La scuola non statale esclusa dall'art



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CONVEGNO FILINS – NAPOLI 28 MAGGIO 2011

IL GESTORE DI SCUOLA NON STATALE

Giovanni Piccardo

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Il “Gestore” di scuola non statale:

E’ un imprenditore scolastico?

E’ un amministratore d’azienda?

E’ un missionario della cultura?

E’ un affarista profittatore?

E’ un manager che dirige responsabilmente una scuola nel settore dell’istituzione non statale?

Per individuare la risposta giusta, o almeno quella che dovrebbe trovare riscontro nella realtà, occorre definire innanzitutto cosa s’intende per “Scuola” per poi analizzare qual è il ruolo del c.d. “gestore”.

Probabilmente in mezz’ora non riuscirò a completare l’argomento, ma cercherò di tracciare un quadro significativo della situazione.


SCUOLA
Il termine scuola deriva dalla parola latina schola, derivato a sua volta dal greco antico.

Il termine greco significava inizialmente "tempo libero"(indicazione astratta), per poi evolversi: da "tempo libero" è passato a descrivere il "luogo in cui veniva speso il tempo libero", cioè il luogo in cui si tenevano discussioni filosofiche o scientifiche durante il tempo libero, per poi descrivere concretamente il "luogo di lettura", fino a diventare il “luogo d'istruzione” per eccellenza.

Quindi dal concetto astratto di “tempo” dedicato alla propria emancipazione si è giunti al concetto di “luogo”; ma riguardo ai contenuti?

Questi erano assegnati a maestri che riunivano i discepoli volenterosi per approfondire le principali nozioni filosofiche e matematiche.


Oggi, per scuola s’intende un'istituzione sociale responsabile dell'istruzione e della formazione attraverso un programma di studi metodicamente organizzato. Tale compito può essere assunto direttamente dallo Stato o affidato a Enti o privati secondo regole di garanzia.
Cosa s’intende per “istruzione” e cosa per “formazione”.

- Per “istruzione” s’intende l’acquisizione di nozioni teoriche e pratiche idonee a dare all’individuo capacità e competenze utili alla vita sociale e produttiva.

- Per “formazione” s’intende l’acquisizione di una personalità basata sui valori umani:

1) dell'essere (coscienza e responsabilità)

2) del sapere (istruzione e produttività)

3) del vivere (comunicativa e socialità)


La “scuola” dunque ha come scopo fondamentale la “formazione” che si realizza, non solo attraverso l’istruzione, ma soprattutto mediante un progetto educativo (P.E.), delineato nel POF dallo stesso “gestore” e ratificato dal Consiglio d’Istituto e dal Collegio Docenti.

Vediamo come viene vista la “suola privata” dalla giurisprudenza, ossia dall’insieme delle sentenze delle Magistrature Superiori.




La scuola non statale esclusa dall'art. 2195 c.c.?
La scuola non statale, a prescindere dalla posizione giuridica, si distingue in due grandi categorie:

1) quella che si pone in competizione con la scuola statale conformandosi ad essa, ma con lo scopo di offrire un servizio alternativo, perciò più accurato e innovativo, cercando, quindi, gli utenti a monte;

2) quella che si propone come scuola di recupero, sulla selezione effettuata dalla scuola statale o sugli abbandoni, cercando, quindi, gli utenti a valle.

E' buona norma non confondere i due aspetti perché determinano due diversi comportamenti dei rispettivi gestori.

Tuttavia - a prescindere da isolati esempi di deplorevoli deformazioni - la scuola non statale del primo tipo (generalmente operante con il riconoscimento della parità) eroga, nel suo complesso, un servizio sociale alternativo a quello della scuola di Stato; pertanto, svolge un servizio pubblico che si distingue dalla tipicità delle altre aziende commerciali o industriali.

Infatti, la sua funzione di natura intellettuale si realizza attraverso una struttura aziendale che induce a varie interpretazioni a volte contrastanti.

A questo proposito riportiamo alcune risoluzioni della Cassazione (peraltro controverse per una successiva sentenza della S.C. a sezioni unite) che hanno evidenziato l'estraneità degli istituti d'istruzione dalle previsioni dell'art. 2195 del C.C., escludendoli, in materia di lavoro, dalla disciplina della tutela reale di cui all'art. 18 della legge n. 300 del 20/05/1970 (Statuto dei Lavoratori):

"I titolari delle scuole private non sono imprenditori perché l'attività d'insegnamento, anche se richiede l'uso di beni strumentali e si avvale di contribuzioni pubbliche o di rette private, non rientra in nessuna delle attività indicate dall'art. 2195 c.c. caratterizzate dalla loro attitudine a soddisfare bisogni concreti intrinsicamente diversi da quello dell'istruzione, cui sono rivolte attività essenzialmente razionali e cognitive".

