI
ACS Archivio centrale dello Stato

ANC Associazione Nazionale Combattenti

ANMIG Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra

ASCB Archivio storico del Comune di Bologna

ASCF Archivio storico del Comune di Firenze

ASF Archivio di Stato di Firenze

AUSSME Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito

DGS Direzione generale di sanità

MI Ministero dell’Interno

ONIG Opera Nazionale per la protezione ed assistenza degli Invalidi della Guerra

PCM Presidenza del Consiglio dei Ministri

Introduzione
L’idea di questo studio è nata dall’incontro fortuito con alcuni testi tedeschi di recente pubblicazione, relativi alla particolare condizione dell’invalido e del mutilato di guerra nella Germania degli anni Venti. Incuriosita dall’argomento, scoprii che il tema era già stato oggetto di ricerche anche in Gran Bretagna e in Francia, al contrario di quanto era accaduto, invece, in Italia, dove l’attenzione era sempre stata rivolta o alla Grande Guerra o all’avvento del fascismo, lasciando da parte molti di quei fenomeni sociali che si erano manifestati tra il 1918 ed il 1922. Tra questi, c’era anche la nascita delle associazioni di reduci invalidi, che pure avevano ricoperto un ruolo non marginale nell’affermazione di Mussolini e dei suoi seguaci. Fatta eccezione per gli studi di Giovanni Sabbatucci e di Gianni Isola, niente era stato detto o scritto sull’argomento.1

Questa circostanza mi spinse non solo a ricostruire l’intero percorso compiuto dal soldato ferito attraverso gli ospedali e gli istituti di riabilitazione, ma anche a capire quali politiche fossero state messe in atto dal governo italiano in favore dei suoi soldati minorati, se fossero state efficaci e, nel caso in cui avessero fallito, perché. Si trattava di mettere in luce le soluzioni adottate per l’assistenza ai reduci invalidi, cercando di inserirle in un contesto più ampio, che permettesse di capire quale fosse stato il principio ispiratore di fondo. Ingenuamente, infatti, mi aspettavo di scoprire che, essendo entrata in guerra con un anno di ritardo rispetto alle altre nazioni, l’Italia avesse avuto modo di approntare un sistema di soccorsi migliore e più efficiente. Non è stato necessario molto tempo per capire che non era affatto così. Cercando di orientarmi nella selva di ospedali, organizzazioni, comitati e provvedimenti legislativi, sono ripartita dal fronte e dalle più immediate retrovie dove i soldati feriti venivano soccorsi, per scoprire in quali mani passassero i loro corpi martoriati prima di tornare a casa. I fondi conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato e l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, insieme ai numerosi opuscoli pubblicati da medici e chirurghi al lavoro all’interno della Sanità Militare, mi hanno aiutata a ricostruire l’architettura dei soccorsi nei momenti immediatamente successivi alla ferita, fino al ricovero nelle retrovie.2 Dai numerosi rapporti redatti da ufficiali dell’esercito, e dalla corrispondenza tra funzionari di sanità appariva evidente che tale architettura era, in realtà, piuttosto fragile. Non che non vi fossero regole per lo sgombero dei feriti e per tutte le pratiche sanitarie da svolgere: il problema era costituito dal fatto che tali regole non erano adatte né per una guerra come quella che si combatteva nelle trincee, sotto il fuoco incessante dell’artiglieria, né per un esercito di massa che produceva una massa altrettanto grande di feriti, per i quali mancava tutto il necessario, a partire dai barellieri. Al personale sanitario era richiesto uno sforzo enorme, i turni di lavoro per i chirurghi al fronte erano massacranti, ed i medici e gli ausiliari a disposizione poco numerosi e, spesso, impreparati. Le cose andavano meglio negli ospedali della Croce Rossa, già messi alla prova dalla guerra di Libia e, prima ancora, dal terremoto di Messina. Il loro funzionamento è stato ricostruito principalmente grazie ai numerosissimi opuscoli conservati soprattutto presso la Biblioteca Nazionale di Firenze; in parte, inoltre, è stato possibile fare riferimento al materiale presente presso l’Archivio Storico dell’Associazione, sebbene i fondi qui conservati non siano di facile consultazione a causa del mancato riordino di gran parte di essi.



Dal confronto tra le due organizzazioni, Sanità Militare e Croce Rossa, emergevano alcuni dati interessanti. In primo luogo era chiaro che, tra di loro, esisteva una forte rivalità che non contribuiva a migliorare la qualità del servizio prestato, ma, al contrario, causava un inutile e costoso raddoppiamento di strutture e funzioni, che rendeva ancor più complicata la gestione dei soccorsi. Inoltre, l’arrivo delle donne nelle immediate vicinanze del fronte e negli ospedali delle retrovie, creava numerosi problemi e imbarazzi tanto tra i militari quanto tra i medici, preoccupati della promiscuità in cui infermiere, personale sanitario maschile e pazienti sarebbero vissuti. Le emergenze della guerra contribuirono a mettere da parte molte delle riserve iniziali, ma non sempre bastarono a far tacere le polemiche. Gli unici a trarre giovamento dalla presenza delle infermiere sembravano essere i pazienti che, nelle cure materne delle crocerossine, ritrovavano non solo un po’ di serenità, ma anche il coraggio di tornare a combattere. Paradossalmente, infatti, gli infermi ravvisavano nelle infermiere il volto umano della patria che li aveva strappati ai loro paesi e ai loro affetti; il linguaggio delle cure amorevoli, del conforto e della solidarietà era, per loro, molto più comprensibile delle vuote parole d’ordine della retorica nazionalistica che, del resto, era rimasta sempre estranea alla massa. Dal canto loro, le crocerossine si dimostrarono ben più utili alla propaganda dello stesso Ufficio P, poiché esse non trascurarono mai di mescolare le loro cure alle incitazioni al coraggio, al valore e all’eroismo che loro stesse sarebbero state ben contente di poter dimostrare.
Una volta chiarita la struttura sanitaria, e prima di seguire gli invalidi all’interno degli istituti di riabilitazione, era necessario capire in cosa consistesse esattamente l’infermità, e a questo scopo ho tentato di ricostruire, sulla base di pubblicazioni mediche, la peggiore delle operazioni alle quali un soldato potesse essere sottoposto: l’amputazione. Per quanto possa sembrare assurdo, dallo studio del dibattito scientifico condotto sull’argomento, emergeva chiaramente che la guerra e la polarizzazione ideologica che essa aveva portato con sé non avevano risparmiato nemmeno la discussione su una operazione chirurgica di tale importanza. Era facile, infatti, imbattersi in medici favorevoli o contrari all’amputazione solo in base a grottesche considerazioni di fedeltà alla patria e all’esercito. L’unico modo di riportare il problema alla sua dimensione umana era dato dalla possibilità di far interagire le loro testimonianze con quelle di chi le amputazioni doveva farle in situazioni di emergenza e, soprattutto, con quelle di chi doveva subirle, altrimenti io stessa avrei corso il rischio di perdere di vista le persone, gli esseri umani che il meccanismo della guerra fagocitava giorno dopo giorno.
Nel secondo capitolo della ricerca ho tentato di chiarire i percorsi di riabilitazione che si aprivano al mutilato o all’invalido una volta “guarito”. Le carte relative alla Casa di rieducazione fondata dal comitato bolognese di assistenza, e direttamente legata all’Istituto ortopedico Rizzoli, mi hanno posta davanti ad un panorama del tutto inaspettato. Dalle attività proposte ai pazienti, dalla corrispondenza tra loro e il direttore, dai provvedimenti presi dall’istituto di comune accordo con le autorità mediche e militari, tornava di nuovo in superficie tutta l’arretratezza culturale con cui la classe dirigente italiana era entrata in guerra, e che per un momento era stata nascosta dal rombo dei cannoni e dal rumore assordante delle artiglierie al fronte. Dov’era la nazione moderna che avrebbe dovuto combattere la prima guerra moderna della storia? Non ce n’era più alcuna traccia: all’interno degli istituti sopravvivevano comportamenti, relazioni e linguaggi tipicamente ottocenteschi. Il direttore dell’istituto non sembrava molto diverso da un signorotto locale, una sorta di Don Rodrigo verso il quale i pazienti, più deboli, erano tenuti a mantenere una forma di rispetto e di obbedienza assoluta per potersi garantire un appoggio materiale durante e, soprattutto, dopo la rieducazione. Nello stesso tempo diventava sempre più evidente che, semmai c’era stato un disegno dietro l’allestimento delle case di riabilitazione e dietro le decisioni prese dalle autorità in materia di assistenza, tale disegno non era stato ispirato da nient’altro che dal desiderio di continuare ad esercitare un forte controllo sociale sui soldati che ben presto sarebbero tornati a casa e che, con tutta probabilità, avrebbero reclamato i loro diritti. Da un lato, c’era la necessità di fare in modo che i loro corpi non diventassero il maggiore strumento di propaganda contro la guerra, e ciò era possibile solo garantendo loro assistenza medica ed economica, dall’altro, invece, c’era il bisogno di mantenere lo status quo, affinché la guerra non creasse un diverso assetto sociale e, non da ultimo, affinché i reduci invalidi non dissanguassero le casse dello Stato con le loro richieste di pensione. Di qui nasceva l’esigenza di convincere gli ex-soldati che solo conducendo una vita onesta fatta di sacrificio e di lavoro sarebbero stati reintegrati a pieno titolo nella società civile. Di più: sarebbe stato bene che ciascuno tornasse al suo lavoro e non cercasse di sfruttare le cicatrici di guerra per vivere a spese della comunità, o per cercare un avanzamento sociale attraverso l’abbandono dei lavoro manuali. La lotta all’impiegomania diventava, in questo modo, una priorità. Bisognava dimostrare ai mutilati che con le loro protesi essi sarebbero potuti tornare alla loro vita di sempre. Non era importante che gli apparecchi protetici fossero perfetti: certamente ciascun invalido avrebbe trovato il modo di utilizzarli al meglio. Una politica di questo tipo, in un momento di confusione come quello prodotto dalla guerra, non era al riparo da speculazioni, che certo non favorivano l’assistenza protesica. Sebbene da più parti si levassero voci contro i pescecani che avevano visto nel mercato delle protesi una nuova fonte di guadagno, lo Stato non sembrava essere in grado di porre rimedio a tutti questi problemi.

