La scienza in Descartes



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01.06.2018
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La scienza di Descartes



Descartes rivolge la propria attenzione soprattutto alle discipline come l’ottica e l’astronomia, alle quali meglio si applicano il metodo d’indagine razionale ed i modelli di tipo geometrico. La matematica è per lui la scienza che governa tutte le altre, perché di esse studia i principi generali. Il compito didattico della matematica è quello di aprire la mente alle leggi dell’universo, con un linguaggio semplice e conciso, e passaggi logici stringati ed efficaci. I criteri sovrani devono essere la chiarezza e la concretezza: Descartes rifiuta certe oscure e complesse astrazioni della matematica greca, riportando la geometria di Pappo e l’algebra di Diofanto su di un binario comune, in cui l’una serve l’altra, ed insieme esse contribuiscono ad una migliore descrizione dell’universo: così egli dà vita alla geometria analitica, che ancor oggi costituisce il supporto di tanta parte della fisica matematica. L’idea-guida dell’opera di Descartes pare splendidamente descritta in un passo del Leopardi:
Il raziocinio è un’operazione matematica dell’intelletto, e materializza e geometrizza anche le nozioni più astratte.” (da: Zibaldone, Luglio 1820)
Leggendo le sue opere dedicate alle scienze naturali, si ha l’impressione che Descartes non stacchi mai gli occhi dal mondo, osservando con attenzione anche i fenomeni più semplici, ed apparentemente insignificanti, cui costantemente ricorre per illustrare il funzionamento del cosmo: nei piccoli eventi della quotidianità egli vede le manifestazioni delle leggi naturali, così un sasso fatto roteare con una fionda permette di comprendere il moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole. Fu Descartes a scoprire la forza centrifuga, mentre Huyghens introdusse la forza centripeta: quest’ultimo termine fu, però, coniato da Newton.



Cartesio scrive in un frammento giovanile: “La conoscenza umana delle cose naturali avviene solo per somiglianza di quel che cade sotto il senso; e riteniamo così che abbia filosofato con maggior verità chi sia meglio riuscito ad avvicinare le cose cercate a quelle conosciute col senso.” (Cogitationes privatae, 21)

E tanti sono i problemi della vita pratica che vengono trattati nei suoi scritti: dal modo di evitare che il fumo del caminetto invada la stanza, che descrive in una delle sue numerose lettere a Mersenne, alla tecnica per la produzione del vetro, sino alla causa dell’autocombustione del fieno, che spiega nei Principia Philosophiae (Parte IV, 92,124). In gioventù aveva perfino ceduto al fascino della cosiddetta “scienza dei miracoli”, ossia della fisica applicata alla costruzione di giochi e trucchi, che egli aveva appreso dalle invenzioni di Erone. Questa non va confusa con la falsa scienza, come l’alchimia, la magia e la numerologia, che Descartes condannava.


La scienza di Descartes, pur materialistica e meccanicistica, trova un suo fondamento metafisico in Dio, la cui esistenza è razionalmente necessaria: Egli è il Primo Motore, colui che ha impresso all’universo il movimento, ma è anche un essere immutabile, che non interviene più sul Creato per modificarne le leggi, né per aggiungervi o togliervi nulla. Il movimento primordiale avrebbe fatto sì che il mondo, seguendo le leggi della natura immesse da Dio negli oggetti materiali, si formasse da sé, costituendo un ordine nel caos. Da qui Descartes deduce la legge di conservazione del moto, secondo la quale un corpo, in assenza dell’azione da parte di altri corpi, si muove con velocità costante, e mantenendo sempre la stessa direzione (moto rettilineo uniforme). È questa la prima enunciazione corretta del principio d’inerzia, che era stato intuito da Galilei, e che verrà completato da Newton. Per Galilei il moto inerziale non era rettilineo, ma circolare uniforme.
La visione cartesiana dell’universo sarà contestata da Newton e da Pascal, che, nei suoi Pensieri, scriverà: “Non posso perdonare Cartesio: avrebbe voluto, in tutta la sua filosofia, poter fare a meno di Dio, ma non è riuscito a evitare di fargli dare un colpetto al mondo per metterlo in movimento; dopo di che, di Dio non sa più che farsene.”
Leibniz contesterà a Cartesio il fatto di aver basato la sua visione del mondo fisico su di una concatenazione di causa ed effetto, senza interrogarsi sulle finalità degli esseri e degli oggetti: questa indagine metafisica non avrebbe soltanto gettato un po’ più di luce sul progetto divino, ma avrebbe anche aiutato a meglio comprendere il funzionamento dell’universo ed il possibile impiego delle risorse naturali.
A difendere il meccanicismo cartesiano provvide Mersenne, che vi vedeva un ottimo baluardo contro l’occultismo imperante nel Rinascimento.
Leibniz e Newton troveranno anche errori “memorabili” nella formulazione di alcune leggi meccaniche della fisica cartesiana. Il Leopardi, nella sua Storia dell’astronomia, plaudirà a quella che egli considererà la sconfitta di Descartes; per lui Newton “rovesciò il trono di Descartes, quasi appena fondato.” E però Leopardi non manca di sottolineare la grandezza del matematico francese: “Descartes soccombé, ma egli è tuttavia simile a quei re detronizzati che, benché privi di corona e di scettro, mostrano nondimeno di esser nati per comandare.”

Nell’universo di Descartes niente può essere in contrasto con l’evidenza matematica: per questo egli rifiuta l’atomismo, in quanto incompatibile con il fatto che ogni figura geometrica estesa è indefinitamente divisibile in parti più piccole.


Descartes si dedicò anche a discipline più lontane dalla matematica e più vicine all’uomo, come testimoniano i trattati La Description du Corps Humain, e De la Formation du Fœtus, nonché alcuni paragrafi dei Principia, dedicati agli organi di senso, e la Parte V del Discorso sul metodo, in cui descrive la circolazione sanguigna. Si ricordino, a questo proposito, anche le pagine de La Dioptrique e de Les Météores dedicate alla struttura dell’occhio ed ai meccanismi della visione. A questi studi si aggiungono la psicologia de Le passioni dell’anima, e l’antropologia e l’etica delle Lettere sulla morale, indirizzate alla principessa Elisabetta di Boemia.
P
er Descartes il corpo degli uomini e degli animali è una macchina.

Gli atti involontari sono retti da processi meccanici, anzi, per meglio dire, idraulici. Gli impulsi si trasmettono dal cervello attraverso i nervi, e sono come fluidi che scorrano lungo un sistema di tubazioni, esteso a tutte le membra. Gli atti volontari sono invece frutto di un’anima ragionevole, e sono quindi una prerogativa dell’uomo. Solo in virtù di quella egli può pensare e parlare, azioni che nessun meccanismo potrà mai compiere. Le affermazioni di Descartes si sono rivelate tutt’altro che infondate. Le ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale non hanno ancora permesso di realizzare una macchina che sia in grado di comprendere il linguaggio naturale.



Matematica e Informatica



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