La scienza senza la fede è zoppa, ma la fede senza la scienza è cieca



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Editoriale

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la scienza senza la fede è zoppa,



ma la fede senza la scienza è cieca


Cuore del cuore

Nella missione archeologica un gruppo di ricercatori dell’università La Sapienza di Roma, portatisi nell’antica città di Gerico in Palestina, nel sito Tell e- Sultan, si sono ritrovati in uno dei pochissimi luoghi al mondo dove è possibile riconoscere stratificati diecimila anni di storia umana. Proprio lì, negli scavi di una tomba del 3000 a.C., hanno rinvenuto un uomo mummificato, sepolto a gambe incrociate come se fosse seduto con le braccia allargate e le mani aperte rivolte verso l’alto in posizione chiaramente orante. Da queste e altre scoperte archeologiche, abbiamo delle evidenti e antichissime testimonianze del’’uomo spirituale’ che ci portiamo dentro, capace di contemplazione.


Ciò e la conferma della inudibile sete di assoluto che permane nel cuore dell’uomo. E quando all’inizio del XX secolo, in Russia ci fu la storica e tremenda persecuzione, dove fu imposto l’apprendistato al solo ateismo di Stato, non si resero conto che nessuno poteva togliere Dio dal cuore di un popolo che leggeva Dostoevskij. Sarebbe come voler togliere Dio da un popolo che legge Dante o il Manzoni o che sa ammirare Giotto o Michelangelo. Albert Eistein convinto che scienza e fede vanno coniugate, affermava che “la scienza senza la fede è zoppa, ma la fede senza la scienza è cieca”.
Oggi, l’uomo, equipaggiato spiritualmente e culturalmente, può davvero reagire all’invadente e diffusa cultura radical-nichilista del nostro tempo, dove si esalta il fuoco pirotecnico incontrollato della “cultura dei desideri”, promettendo un’illusoria e ingannevole libertà a prescindere dalla Verità rivelata. La dittatura del relativismo, poi, così tanto denunciata da papa Bendetto XVI, relativizza prepotentemente la portata dei valori cristiani, assolutizzando un deleterio laicismo, figlio primogenito dell’ateismo, “dove l’uomo rigettando ogni riferimento a Dio, è costretto ad un atto di fede nel nulla!” (Zicchichi).
Mai come oggi è necessario che ogni cristiano “metta solide radici”, proprio come diceva Gesù di Nazaret che invitava a “costruire la casa sulla roccia”, che non teme se anche “cadono le piogge , straripano i fiumi , e soffiano i venti ” ( Mt 7,24-27) . Per questo, nel ritmo frenetico della vita contemporanea, va curata una spiritualità della vita ordinaria. E nello stesso tempo, è necessario scegliere delle preziose pause: il deserto abitato dallo Spirito, l’esperienza della lectio divina, il “ritiro spirituale” breve o lungo, vivi momenti liturgici, per rimotivarsi nelle scelte piccole e grandi, nella conversione del cuore e della vita. Scriveva il beato card. Newman: “Come l’angelo non può comprendere il piacere del male, così il peccatore (incallito) non può capire la gioia della Grazia. Rimane un segreto, finchè egli non prova vivere di fede profonda. Finchè i nostri occhi non sono aperti spiritualmente, noi penseremo che la religione cristiana è disgustosa e spiacevole, e ci meraviglieremo come possa essere amata”. E aggiungeva: ”Il perfetto stato del cristiano è quello in cui il nostro “dovere” e il nostro “piacere” s’identificano, quando ciò che è giusto e vero diventa naturale, e il servizio di Dio è perfetta libertà”.
La spiritualità come ‘vita secondo lo Spirito’, e le forti esperienze di spiritualità, perciò, devono trovare maggiore cittadinanza nella nostra agenda personale e nella pastorale ordinaria della Chiesa locale. Tutta la vita della Chiesa nella potenza dello Spirito, corre su tre ruote: Parola, Liturgia e Carità. Ma è Cristo stesso che, narrandoci la parabola della semente (Lc 8,4-15) ci ricorda che “non basta seminare”; bisogna scoprire “dove” e su “quale” terreno. Non dimenticando che prima avveniva la seminagione e poi l’aratura. Ecco perchè la faticosa opera della “nuova evangelizzazione” chiede una profonda e intima spiritualità, con ‘arature profonde’ della buona semente della Parola. Con la rivalutazione della “teologia spirituale”, ecco l’importante menù: le scuole della Parola, la riscoperta dei grandi geni della spiritualità, gli esercizi e i ritiri spirituali, le scuole di preghiera, gli esercizi spirituali nella vita ordinaria (EVO), la direzione spirituale, e il discernimento vocazionale. Non basta il solo annuncio, ne la sola catechesi specializzata, ne i soli raduni e simposi di studio (cf Rom 8). Rimane sempre il terribile pericolo di fare di Dio “un argomento” e di fondare la nostra azione solo sulle nostre sole forze e strategie.

Monaci dentro e missionari fuori

Dobbiamo intendere la spiritualità non come un ‘capitolo’ della riflessione teologico-pastorale, ma una “dimensione”. Da qui, la missione e la testimonianza di ogni credente e in particolare dei fedeli laici, come frutto di monachesimo interiorizzato”. Difatti essere ‘monaci interiorizzati’ significa perseverare nella preghiera di lode portandoci ad “avere il ricordo di Dio per respiro” e di fare ogni cosa sotto lo sguardo di Dio. Si tratta di trasfigurare con la preghiera del cuore ininterrotta, ogni ora e qualsiasi stato di vita, nella vita ecclesiale, e nella partecipazione attiva alla vita socio-economica e politica. Ecco perchè ogni battezzato è chiamato a essere un “mistico”, dove lo Spirito lo apre ai “gusti Trinitari”, rendendolo sempre più immune alla tirannia del peccato, e costringendolo amorevolmente a spendersi per Cristo nel servizio e nell’attenzione agli ultimi della terra. E’ stato scritto che “tutte le tenebre del mondo non riescono a spegnere una candela!”. Per questo, in una ‘vita secondo lo Spirito’, diverremo inguaribili ottimisti; dove il Vangelo della carità non sarà allora accolto per costrizione ma per attrazione. E tutto concorrerà alla vera liberazione e ricostruzione della società italiana e del mondo. Maria di Nazaret al sorgere della Chiesa, si è dimostrata donna di fede, soprattutto nei momenti di generale smarrimento. Ella è stata protagonista, quale “anello di congiunzione”, fra il vuoto della morte di Cristo e la sua Risurrezione; così pure nel “silenzio” fra l’ Ascensione e la Pentecoste. Continui ad essere presente nei vuoti esistenziali contemporanei.



