La separazione



Scaricare 82.5 Kb.
22.05.2018
Dimensione del file82.5 Kb.


Quinta Tappa




LA COSTRUZIONE

DELL'AMORE



1.5 LA COSTRUZIONE DELL'AMORE

Scheda della quinta tappa


Tema:

LA COSTRUZIONE DELL'AMORE


Obbiettivo:

L’obbiettivo di questa tappa di cammino è quello di aiutare a capire che se l'amore è la via del cristiano, se nella reciprocità dell'amore vi è la possibilità dell'esperienza del Dio trinitario, la comunità è il luogo privilegiato per vivere in pienezza la vocazione cristiana. In particolare la promessa di costruzione dell'amore ci aiuta a costruire la comunità.


Sintesi

La rottura dell'unità nella Comunità è il peccato più grande mentre i costruttori di pace edificano la Comunità. San Paolo indica nelle sue lettere quali sono gli atteggiamenti che edificano e quelli che distruggono ed afferma come l'amore che deve essere «senza ipocrisia», cioè vero, autentico. Quando noi amiamo «dal cuore», è Dio, presente in noi che ama in noi e attraverso di noi passa l'amore stesso di Dio. Per realizzare questo nella nostra vita occorre: togliere il veleno dai giudizi cattivi e ostili, carichi di avversione e di condanna, togliere i pensieri e i sentimenti di disistima e di disprezzo dei fratelli; togliere ogni parola cattiva e guardare i fratelli con occhi nuovi.


Spunti di riflessione

- Sono consapevole che sono chiamato a costruire l'amore per essere un costruttore di Comunità?
- Amo intensamente «di vero cuore» o faccio del bene, senza voler bene?
- Sono cosciente che l'amore cristiano consiste nel lasciare Cristo ami in me, e che dunque io stesso posso essere, se lo voglio, un centro di irradiazione dell'amore di Dio?
- Togliere il veleno dai giudizi: mi impegno a togliere la «trave» dal mio occhio, cioè il risentimento e il non amore?
- Togliere i sentimenti di disistima: penso che devo fare agli altri quello che gli altri fanno a me (come era nella legge antica del taglione), oppure cerco di fare agli altri ciò che Dio ha fatto a me?
- Togliere ogni parola cattiva: sono convinto che la bocca è la spia del cuore e che una parola buona che parte dal cuore, è balsamo, è sostegno per il fratello.
- Mi impegno a guardare con occhi nuovi persone e situazioni che sono intorno a me convinto che l'amore è l'unico debito che abbiamo con tutti?


LA Costruzione dell'amore
Se il fratello e la sorella sono il sacramento per l'incontro con Cristo, se l'amore è la via del cristiano, se nella reciprocità dell'amore vi è la possibilità dell'esperienza del Dio trinitario, la comunità è il luogo privilegiato per vivere in pienezza la vocazione cristiana.

Ma come amare? Qual è l'esercizio concreto che è richiesto ai membri di una comunità perché questa giunga ad essere ciò che è chiamata ad essere? Se siamo figli di un Dio che è Amore, dovremmo necessariamente somigliare a lui anche e soprattutto nell'esercizio dell'amore.


PARTE I L'ESERCIZIO DELL'AMORE
1. LA CARITÀ

Puntando lo sguardo su Dio Amore, ciascun membro della comunità si sente chiamato a quell'atteggiamento fondamentale che è l'uscita da sé verso l'altro. Si tratta della pasqua dall'individuo alla persona, ossia dell'esodo dall'egocentrismo alla donazione, del passaggio dall'essere per sé all'essere per l'altro. Nato per la comunione, l'uomo si trova infatti bloccato nei rapporti a causa del peccato. Il diavolo, per definizione, è divisione e la sua opera è rottura di rapporti. La redenzione, invece, è l'opera che Cristo compie per liberare l'uomo dalle molteplici divisioni e rotture che l'uomo vive nei confronti di Dio, dei fratelli, della natura, di se stesso, così da restituirgli la libertà nella piena comunione d'amore.