Un’altra forma di infermità alla quale ho ritenuto di dover prestare una attenzione particolare era costituita dalla cecità, considerata da molti la conseguenza peggiore della guerra. Nonostante pregiudizi di questo tipo, i ciechi ebbero sorte migliore rispetto ai loro compagni di sventura, soprattutto perché trovarono nelle loro file un personaggio dalla grande forza morale, Aurelio Nicolodi. Cieco di guerra egli stesso, Nicolodi dedicò la sua vita alla causa della cecità, cercando di dimostrare alla società contemporanea che i ciechi potevano avere ancora un’esistenza normale. L’istituto da lui diretto, inoltre, si poneva in netta contrapposizione rispetto alla casa di rieducazione bolognese, poiché Nicolodi, probabilmente proprio per il fatto di aver subito lui stesso le conseguenze fisiche della guerra, si dimostrava particolarmente vicino ai suoi pazienti. Il fondo relativo all’Istituto, conservato presso l’Archivio storico del Comune di Firenze, e quello contenente molte delle sue carte personali, conservato provvisoriamente presso l’Archivio di Stato di Firenze, restituiscono l’immagine di un uomo determinato nel suo impegno di ridare un futuro ai ciechi, ma, nello stesso tempo, amorevole e paziente.


La prima parte della ricerca si chiude, infine, con uno sguardo alle politiche assistenziali adottate dal governo italiano per i reduci invalidi fino al 1924, anno che, sostanzialmente, chiude l’epoca delle grandi rivendicazioni del movimento dei minorati di guerra, e che, soprattutto, ha già visto un significativo spostamento dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra verso il fascismo. Per quanto riguarda le pensioni e gli altri interventi messi a punto dall’Italia, occorre fare una precisazione: certamente l’Italia fu tra i paesi che, fin dal primo momento, a guerra ancora in corso, si posero il problema dell’assistenza. Questa specie di primato, tuttavia, non deve trarre in inganno, poiché non comportò l’adozione di leggi efficaci. La stessa disorganizzazione e improvvisazione che avevano dato l’impronta ai servizi di soccorso al fronte, erano alla base dei numerosissimi provvedimenti varati dal governo in patria. I decreti si rincorrevano giorno dopo giorno, entravano in contrasto tra loro, venivano cancellati o corretti sempre sull’onda dell’emergenza. Mancava del tutto un principio ispiratore, un disegno di ampio respiro che desse organicità alle riforme. La stessa creazione dell’Opera Nazionale per la protezione degli invalidi di guerra, avvenuta già nel marzo del 1917, non faceva altro che dar vita ad un nuovo organismo i cui compiti erano chiari soltanto sulla carta, e che, dunque, continuò a non funzionare per anni. Da parte loro gli invalidi, riuniti principalmente nell’ANMIG, cercarono di fare pressione sul governo per ottenere le riforme necessarie a garantire il loro diritto alla pensione e al lavoro, ma ciò avvenne in un clima in cui la smobilitazione sembrava piuttosto lenta, accompagnandosi, inoltre, ad una sempre maggiore violenza sia nel linguaggio politico sia nei comportamenti. Non ci volle molto perché l’ANMIG traducesse il suo malcontento in adesione al fascismo, un movimento che sembrava garantire il giusto riconoscimento dei sacrifici compiuti dai reduci e, in particolare, dagli invalidi e dai mutilati.

Sia il percorso legislativo sia la storia dell’Associazione sono stati ricostruiti a partire da numerosi opuscoli conservati soprattutto presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma, e la Nazionale di Firenze. Per l’ANMIG, inoltre, mi sono avvalsa del prezioso aiuto della Fondazione ANMIG di Roma che, pur non avendo un vero e proprio archivio, conserva ancora i verbali del Comitato Centrale dell’Associazione e gran parte delle sue pubblicazioni e dei suoi giornali, tra i quali Il Bollettino, l’organo nazionale dell’ANMIG, e La Stampella, il mensile della Sezione di Milano. Quest’ultima città, che vide la fondazione dell’Associazione nel 1917, rimase sempre molto importante nella dialettica tra centro e periferia, e non esitò a scontrarsi con gli organi centrali di Roma nemmeno quando l’adesione al fascismo rappresentava, ormai, un fatto compiuto.


Conclusa la storia fattuale dei mutilati e degli invalidi di guerra, la seconda parte della ricerca è dedicata alla loro percezione nella società postbellica, e alla loro autopercezione. Ciò determina una forte discontinuità rispetto alla prima parte, poiché lo studio si muove in un ambito culturale che impone il lavoro su fonti in parte diverse da quelle d’archivio. Questo non significa che la seconda parte sia totalmente separata dalla prima, poiché i comportamenti sociali dei reduci invalidi erano il frutto delle loro esperienze al fronte e negli istituti di riabilitazione, dei loro passaggi attraverso i mille uffici della burocrazia italiana, dei loro scontri con i funzionari o gli impiegati ministeriali. Nello stesso tempo, anche il grado di accettazione della società contemporanea nei confronti dei minorati di guerra, l’interesse per le loro lotte o la totale incomprensione per le loro richieste erano il frutto sia del contesto storico piuttosto turbolento del primo dopoguerra sia delle politiche attuate dal governo per il reintegro dei reduci.

Nel 1927 l’Ufficio Statistico del Ministero della Guerra censiva circa 500 000 minorati di guerra. Dietro di loro c’erano famiglie per le quali il problema dell’infermità o della mutilazione si era tradotto in indigenza, in necessità di sostegni economici e materiali per garantire assistenza a padri, mariti o figli che non erano più in grado né di lavorare né di badare a se stessi. Ciò spingeva i reduci a protestare vivamente contro la politica e i governi, e a mettere in mostra il loro corpo deforme o incompleto, e le loro cicatrici per richiamare l’attenzione del pubblico e dello Stato. Non sempre queste manifestazioni riscuotevano la simpatia della società sana, poiché in molti avrebbero preferito dimenticare la guerra con tutte le sue conseguenze. I reduci invalidi si scontravano giorno dopo giorno proprio con questa volontà di rimozione che essi non potevano accettare: dimenticare la guerra avrebbe significato dimenticare il loro sacrificio, cancellarne il significato, azzerare quel lungo percorso di costruzione di senso che i mutilati avevano intrapreso al fine di accettare la loro dolorosa condizione. Per certi aspetti, anche loro avrebbero voluto dimenticare le cicatrici, le malattie o le mutilazioni per potersi finalmente reintegrare nella società civile, ma se lo avessero fatto i riflettori si sarebbero inevitabilmente spenti sui loro problemi, destinandoli a rimanere irrisolti. Ciò faceva sì che il reduce invalido costruisse la propria identità attorno al vuoto determinato dalla mutilazione e, contemporaneamente, alla sua condizione di ex-combattente, due circostanze che gli impedivano di ritrovare il suo posto nella società smobilitata. Più volte egli era portato a pensare di avere maggiori diritti o, almeno, maggiore autorità rispetto a coloro che la guerra non l’avevano mai fatta, e questo determinava il totale sgretolamento, ai suoi occhi, del valore della classe dirigente, della politica e, in ultima analisi, di tutta la società civile. Egli pretendeva il riconoscimento del suo coraggio e del suo sacrificio, ma il suo linguaggio, essenzialmente basato sul dolore e sul senso di perdita, non poteva trovare alcun punto di contatto con quello della burocrazia. I suoi valori, almeno fino al 1922, sembravano irreparabilmente tramontati, talvolta persino sbeffeggiati, al punto di far sentire ai reduci invalidi di essere una sorta di corpo estraneo, ma non per questo meno sano, nel corpo più grande della nazione. Non è un caso che il maggiore trasporto fosse avvertito dai mutilati verso le zone di recente annessione all’Italia, quelle che più erano state colpite dall’onta della “vittoria mutilata”, secondo la fortunata formula dannunziana. A Zara o a Fiume i combattenti si sentivano finalmente trattati come eroi, in quanto fautori dell’annessione al resto d’Italia, e per questa ragione essi chiedevano a gran voce l’immediata estensione dell’assistenza ai reduci di quelle zone, e si adoperavano per la creazione di nuove sezioni dell’ANMIG ad est.