In questo Numero della Rivista

Anche questo numero della Rivista “Tempi dello Spirito” offre non poco materiale per arricchire il nostro servizio nella pastorale dello spirito guidati dal Maestro interiore, lo Spirito Santo. Sia per chi dirige delle Case-Centri e sia per chi guida gruppi o singole persone possono trovare un prezioso aiuto “dalle cinque dita” di Papa Francesco, dalla riflessione del nostro Presidente il vescovo Scanavino e del card. Comastri. Così per l’apporto dei gesuiti p. Ceccarelli, p. Schiavone e p. Costa. Come pure la testimonianza della nuova Santa, Madre Teresa di Calcutta e di p. Charles de Foucauld, assieme a tanti altri utili contributi, per diventare un po’ maestri di spirito, che vogliono fattivamente onorare questi ultimi mesi dell’Anno Santo straordinario della Misericordia.

Il prossimo numero della rivista sarà l’atteso CALENDARIO 2017 che congiuntamente al nostro SITO FIES raccoglie e trasmette le migliaia di esperienze di spiritualità. Per questo entro ottobre 2016 i Responsabili di Case-centri devono far pervenire alla Fies i programmi dell’anno prossimo, compilando la nota “GRIGLIA”, anche se non hanno ancora definite le GUIDE che animeranno le esperienze.

Tutto è grazia! d. Danilo Zanella
Una preghiera per ogni dito della mano

(Papa Francesco)

Spiritualità ragazzi e non solo….


  1. Il pollice è il dito a te più vicino.  Comincia quindi col pregare  per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è “un dolce obbligo”. http://www.preghiereperlafamiglia.it/images/dita.jpg

  2. Il dito successivo è l’indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.

  3. Il dito successivo è il più alto, il medio. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l’opinione pubblica… Hanno bisogno della guida di Dio.

  4. Il quarto dito è l’anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate.

  5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, e come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, “gli ultimi saranno i primi”. Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te stesso… Dopo che avrai pregato per tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.

S.E. Mons. Giovanni Scanavino – Vescovo-Presidente 

 

URGENZA ASSOLUTA DI SILENZIO

E DI INTERIORITA’

Così dice il Signore: ‘Ecco io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: “Mio marito”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”. (Osèa 2,14.15-16.19-20)


Non c’è più tempo da perdere. Non c’è mai stato. Ci sono momenti della storia cristiana in cui se non ci si converte, è quasi finita! Il momento attuale è uno di questi, perché non c’è più una forza convincente e prevalente che ti costringe a scegliere bene. Qualunque scelta per la mentalità di questa indifferenza odierna sta bene. Salvo poi a strapparci le vesti quando la violenza ci tocca direttamente. E’ venuta meno la convinzione dell’investimento più importante.
Si può anche nascondere il talento evangelico, tanto non succede niente, perché il giudizio è molto lontano. E non si pensa che il talento è una moneta unica e sconvolgente, gratuita, che potrebbe davvero cambiare tutta la vita di una persona, di un cristiano. Questa moneta è lo stesso Spirito di Dio, la terza Persona della SS. Trinità, l’Amore totale del Padre e del Figlio, che è regalata a ciascun credente per costruire un mondo nuovo. E più si perde tempo, più si rallenta la novità umana nel mondo e si permette che cresca a dismisura la violenza distruttrice: la violenza dell’indifferenza (anche questa è una terribile forma di violenza) e poi quella delle armi, della prepotenza e dell’ignoranza.
Senza silenzio interiore non si riconosce la grande soluzione della fede (la Pasqua e la Pentecoste) che è a disposizione di quanti credono. Solitamente pensiamo che la questione “cattolica” sia molto strutturata, che comporti un lungo catechismo come un lungo rosario di verità da credere. Mentre le cose sono molto più semplici, ma bisogna pensarci seriamente, nel silenzio del proprio cuore, in quel mondo interiore che è abitato da noi e da Dio. Senza questo dialogo, che esclude ogni distrazione, non c’è possibilità di chiarezza e di gioia della scoperta, cioè del valore assoluto del grande protagonista della nostra conversione, l’Amore stesso di Dio.
Porto un esempio che ci può aiutare. Il grande S. Agostino, già vescovo (già inizialmente convertito e convinto battezzato) aveva pensato di rinunciare alla sua missione di vescovo per le tante difficoltà ecclesiali. Per sua fortuna aveva presto imparato a meditare in silenzio, ad ascoltare direttamente la voce di Dio attraverso la Parola di Cristo e dei suoi Apostoli. Questa stessa Parola lo aveva già illuminato prima del battesimo (cfr. Confessioni VIII, 12, 29); anche ora gli fa capire che la Pasqua non è semplicemente una celebrazione annuale, ma l’esperienza di una forza che viene direttamente dalla morte e risurrezione di Cristo: “Cristo è morto per tutti, perché chi vive non viva solo per se stesso, ma per Colui che è morto ed è risorto per noi” (2 Cor 5, 15). Alla luce di questa Parola decide di non dimettersi, ma sempre meditando in cuor suo continua la sua missione apostolica e decide di meditare più a fondo sul mistero pasquale vissuto nell’Eucaristia, proprio per non perdere tempo e sfruttare la pienezza del dono di Gesù, che va mangiato, bevuto e poi anche distribuito, per costruire una vita piena.risultati immagini per disegno uomo in preghiera
Il silenzio non è fine a se stesso, ad un certo tipo di riposo interiore, ma è la premessa di un ritrovamento delle energie necessarie ad una vera soluzione. E’ un’esperienza dinamica, come dinamico è lo Spirito che la caratterizza, quando comincia ad abitare nel nostro cuore.
Quando si parla di Esercizi spirituali o di un periodo di ritiro spirituale, più o meno lungo (cioè indispensabile per capire la voce di Dio attraverso lo Spirito che ci abita) si intende proprio quest’esperienza insostituibile di ascolto e di meditazione per ritrovare le forze decisive di un cambio di marcia.

Di solito si trascura questa esperienza (esercizi spirituali, ritiro), mentre per il dinamismo della stessa vita cristiana essi sono “indispensabili”: sono un tempo dello spirito, inteso sia del nostro spirito che dello Spirito di Dio. Fare silenzio nel nostro spirito per ascoltare, lasciarsi affascinare dallo Spirito di Dio, che abita “realmente” nel nostro cuore.



La Madonna ce lo ha insegnato subito: “meditava nel suo cuore quello che stava vivendo, quello che le capitava, quello che non capiva” (cfr. Lc 2, 19 e 51). Se invece di chiederle solo grazie, riuscissimo ad imitarla un po’ di più, anche noi ci sentiremmo spinti dallo Spirito a compiere quello che il Signore vuole per noi e per il nostro mondo.
Mons. Giovanni Scanavino, Osa