Nella Comunità la rottura dell'unità è il peccato più grande, quello che più rende simile al diavolo, così come la costruzione dell'unità più avvicina al Dio dell'unità e dell'amore. I costruttori di pace saranno infatti chiamati figli di Dio! (cf. Mt 5, 9).
Quando si vuole mettere in guardia contro la disunità all'interno della comunità, si attinge a piene mani dagli elenchi di peccati che troviamo negli scritti paolini. Sono liste che denunciano l'egoismo umano, il ripiegamento su se stessi e tutti gli atteggiamenti negativi che impediscono l'edificazione della vita di comunione. È stato raccolto l'elenco di questi peccati in ordine alfabetico, così come emergono nelle lettere di Paolo: ambizione egoistica, arroganza, assassinio, bestemmia, collera, contese, cupidigia, diffamazione, discordia, disubbidienza, dissolutezza, disamore, furto, frode, gelosia, gozzoviglie, idolatria, inclemenza, immoralità, infedeltà, inganno, ingegno nel male, inimicizia verso Dio, insubordinazione, libidine, magia, maldicenza, malignità, malvagità, omosessualità, oscenità, pederastia, perversione, settarismo, stoltezza, stupidità, superbia, ubriachezza, vanità.
Volendo entrare a far parte di una comunità, si dovrà essere coscienti di provenire da questa sponda di peccato e che nel cuore di ognuno si annidano i mali che corrodono la comunione. Le nostre sono comunità di peccatori, così come la Chiesa è santa ma composta da peccatori. È chiaro allora che per arrivare alla "koinonia" (comunione) occorre passare per la "metanoia" (conversione).

Queste parole, metanoia e conversione, vanno prese nel loro significato originario. Metanoia significa cambiamento di mentalità, ossia ragionare con una logica nuova, superiore. Si tratta di arrivare a pensare secondo Dio e non secondo gli uomini (cf. Mc 8, 33). Si tratta di entrare nella logica evangelica dell'amore al nemico, del dare il mantello a chi chiede la tunica, di porgere l'altra guancia, di donare gratuitamente senza aspettare il ritorno. Conversione etimologicamente significa inversione di rotta: dalla direzione egocentrica a quella altruistica, dal vedere tutto in funzione propria al vivere per l'altro, dalla bramosia del possesso alla generosità verso tutti.

È lo stesso Paolo che, dopo aver elencato i frutti della carne, elenca i frutti dello Spirito, che nascono nell'uomo nuovo come conseguenza della conversione. Come quelli erano per la distruzione dei rapporti, questi sono tutti in funzione della comunione: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (...). Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5, 22-25).

2. Un amore sincero

Per cogliere l'anima che unifica tutte le raccomandazioni che Paolo fa, e l'idea di fondo, che ha della carità, bisogna partire da una parola iniziale: “La carità non abbia finzioni” (Rm 12, 9).


Essa non è una delle tante esortazioni, ma la matrice da cui derivano tutte le altre. Essa contiene il segreto della carità.
Il termine originale usato da san Paolo e che viene tradotto «senza finzioni», è alla lettera: «senza ipocrisia» (anhypokritos). Questo vocabolo è una specie di luce-spia; è, infatti, un termine raro che troviamo impiegato, nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente per definire l'amore cristiano.

Questa espressione, «amore sincero» (anhypokritos), ritorna ancora in altri testi

In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con ... amore sincero” (2 Cor 6,4.6)
Dopo aver santificato le vostre anime con l'obbedienza alla verità, per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri” (1 Pt 1,22).
Quest'ultimo testo permette di cogliere, con tutta certezza, il significato del termine in questione; l'amore sincero - dice - consiste nell'amarsi intensamente «di vero cuore». San Paolo, dunque, con quella semplice affermazione: «la carità sia senza finzioni!», porta il discorso alla radice stessa della carità, al cuore: quello che si richiede dall'amore è che sia vero, autentico, non finto e come il vino, per essere «sincero», deve essere spremuto dall'uva, così l'amore dal cuore.
Anche in ciò l'Apostolo è l'eco fedele del pensiero di Gesù; egli, infatti, aveva indicato, ripetutamente e con forza, il cuore, come il «luogo» in cui si decide il valore di ciò che l'uomo fa, ciò che è puro, o impuro, nella vita di una persona: “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi” (Mt 15, 19).
Possiamo parlare di un'intuizione paolina, a riguardo della carità; essa consiste nel rivelare, dietro l'universo visibile ed esteriore della carità, fatto di opere e di parole, un altro universo tutto interiore, che è, nei confronti del primo, ciò che è l'anima per il corpo. Ritroviamo questa intuizione nell'altro grande testo sulla carità, che è 1 Cor 13: ciò che san Paolo dice lì, a osservare bene, si riferisce tutto a questa carità interiore, alle disposizioni e ai sentimenti di carità: la carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si adira, tutto copre, tutto crede, tutto spera...
Nulla che riguardi, per sé e direttamente, il fare del bene, o le opere di carità, ma tutto è ricondotto alla radice del volere bene. La benevolenza viene prima della beneficenza. È l'apostolo stesso che esplicita la differenza tra le due sfere della carità, dicendo che il più grande atto di carità esteriore (il distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze) non gioverebbe a nulla, senza la carità interiore. Sarebbe l'opposto della carità «sincera».