Per la ricostruzione dell’identità del reduce invalido mi sono affidata in parte ai giornali dell’ANMIG e, in parte, alla letteratura secondaria presente in altri paesi quali la Germania o l’Inghilterra, dove questo tipo di studi sono stati affrontati soprattutto in base alla categoria di genere.3 L’ottica dei gender studies poteva essere facilmente applicata anche alla realtà italiana, dove la conflittualità tra reduci invalidi e donne da poco entrate nel mondo del lavoro era piuttosto alta. Un aiuto determinante, tuttavia, è venuto anche dai disability studies, che, in tempi recenti, hanno dimostrato una grande vivacità.4 In ogni caso, al di là della matrice degli studi compiuti nel resto d’Europa riguardo alla disabilità del reduce invalido e al suo bisogno di ricostruirsi un’identità, il mio lavoro ha cercato di applicare questi studi al caso italiano, ponendo l’accento soprattutto sulle sue specificità, prima fra tutte la forte impronta cattolica della cultura del nostro paese, che ha determinato linguaggi e modelli di comportamento diversi rispetto a quelli inglesi, tedeschi o francesi. L’approccio comparativo, che emerge soprattutto in questa seconda parte del lavoro e nell’appendice, volta a riassumere il quadro europeo, mi ha fornito delle coordinate fondamentali per orientarmi in un campo di ricerca ancora largamente inesplorato: non sempre quelle coordinate si sono rivelate esatte o del tutto applicabili anche all’Italia, ma hanno contribuito a mettere in luce un particolare percorso di ricerca che, altrimenti, avrebbe rischiato di intraprendere tortuose strade secondarie. Sotto questo aspetto, l’opportunità di svolgere il lavoro in cotutela con la Freie Universität di Berlino ha rappresentato un’occasione unica.


Certamente, il prodotto finale di questa ricerca non pretende di esaurire tutti gli aspetti relativi al problema dei reduci invalidi della Grande Guerra; tuttavia, spero di aver fornito un quadro d’insieme organico e coerente che, soprattutto, non abbia perso di vista i soggetti reali di questa storia, quei circa 500 000 invalidi che, prima di rappresentare un semplice numero o un problema economico, sarebbero dovuti essere uomini.

* Mancando una traduzione ufficiale dei testi citati dal tedesco, dall’inglese e dal francese, tutti i brani menzionati sono stati tradotti dall’autrice.


Parte prima

I reduci invalidi dell’esercito italiano
Capitolo primo

Soldati in ospedale



1.1 La Sanità Militare

Nel 1924, all’interno della Scuola di Sanità Militare di Firenze, veniva inaugurato il Monumento al Medico Caduto, opera del ferrarese Arrigo Minerbi, che con queste parole descriveva la sua opera:


Ed ecco, io raccolgo l’umile, eroica, silenziosa lampada del medico caduto, e l’appendo spenta a una stele. Un gorgoglio, un gocciolio, e il beccuccio che portava la fiamma, porta ora un rivo d’acqua perenne: la Vita. (…) Il Medico morto, il più umano degli Eroi, non c’è in effige, ma è presente, è qui tutto, anima e azione, vita e sacrificio. Sacrificio e azione che si compendiano in un gesto intraducibile in forma plastica, senza menomarne la infinita bellezza. Gesto che è solo possibile riassumere in una sola parola: Amore. Azione oscura, sacrificio eroico, consumato in silenzio, sotto la tenda crociata o nella trincea fangosa, nel sepolcro dei campi di concentramento o nell’Ospedale bombardato dalla ferocia nemica, sacrificio consumato solo per Amore.5
All’inaugurazione partecipavano le più importanti autorità, primo fra tutti il re, che già in altre occasioni aveva pronunciato parole di profonda riconoscenza per il sacrificio compiuto da tutto il personale militare impegnato nella guerra. Quest’evento segnava il momento più alto e più significativo di un percorso volto a celebrare gli “eroi in camice bianco”, tutti quei medici che, anche a costo della vita, avevano continuato a svolgere con abnegazione il loro dovere.6

Nove anni prima, quando l’Italia era entrata in guerra, la Sanità Militare contava meno di 800 ufficiali medici da distribuire tra le sue quattro armate7: sebbene l’ordine di mobilitazione di maggio avesse chiamato alle armi tutti i medici con obblighi di leva fino alla classe 1876 inclusa, la deficienza numerica del personale sanitario, soprattutto fra i quadri, fu accusata durante tutto il conflitto. Non si trattava però di un problema nuovo, legato all’emergenza del momento: già da tempo le autorità militari avevano mostrato la loro preoccupazione al riguardo, tanto che, tra la fine del 1914 e l’inizio del 1915, erano stati banditi tre concorsi per 160 posti di tenente medico effettivo, i quali però non raggiunsero mai il numero previsto dai bandi.8 Nell’aprile del 1916, dunque, furono richiamati in servizio i medici delle classi 1870-75, e poi ancora i riformati di quasi tutte le classi comprese tra il 1874 ed il 1878, e quelli del 1881 e 1884.9 Ciononostante, il problema poteva dirsi tutt’altro che risolto.10 Se in un primo momento le autorità militari poterono credere di avere il tempo dalla loro parte, convinte com’erano che la guerra sarebbe durata soltanto pochi mesi, ben presto furono costrette a tornare sulle loro fin troppo ottimistiche previsioni iniziali, e a trovare soluzioni alternative.



A mancare non erano soltanto i medici al fronte: neanche gli ospedali civili avevano personale sufficiente per i bisogni della popolazione. Si provvide pertanto al congedo dei medici più anziani, ma evidentemente ciò non fu abbastanza se, ancora nel 1917, l’Onorevole Brunelli poteva presentare alla Camera un ordine del giorno contenente la richiesta di “una più razionale organizzazione della sanità civile e militare”, e lamentare la mancanza di medici nelle città italiane.11 Ad aggravare la situazione contribuiva senza dubbio il cattivo uso che si faceva del personale disponibile: soprattutto all’inizio, i medici venivano assegnati ai reparti in modo casuale, senza tenere conto della loro specializzazione professionale. Questo modo di procedere rispecchiava pienamente un’organizzazione sanitaria che, all’entrata in guerra, si trovava ancora in uno stato, per così dire, embrionale. Le norme esistenti, infatti, regolavano il servizio sanitario militare soltanto a grandi linee, ma solo con l’esperienza diretta della guerra moderna fu possibile creare strutture migliori e più specializzate.
Per avere un’idea di come si articolasse il funzionamento della sanità militare in guerra, bisogna innanzi tutto capire quali fossero i suoi compiti. Primo dovere del servizio sanitario dell’esercito era provvedere alla salute dei combattenti, non solo sul campo di battaglia, ma anche nelle retrovie; era necessaria, infatti, una continua opera di prevenzione, che evitasse il diffondersi di epidemie tra tanti uomini ammassati nei depositi e al fronte in condizioni igieniche piuttosto precarie. Sul campo di battaglia, invece, il dovere della sanità militare era soccorrere prontamente i feriti, prima di tutto sottraendoli al fuoco nemico. Qualora non fossero in grado di camminare, essi venivano trasportati dai portaferiti fino ai punti di raccolta, affinché non fossero né d’intralcio alle operazioni, né di scoraggiamento agli altri combattenti12. Il compito dei barellieri era tutt’altro che facile: sebbene nei documenti ufficiali vi fossero norme ben precise volte a regolarne il lavoro, tali regole erano tuttavia destinate a rimanere lettera morta. I portaferiti, infatti, avrebbero dovuto svolgere la loro azione durante le operazioni belliche, in mezzo al fuoco dell’artiglieria, ma più spesso dovevano aspettare la notte o la fine della battaglia per uscire in cerca dei soldati rimasti sul campo.13 A rendere il loro lavoro ancora più complicato contribuivano, inoltre, le particolari circostanze territoriali e climatiche in cui l’esercito italiano si trovò a combattere lungo il fronte austriaco: le asperità del terreno e la neve facevano sì che le operazioni di sgombero procedessero quasi sempre con molta lentezza, e ciò esponeva al rischio di congelamento i feriti, che rimanevano per ore a terra in attesa dei soccorsi. La mancanza di portaferiti rappresentò un problema costante per l’esercito italiano. Nel 1916 l’autorità militare decise di aumentarne il numero da quattro a otto unità per ogni compagnia, numero che però continuò a dimostrarsi “di gran lunga inferiore ai bisogni (…) tanto che molti soldati, per soccorrere i compagni feriti, erano costretti ad allontanarsi dalle file di combattimento per trasportarli ai posti di medicazione di battaglione, depauperando così la forza dei reparti”.14