Presidente della FIES

Dagli scritti di sant'Agostino
1. Non uscire da te, ritorna in te stesso: nell'interno dell'uomo abita la verità. La folla è chiassosa: per vedere Dio occorre il silenzio contemplativo. Ti si potrebbe paragonare al vaso del vasaio: con la predicazione e l’ascolto della Parola vieni modellato, con la tribolazione vieni cotto.
2. Cantiamo da viandanti canta, ma cammina. Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia. Canta e cammina. Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Vi sono infatti, secondo l`Apostolo, alcuni che progrediscono si, ma nel male. Se progredisci è segno che cammini, ma devi camminare nel bene, devi avanzare nella retta fede, devi progredire nella santità. La carità ha due piedi, che sono i precetti dell'amor di Dio e del prossimo. Corri con ambedue i piedi fino a Dio.
3. Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà (giustificherà) senza di te. Perciò, canta e cammina! Cantando avanza: avanza nel bene, nella fede. Senza smarrirti, senza indietreggiare, senza fermarti. Dio non chiede l'impossibile. Canta e cammina.
4. Non essere mai contento di ciò che sei, se vuoi diventare quello che non sei ancora. Ricorda che dal momento in cui dirai «ho fatto abbastanza» non progredirai più.
5. Per quanto tempo dirai ancora «domani, domani». Perché non adesso? Ricorda che non è gran cosa l'incominciare; la perfezione sta nel deciderci e condurre a termine.
6. Considera Dio per Padre, la Chiesa per madre, i cristiani come fratelli. In comunità segui questa regola: nelle cose necessarie, unità; nelle dubbie, libertà; in tutte, carità.
7. Hai cominciato ad amare? Dio comincia ad abitare nella tua anima. Non parlare d'amore al fratello: amalo! Ama e fai ciò che vuoi. Se taci, taci per amore; se parli, parla per amore; se perdoni, perdona per amore.
8. Sei in balia della tentazione, ma Dio ti farà trovare una via per uscirne e non perire nella tentazione. Ebbene, quando la tentazione t'incoglie pensa che ne uscirai: essendo Dio fedele, il Signore ti custodirà quando entri e quando esci 
9. Cantiamo qui l`alleluia, mentre siamo ancora privi di sicurezza, per poterlo cantare un giorno lassù, ormai sicuri. Perché qui siamo nell`ansia e nell`incertezza...
10. Quelli che ci hanno lasciato non sono degli assenti, sono solo degli invisibili. Essi fissano i loro occhi pieni di luce nei nostri occhi pieni di lacrime. 

Card. Angelo Comastri

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L’abbraccio del Padre

per


rialzarsi sempre

Pascal, uomo intelligentissimo, acutamente ha osservato: «Non soltanto conosciamo Dio unicamente per mezzo di Gesù Cristo, ma conosciamo noi stessi unicamente per mezzo di Gesù Cristo. Noi non conosciamo la vita e la morte se non per mezzo di Gesù Cristo. Fuori di Gesù Cristo, non sappiamo che cosa sia la nostra vita e la nostra morte, non sappiamo chi è Dio e chi siamo noi stessi». E arriva a concludere: «Non solo è impossibile, ma è inutile conoscere Dio senza Gesù Cristo». È vero. Infatti, senza Gesù, noi rischiamo di produrre pericolose caricature di Dio. Come accade anche ai nostri giorni. Pensate, per fare solo un esempio, alle famigerate SS naziste: sui loro cinturoni portavano questa scritta: “ Got mit uns”, “Dio è con noi”, evidentemente non si trattava del Dio vero, ma di una terribile e offensiva caricatura di Dio. 


Fissiamo lo sguardo sul volto di Dio, che Gesù ci ha manifestato: cerchiamo di entrare nel mistero affascinante del Padre, ricordando bene che il cristianesimo è la più grande novità che sia mai apparsa sulla faccia della terra: il cristianesimo è la più grande novità riguardo a Dio, perché Dio stesso è venuto a raccontarci questa novità. Partiamo da un fatto. Gesù stupì i suoi contemporanei per la Sua bontà: una bontà sconfinata, imprevedibile, disarmante, gratuita! A un certo punto i “presunti” giusti, cioè coloro che avevano un’altra idea su Dio, reagiscono. Racconta san Luca: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro». [Il testo greco dice: costui tende, pende verso i peccatori! E mangia insieme a loro!].


Questo fatto scandalizzava coloro che avevano un’idea di Dio incentrata sul potere, sulla forza, sul dominio, sulla condanna. Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?

Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15, 1-6). È evidente che Gesù racconta la parabola con il preciso intendimento di correggere la concezione di Dio che i suoi ascoltatori e denigratori avevano in mente. Gesù innanzi tutto dice: ma voi, (Gesù parla a gente della campagna) quando smarrite una pecora non lasciate le restanti novantanove nell’ovile per andare a cercare quella perduta? La domanda ci sorprende.

Noi staremmo tranquilli con le novantanove pecore nell’ovile e manderemmo al diavolo l’unica pecora smarrita. Ma il comportamento di Dio è diverso: divinamente diverso! Dio vuole la salvezza al cento per cento! Noi possiamo alzare il muro del “no”, ma Dio resta sempre Colui che ama e vuole salvare! Gesù tratteggia la figura raggiante del pastore, che, tenendo sulle sue spalle la pecora ferita e stanca, torna all’ovile dopo una interminabile giornata di ricerca.

A questo punto Gesù fa un salto di pensiero che svela le sue precise intenzioni: «Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore convertito [il testo greco insiste su questo particolare: per un solo peccatore!], che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7). Gesù, allora, sta parlando del Cielo: ma il Cielo è Dio! Gesù, evidentemente, vuole correggere coloro che restano scandalizzati dalla rivelazione della bontà inaudita del Padre.

E vuole invitarli a prendere atto che Dio è totalmente diverso da come loro lo immaginano: Dio è infinitamente più buono! Già nel Vecchio Testamento esisteva un Salmo, che piaceva tanto a Henri Bergson. Questo Salmo, con rara freschezza, presenta così il volto di Dio: «Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; (…) Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me». Ma, nelle parole di Gesù, l’orizzonte si allarga: Dio non è soltanto il Pastore che guida e protegge il popolo dei “vicini”, ma è anche il Pastore che cerca appassionatamente il popolo dei “lontani”. Meravigliosa notizia! Come è bello questo Volto di Dio! Come è emozionante sapere che Dio fa festa “per un solo peccatore che si converte e ritorna al suo abbraccio”! Giustamente Pascal, che ben conosceva questa bella notizia, poteva dire: «Molti traggono motivo di bestemmiare la religione cristiana, perché la conoscono male. Immaginano che essa consista semplice-anzitutto mente nell’adorazione di un Dio considerato grande, potente ed eterno; e questo è propriamente il deismo, che è tanto lontano dalla religione cristiana quanto l’ateismo che ne è tutto l’opposto!». Parole enormi, ma vere. E conclude: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo, è un Dio di amore e di consolazione, è un Dio che riempie l’anima e il cuore di coloro di cui s’è impossessato, è un Dio che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la sua misericordia infinita».

Torniamo al Vangelo. Per togliere ogni dubbio e ogni equivoco, Gesù aggiunge: «O quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la moneta che avevo perduta”». (Lc 15, 8-9). Arditissima immagine: Dio è come una donna, che ha perso la pace perché ha perso una moneta preziosa! Chi si nasconde dietro l’immagine della moneta preziosa? Gesù è esplicito: «Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte» (Lc 15, 10).