La carità ipocrita, infatti, è proprio quella che fa del bene, senza voler bene, che mostra all'esterno qualcosa che non ha un corrispettivo nel cuore. In questo caso, si ha una parvenza di carità, che può, al limite, nascondere egoismo, ricerca di sé, strumentalizzazione del fratello, o anche semplice rimorso di coscienza.


Sarebbe un errore fatale contrapporre tra di loro carità del cuore e carità dei fatti, o rifugiarsi nella carità interiore, per trovare in essa una specie di alibi alla mancanza di carità fattiva.
Sappiamo con quanto vigore la parola di Gesù (Mt 25), di san Giacomo (2, 16 s.) e di san Giovanni (1 Gv 3, 18) spingono alla carità dei fatti. Sappiamo l'importanza che san Paolo stesso dava alle collette a favore del poveri di Gerusalemme. Del resto, dire che, senza la carità, «a niente mi giova» anche il dare tutto ai poveri, non significa dire che ciò non serve a nessuno e che è inutile; significa piuttosto dire che non giova «a me», mentre può giovare al povero che la riceve.
Non si tratta, dunque, di attenuare l'importanza delle opere di carità, quanto di assicurare ad esse un fondamento sicuro contro l'egoismo e le sue infinite astuzie. San Paolo vuole che i cristiani siano «radicati e fondati nella carità» (Ef 3, 17), cioè che la carità sia la radice e il fondamento di tutto.

Gesù stesso ha stabilito questo fondamento, quando ha detto: «Amerai il prossimo tuo come te stesso!». Dio non poteva assicurare l'amore del prossimo a un «piolo» meglio confitto di questo; non avrebbe ottenuto lo stesso scopo neppure se avesse detto: «Amerai il prossimo tuo come il tuo Dio!», perché sull'amore di Dio - cioè, su cos'è amare Dio - l'uomo può ancora barare, ma sull'amore di sé, no. L'uomo sa benissimo cosa significa, in ogni circostanza, amare se stesso; è uno specchio che ha sempre davanti a sé.


Amare sinceramente significa amare a questa profondità, là dove non puoi più mentire, perché sei solo davanti a te stesso. Solo davanti allo «specchio», sotto lo sguardo di Dio. Il prossimo entra, per questa via, nel sacrario più intimo della mia persona, in quello che la Scrittura chiama «l'uomo interiore»; diventa veramente, e fìno in fondo, «prossimo», perché lo porto con me nel cuore, anche quando sono solo con Dio e con me stesso. Il «prossimo» diventa, addirittura, «intimo».
Questa è la massima dignità che una persona possa accordare a un'altra persona ed è attraverso la carità che Dio ha trovato il modo di realizzare questa cosa sublime che prelude alla finale comunione dei santi, quando ognuno sarà, per amore, in tutti e tutti in ognuno e la gioia di ognuno sarà moltiplicata per la gioia di tutti. È anche un segno di ciò che avviene da sempre in Dio: Dio infatti ci porta nel cuore; ci ha fatto del bene perché ci voleva bene.
3. Un amore divino

Per essere genuina, la carità cristiana deve, dunque, partire dall'interiore, dal cuore; le opere di misericordia dalle «viscere di misericordia» (Col 3, 12). Tuttavia, dobbiamo subito precisare che qui si tratta di qualcosa di molto più radicale della semplice «interiorizzazione», cioè di uno spostare l'accento dalla pratica esteriore della carità alla pratica interiore.