(Cass. - sez. lav. - n. 1251 del 21/11/1991)

"...Dev'essere rilevato, peraltro, che gli istituti d'istruzione non possono essere considerati imprese industriali o commerciali, secondo la giurisprudenza di questa Corte già espressa, atteso che l'attività d'insegnamento, anche se implicante l'uso di beni strumentali ed esercitata a fronte di contribuzioni pubbliche o di rette private, non è riconducibile ad alcuna delle attività indicate nell'art. 2195 c.c.".

(Cass. n. 253 del 19/01/1989)

"Vanno ricompresi nella categoria dei pre­statori d'opera intel­lettuale gli Istituti d'istru­zione nei quali il servizio didatti­co assume carattere preminente, dato che tale prestazione può es­sere fornita anche da un soggetto diverso da una persona fisi­ca".

(Cass. 20/12/1977, n. 5592)

La Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza n. 3353 del 1994, ribaltando in modo emblematico tutti i precedenti giudizi, ha espresso il parere che l'attività degli istituti d'istruzione privata, se esercitata a fini di lucro, è riconducibile ad attività d'impresa, prevista nell'art. 2195 c.c. come attività di servizi, a cui si applica lo Statuto dei lavoratori.

Quindi, se la scuola non statale con fini di lucro è un’azienda che svolge attività d’impresa, essa deve utilizzare una materia prima per la lavorazione e produrre un prodotto finale vendibile, ovvero utile alla società.

La materia prima è individuata negli studenti che entrano per la prima volta nella scuola, mentre il prodotto finale è costituito dai giovani che, al termine del processo di “lavorazione”, conseguono un titolo di studio rilasciato dallo Stato per entrare nel mondo del lavoro o per proseguire gli studi superiori. Sia ben inteso: il prodotto finale non è il “diploma”.

Le macchine che devono operare la trasformazione sono, dunque, gli insegnanti.

E tutto questo deriva dal fatto che la scuola in questione ha fini di lucro.

Quelle, invece, che non hanno fini di lucro non sono nemmeno imprese… cosa sono?

E poi, il concetto di “lucro” è stato stigmatizzato dalla stessa Corte Suprema con



Sentenza emanata dalla Cassazione civile, sezione lavoro, il 14 giugno 1994, n. 5766:

In presenza degli altri requisiti fissati dall’art. 2082 c.c., ha carattere imprenditoriale l’attività economica, organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi ed esercitata in via esclusiva o prevalente, che sia ricollegabile ad un dato obiettivo inerente all’attitudine a conseguire la remunerazione dei fattori produttivi, rimanendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, che riguarda il movente soggettivo che induce l’imprenditore ad esercitare la sua attività; deve essere, invece, escluso il suddetto carattere imprenditoriale dell’attività nel caso in cui essa sia svolta in modo del tutto gratuito, dato che non può essere considerata imprenditoriale l’erogazione gratuita dei beni o servizi prodotti.”

Mi sapete indicare quale scuola non statale, laica o religiosa dichiarata “no profit”, che sia del tutto gratuita?

Le risoluzioni sopra riportate, in definitiva, mettono sostanzialmente in evidenza l'incerta collocazione giuridica della scuola non statale che, comunque, non assolve alla trasformazione della materia prima in prodotti più elaborati, come nell'industria, né è chiamata alla compravendita di beni, come nel commercio.

E' evidente che occorre stabilire se l'aspetto economico e la struttura della sua organizzazione siano sufficienti a ricondurla negli standard già previsti dal Codice, oppure se non sia più coerente distinguerla da tutte le altre aziende industriali, commerciali o di servizi, dando maggiore risalto alla sua funzione morale, educativa e sociale. Né può valere la diversa condizione di scuole con o senza fini di lucro, in quanto tale considerazione è opinabile ed appare del tutto strumentale, certamente non sufficiente a giustificare una loro discriminazione.
Dalla C.M. n. 377 del 9/12/1987: (abrogata con l’entrata in vigore della parità)

-"... Sotto un certo riguardo, la scuola priva­ta risponde so­stanzialmente alla nozione di azienda*) quale "complesso di beni organizzati dall'imprendi­tore per l'esercizio dell'im­presa" (art. 2555 del co­dice civile); sotto altro e ben più rile­vante aspetto la scuola è una struttura educativa fi­na­lizzata alla formazione degli utenti: la figura del gestore quindi deve essere delineata nella sua concre­tezza dai "re­quisiti professionali e morali" sulla ba­se del parti­colare concetto di "imprenditore", che agisce nel campo specifico dell'istruzione e dell'edu­cazione for­nendo un servizio per la collettività.
Il D.M. n. 267 del 29 novembre 2007, in attuazione della legge 62/2000, infine, stabilisce quanto segue:
Il gestore, persona fisica o il rappresentante legale di ente pubblico o privato, deve documentare il possesso dei requisiti di cui all’articolo 353 del decreto legislativo 16 aprile 1994 n. 297 e precisamente:
a.
di essere cittadino italiano;
b.
di aver compiuto il trentesimo anno di età;
c.
di essere in possesso dei necessari requisiti professionali e morali.