La moneta preziosa è il peccatore! È un messaggio di bellezza unica e di consolazione inesauribile! L’uomo, e ogni uomo, è una moneta preziosa: Dio non vuole perdere questo tesoro e, pertanto, fa di tutto per tenerlo stretto al Suo cuore. E se la follia dell’uomo arriva a perpetrare una fuga, Dio «butta all’aria tutta la casa» e, quando riesce a ricondurre il peccatore a fissare i Suoi occhi di Padre, Dio manda un respiro di sollievo che illumina di gioia il Suo Volto Divino. 


Come si fa a non commuoversi davanti a questa verità? Come si fa a non intenerirsi davanti a questo annuncio, che ci viene direttamente da Dio? Vorrei proporvi una significativa testimonianza che ho raccolto personalmente nel carcere di Regina Coeli nel 1970: è una stupefacente preghiera scritta da un uomo, nel momento in cui la sua anima si stava aprendo al mistero dell’amore misericordioso di Dio. Il carcerato, però, esitava ancora e, allora, invece di rivolgersi a Dio, il carcerato si rivolse a Giuda con inconsuete parole, che mi confidò due giorni prima del Santo Natale. Comincia così: «Giuda, fratello mio...» Ma poi a un tratto il referente cambia: «O Dio, / lasciami gridare per questo scandaloso amore / che tu hai per me, / per l’uomo, / per il traditore!». Dopo questa singolare preghiera, che nel Natale del 1970 lessi piangendo, cadde per il carcerato il muro della paura e l’uomo si aprì alla festa del perdono. Guardando Gesù, scoprì che Dio è Amore infinito: credette e la sua anima si riempì di una grande gioia, che era riverbero della gioia ben più grande del Cuore di Dio. E – lo ricordo benissimo – dopo la Confessione, recitò con me un’Ave Maria. E mi disse: «Maria oggi ha abbracciato Giuda!». Risposi: «Queste sono le vittorie di Dio! Questo è il cristianesimo! Come sarebbe stata diversa la storia di Giuda, se avesse chiesto perdono!». (cf dalla Meditazione nella Chiesa di S.Domenico - Le prediche di Spoleto- 2 luglio 2016).


S. Padre Leopoldo Mandic – Frate Cappuccino –(1866-1942)-

Dalmata di origine, fu uno straordinario Ministro del sacramento della riconciliazione a Padova dal 1906 fino alla morte – Di ogni penitente che confessava conosceva già la sua condizione morale e di fede - Grande spirito Ecumenico pregava e sognava l’Unità dei cristiani.
P. Leopoldo, ma lei è troppo buono... ne renderà conto al Signore!... Non teme che Dio le chieda ragione di eccessiva larghezza?”.
Ma a chi lo accusava di «lassismo di principi morali», san Leopoldo Mandic rispondeva:
«Ci ha dato l’esempio Lui! Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il Suo sangue divino. Dobbiamo quindi trattare le anime come ci ha insegnato Lui col Suo esempio. Perché dovremmo noi umiliare maggiormente le anime che vengono a prostrarsi ai nostri piedi? Non sono già abbastanza umiliate? Ha forse Gesù umiliato il pubblicano, l’adultera, la Maddalena?». Allargando le braccia aggiungeva: «E se il Signore mi rimproverasse di troppa larghezza potrei dirgli: “Paron benedeto, questo cattivo esempio me l’avete dato voi, morendo sulla croce per le anime, mosso dalla vostra divina carità”».

P. Armando Ceccarelli, S.I.

“DAMMI LA GIOIA DI

ESSERE SALVATO”

“Felice colpa!”

Psicologia e Spiritualità

La fallibilità di tutti nei rapporti interpersonali

Le ferite sono dure da guarire

Solo


arginare il male o trasformarlo in bene?

Il Percorso del perdono

Equivalenza o

Sovrabbondanza?

Tutti valgono più delle proprie azioni

Perdonare

se stessi

Un modello di percorso

Sviluppare l’empatia

rivivendo

il rancore

Accettare la fallibilità e

la reciprocità

Siamo un po’ tutti “vittima”

L’impegno

La conferma

nel tempo

Perdita e Guadagno

L’uomo non è

un prodotto dell’ambiente


Il perdono come forza politica

Perdono come fonte di serenità

senza rancori verso nessuno

Perdono come contagio del bene

I cuori più duri scoprono cos’è l’amore gratuito

Il perdono rifà la nuova creazione

Muta il lutto in gioia

Gratuità della gioia

Gesù e


il rischio di farsi solidale con il malfattore

Il Perdono cambia la persona

e la salva.

Da malfattore ad Apostolo

come Davide
come San Paolo


Al di fuori della Bibbia è difficile immaginare come dalla triste esperienza del peccato e della colpa si possa approdare alla gioia di gridare “felice colpa” e alla gioia del perdono. E’ di fatto caratteristica dell’annuncio ebraico - cristiano invitare al perdono come ad un’esperienza salutare, salvifica, cioè tale da conferire, sia a chi lo offre sia a chi lo riceve, una nota di salvezza e di liberazione. Con il perdono, infatti, non si propone solo una perequazione, un recupero di ciò che era o un pareggiamento di conti, ma una sorprendente aggiunta di vita.

Senza pretendere di essere esaustivo, cercherò


  • 1. di analizzare il processo del perdono, nella sua complessità, come elemento salvifico dei rapporti interpersonali, con l’aiuto di studi psicologici sul tema degli ultimi decenni,

  • 2. Per non limitarmi ad affermazioni di principio sul perdono, con il rischio di conferirgli un tono moralistico e poco incoraggiante, ricorderò alcune esperienze di perdono, religiose e laiche, per la forza imitativa di esempi reali, sulla scia di Ignazio di Loyola che volle seguire Cristo sulle orme dei santi: “… e se facessi anch’io come loro?”

  • 3. L’esperienza di Zaccheo ci mostrerà la dinamica del perdono nell’incontro con Gesù: la forza del perdono cristiano cambia la vita.



Il Perdono e la salvezza dei rapporti interpersonali
Mentre nella storia della spiritualità il perdono è sempre stato tenuto in grande considerazione, gli studi psicologici solo recentemente lo hanno scoperto come una funzione terapeutica nell’equilibrio della personalità. La Psicologia classica di fine 1800, fin verso il 1950, era troppo sotto l’influsso positivista e vedeva con sospetto tutto quanto era della sfera religiosa.

Invece da qualche decennio il perdono è visto come un agente di cambiamento nella lettura dei vissuti e di guarigione della memoria del passato senza sminuirne la gravità. Si può affermare che “chi riesce a perdonare è meno esposto al rischio di sviluppare sintomi depressivi e si relaziona con gli altri con livelli di stress più ridotti” (Diodoro 2005 in G.C. p. 20)1.


Ma il perdono si rivela un fenomeno psicologico molto complesso.