Questo è solo il primo passo. Le profondità dell'uomo non sono più soltanto profondità psicologiche; per l'inabitazione dello Spirito Santo, sono diventate profondità di Dio! Qui è il mistero della carità; qui è la novità creata in noi dalla vita nuova nello Spirito. Se non si capisce questo, non si capisce nulla e si resta, nonostante tutto, dentro un orizzonte vecchio e naturale, in cui l’amore cristiano non differisce, qualitativamente, da altri tipi d'amore.
Il cristiano - diceva san Pietro - è colui che ama «di vero cuore»: ma con quale cuore? Con il cuore nuovo!
Questo cuore nuovo è stato creato, è una realtà di fatto, esistente in ogni battezzato. Bisogna farlo entrare in azione, esercitarlo. Quando noi amiamo «dal cuore», è Dio, presente in noi con il suo Spirito, che ama in noi; attraverso di noi passa l'amore stesso di Dio.
L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5, 5)
Quando Gesù dice: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 15, 12), quel «come» non può significare «allo stesso modo», o «nella stessa misura» (che sarebbe impossibile), ma «con lo stesso amore con cui io vi ho amati». Difatti, egli prega, subito dopo, il Padre perché l'amore che ha ricevuto da lui sia nei discepoli (cfr. Gv 17,26). Avviene come della consolazione:

Dio - scrive san Paolo - ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2Cor 1,4).


Noi consoliamo con la consolazione con cui siamo consolati da Dio, amiamo con l'amore con cui siamo amati da Dio. Non con uno diverso. Questo spiega la risonanza, apparentemente sproporzionata, che ha talvolta un semplicissimo atto di amore, spesso perfino nascosto, la novità e la vita che crea intorno. È che esso è segno e veicolo di un altro amore, un po’ come - fatte tutte le proporzioni - il pane eucaristico è segno di un altro cibo.
L'amore cristiano si distingue, dunque, da ogni altro amore per il fatto che è amore di Cristo: non sono più io che amo, ma Cristo che ama in me! Io stesso posso essere, se lo voglio, un centro di irradiazione dell'amore di Dio.
PARTE II LA COSTRUZIONE DELL'AMORE
1. DISSODARE IL CUoRE
Dissodatevi un terreno incolto e non seminate tra le spine... Circoncidete il vostro cuore” (Ger 4, 3-4).
I campi, lasciati incolti, si riempiono letteralmente di pruni, rovi, spine e altri arbusti e per potervi seminare il contadino raccoglie in un mucchio tutti questi rovi e arbusti e li brucia, per non seminare tra le spine. Noi dobbiamo - dice il profeta - fare lo stesso con il campicello che è il nostro cuore: occorre intraprendere quell'opera di bonifica per farne un luogo «accogliente» per i fratelli, come il cuore di Dio
La Parola di Dio ci suggerisce di fare, in particolare, tre falò.
a) Togliere il veleno dai giudizi

Il primo falò è quello dei giudizi cattivi.

Perché giudichi il tuo fratello ? Perché disprezzi il tuo fratello ?... Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri” (Rm 14, 10.13).
I giudizi ostili, carichi di avversione e di condanna, sono le spine di cui parlava quel testo del profeta Geremia: bisogna sradicarli e bruciarli, liberare da essi il nostro cuore.

Gesù dice: “Non giudicate, per non essere giudicati.. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?” (Mt 7, 1-3).


Il senso di queste parole non è: non giudicate gli uomini e così gli uomini non giudicheranno voi (sappiamo per esperienza che non è sempre così), ma è piuttosto: non giudicare tuo fratello, affinché Dio non giudichi te; anzi, meglio ancora: non giudicare il fratello, perché Dio non ha giudicato te.
Il Signore paragona il peccato del prossimo (il peccato giudicato), qualunque esso sia, a una pagliuzza, in confronto al peccato di colui che giudica (il peccato di giudicare) che è una trave. La trave è il fatto stesso di giudicare, tanto esso è grave agli occhi di Dio.