Dai nidi di raccolta, appena possibile, i feriti venivano portati ai posti di medicazione, distanti circa un chilometro dalla linea del fronte; qui gli ufficiali medici procedevano ad una prima medicazione, rinviando ai loro reparti quanti erano ancora in grado di combattere, e trattenendo invece tutti gli altri. Di norma essi si limitavano ad asportare il terriccio o altri corpi estranei dalle ferite, ad improvvisare apparecchi di immobilizzazione per i fratturati, o ad applicare lacci emostatici in caso di forti emorragie; per i morenti, invece, compilavano una semplice tabella nominativa, ma solo nel caso in cui la loro identità fosse certa. Successivamente i feriti erano inviati alle sezioni di sanità, anello di congiunzione tra i posti di medicazione e gli ospedali da campo; ove possibile, queste erano impiantate in edifici preesistenti, forniti di acqua e possibilmente ben collegati sia verso la linea del fuoco, sia verso le retrovie. Poiché difficilmente esse potevano trovarsi in un punto ottimale, uno dei reparti someggiati di cui disponevano era distaccato verso le postazioni più avanzate. Le sezioni di sanità, come anche i posti di medicazione, registravano tutti coloro ai quali prestavano soccorso, e procedevano dunque ad un primo sgombero, smistando gli infermi a seconda del trasporto che erano in grado di sopportare. Di solito, poi, seguivano l’avanzata delle truppe, oppure aiutavano i barellieri nella ricerca dei feriti.15 Secondo il regolamento, in tutte queste formazioni non si sarebbe dovuto operare chirurgicamente, se non in casi di estrema urgenza, anche se, come vedremo, non di rado tali norme vennero del tutto disattese. Dalla sezione di sanità i gravi trasportabili, muniti di un’apposita tabellina diagnostica, che registrava le generalità del soldato e le medicazioni che aveva ricevuto, venivano inviati agli ospedali da campo. Questi erano capaci di 50, 100 o persino 200 letti, erano posti a circa 15 km dal fronte, ed erano dotati dei mezzi chirurgici adatti a qualsiasi operazione. Qui gli infermi venivano ospedalizzati solo e fintantoché le loro condizioni non fossero migliorate, consentendo quindi un ulteriore e più complesso trasporto verso gli ospedali della seconda linea, che provvedevano allo sgombero definitivo dei feriti e degli ammalati o di nuovo verso la prima linea, oppure verso l’interno, verso gli ospedali di tappa o di riserva, non molto diversi gli uni dagli altri.



Ciò che nella teoria sembrava così ben organizzato e regolare, nella pratica presentava invece notevoli disfunzioni e malfunzionamenti. In primo luogo vi era, come già accennato, una forte carenza di personale, alla quale si tentò di rimediare non solo con la mobilitazione di tutti i medici disponibili, ma anche con la fondazione di una vera e propria università di guerra che formasse nuovi medici in tempi brevissimi. L’Università di S. Giorgio di Nogaro venne infatti istituita con decreto luogotenenziale del 9 gennaio 1916 su proposta del dottor Tusini. La frequenza dei corsi, iniziati già nel febbraio successivo, era ufficialmente obbligatoria per tutti gli studenti di medicina del quinto anno in servizio in zona di guerra, e facoltativa sia per quelli in zona territoriale sia per gli iscritti al sesto anno. Di fatto però, sebbene anche le altre università del Regno offrissero corsi accelerati, vi erano forti pressioni affinché tutti gli studenti degli ultimi due anni di medicina in servizio militare si iscrivessero a San Giorgio da dove, dopo pochi mesi, sarebbero stati inviati nei vari reparti sanitari del fronte. Tali manovre, portate avanti dal Ministero della Guerra, suscitarono lagnanze sia dalle altre università, sia dal Ministero dell’Istruzione. Nell’ordine del giorno votato dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova nella seduta del 26 ottobre 1916 si leggeva:
La Facoltà di Medicina e Chirurgia di Padova nell’attesa di informazioni sui provvedimenti delle Autorità Superiori nei riguardi delle Scuole Castrensi di Medicina e Chirurgia di S. Giorgio di Nogaro, compresa delle supreme esigenze militari, ma d’altra parte preoccupata della perniciosa influenza sulla cultura dei giovani e sul loro avvenire professionale, che verrebbe dall’obbligarli a frequentare i corsi di medicina applicata prima di avere conseguita la maturità necessaria nello studio delle materie biologiche fondamentali e dei processi patologici generali, si augura che il Comando Supremo e il Ministero dell’Istruzione vogliano consentire almeno agli studenti del terzo e quarto anno di Medicina attualmente sotto le armi e a quanti altri non ne superarono i rispettivi esami, la frequenza a corsi accelerati delle predette materie che i professori ufficiali di questa Facoltà si assumerebbero ben volentieri di dettar loro nell’interesse della Scuola Italiana e per il decoro di questa Università la quale si onora di essere l’unico e completo centro superiore di studi in Zona di Guerra.16
Per accontentare formalmente il Ministero dell’Istruzione, contrario al disegno di sottrarre gli studenti di medicina alle università, proprio nell’ottobre del 1916 la scuola di San Giorgio venne quindi dichiarata distaccamento dell’Università di Padova; con questo provvedimento fu possibile concentrare a S. Giorgio tutti gli studenti del quinto e sesto anno presenti in zona di guerra, e a Padova quelli del terzo e quarto. Tutto ciò permetteva alle autorità militari di avere sempre nuovo personale sanitario da inviare ai reparti combattenti, anche se con una preparazione piuttosto sommaria, se si tiene conto del fatto che a San Giorgio un anno accademico aveva la durata di soli quattro mesi; nello stesso tempo non si correva il rischio che i giovani studenti di medicina, iscritti alle diverse università del Regno, usassero il loro studio per sottrarsi alla guerra: era infatti sufficiente disporne l’invio in zona di operazioni per costringerli ad iscriversi a San Giorgio, e da lì mandarli al fronte subito dopo il conseguimento della laurea. Questa pratica creava però notevoli problemi, legati, prima di tutto, all’inesperienza dei più giovani:
Occorre gettare un grido d’allarme per la deficienza professionale ed in ispecial modo per l’impreparazione chirurgica del personale che è rimasto a prestare servizio nell’ambito delle Divisioni prima, ed ora anche del Corpo d’Armata.17
Soprattutto in prima linea gli ospedali di guerra si dimostravano “di scarso rendimento, a causa del personale non adusato ad un funzionamento sveltito e poco al corrente colle norme regolamentari ed esigenze militari varie. Ne [erano] prove la troppo protratta degenza dei ricoverati, la lentezza degli allestimenti, l’inesperta registrazione nosologica e statistica”.18 Le tabelline diagnostiche erano infatti compilate in modo spesso impreciso, come ebbero più volte a lamentare sia il Ministero della Guerra sia l’Intendenza Generale che, nel febbraio 1917, inviava una circolare “raccomandando la esatta e completa compilazione delle cartelle cliniche, che sempre d[oveva]no accompagnare gli ammalati e feriti nei loro trasferimenti”.19 L’imperizia con cui certe operazioni di routine venivano sbrigate era causa di non pochi incidenti, anche gravi, soprattutto se si tiene a mente il quadro generale in cui tali incidenti avvenivano. Un soldato ferito al fronte, infatti, aveva bisogno di un intervento che fosse il più possibile tempestivo; tuttavia ciò difficilmente era possibile, poiché, nelle fasi immediatamente successive alla ferita, egli subiva diversi sgomberi, che richiedevano molto tempo a causa delle operazioni militari in corso e del cattivo stato delle principali vie di comunicazione. Se, una volta giunto a destinazione, il soldato era sprovvisto della cartella clinica, o ne recava con sé una mal compilata o illeggibile, il tempo dell’intervento era ulteriormente ritardato, talvolta con conseguenze gravi per la sua salute:
Arrivano talora da posti di medicazione o da unità sanitarie da campo avanzate ad unità sanitarie arretrate o ad ospedali delle retrovie, e perfino a lontani ospedali territoriali, dei feriti ai quali è rimasto applicato per cinque, sei, otto, dodici e più ore un laccio elastico per emostasia. In quali condizioni possa trovarsi l’arto e quali tristi conseguenze ne derivino ogni medico facilmente immagina. Ed a rendere anche peggiori i tristi effetti del deplorevole fatto si verifica qualche volta che per lesioni proprio all’estremità di un arto il laccio viene applicato alla radice dell’arto”20
Le “tristi conseguenze” cui accennava questa circolare erano, nella maggior parte dei casi, l’amputazione dell’arto, una pratica fin troppo diffusa che, già nell’ottobre del 1915, aveva spinto lo stesso Cadorna ad inviare ai comandi delle quattro armate istruzioni ben precise, che rendevano necessaria l’autorizzazione del Direttore di Sanità di Corpo d’armata prima di procedere a qualsiasi operazione di carattere demolitivo.21 Negli anni successivi la situazione sembrò migliorare, come testimoniano gli articoli comparsi su numerosi giornali medici, tuttavia le operazioni praticate al fronte continuavano ad essere oggetto di discussione e di lagnanze sia da parte dei medici sia da parte dei soldati:
Nel giro delle ispezioni tecniche che ho eseguito negli ospedali di riserva territoriali ho rilevato un numero ragguardevole di militari anatomicamente guariti dalle ferite, ma con calli deformi, con vistosi accorciamenti degli arti fratturati, con paralisi periferiche per lesioni dei nervi, con rigidità delle articolazioni, retrazioni tendinee deformanti le mani ed i piedi, tali da sopprimere le funzioni e rendere in alcuni casi l’arto appendice inutile e preferibile un moncone di amputazione e un apparecchio di protesi.