Tutto parte dalle relazioni interpersonali, le quali, mentre da un lato sono il contesto fondamentale della crescita e della maturazione della persona, dall’altro sono spesso anche fonte di eventi spiacevoli, di ferite e di rancori. Ogni forma di convivenza, che sia tra colleghi d’ufficio o soci d’impresa, che sia tra amici o confidenti, se non addirittura all’interno della coppia, conosce la necessità di equilibri non scontati e a volte molto compromessi. Si deve ammettere la condizione strettamente legata alla nostra dimensione sociale che è la fallibilità, la capacità che tutti abbiamo di compiere prima o poi azioni meschine. Di conseguenza si creano risentimenti, rancori e voglia di vendetta, come pure spesso pentimento e richiesta di perdono.

Ci si chiede se ci siano possibilità per un recupero di relazioni frantumate.

Difficilmente si compie il male per il male; nella quasi totalità delle situazioni c’è sempre in gioco qualcos’altro (G.C. 81). Ma quando nella relazione interpersonale si produce una ferita, scattano diverse dinamiche che portano l’individuo a chiudersi nell’isolamento e nella solitudine.

a) Ci si sente offesi, pertanto si pensa che l’altro ha commesso un’ingiustizia: “avrebbe dovuto agire diversamente”. Non solo; l’altro ha agito intenzionalmente: “avrebbe potuto agire diversamente”.

b) l’offesa è un’esperienza che coinvolge tutta la persona nei pensieri, nei sentimenti e nel comportamento e spinge guardare l’offensore con sospetto e a pensare alla vendetta. Tendenzialmente l’offeso si percepisce ”tutto buono” e percepisce l’offensore “tutto cattivo”; in tal caso è preclusa ogni possibilità di empatia e di perdono.

c) Le persone tendono sempre a interpretare le proprie azioni e anche le offese per difendere la propria “buona immagine”. L’offensore tende a sminuire le proprie responsabilità “colpevolizzando” la situazione in cui s’è trovato e a ritenere esagerate le reazioni della vittima. La persona offesa , invece, sottolinea l’intenzionalità dell’atto negando ogni corresponsabilità al riguardo.

d) Si pensa al “regolamento dei conti” attraverso la vendetta; ma, così, invece di pareggiare la giustizia, si alimenta ancor di più il rancore con la tendenza ad aggiungere ingiustizia a ingiustizia oltre misura. Il ciclo della vendetta non farebbe che invertire i ruoli: la vittima diventa offensore e l’offensore vittima. Perciò la vendetta non diminuisce il male e non dà nessuna forma di felicità, né ristabilisce – come si dice – il senso dell’onore, quando si scade in piccole strategie di rivalsa. In una parola chi non perdona, meditando una punizione da dare al malfattore, di fatto infligge a se stesso la punizione peggiore2.

e) Si ricorre allora anche alle Istituzioni pubbliche che si preoccupano di salvare l’equivalenza colpa/punizione secondo norme di giustizia, limitando così la tendenza a vendicarsi all’eccesso. Ma “le Istituzioni – scrive Paul Ricoeur – non hanno coscienza morale. Non potendo pensare al perdono, che, stando alla norma, per loro è contro la giustizia, sarebbe almeno auspicabile che, attraverso la pena, si propongano obiettivi rieducativi. Il massimo che possono fare per ridurre la sofferenza post-conflittuale è di stabilire i tempi di prescrizione della pena o i decreti di amnistia”.3 In tal modo si argina il male, e per questo le istituzioni pubbliche sono necessarie, ma il male rimane come un fatto irremovibile, con ricadute nel campo psicofisico.

Ci si fossilizza sull’evento passato, come se il tempo si fosse fermato. Ci si chiude nelle categorie giusto/sbagliato, ragione/torto, identificando la persona con ciò che ha o non ha fatto. (G.C. 53). Si opera una sommaria semplificazione.


Se non si apre una via alternativa, l’esito delle dinamiche suddette non modifica la sofferenza persistente, che altera il benessere psicofisico; anzi sono dinamiche di negatività e di morte, perché attanagliano la persona nell’infelicità e nella solitudine.

S. Tommaso d’Aquino dice che “l’uomo è per natura incline all’armonia ed all’unità tra gli uomini, il perdono ristabilisce il legame perduto, la comunione turbata, esiste un’inclinazione naturale al perdono inscritta nel cuore di ogni uomo”.


Rilevando tra i processi mentali quella che si può chiamare la capacità di perdono, si è constatato che il perdono aiuta l’individuo a liberarsi da situazioni particolarmente stressanti, adattandosi meglio nella sue relazioni interpersonali.4

La capacità di perdono si definisce come un PERCORSO, che va oltre la materialità dell’atto compiuto per accedere a livello della persona, che mai si identifica con ciò che ha compiuto. Il binomio colpa/perdono va al di là dell’automatismo e della semplificazione colpa/punizione.

E’ un processo più complesso, ma apre verso la libertà. Si vedono così nuove prospettive e nuove potenzialità del bene, che rimane possibile anche dopo l’errore compiuto. “Il perdono – dice sempre P. Ricoeur – fa capo all’economia del dono”5. Perciò, più che fermarsi all’equivalenza colpa/punizione, testimonia della sovrabbondanza di possibilità mancate che ora il soggetto riconosce come tali.

Cosa significa, infatti, sentire la coscienza di avere sbagliato? Essenzialmente significa avere la coscienza che si poteva fare meglio, o per lo meno che si sarebbe potuto agire diversamente.

Cosa significa pentirsi? Significa avere la coscienza che, sbagliando, ci si ritrova con la propria dignità diminuita, e che, pentendosi e chiedendo il perdono, si desidera che tale dignità venga restituita. Lo stesso avviene quando si è richiesti di perdonare chi si è pentito: gli si può restituire la sua dignità.

Non siamo più a livello di scambio di cose, ma di riabilitazione e di riqualificazione della persona.

Allora parlare di perdono vuol dire che la colpa e l’offesa non sono mai parole definitive o fatti irremovibili. Da esse ci si può distanziare senza annullarle. “Noi riconosciamo solo le colpe dalle quali ci siamo allontanati” (E. Bloch). Distanziare vuol dire fare una diversa lettura della colpa e dell’offesa, che non sono solo cause di male, ma anche occasioni di un bene maggiore.

Con ciò si afferma che la persona non è mai identificabile con le sue azioni: ha una componente spirituale; è capace, cioè, di rielaborare la memoria del proprio passato. Il perdono non elimina la colpa o l’offesa provata, ma permette di percepirle con una nuova visione, aprendo un vissuto personale che continua nel tempo.

In genere parliamo di perdono come recupero di relazioni interpersonali. Abbiamo risultati statistici secondo i quali la capacità perdono è più frequente tra persone che, prima dell’offesa avevano una certa intimità di relazioni affettive. Anzi non è raro il caso di rapporti di maggiore amicizia rinsaldati dopo l’esperienza del perdono e della riconciliazione. Il perdono nel contesto coniugale, anche se inizialmente risulta più difficile, è di indubbio aiuto per la vita della coppia e spesso ne rafforza il legame.6

Dovremmo anche parlare della necessità e utilità del perdono intrapsichico, cioè di chi deve superare un rancore che lui stesso ha provocato per un errore commesso, e non necessariamente verso altri: in questo caso il valore terapeutico è determinante per l’equilibrio personale del soggetto e per la sua serenità. Ma noi ora guardiamo di più al perdono come possibilità di salvare le relazioni interpersonali.