Solo Dio può giudicare perché egli conosce i segreti del cuore, il perché, l'intenzione e lo scopo di ogni azione, ma noi che cosa sappiamo di quello che passa nel cuore di un altro uomo quando fa una certa cosa? Che sappiamo di tutti i condizionamenti cui è soggetto a causa del temperamento e dell’educazione, e dei risvolti delle sue intenzioni?



Voler giudicare è per noi un'operazione rischiosissima, come scagliare una freccia a occhi chiusi, senza sapere dove andrà a colpire; ci si espone a essere ingiusti, spietati, ottusi. Basta osservare come è difficile capire e giudicare noi stessi e quante tenebre avvolgono il nostro pensiero, per capire che ci è impossibile del tutto scendere nelle profondità di un'altra esistenza, nel suo passato, nel suo presente, nel dolore che ha conosciuto.
Un giorno, avendo saputo di un confratello che aveva peccato, un anziano disse: «Che gran male ha fatto!». Un angelo portò allora davanti a lui l'anima del fratello che aveva peccato e gli disse: «Ecco, colui che tu hai giudicato è morto. Dove vuoi che lo mandi, nel Regno o nel castigo eterno?». Il santo anziano rimase così scosso da passare il resto della sua vita in gemiti, lacrime e fatiche, supplicando Dio di perdonargli il suo peccato” (Doroteo di Gaza, Insegnamenti).
Il motivo addotto da san Paolo è che chi giudica fa le stesse cose che giudica!
Sei inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi,. perché, mentre giudichi gli altri, condanni te stesso,- infatti tu che giudichi fai le medesime cose (Rm 2, 1).
È questa una verità di cui ci siamo forse resi conto da soli, a nostre spese, ogni volta che abbiamo giudicato qualcuno e poi abbiamo avuto modo di riflettere sulla nostra stessa condotta. È un tratto tipico della psicologia umana di giudicare e condannare negli altri soprattutto ciò che ci dispiace in noi stessi, ma che non osiamo affrontare. L'avaro condanna l’avarizia, il sensuale vede dappertutto peccati di lussuria, e nessuno è più acuto e attento dell'orgoglioso nel rilevare intorno a sé peccati di orgoglio...
Ma il discorso sui giudizi è delicato e complesso e non si può lasciare a metà, senza che appaia subito poco realistico. Come si fa, infatti, a vivere del tutto senza giudicare? Il giudizio è implicito in noi perfino in uno sguardo. Non possiamo osservare, ascoltare, vivere, senza dare delle valutazioni, cioè senza giudicare. Difatti, non è tanto il giudizio che si deve togliere dal nostro cuore, quanto il veleno dal nostro giudizio! Cioè l'astio, la condanna. Sono i giudizi negativi che vengono ripresi e banditi dalla parola di Dio, quelli che insieme con il peccato condannano anche il peccatore.
Una mamma e una persona estranea possono giudicare il bambino per lo stesso difetto che obiettivamente ha; ma quanto è diverso il giudizio della mamma da quello della persona estranea! La mamma, infatti, soffre per quel difetto, come se fosse suo, si sente corresponsabile, è determinata ad aiutare il bambino a liberarsi, non va sbandierando ai quattro venti il difetto del suo bambino... Ebbene, il nostro giudizio sui fratelli deve somigliare a quello della mamma, perché «siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12, 5); gli altri sono «nostri».
San Paolo giudica - e sappiamo con che lucidità e severità - gli ebrei suoi connazionali (cfr. Rm 2,17 ss.); ma egli può dire: Dico la verità, in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei, infatti, essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli miei consanguinei secondo la carne (Rm 9, 1-3).
L'Apostolo sa, davanti a Dio e alla sua coscienza, che li ama. Questo è l'amore «sincero» e senza finzioni.
Ecco, dunque, un terreno pratico di lavoro. Non giudicare, se non quando si può dire ciò che dice san Paolo, o - se si è costretti a farlo, senza aver ancora raggiunto questa posizione di carità - umiliarsi, riconoscerlo e non stupirsi se la correzione non produce subito e chiaramente il suo frutto.
Talvolta, dopo aver tentato lungamente e invano di far comprendere qualcosa a un fratello, ci si accorge che non l'amiamo di vero cuore e che la difficoltà nasce tutta da qui, per cui bisogna ricominciare da capo in altra maniera. Gesù lo dice chiaramente: bisogna, prima, togliere la «trave» dal nostro occhio e dopo ci vedremo bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del fratello; cioè bisogna togliere il risentimento e il non amore, perché dopo l'osservazione sarà accolta e il fratello si lascerà, forse, togliere la sua pagliuzza. Si fiderà. Chi si lascerebbe mettere le dita nell'occhio per rimuovere una pagliuzza, da uno che lo fa con violenza, come se si accingesse a strappare la gramigna dal terreno?
b) Togliere i sentimenti di disistima