(…) nell’interesse degli infermi, dell’esercito e dell’erario, occorre stabilire in ogni settore di armata dei reparti chirurgici specializzati (…).22


L’importanza di reparti specializzati vicini alla prima linea fu ben presto riconosciuta anche dalle autorità militari, che dal 1916 misero a disposizione delle truppe le ambulanze chirurgiche d’armata, unità sanitarie mobili che, seguendo da vicino le operazioni belliche, potevano intervenire più o meno tempestivamente portando soccorso ai feriti più gravi, che non avrebbero potuto sopportare il trasporto nelle retrovie. Si trattava soprattutto di soldati feriti al cranio, alla colonna vertebrale o all’addome, per i quali l’ambulanza aveva un impianto radiologico e tutto il materiale chirurgico necessario. L’ambulanza poteva essere montata e smontata in poco tempo, aveva quaranta letti e, dal 1917, ebbe in dotazione una baracca divisibile in due parti autonome, che potevano costituire due postazioni avanzate per la chirurgia d’urgenza.23 Con lo stesso scopo furono allestite, inoltre, nove ambulanze radiologiche, alcuni reparti stomatoiatrici per il trattamento chirurgico ed ortopedico dei feriti del volto, un servizio oftalmico, ed altre unità specializzate pronte ad intervenire in tempi rapidissimi. La creazione di questi reparti non eliminava, però, un problema fondamentale, e cioè la mancanza di un indirizzo unitario tra i medici. Ciò rendeva ancor più penoso il pellegrinaggio che i feriti erano costretti a compiere tra i vari ospedali militari, al fronte e in zona territoriale:
I passaggi cui sono soggetti i feriti per diversi ospedali da campo e di riserva, non sempre imposti da imprescindibili necessità, stabiliscono una discontinuità nel trattamento curativo delle ferite e non di rado anche una diversità di metodi e differimenti nell’esecuzione di taluni atti operativi e ritardi nell’arresto delle infezioni traumatiche.24
Ogni medico in ogni ospedale agiva per proprio conto, quasi sempre all’oscuro di quanto accadeva in altri ospedali, dei progressi fatti da altri medici nella cura di un certo tipo di lesione o malattia:
La tendenza purtroppo diffusa, specialmente nei piccoli ospedali di riserva al di fuori di ogni controllo tecnico, da parte di chirurghi consulenti, di immobilizzare e di condannare alla più assoluta inazione per lungo tempo, anche per mesi consecutivi, gli arti fratturati, le ferite articolari, le ferite anche delle sole parti molli è la causa di rigidità articolari, senechie e retrazioni tendinee, di calli ossei deformi, atrofie, le quali stabiliscono delle vere mutilazioni funzionali irreparabili.25
Lo stesso prof. Golgi, presentando la prima parte di una sua nuova pubblicazione sulle lesioni causate da armi da fuoco, riconosceva infatti che “la grande frequenza e la gravità delle paralisi che consegu[iva]no alle ferite dei nervi [erano] dovute in gran parte alla mancanza delle cure attuate in tempo opportuno, o alla applicazione di cure improprie”.26 Già il 30 luglio del 1916 era stata inviata una circolare alle Intendenze di Armata, affinché si rendessero “più frequenti le riunioni di ufficiali medici i quali dallo scambio di idee [avrebbero potuto] trovare il modo di dare al servizio sanitario quella unità d’indirizzo che [sarebbe dovuta] essere nelle aspirazioni di tutti”27. Tuttavia, soltanto dal febbraio del 1917 si provvide alla pubblicazione di un Notiziario medico-chirurgico, un giornale bimensile che favorisse lo scambio di pareri e notizie tra i medici dell’esercito.

Era impossibile, però, eliminare tutte le disfunzioni e le difficoltà del servizio sanitario militare, soprattutto perché esistevano, oltre a problemi contingenti, alcune contraddizioni interne al sistema stesso, che vanificavano l’efficacia dei provvedimenti presi. L’autorità militare si dibatteva inutilmente tra l’esigenza di mantenere in zona di guerra il maggior numero possibile di soldati feriti, e l’impossibilità di provvedere alla loro cura. Un regolamento del 1935 circa lo sgombero dei feriti recitava:


In relazione alla accennata necessità di assumere lo stato di gravità come criterio di base per la segnalazione dei feriti e per il loro smistamento nei luoghi di cura, di massima, si possono ritenere in primo tempo:

da non sgombrare:

  1. i moribondi ed i feriti per i quali occorre intervento chirurgico immediato;

  2. i leggerissimi (ricuperabili immediatamente, da rinviare ai loro corpi);

da sgombrare:

  1. a breve distanza: i feriti con infezioni in atto, con lievi emorragie o con emorragie frenate con mezzi d’urgenza, i feriti con fratture comminute del bacino, i cranici, i midollari, i toracici, gli addominali;

  2. a grande distanza: fratturati semplici, osteo-articolari, feriti delle parti molli, ecc.28

Queste norme per lo sgombero dei feriti erano le stesse in vigore durante la prima guerra mondiale: nel giugno del 1915, infatti, l’Ispettore Capo di Sanità aveva stabilito che i treni attrezzati dovessero essere adibiti al trasporto dei feriti non gravi verso le retrovie, per consentire lo sgombero degli ospedali in zona di guerra, mentre i feriti gravi potevano essere sgomberati solo in caso di grandi combattimenti che potessero mettere a rischio la loro vita. In questo modo, però, erano proprio i feriti meno gravi, quelli che più rapidamente sarebbe stato possibile rinviare al fronte, ad essere allontanati dalla zona di guerra. Consapevole di questo rischio, l’autorità militare chiedeva continuamente di aumentare i posti disponibili negli ospedali esistenti, ma senza poter aumentare, al contempo, il personale sanitario a disposizione. Nel novembre 1915 il dottor Pavone faceva notare al Direttore Generale di Sanità, Lutrario:


Come tu sai, l’Intendenza Generale ha ordinato che nel territorio di questo corpo d’armata si aumenti in tutti i modi la disponibilità di posti letto pei malati e feriti di guerra, per far fronte alle cresciute esigenze derivanti dalle nuove fasi della Guerra. All’uopo si dovrà non soltanto portare al massimo il numero dei letti di cui dispongono gli attuali ospedali, ma si dovranno altresì impiantare nuovi ospedali ovunque sia possibile. Qualunque ricovero, scrive l’Intendenza, sarà meglio che tenere i malati e feriti allo scoperto. (…) I locali certamente si troveranno, ma assai difficilmente si troveranno i medici, la maggior parte dei quali è stata od è continuamente richiamata nella zona di guerra.29
Ancora nel 1917 Pavone scriveva:
Caro Lutrario, qui siamo in una febbrile attività per allestire nel Corpo d’Armata, con la massima urgenza, nuovi ospedali di riserva per almeno 10 000 letti. Così l’efficienza del Corpo d’Armata si eleva da 31 000 a 41 000 letti. Dei nuovi letti, 3000 almeno dovranno essere impiantati qui a Firenze. I locali si troveranno (…). Quello che manca sono: letti, biancheria, medici e personale di assistenza. Faremo del nostro meglio. La cosa si complica coll’incessante sopraggiungere dei profughi: 2000 al giorno. E vi è anche la minaccia che qui si scarichino l’ospedale e il manicomio di Venezia. Ma faremo tutti il nostro dovere fino all’ultimo, con animo fermo e sereno.30
Da queste lettere emerge chiaramente la situazione piuttosto precaria degli ospedali militari durante la guerra: qui mancava il latte per il vitto, lì mancava l’acqua, in molti mancavano gli strumenti chirurgici, il vestiario invernale, le coperte, i tavoli, le sedie ed i mezzi per il riscaldamento31. Il sovraffollamento delle strutture sanitarie, conseguenza inevitabile dell’aumento indiscriminato di posti letto richiesti dalle autorità militari, rendeva in molti casi pessime le condizioni igieniche: alcuni ospedali, infatti, erano costretti a riempire con brande anche le stanze adibite alla svestizione, al bagno ed allo spidocchiamento dei militari provenienti dal fronte, con il risultato che “ospedali originariamente ottimi (…) [erano] già diventati nidi e vivai di pidocchi e cimici”, poiché i soldati erano mandati in corsia con gli stessi indumenti sporchi con i quali arrivavano non solo dal fronte, ma anche dai treni attrezzati che li avevano trasportati per ore o anche per giorni.32 Un’ispezione compiuta a Careggi metteva in luce che le più basilari norme igieniche e profilattiche venivano costantemente disattese:
Nel padiglione diagnostico per tubercolosi le cavie da esperimenti vengono tenute in uno sgabuzzino adiacente ai lavandini e alle latrine. La chiave del locale è attaccata alla porta. Nonostante che una rete e un cancello separino gli infermi del padiglione di accertamento da quelli del padiglione comune, non si rispetta il divieto circa la promiscuità degli infermi nelle ore di passeggio. I servizi generali per i due padiglioni sono comuni, offrendo scarsa garanzia igienica.33
Se le lamentele erano all’ordine del giorno, i provvedimenti presi dalle autorità in genere si facevano aspettare a lungo. Quello che colpisce è la capacità, da parte del sistema sanitario messo in piedi durante la guerra, di far svanire nel nulla i problemi che di volta in volta emergevano. L’8 giugno 1915, ad esempio, l’arcivescovo di Udine scriveva al Sottocapo di Sanità Militare dell’esercito:
Ho visitato gli ospedali di Cividale e particolarmente quello del Seminario. Ebbene, soltanto in questo – e gli altri pure sono pieni - stanno oltre 1200 feriti. (…) Al Seminario non sono che tre medici, i quali pure lavorando eroicamente giorno e notte, non arrivano a tempo e i feriti [si lagnano] di non essere ancora medicati dopo due o tre giorni con pericolo di cancrena.34
Più avanti l’arcivescovo lamentava la mancanza di vestiario, di paglia e di molti altri oggetti indispensabili alla cura e alla degenza dei malati; di fronte a tale testimonianza le autorità decisero di inviare immediatamente un’ispezione e di aprire un’inchiesta per far luce sulle circostanze che avevano determinato una situazione tanto deplorevole. Eppure, alla fine degli accertamenti, il caso si chiuse con un nulla di fatto, poiché le indagini avevano dimostrato che quella descritta dall’arcivescovo era stata soltanto una situazione temporanea, dovuta all’emergenza.35 Il sistema era dunque perfettamente in grado di coprire le sue disfunzioni, per rimediare alle quali, d’altro canto, si ricorreva a soluzioni che in realtà erano soltanto palliativi. Il problema della carenza dei medici può aiutare a capire questo meccanismo: se i medici al fronte erano scarsi, si ricorreva a quelli che operavano in zona territoriale, lasciando così sprovvisti di personale sanitario gli ospedali del paese; allo stesso modo, se un settore del fronte aveva bisogno di medici, si ricorreva a quelli di altri reparti, che inevitabilmente rimanevano senza; attraverso i continui trasferimenti di medici e aiutanti di sanità, si tentava dunque di tamponare le varie emergenze, senza riuscire, però, a risolvere veramente il problema:
La Divisione Leva e Truppa del Ministero della Guerra seguita ferocemente a demolire tutta l’VIII Compagnia di Sanità, prendendosi i soldati di sanità e sostituendoli, solo in parte, con soldati di fanteria. Dell’VIII Compagnia di Sanità non sono rimasti, in tutto il Corpo d’Armata, che appena 400 uomini. E ciò per un’organizzazione ospedaliera di ben 30 000 letti! È la vera negazione del senso comune. È facile intuire come debbano andare a catafascio tutti i servizi ospedalieri. Siamo arrivati a un punto che non si può più andare avanti. (…) E intanto gli ospedali sono in mano di ignoranti soldati di fanteria (scarsi però anch’essi) e di donne spesso incompetenti.36
D’altro canto, la vicenda di cui fu protagonista l’arcivescovo di Udine evidenzia anche la facilità con cui le autorità militari erano disposte ad accettare giustificazioni assolutamente inconsistenti e superficiali, che spiegassero i disservizi della sanità, invece di procedere a verifiche rigorose che mettessero in luce i veri problemi del servizio sanitario. Ciò, del resto, avrebbe richiesto provvedimenti realmente risolutivi, per i quali non c’era né tempo né spazio. Pronta solo nel suo nucleo fondamentale alla guerra, la sanità militare si era via via adattata alle esigenze belliche, creando organi e funzioni spesso in conflitto fra loro, che rischiavano di sovrapporsi e di duplicarsi senza alcun controllo. Mettere ordine in un apparato tanto grande con la guerra ancora in corso era pressoché impossibile, e quindi, dove il caos generato dal conflitto non bastava a fornire spiegazioni plausibili ai disservizi esistenti, subentrava la burocrazia. Qualsiasi richiesta o lamentela si perdeva nel labirinto burocratico che si era sviluppato parallelamente ai servizi sanitari a partire dal 1915:
Siamo dunque ridotti a questo, che per poter avere qualche metro di tubo da drenaggio, occorre una speciale richiesta al Dirigente locale, ed una esplicita autorizzazione del Direttore dell’ospedale principale, sentito il Relatore!!37
Era lo stesso On. Brunelli, nel già citato discorso alla camera dell’11 luglio 1917, a puntare il dito contro il complicato sistema burocratico nato alle spalle della sanità:
Quello che dovrebbe essere frutto di ricerca fatta con occhio scientifico ed umano, è diventato gerarchia, disciplina, regolamento, circolare, modulo; è diventato, in una parola, burocrazia; questa burocrazia sanitaria militare ha quindi assunto il difetto comune a tutte le burocrazie italiche, la mancanza cioè di qualsiasi responsabilità38.
Brunelli, che vedeva l’origine di questo enorme apparato burocratico nell’ingerenza della sanità militare su quella civile, aveva colto nel segno: col moltiplicarsi degli uffici, dei gradi e delle circolari, era diventato impossibile accertare qualsiasi colpa. E dunque proseguiva:
Non si trova il responsabile di un giudizio di malattia o del trattamento di un malato: assolutamente! È tutto un giuoco di scarica barili. Perché la lunga via crucis del richiamato prima di essere ammesso al servizio militare? Perché ai distretti, o non si visita, o si visita solo superficialmente, in quanto si sa che il soldato dovrà poi passare di nuovo visita al reggimento. Al reggimento succede lo stesso perché si sa che il soldato deve passare di nuovo la visita al deposito. Al deposito ancora lo stesso perché si sa che vi sono quei generali scolatoi, che sono gli ospedali di osservazione, dove troviamo per mesi e mesi dei malati che dovrebbero invece essere stati riformati alla prima visita, inquantoché il più delle volte non si tratta di diagnosi difficili ma di casi banali, evidentissimi, come ad esempio, ernie voluminose, delle quali in uno solo di questi ospedali ne ho trovate quaranta, i cui portatori aspettavano persino da settanta giorni il famoso modulo per essere licenziati, con quale danno della speditezza dei servizi e dell’erario è facile immaginare. E quello che si dice per l’ammissione in servizio, si dica anche per i malati. Il malato deve avere la visita del medico curante; poi quella della Commissione centrale sanitaria, il cui giudizio a sua volta deve avere l’autorizzazione della Direzione di sanità, il giudizio della quale deve essere ratificato dal Ministero, il quale può non ratificarlo e ordinare magari ancora una visita collegiale. (…) Se aggiungiamo a tutto questo l’ingerenza assolutamente iniqua, esorbitante, dell’elemento militare non tecnico sui servizi di sanità, è facile immaginare a quale risultato si può arrivare. (…) L’ingerenza dell’elemento militare nella sanità è assolutamente enorme. Vediamo distrutti da superiori non tecnici dei giudizi di malattia, dei permessi di convalescenza, dei giudizi di riforma. Con un tratto di penna questi signori, che sono assolutamente incompetenti in materia, si permettono di annullarli.39
Dalle parole dell’onorevole emergeva chiaramente la rivalità esistente tra la sanità militare e quella civile, senza che quest’ultima avesse, tuttavia, la benché minima possibilità di far valere le proprie ragioni. Le testimonianze in proposito sono innumerevoli, e molto spesso riguardano, ad esempio, la mancata comunicazione da parte dell’autorità militare dell’arrivo nelle varie città italiane di treni carichi di infermi:
Con riferimento mio telegramma 30 settembre n° 39226 stimo opportuno informare codesto On. Ministero che continua la irregolarità nelle segnalazioni arrivo treni con militari ammalati o feriti negli ospedali di riserva. Occorre che Intendenza Generale dia categoriche istruzioni direttori treni ospedali di segnalare in tempo, oltre che autorità militare, anche Prefettura arrivi ed eventuali spostamenti.40
Altre volte i soldati feriti o malati venivano inviati ai vari ospedali, senza che nessuno si fosse precedentemente accertato della disponibilità di letti. Non si trattava di un inconveniente da poco, soprattutto se si pensa che l’arrivo in città di un treno ospedale carico di infermi richiedeva un certo numero di operazioni preliminari, volte alla salvaguardia della salute pubblica. Cosa di cui, però, l’autorità militare sembrava non preoccuparsi molto se nel maggio 1917 il direttore generale delle Ferrovie scriveva alla Direzione Generale di Sanità:
Si ha il pregio di informare codesta On. Direzione Generale che, per imposizione dell’Autorità Militare locale, il giorno 3 corrente senza preavviso alcuno nella stazione di Teano, malgrado le proteste di un nostro funzionario, furono fatti salire sul treno diretto 109, non ammesso per il viaggio di militari isolati, circa 90 di essi, destinati all’Ospedale di Caserta. Detti militari, parecchi dei quali erano affetti da infermità disgustose alla vista e da malattie infettive, salirono nelle vetture dei viaggiatori ordinari affollate, determinando vivaci proteste, tanto che non pochi viaggiatori abbandonarono il proprio posto. Dall’Ufficiale medico del posto di soccorso alla stazione di Caserta si è saputo che 18 militari erano ammalati di proctite, 4 di scabbia, 2 di polmonite e 2 di morbillo.41
La stessa rivalità e sovrapposizione si riscontrava anche tra i vari organi militari, che spesso lamentavano le ingerenze dell’uno o dell’altro ufficio:
È a conoscenza di questa Presidenza che il Comando della Divisione Territoriale di Bologna abbia dato ordine alla sesta Commissione Sanitaria Territoriale di visitare i militari inabili presunti permanenti di tutti i corpi del territorio di detta divisione, onde stabilire se le loro menomate condizioni di salute permettano di disimpegnare qualche servizio speciale. (…) In tale turno di visita detta Commissione si è recata anche nei Depositi e Reparti nella circoscrizione della Zona di Guerra, e quindi spettante alla vigilanza di questa Commissione Centrale. Tanto questa Presidenza si onora di segnalare a codesto Comando Supremo affinché con opportune disposizioni voglia evitare che ciò abbia a ripetersi in seguito, onde non abbiano a sorgere attriti di competenze fra questa Commissione e quelle Territoriali.42
Anche in questo caso l’Onorevole Brunelli aveva ragione: le varie commissioni sanitarie potevano decidere in qualsiasi momento di annullare le decisioni prese in precedenza da altre commissioni, e rimandare gli uomini in servizio, se non proprio al fronte, almeno nelle retrovie, in modo da lasciare a disposizione delle truppe di prima linea tutti coloro che erano in grado di combattere. A questo proposito, già nel 1916, era stata emanata una circolare che prevedeva la possibilità di risottoporre a visita tutti quei militari riformati da meno di due anni “per i quali si a[vessero] fondati indizi per far sospettare che a loro riguardo [fosse] stata indebitamente pronunciata la decisione di riforma”.43 Ciò non vuol dire che non vi fossero ragioni fondate per sospettare che qualche commissione avesse abusato del suo potere concedendo la riforma a chi, altrimenti, sarebbe stato inviato senza indugio al fronte, tuttavia questi fatti dimostrano l’assoluta libertà decisionale di cui disponevano in tempo di guerra l’autorità militare e tutti i suoi organi. Una libertà che non sempre veniva esercitata in modo corretto, poiché la situazione contingente faceva sì, come detto, da giustificare qualsiasi provvedimento, anche i più insensati, mentre la burocrazia ne nascondeva i diretti responsabili. A titolo d’esempio, basti citare la testimonianza del Generale Ravazza che, sotto la voce “Condizioni fisiche della truppa”, scriveva:
Sono avariatissime. Ho constatato come alcuni centri di mobilitazione, pur di raggiungere il numero prescritto dagli ordini ministeriali, completino i contingenti che inviano ai depositi speciali con elementi che coscienziosamente non possono proseguire per la fronte. Qualcuno con imperfezioni fisiche ormai permanenti, qualcuno con ferite tuttora aperte e di guarigione lontana. Ne avviene che il deposito speciale si trasforma in un convalescenziario e perde il suo carattere di serbatoio d’uomini pronti a combattere. Questa condizione è poi molto aggravata dalle affluenze isolate, dimessi da ospedali con qualche giorno di riposo, perché non solo al deposito di Sacile, affluiscono tali elementi, ma anche presso altri depositi, sebbene in numero minore. Gli isolati provenienti in gran parte da luoghi di cura, giungono ai depositi privi di armamento e in condizioni di vestiario molto scadenti, sovente in condizioni fisiche pietose; ben pochi sono in grado di riacquistare la loro completa idoneità fisica in otto o dieci giorni, qualcuno deve essere rinviato d’urgenza all’ospedale; a Sacile vi fu anche qualche caso letale.44
Per tutti i casi descritti da Ravazza, doveva necessariamente esserci un medico o una commissione che aveva giudicato abili alle fatiche di guerra, tuttalpiù guaribili con pochi giorni di convalescenza, uomini che “coscienziosamente non po[teva]no proseguire per la fronte”, eppure non risulta che le autorità militari abbiano preso provvedimenti nei confronti di una o più persone.

Era poi ovvio che quella stessa burocrazia che occultava le colpe dei medici, serviva da riparo anche ai soldati, che tentavano con ogni mezzo di sfuggire all’invio al fronte, smarrendo volontariamente le piastrine di riconoscimento, gli oggetti del corredo (spesso regalati ai familiari, soprattutto se si trattava di cappotti o di altri indumenti pesanti), continuando a lamentare dolori inesistenti, o non accettando il giudizio della commissione medica. Con lo stesso scopo i soldati si provocavano lesioni o malattie, talvolta utilizzando sostanze chimiche che causassero dermatiti, otiti esterne, congiuntiviti o altro:


Risulta a questa Intendenza Generale che spesso i militari di truppa si presentano a farmacie civili esibendo per la spedizione ricette con firme sconosciute ai farmacisti od illeggibili, affermando che si tratta di prescrizioni loro fatte da ufficiali medici. In tal modo può venir sorpresa la buona fede dei farmacisti ed i militari possono riuscire a provvedersi di sostanze per usarne a scopo di provocarsi infermità.45
Nei casi più disperati, che pure erano tutt’altro che rari, i combattenti arrivavano persino a provocarsi ferite più o meno gravi con le armi che avevano a diposizione, spesso rischiando l’amputazione. La violenza di certi espedienti, soprattutto all’inizio, colse di sorpresa i medici militari che, di fronte al proliferare di casi di autolesionismo, furono costretti ad ingaggiare coi soldati una vera e propria lotta, volta non solo allo smascheramento dell’impostura, ma anche all’acquisizione di conoscenze sempre nuove sulle pratiche usate dalla truppa per provocarsi malattie o ferite di ogni sorta. Come sottolinea Antonio Gibelli, infatti,
nell’escogitazione delle pratiche autolesionistiche i soldati atting[eva]no alle tradizioni e al sapere popolare (per quanto riguarda ad esempio la proprietà di certe erbe), e nel contempo cerca[va]no di strappare alla clinica e alla farmacologia, alla chimica e alla medicina ufficiale i loro segreti, aggiornando via via le loro conoscenze sulla malattia, sulle procedure diagnostiche e sulle sintomatologie, infine sui criteri selettivi e di accertamento. 46
Nonostante la più stretta vigilanza, nel 1917 si segnalava un forte aumento di questi casi, per i quali i colpevoli potevano essere mandati davanti al tribunale di guerra, dove però molto spesso venivano assolti. E del resto, per quanto la malattia causata ad arte dal soldato avesse in genere un decorso piuttosto rapido, questa garantiva comunque l’allontanamento momentaneo dal fronte: era, cioè, il soldato stesso a introdursi volontariamente nel mondo della sanità militare, cercando di sfruttarne tutte le disfunzioni e le lungaggini burocratiche.
C’era poi un terzo gruppo di persone che sfruttava a proprio vantaggio la burocrazia militare, ed era quello dei fornitori di qualsiasi tipo che offrivano materiali o servizi all’esercito. Costoro giocavano un ruolo importante nella quotidianità dell’ospedale militare, poiché lo rifornivano di generi alimentari, di suppellettili, e di tutto quanto era necessario alla vita dei suoi pazienti. Ma non erano pochi i casi di truffe perpetrate ai danni dell’erario, soprattutto perché mancavano, o non avevano ampia diffusione, norme comuni che stabilissero i criteri che una qualsiasi merce avrebbe dovuto soddisfare. È sempre il dottor Pavone ad offrirci un’importante testimonianza al riguardo:
I vestiari invernali sono fatti di una pessima stoffa, che si chiama “Melton di Prato”, che si strappa e si lacera, sotto il minimo sforzo, specialmente in corrispondenza delle cuciture. Un vestito di questa stoffa, dopo pochi giorni, spesso anche poche ore, è già strappato in più punti; ed a capo di qualche settimana, è diventato inservibile, malgrado tutti i rattoppi. (…) Le pantofole sono di tela, con suola di corda, ed hanno un’anima di cartone nel calcagno. La suola di corda si insozza di liquidi (nei lavabo, nelle latrine ecc.) e mantiene i piedi freddi e umidi per tutta la giornata. Il calcagno si appiattisce, si deforma, e dopo qualche settimana la pantofola è diventata inservibile. Altro danaro malamente speso per l’Erario e per i soldati! Le coperte di lana sono in grandissima parte costituite da ritagli di stoffa per abiti, di m. 1,80x2,00; stoffa di lana sola, o di lana e cotone, o di cotone col pelo, da simulare la lana. Il peso di queste coperte oscilla da un chilo a un chilo e mezzo. Occorrono quattro di queste coperte per raggiungere il peso di una buona coperta di lana doppia, bianca o grigia. Con due sole di queste coperte si sente costantemente il freddo!47
E ancora riguardo ai generi alimentari:
Riguardo alla vigilanza sulla qualità e sulla quantità dei generi alimentari, che vengono introdotti quotidianamente dai fornitori negli ospedali militari di Firenze, il disservizio è completo. (…) L’Amministrazione dell’ospedale militare principale non ha trasmesso ai direttori dei vari ospedali dipendenti (più di 40) copia dei capitolati di servizio dei diversi fornitori. Per conseguenza, i direttori locali e gli uffici dipendenti ignorano i requisiti cui debbono soddisfare i diversi generi introdotti dai fornitori, per poter essere accettati o respinti, e per poter promuovere, in caso di frode, l’applicazione delle penali previste dai capitolati di appalto, e magari un’azione giudiziaria per parte del Tribunale Militare. (…) E i fornitori gongolano di questo stupefacente sistema di acquiescenza, certi di cavarsela con una ramanzina, o con una innocua minaccia, o tutt’al più con la sostituzione del genere incriminato.48
La stessa febbre di profitto si registrava in ambito farmaceutico, dove esistevano però anche responsabilità più evidenti da parte del personale sanitario:
Si è constatato che con molta frequenza e facilità vengono rilasciate in forma di documenti d’ufficio, da parte di ufficiali medici addetti a Comandi, Intendenze, Ospedali, Corpi, a Ditte di vario genere et a privati, lettere e certificati attestanti i più o meno buoni risultati ottenuti con medicinali, oggetti di medicazione, apparecchi ecc, offerti a titolo di esperimento.49
e nel campo degli apparecchi di protesi o, più generalmente, ortopedici:
Il 13 corrente ebbi l’onore di presentare i miei due apparecchi già applicati, all’Illustre Senatore Prof. Durante, il quale si è compiaciuto dichiararmi che trovava ottima ed ingegnosa la costruzione. Nel pomeriggio poi dello stesso giorno, presentavo i due mutilati, muniti di tali arti, anche all’esame dell’ispettorato di Sanità Militare, dove tutti mi dichiararono la loro soddisfazione ed ebbero parole d’incoraggiamento al riguardo. Il sig. Generale Medico Sforza, particolarmente, dichiarò che l’arto da me ideato e costruito, oltre al presentare una speciale leggerezza e la possibilità di fabbricazione con legno nazionale, meritava di essere tenuto in seria considerazione anche perché, essendo il più economico, porterebbe un vantaggio non indifferente all’erario.50
La presenza di speculatori non deve sorprendere: per tutti coloro che non dovevano combatterla, la guerra rappresentava un affare enorme e molto conveniente. Mai prima di allora l’Italia aveva affrontato un conflitto così grande e duraturo, ed era, dunque, abbastanza prevedibile che la mobilitazione di tante risorse, umane e materiali, generasse inconvenienti di ogni genere. Tutto ciò, però, non deve portare ad una giustificazione completa di quanto avvenuto in quegli anni poiché, se è vero che l’organizzazione del servizio sanitario per un esercito di milioni di uomini costituiva un problema nuovo e di non facile soluzione, è pur vero che l’Italia schierava i suoi soldati con un anno di vantaggio rispetto alle altre nazioni. Ciò che mancò fu la volontà di mettere a frutto le esperienze compiute dagli altri eserciti nei nove mesi di combattimenti che precedettero l’entrata in guerra del paese: come accennato all’inizio, il governo e l’autorità militare italiana nutrivano la convinzione che la guerra sarebbe finita presto, tanto che la decisione di prendervi parte era stata dettata perlopiù dalla paura di rimanere esclusi dalle vantaggiose trattative di pace – ritenute quasi imminenti -, e dalla conseguente spartizione del bottino tra i vincitori. Tutto, quindi, era stato preparato in fretta, senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità di dover provvedere all’equipaggiamento invernale delle truppe. Al sistema sanitario era toccata la stessa sorte: pronto nel suo nucleo fondamentale, non disponeva, però, né di uomini né di mezzi sufficienti. La sua organizzazione si ispirava ancora al modello prussiano, che aveva dato una buona prova di sé durante la guerra contro la Francia del 1870-71.51 Su questa arretratezza si innestava, inoltre, l’incompetenza di gran parte della classe dirigente e dei gradi più alti dell’esercito, incapaci di trovare soluzioni efficaci ai mille casi di malfunzionamento dell’enorme macchina sanitaria, e persino di prenderne atto. In queste condizioni i medici, soprattutto quelli al fronte, schiacciati tra due istanze contrapposte, che imponevano loro di curare, e nello stesso tempo di recuperare materiale umano da mandare di nuovo a combattere, avevano fatto, spesso, del loro meglio. A guerra ancora in corso il dottor Mendes non esitava a dichiarare:
Occorre avere il coraggio di dire che tutta la nostra organizzazione sanitaria si è retta ed ha funzionato solo per la mirabile adattabilità ed il grande spirito di sacrificio degli ufficiali e dei gregari della sanità.52
Condannare la sanità militare nel suo complesso non avrebbe, dunque, alcun senso. Al suo interno vi erano, infatti, medici e funzionari che non avevano mai visto la guerra, e non la videro mai: chiusi nei loro uffici, al riparo dall’artiglieria nemica, essi dovevano decidere dell’idoneità di un soldato alle fatiche di guerra, senza poter forse nemmeno immaginare cosa realmente fosse il conflitto. Nello stesso tempo, tuttavia, il servizio sanitario dell’esercito racchiudeva al suo interno anche quei giovani studenti di medicina formati in fretta nelle università italiane o a S. Giorgio di Nogaro, o tutti quei medici richiamati in servizio e spediti al fronte o negli altri ospedali militari che, spesso, non avevano una preparazione adeguata per poter prestare soccorso a feriti “la più gran parte gravi, affluenti sempre in numero (malgrado i ripetuti sgomberi) superiore alla potenzialità del Reparto (…) abbisognevoli quasi sempre tutti in modo urgente delle cure della specialità”.53 Per quanto si sforzassero, i sanitari non avrebbero mai potuto colmare lacune organizzative di enorme rilievo che, nel 1918, spingevano il dottor Pavone, di ritorno da una visita all’ospedale Demidoff di Lucca, a scrivere al Ministero dell’Interno:
Nel servizio medico e chirurgico dell’ospedale ho trovato gravi disordini: cioè un servizio disimpegnato da due medici condotti, l’uno appartenente al Comune di Lucca (…), l’altro al Comune di Gallicano (….) che per fare il servizio di questo ospedale, debbono naturalmente abbandonare quello della propria condotta. Pertanto, questi medici vengono qui in modo irregolare, ed io ho trovato dei feriti che dall’8 al 14 agosto non erano stati visti, né medicati da alcuno!!!54
Le stesse testimonianze giungevano anche da altri medici: il dottor Tusini, tra l’aprile ed il giugno 1918, scriveva di essere intervenuto contemporaneamente in tre ospedali per un totale di 280 casi, a cui andavano aggiunti i consulti relativi ad operazioni eseguite da altri.55 Ancora prima, nel 1916, il Comando del III Corpo d’Armata comunicava:
I reggimenti della Brigata Livorno sono giunti con soli tre ufficiali medici subalterni complessivamente (…) invece che con quattordici secondo gli organici. La Brigata Livorno ha assunto un fronte amplissimo e le truppe sono molto frazionate in località oltre i 2000 metri di altitudine, ove si hanno, ora 4 metri di neve. I casi di malattie acute per il rapido cambiamento di clima, le congelazioni, le frequenti morti e ferite per valanghe, per cadute ecc., oltre a quelle che si hanno per combattimento, il fatto che il personale medico deve impiegare talvolta parecchie ore per accorrere ove è richiesta l’opera sua, rende gravissima la deficienza numerica del personale stesso.56
Non stupisce dunque che, a pochi anni di distanza dalla fine della guerra, venisse inaugurato un monumento che, nonostante la retorica, rendeva omaggio a tutti quei medici e aiutanti di sanità morti nell’adempimento del loro dovere. Il loro spirito di sacrificio era stato premiato con ben 255 medaglie d’argento, 1164 medaglie di bronzo, circa 1000 croci di guerra e 375 encomi solenni.57 Il Monumento al Medico Caduto era il coronamento di un percorso che, al di là dei meriti individuali, celebrava non tanto la Sanità Militare nel suo complesso, quanto quella parte di essa che si era messa al servizio del paese con abnegazione e umiltà, così come avevano fatto le migliaia di fanti chiamati a combattere: non era un caso, infatti, che per la sua realizzazione Minerbi avesse deciso di utilizzare il bronzo dei cannoni austriaci, lo stesso con cui erano state forgiate le medaglie al valore dei soldati.58 D’altro canto, quel monumento così poco eroico posto all’interno della Scuola di Sanità, oltre a raccogliere in sé la memoria di tanti morti accomunati da un unico destino, rappresentava anche la speranza che, da tanto sacrificio, la sanità militare potesse trarre infine il giusto insegnamento.





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