In conclusione, nonostante la citata sentenza n. 3353/94 della Suprema Corte, esiste una contrastante interpretazione riguardo alla collocazione giuridica dell'attività svolta dalla scuola non statale: secondo la Corte di Cassazione non può essere considerata azienda commerciale o industriale in quanto non viene prevista nell'art. 2195 c.c. e perché esercita attività essenzialmente razionali e cognitive; mentre secondo il MIUR rientra nel concetto di azienda, così come la definisce genericamente l'art. 2555 c.c.; per finire con l'affermazione, espressa dalla Suprema Corte a Sezioni Unite, che essa esercita attività di servizi, prevista nello stesso art. 2195, ma solo se ha scopo di lucro (!).

Anche la figura del gestore risulta ambigua, nel senso che non può essere classificato imprenditore, nonostante alcuni aspetti tenderebbero a collocarlo in tale categoria; nemmeno la legge 62/2000 lo identifica nelle sue prerogative segnalando genericamente che lo stesso deve essere in possesso dei necessari requisiti professionali e morali (quali?).
Figura del gestore e qualità del servizio offerto dalle scuole paritarie

La FILINS, nel quadro della revisione della legge 62/2000, sottolinea che occorre riqualificare la figura del “Gestore” come responsabile della Direzione della Scuola Paritaria.

La norma, infatti, mentre individua espressamente i requisiti che deve possedere il “Coordinatore delle attività didattiche”, trascura di delineare con adeguata attenzione le prerogative relative al Dirigente dell’istituzione scolastica.

E’ innegabile, infatti, che la qualità del servizio, anche sotto l’aspetto morale, è legata alla professionalità ed alla personalità di questa figura.

Per raggiungere una maggiore qualità da parte della scuola paritaria, occorre che tutto il settore della scuola non statale si dia un proprio regolamento, ossia un codice deontologico, che gli consenta di uscire dal tunnel oscuro dell’ambiguità e del preconcetto.

La scuola non statale deve essere in grado di assolvere alla sua alta funzione sociale senza ricorrere a surrogati o a deplorevoli comportamenti che, pur se limitati e ben individuati, purtroppo infangano l’intero settore creando un clima di diffidenza.

A fronte di norme emanate dal MIUR e dai vari Organi Amministrativi, allo scopo di arginare alcuni comportamenti patologici e degradanti, occorrerebbe riconsiderare e riqualificare la figura del “Gestore” a cui si affida, insieme ai genitori, la primaria responsabilità di un importante servizio sociale, qual è quello dell’istruzione e della formazione dei nostri figli e quindi dei cittadini.

La diversa natura giuridica della scuola, privata o pubblica, non deve costituire elemento di discriminazione, né per chi le gestisce, né per i loro alunni, né per le loro famiglie; infatti, il servizio pubblico dell’istruzione e della formazione secondo la Costituzione, da cui scaturisce il Principio di sussidiarietà, può essere assolto indifferentemente sia da scuole gestite dallo Stato che dal privato.

Da tempo la FILINS ha invocato l’emanazione di regole precise riguardanti i requisiti giuridici, morali e culturali specifici che dovrebbero possedere coloro che intendono aprire e gestire scuole non statali, tanto più quando queste aspirano alla parità.

Occorre che la qualifica di “Gestore di Scuola Paritaria” (ovvero di “Dirigente di Scuola Paritaria”) sia ridefinita nelle sue peculiarità in funzione dell’alto compito sociale e formativo e delle responsabilità che egli assume nei confronti della cittadinanza e quindi dello Stato, che è l’unico garante del Sistema Nazionale d’Istruzione fin quando sussiste il “titolo legale di studio”.

In analogia ad altre categorie di imprenditori, esercenti e professionisti, il titolo di Dirigente di Scuola Paritaria dovrebbe essere soggetto ad apposito esame di qualifica e ratificato in un Elenco Regionale, senza per questo limitare la libertà costituzionale di istituire scuole private (art. 33).

E’ evidente che per realizzare questo programma occorre un’ adeguata azione politica.

Tuttavia, per dare un segnale concreto di intervento, la FILINS propone di organizzare a livello nazionale un Corso di aggiornamento dedicato ai “Gestori”, naturalmente con la collaborazione delle altre Associazioni di categoria e con l’auspicato patrocinio del MIUR e degli Enti locali.

Il programma del Corso è stato già messo a punto dal Gruppo di consulenza FILINS nell’anno 2010, soprattutto per merito dell’Isp. Rocco Calogero e del Dott. Sergio Scala, ed è aperto a tutti coloro che sono interessati a questa iniziativa.










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