Un altro punto qualificante della carità interiore, connesso strettamente con il precedente, è la stima:



«Gareggiate nello stimarví a vicenda...» (Rm 12, 10).
Ma qui, di nuovo, tocchiamo quel punto nevralgico dove l'amore si scontra con il suo nemico, che è l'egoismo: per stimare il fratello, bisogna non stimare troppo se stessi, non essere sempre sicuri di sé; bisogna - dice l'Apostolo - «non farsi un'idea troppo alta di se stessi».
Chi ha un'idea troppo alta di se stesso è come un uomo che tiene davanti agli occhi una fonte di luce intensa nella notte: non riesce a vedere nient'altro al di là di essa; non riesce a vedere le luci dei fratelli, i loro pregi e i loro valori.
Il secondo falò da fare è dunque quello dei pensieri e sentimenti di disistima e di disprezzo dei fratelli: «relativizzare» deve diventare il nostro verbo preferito, nei rapporti con gli altri:

- relativizzare i nostri pregi e i difetti altrui

- non relativizzare i nostri difetti e i pregi altrui, come, invece, siamo portati a fare spesso.
Bisogna imparare a tenere il proprio «io» costantemente sul banco degli imputati e appena se ne allontana, per andarsi a collocare su quello del giudice, ricondurvelo con dolcezza e decisione. È la via per giungere alla vera compunzione del cuore che fa crescere contemporaneamente sia nell'umiltà che nella carità.
L'ostacolo che può impedire tutto questo lavoro a favore della carità sincera è il soffermarsi su ciò che gli altri fanno a noi «Ma lui non mi stima, mi disprezza!... », mentre questo, alla luce del Nuovo Testamento, è del tutto fuori posto. La legge nuova dell'amore non consiste, infatti, nel fare agli altri quello che gli altri fanno a te (come era nella legge antica del taglione), ma nel fare agli altri ciò che Dio ha fatto a te:

«Come il Signore vi ha perdonato così fate anche voi» (Col 3, 13).
È vero che anche gli altri possono servire da criterio di misura, ma, anche in questo caso, non si tratta di ciò che gli altri fanno a te, ma di ciò che tu vorresti che gli altri facessero a te! (Mt 7, 12).
Tu, perciò, ti devi commisurare con Dio e con te stesso, non con gli altri. Devi occuparti solo di ciò che fai agli altri e di come accetti ciò che gli altri fanno a te; il resto è pura distrazione e non incide minimamente nel problema. Riguarda gli altri.
c)Togliere ogni parola cattiva

La bocca è la spia del cuore, poiché:



«la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Mt 12, 34).
È vero che non dobbiamo amare solo «a parole e con la lingua» (1 Gv 3, 18), ma dobbiamo amare anche con le parole e con la lingua. La lingua - dice san Giacomo - può «vantarsi di grandi cose», in bene e in male; può «incendiare una grande foresta», essa è «piena di veleno mortale» (Gc 3, 1-12).
Quanti morti fa la lingua! Nella vita di comunità e di famiglia le parole negative, taglienti, spietate hanno il potere di far chiudere ognuno in se stesso e di spegnere ogni confidenza e clima fraterno.
I più sensibili sono letteralmente uccisi dalle parole dure e forse anche noi abbiamo qualcuno di questi morti sulla coscienza... è vero che non ci si deve preoccupare di riformare ipocritamente solo il linguaggio, senza cominciare dal cuore che ne è la sorgente, ma è vero anche che l’una cosa aiuta l'altra. Per questo san Paolo dà ai cristiani questa regola aurea per le parole:
Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4, 29).
Queste parole, da sole, potrebbero costituire il programma spirituale di una Quaresima; contengono infatti una forma di digiuno quanto mai salutare: il digiuno dalle parole cattive!