Un modello di percorso del perdono
Il perdono, più che un gesto, è un percorso che, a partire dal presente, lavora sul passato per aprirsi un futuro. Si tratta di riabilitare la persona che vale sempre di più del male che ha fatto o che ha subìto. Per quanto reale sia stato il male commesso, esso deve poter essere affrontato in modo da poter redimere e rivalutare chi l’ha fatto. Il risultato ottimale, ma mai scontato, del processo è preparare le persone interessate nella prospettiva e nella speranza della riconciliazione.

Gli studiosi propongono diversi passi per giungere senz’altro al perdono e, se possibile, anche alla riconciliazione7.




  1. Il primo passo del processo del perdono consiste nel gestire il rancore o il risentimento senza negarli, al fine di guarire la memoria di quanto è successo. Rivedere il sentimento di rabbia attenua la sua distruttività, cosicché questa, da nemica che avvelena l’anima, può diventare alleato prezioso capace di aiutare a vivere meglio certe situazioni di conflitto (G.C. p. 21s). Prende forma l’empatia, che è la capacità di immedesimarsi nei pensieri dell’altro, nelle sue ferite e nelle sue difficoltà, e che è il fattore determinante per aprire la via al perdono. Se l’offeso prova a porsi nei panni dell’offensore, prendendo ulteriori informazioni sulle cause di quanto ha compiuto, cercando di rivivere e reinterpretarne le motivazioni profonde, riesce a mitigare il proprio rancore e cambia la sua considerazione affettiva.

Si constaterà allora che sia l’offeso che l’offensore si sono trovati in situazioni dolorose. Per certi aspetti, sia l’uno che l’altro possono considerarsi “vittima di” un contesto reale . L’empatia facilita così il cambiamento affettivo nel considerare l’altra persona. Non si tratta di dimenticare, ma di accrescere l’obiettività dei dati sull’accaduto, aggiungendone di nuovi.

  1. Il secondo passo consiste nell’ ammettere che la fallibilità è condizione comune a tutti e apre alla possibilità di sentirsi in qualche modo “debitori” comunque e sempre. Accettare di sbagliare o di aver sbagliato è la forma più alta della Sapienza. Così il pentimento si sveste dell’orgoglio ferito e si pone sulla via del dono mancato: nasce una forma di solidarietà tra vittima e offensore e la decisione di dare il perdono si collega al bisogno di chiedersi il perdono reciprocamente. 8



  1. Nel terzo passo ci si scopre in un rapporto di reciprocità. La realtà del perdono è un fattore di reciprocità. Io che sono la “vittima”, con molta verità, sono simile a chi mi ha fatto del male e posso dare a lui quello che io desidero che lui dia a me. Ricordiamo la Regola d’oro della Bibbia9. Capisco che solo io posso dare a lui il perdono di cui ha bisogno. Si può condonare il debito se ci si sente a propria volta debitori verso qualcun altro (G C 81). Si è più portati a perdonare se già si è stati, a propria volta, perdonati da qualcuno.10



  1. Il quarto passo è prendere coscienza che accordare il perdono è un impegno e quindi un atto libero, da cui traggono beneficio sia chi lo riceve sia chi lo dona. Pertanto è un dono gratuito che non pretende di essere ricambiato, non può essere in alcun modo condizionato, né guarda se il destinatario del dono sia meritevole o meno.

  2. Il quinto passo è il tempo che segue l’impegno: il perdono va confermato - Il perdono non è dato una volta per tutte. L’offesa, anche se già perdonata, ritorna ancora nella mente con ripensamenti e regressioni sofferte. La parola del Vangelo “settanta volte sette” non si riferisce solo al numero di cadute da perdonare, ma anche alla tenuta psicologica del perdono da confermare nel tempo. Si è convinti di aver fatto bene ad accordare il perdono, allo stesso tempo, però, si ha la vaga impressione di aver perduto qualcosa. (G. C. 86)

Si crea una specie di alternanza Perdono/ Superdono e Perdono/ Perdita, che è la prova che non siamo onnipotenti, tanto da far tornare le cose come prima. Se “saper perdere” e “saper perdonare”, si ritrovano insieme, vuol dire che davvero il perdono è un atto gratuito e, perciò, davvero libero. Proprio per questo “saper perdere/perdonare” apre nuove strade e nuove possibilità.11 E questo è il prezzo dell’acquisto della libertà da se stessi; è il paradosso della vita che, per accrescersi in qualità, deve saper perdere; è la condizione di umiltà indispensabile per una convivenza e per delle relazioni interpersonali armoniose e positive. Così il perdono si rivela come la “forza della debolezza” che vince il male con il bene.

Da un lato il perdono richiede esercizio e pratica costante, una vera ascesi; dall’altro è il modo umano di testimoniare l’amore divino tra gli uomini e, pertanto, da Dio riceve forza, sostegno e conferma.


Gesù di Nazareth proprio nel perdono ha sigillato la vittoria sul male, preso su di sé.

Se l’empatia segna il primo passo verso il perdono, l’umiltà e la gratuità ne segnano i momenti più decisivi. Affinché la “vittima” e “l’offensore” arrivino a collocarsi sullo stesso terreno, cioè sullo stesso “humus”, come con la “propria terra”, devono essere corredati di una buona dose di umiltà (humilitas) (G.C. 82).


ESPERIENZE PARTICOLARI
La capacità di perdonare rivela che l’uomo non è semplicemente il prodotto dell’ambiente, del temperamento, delle abitudini , della mentalità sociale, ma che può modificare tutti questi fattori anche radicalmente, andando contro corrente.

Sono molte le storie che lo confermano, sia a livello di recupero di rapporti interpersonali, sia nella trasformazione di situazioni sociopolitiche. La teoria della non violenza e l’esperienza gandhiana ne sono la prova. Ma anche il perdono ha segnato in molte circostanze una forza di cambiamento sorprendente.


Una di queste è stata la vicenda di NELSON MANDELA, liberato nel 1990 dopo 27 anni di durissimo carcere. Era stato condannato ingiustamente per la sua lotta contro l’Apartheid, ad un carcere durissimo, in assoluto isolamento. In quegli anni morirono sua madre e suo fratello ed egli non li potuti nemmeno vedere. Nessun contatto con sua moglie e i suoi figli, anche dopo la liberazione. Una volta ottenuta la carica di capo dello stato del Sudafrica fece del perdono la politica di ricostruzione di un paese che era giunto sull’orlo della guerra civile. Egli iniziò perdonando pubblicamente i suoi carcerieri e coloro che lo avevano condannato, meravigliando persino i suoi oppositori. Ha dichiarato ufficialmente che riteneva il perdono l’arma più potente a disposizione di un uomo, capace di proteggerlo da ogni male, fino a renderlo invincibile, perché con il perdono egli sconfigge il peggior nemico, se stesso, mantenendo salda la lucidità e il controllo di sé (G.C. 47). Fu una vicenda umana e politica che coinvolse tutti quelli che erano intervenuti nei fatti della peggiore violenza, Eugene de Kock, capo delle Squadre della morte , la psicologa della Commissione per la Riconciliazione, le vedove dei mariti assassinati: tutti si sentirono come interpellati a impegnarsi per una nuova era della vita politica dello stato sudafricano sotto la guida di Mandela. (G.C. 47)
Non posso non ricordare il nostro P. Antonio Luli, con cui alcuni gesuiti italiani hanno convissuto i nove anni dal ‘89 al ‘98, quando morì, ricevendo sempre l’esempio di un uomo tanto sereno e pacificato da sorprendere tutti.12 L’occasione che mise più in luce la sua dolorosa esperienza fu quando nel 1996 la potè raccontare davanti a S. Giovanni Paolo II, che riunì in S. Pietro i sacerdoti che celebravano i 50 anni di sacerdozio con lui in quell’anno. Fu un momento che commosse tutti, soprattutto il santo Padre. L’insieme di questi racconti sono stati raccolti in un piccolo libro curato da P. Cesare Giraudo dal titolo “Già dato per martire”13. Ebbe molte occasioni per raccontare i suoi 17 anni di carcere e gli altri di lavori forzati, ma lo faceva senza un’ombra di rancore. Spesso ci teneva molto a concludere dei suoi racconti sottolineando la necessità del perdono cristiano. “Se l’Albania – diceva – vuole risorgere come popolo, deve risorgere col perdono. Questo pensiero mi è stato sempre presente durante tutto il tempo della prigionia. Mi sono ricordato delle parole del Vangelo che invitano a perdonare i nemici, a pregare per loro e a far loro del bene,come è detto espressamente nel Padre nostro. Appena liberato ho avuto l’occasione di mettere in pratica questo comando del Signore. Ho incontrato quel brigadiere che, a detta di molti, è stato il primo responsabile e l’artefice della mia prigione. L’incontro è avvenuto per strada. Camminavamo sullo stesso marciapiede, in direzione opposta. Quando il brigadiere si è accorto che i nostri cammini si sarebbero incrociati, stava per scendere dal marciapiede per attraversare la strada. Me ne sono accorto e gli sono andato incontro e l’ho fermato. L’ho salutato, l’ho baciato sulla guancia, senza fare alcun riferimento al passato. Quello mi ha ricambiato con il silenzio e con un sorriso”.
Giovanni Bachelet. La morte di Vittorio Bachelet è stato un altro avvenimento che ha provato quanta forza abbia il perdono dato in momenti drammatici. Ha trasformato le persone più indurite nell’ideologia della violenza.

Non posso dimenticare quella preghiera di Giovanni Bachelet alla Messa funebre di suo padre Vittorio ucciso dalle Brigate Rosse, nella quale accordava il perdono, suo e dei suoi familiari, auspicando il ravvedimento degli autori del delitto. Tutti i presenti, compreso il presidente Sandro Pertini, furono impressionati da quelle parole.

Anni dopo, un gruppo dei terroristi indirizzò al P. Adolfo Bachelet, gesuita e fratello di Vittorio, una lettera in cui dichiaravano di essere stati sconfitti non dalle armi della polizia, né dai programmi politici, ma da quel gesto di perdono accordato loro così pubblicamente. Quel gesto aveva frantumato la loro ideologia.

“Ricordiamo bene – scrivevano - le parole di suo nipote durante il funerale di suo padre. Oggi quelle parole tornano a noi e ci riportano a quella cerimonia dove la vita ha trionfato sulla morte e dove noi siamo stati davvero sconfitti nel modo più fermo e irrevocabile. E, se abbiamo cercato di cambiare, ciò è avvenuto anche perché qualcuno ha testimoniato per noi, davanti a noi, la possibilità di essere diversi (Bachelet 89).

Seguirono molti incontri tra il P. Adolfo con i vari terroristi dislocati nei vari carceri di sicurezza; incontri indubbiamente difficili e densi di sofferenza, che sono stati anche i momenti più toccanti del percorso verso la riconciliazione.

“Ieri abbiamo ricevuto la visita della vedova dell’uomo che abbiamo ucciso. Descrivere le sensazioni provate quando abbiamo incontrato quella signora minuta, ma incredibilmente coraggiosa, è impresa pressoché impossibile. In quel momento sembrava che ogni distinzione di ruoli, qualsiasi etichetta o categoria non avesse più significato. … Molti di noi sono stati indotti a riflettere proprio dalla concessione del perdono da parte di persone offese, vittime della violenza. … Il perdono concesso come dono gratuito ha testimoniato delle possibilità di essere diversi su entrambi i fronti, di poter cambiare, di poter mettersi in movimento in favore dell’altro, di aver fiducia nell’uomo” 14 (Bachelet 1989 70-71).

“Mi sono accorto – scrive un altro terrorista – che una volta innescata la spirale del perdono, la spirale dell’amore gratuito, nessuno la può più fermare. Diventa un contagio, una luce che si accende di sguardo in sguardo, di gesto in gesto, una reazione a catena: questo è il miracolo di cui io oggi sono testimone. … Così la mia vita nuova diventerà per altri un segnale, e quando anche loro cambieranno, questo segnale si propagherà, e raggiungerà tanti altri …” (Bachelet 1989, 68).

E’ la conferma di quanto diceva Paul Ricoeur: accordare il perdono è un atto di novità, è riconoscere che l’uomo, ogni uomo, è sempre più di ciò che ha fatto. Un gesto di fiducia alla persona apre spazi a nuove possibilità di bene. (G.C. 50)


LA GIOIA DEL PERDONO CRISTIANO
La prospettiva cristiana prende le mosse dall’esempio di Gesù Cristo, garante assoluto del perdono, e dà un colpo d’ala a quanto le scienze umane hanno potuto trovare. Se il perdono umano si presenta come un atto libero, pertanto come una possibilità, non sempre sicura, che, però, quando si realizza rende pienamente felici, il perdono di Dio è il luogo dove si mostra la sua onnipotenza; è un fatto garantito e sicuro, perché non c’è forza al mondo che lo possa contrastare.

Se la colpa è una forza che disgrega la creazione 15, il perdono di Dio, espressione della sua onnipotenza, rifà la creazione e la rende ancora più bella. In altre parole se la colpa tende a mortificare, il perdono riaccende la vita con un supplemento di gioia e di festa (Lc 15). In cielo si fa più festa per un peccatore che si converte, gli angeli fanno grande festa, e “bisognava far festa, perché questo tuo fratello per me era come morto e ora l’ho ritrovato vivo” (Lc 15, 7. 10. 32)

Non dobbiamo temere a dichiarare davanti a Dio la nostra incapacità perdonare e chiedere il suo perdono per questo, perché significa permettere alla sua grazia di rendere possibile l’impossibile, di mutare in gioia ogni rancore.

Il perdono di Dio è il dono più impensato, anche quando a noi sembra un μανιακός έρος (un amore folle) ed è sempre nel segno della gioia. Trasforma il conflitto che è fonte di tristezza in gioia. E’ gioia di chi dona, cioè Dio; è gioia il dono stesso; è gioia per il destinatario del dono.

Quale ne è la misura? La misura con cui Dio ci ama e ci perdona è senza misura, cioè non è mai riconducibile a nessun parametro umano.

Se l’empatia, la gratuità e l’umiltà erano le condizioni umane per il perdono, Dio ha un’empatia folle per l’uomo, e lo fa con una gratuità che noi difficilmente immagineremmo, e nello stile della più grande umiltà.

Tutto ciò avviene ribaltando completamente i nostri schemi : colpa – pentimento – richiesta di perdono e grazia del perdono. Tutto questo in Dio è completamente saltato. Vediamolo in una delle conversioni che Luca ci presenta con particolare enfasi: Zaccheo, il pubblicano di Gerico.


  1. La situazione dalla quale proviene Zaccheo:

  • piccolo di statura” con il complesso di camminare sempre con i tacchi alti, in ogni situazione primeggiare, per compensare la reale piccolezza.

  • Capo degli agenti delle tasse aveva tutti i titoli per dirsi importante: i Romani lo stimavano, aveva tutti sotto di sé, tutti gli agenti di tasse si riferivano a lui e da lui ricevevano ordini

  • Era molto ricco ciò che dà ancora più prestigio

  • Era odiato dalla gente: questo a lui poco importava, anche se gli sarebbe piaciuto che tutti gli fossero più benevoli, ma non si può avere tutto dalla vita.

  • La sua vita familiare? Chi sa? Forse questo era un po’ il neo della sua vita … ma ci passava sopra.

  • Una cosa gli mancava: non poteva entrare nella sfera religiosa, niente tempio, né sinagoga, in questo era uno scomunicato. Ora c’è l’occasione del passaggio di Gesù, non c’è nessuna porta da passare, nessun controllo da parte degli Scribi e Farisei. Il problema della statura è un vero ostacolo; certo non può chiedere alla folla di farlo stare in prima fila per vedere Gesù. L’idea del sicomoro, bello fronduto, è la migliore possibilità: vedere senza essere visto. La religione magica avere un contatto con il sacro, senza compromettersi troppo … Così poi alla sera al bar con gli amici potrà dire che anche lui ha visto quello di cui tutti parlano e farsene un vanto …

  1. Zaccheo – Gesù – la folla

Gesù si ferma proprio accanto al tronco del sicomoro. “Che fortuna! – pensa Zaccheo - Lo posso vedere e sentire da vicino, così potrò raccontare un sacco di cose agli amici, stasera”. Ma Gesù non tiene gli occhi bassi, forse ha sentito un rumore tra le foglie e guarda in su: chi c’è lassù? Ora sono tutti che guardano sul sicomoro e qualcuno dice a Gesù chi è tra le foglie: Zaccheo, il peccatore infame! Immaginare la gioia della gente che, facendosi forte di Gesù, finalmente ottiene una rivalsa. E’ arrivato chi lo svergognerà pubblicamente Zaccheo è scoperto; è pieno di paura; aspetta l’evento …

Sorpresa: il dono gratuito della gioia: l’invito. Gesù si rende conto di chi ha di fronte: uno che desiderava vederlo. I due sguardi, di Gesù e di Zaccheo, si incrociano. Non importa se sia peccatore o no. Quel desiderio va soddisfatto il oltre misura e subito:

Zaccheo, scendi in fretta perché oggi devo fermarmi a casa tua!”



Scandalo della folla! Il Maestro va in casa di un peccatore simile! Questo è un tradimento. Non c’è più religione: il santo e il peccatore a mangiare insieme!

L’amore si gioca la faccia, dà la massima fiducia. Era la lacuna più grande che Zaccheo aveva bisogno di colmare, sentirsi trattato come amico, sentirsi dare fiducia. Forse gli è balenata anche la domanda: “Ma perché lo ha fatto? Forse perché ha bisogno di qualche favore da me che sono ricco? Però si è messo contro tutta la folla: per stare con me, ha rischiato di grosso”.

Non poteva provare una gioia più grande. La paura si è cambiata in gioia di accogliere la salvezza in casa sua. E Gesù si comporta davvero come un grande amico, saluta in casa la moglie, scherza con i figli e … soprattutto nessuna predica e nessun rimprovero …



  1. Zaccheo, allora inizia ad accorgersi del suo disordine e … La gioia e la gratuità fanno piena luce sulla sua vita. Ora Zaccheo coglie il suo peccato e lo dichiara “in piedi” davanti a tutti: “Se ho rubato, restituisco quattro volte tanto: do la metà dei miei beni ai poveri!”.

E’ la svolta della sua vita: ha capito di essere prezioso, tanto che per lui Gesù ha messo a rischio la sua fama di Maestro e di Messia. Tutto quello che prima era il suo capitale ora non conta più. Non ha più bisogno di “farsi valere”, facendo il cattivo. E, senza che sia Gesù a chiederglielo, ora inizia a beneficare tutti, anche a costo di diventare povero lui.

  1. Oggi la Salvezza è entrata in questa casa: tutto è cambiato. Immagino la vita di quella casa, Zaccheo, la moglie, i figli … tutto rinnovato. Veramente è avvenuto quello che ci voleva.16


CONCLUSIONE

Dammi la gioia di essere salvato!” Gioia interiore, certamente, ma che non si raggiunge guardando solo in se stessi, occorre aprirsi a chi conosce in profondità i tuoi desideri , a chi ti dà piena fiducia e non ha altro desiderio che tu sia felice.

Allora la gioia diventa una missione, un compito e una testimonianza che diffonde fiducia in tutti.

Zaccheo diventa un Davide, che prende coscienza del suo peccato: “fin dalla nascita sono nella colpa … Tu vuoi trovare dentro di me la verità, e nel profondo del cuore mi insegni la sapienza . .. Apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode .. . Ridonami la gioia di essere salvato … Ai peccatori insegnerò le tue vie e i malvagi torneranno a te”. 17

Zaccheo diventa un altro Paolo di Tarso, che molto spesso ritornava sulla sua conversione-chiamata: “Sapete certamente come mi comportavo un tempo … Ma Dio decise di rivelarmi suo Figlio, perché io lo facessi conoscere ai pagani: nella sua bontà, fin dal grembo materno mi aveva destinato a questo compito e poi mi chiamò”. 18

Paolo scriveva al suo discepolo Timoteo: “Ringrazio Gesù Cristo, nostro Signore: egli mi ha stimato degno di fiducia e mi ha dato un incarico e ora mi dà la forza di compierlo. Eppure prima io avevo parlato male di lui, l’avevo offeso e l’avevo perseguitato. Ma Dio ha avuto misericordia di me, perché allora ero lontano dalla fede e non sapevo quel che facevo. Così la bontà del Signore è stata abbondante con Gesù Cristo. Questa parola è sicura e degna di essere accolta da tutti: Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali il primo sono io … Gesù ha mostrato a me per primo tutta la sua sapienza, per essere di esempio a tutti quelli che crederanno in lui e che riceveranno la vita che viene da Dio”.19





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