Questo è il terzo falò da fare: quello di tutte le parole cattive.


Non è difficile imparare a riconoscere le parole cattive e quelle buone; basta, per così dire, seguirne, o prevederne, con la mente la traiettoria, vedere dove vanno a parare: se finiscono a nostra gloria, o a gloria di Dio e del fratello, se servono a giustificare, commiserare e far valere il mio «io», o invece quello del prossimo.
La parola cattiva all'inizio uscirà dalle labbra e bisognerà ritirarla indietro con un atto di scusa e di riparazione; poi, a poco a poco, sarà trattenuta, come si dice, sulla punta della lingua, finché comincerà a scomparire, per far posto alla parola buona. Che dono, allora, per i fratelli e che apporto alla carità fraterna!
Una parola buona che parte dal cuore, è balsamo, è sostegno per il fratello, è dono di Dio stesso, perché quando noi amiamo dal cuore, è Dio che ama in noi.
2. Guardare il fratello con occhi nuovI
L'amore è, davvero, la soluzione universale. È difficile stabilire, in ogni singolo caso, cosa è bene fare: se tacere, o parlare, se lasciar correre o correggere... Ma se in te c'è l'amore, qualsiasi cosa farai, sarà quella giusta, perché:

«l’amore non fa nessun male al prossimo» (Rm 13, 10).
In questo preciso senso, sant'Agostino diceva: ama e fa' ciò che vuoi.
«Ti viene imposto, una volta per tutte, questo breve precetto: ama e fa' ciò che vuoi. Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che tu perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene».
L'amore è l'unico debito che abbiamo con tutti:

Non abbiate nessun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole” (Rm 13, 8).


Ogni persona che si avvicina a te è un tuo creditore che si avvicina a riscuotere il debito che gli devi. Egli, forse, ti chiede cose che tu non puoi concedergli e, anzi, devi, talvolta, positivamente negargli; ma se anche lo rimandi senza esaudirlo, bada di non rimandarlo senza il suo debito che è l'amore.
Dio, in Cristo, ti ha dato un amore da condividere con i fratelli; questo amore non ti appartiene; il fratello ha diritto a reclamare la sua parte: sei debitore di un debito che non si estingue mai, perché, qualunque cosa tu faccia, non giungerai mai a eguagliare la misura d'amore che hai ricevuto da distribuire.
Questa non è una carità che alcuni devono fare e altri ricevere; non è la carità che distingue i ricchi dai poveri, i sani dai malati. Tutti possono fare questa carità, i poveri non meno dei ricchi. Essa rovescia spesso le parti stabilite dalla sorte o dall'ingiustizia umana e fa, dei poveri, i veri ricchi e í veri donatori.
Questa carità è concretissima: non si tratta, infatti, di intraprendere un'astratta lotta contro i propri pensieri, ma di cominciare a guardare con occhi nuovi persone e situazioni che sono intorno a noi. Non dobbiamo andare noi in cerca delle occasioni per realizzare questo programma: sono esse che ci cercano di continuo. Sono le persone con cui oggi stesso dobbiamo avere a che fare: basta che «decidi» di voler guardare una persona con quell'amore sincero e ti accorgi, con stupore, che è possibile tutt'un altro atteggiamento nel suoi confronti, tutti i rapporti cambiano: non c'è situazione in cui non possiamo fare qualcosa per avanzare in questo lavoro.
3. La comunità casa e scuola di comunione
Uno degli obiettivi della Comunità è quella di essere un segno nel mondo attraverso la vita fraterna e la promessa di costruzione della amore è l'impegno che ci permette di realizzare la comunità come casa e scuola di comunione:

"Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come «uno che mi appartiene», per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un «dono per me», oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper «fare spazio» al fratello, portando «i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita" (Novo Millennio Ineunte, n. 43)
Concludiamo, facendo nostra la preghiera che la liturgia della Chiesa eleva a Dio nella Messa «per chiedere la virtù della carità»:
«Infiamma, o Padre, i nostri cuori, con lo Spirito del tuo amore, perché pensiamo e operiamo secondo la tua volontà e ti amiamo nel fratelli con sincerità di cuore. Per Cristo nostro Signore».
elenco: pompei


Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale