La società borghese



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La società borghese
Le rivoluzioni del '48-49 si erano concluse con un totale fallimento. Nessuno degli esperimenti democratici aveva retto all'urto dell'ondata restauratrice. Al clima di generale conservatorismo e alla sostanziale staticità delle strutture politiche, faceva però riscontro un processo di profondo mutamento della società: un processo che aveva per principali protagonisti i ceti borghesi, ma che coinvolgeva anche, sia pure più lentamente, le classi proletarie. Nel ventennio successivo al 1848, la borghesia europea conobbe una stagione di crescita e di affermazione. Nonostante fosse ancora condizionata dalla persistenza delle vecchie gerarchie sociali e fosse pesantemente sacrificata nella distribuzione del potere (in quasi tutti i paesi europei gli incarichi di governo erano occupati da membri dell'aristocrazia) la borghesia riuscì in questo periodo a presentarsi come portatrice e depositaria degli elementi di novità e trasformazione (lo sviluppo economico, il progresso scientifico), a imporre un po' dappertutto la sua influenza e le sue idee-guida: il merito individuale, la libera iniziativa, la concorrenza, l'innovazione tecnica.

Chi erano, quanti erano, come vivevano e come pensavano i protagonisti di questa fase della storia europea che non a torto è stata definita come «età della borghesia»? Allora come oggi il termine «borghesia» serviva a definire una gamma molto ampia di figure e posizioni sociali. Si andava dagli artigiani e dai contadini-piccoli proprietari, la cui condizione, ai livelli inferiori, tendeva a confondersi con quella delle classi proletarie, ai grandi magnati dell'industria e della finanza, che aspiravano ad assumere i comportamenti esteriori tipici dell'aristocrazia e, dove ciò fosse possibile, a mescolarsi con essa. Fra questi due estremi si collocavano i gruppi e le categorie sociali che più propriamente si possono definire borghesi. Innanzitutto i ceti «emergenti», la cui fortuna era legata allo sviluppo dell'industria e dei mezzi di trasporto: imprenditori e dirigenti d'azienda, banchieri e grossi commercianti. Accanto a loro, la borghesia più tradizionale: quella che traeva i suoi proventi dalla terra, quella che esercitava le professioni (avvocati, medici, ingegneri) e quella che occupava i gradi medio-alti della burocrazia statale. Un gradino più in basso si situavano impiegati e insegnanti, piccoli commercianti e piccoli professionisti: insomma quell'area dai confini non ben definibili che già allora veniva indicata come ceto medio o piccola borghesia .

Nonostante la varietà delle sue componenti, la borghesia europea riusciva a esprimere una propria cultura e un proprio stile di vita, i cui tratti essenziali si possono ricondurre a un modello unitario. Uno stile di vita borghese è innanzitutto ravvisabile nelle manifestazioni esteriori. Ad esempio, nell'abbigliamento, cui uomini e donne delle classi superiori dedicavano allora molta cura e che rappresentava, assai più di quanto accade oggi, il principale segno distintivo di una condizione sociale. Uguali cure erano destinate all'arredamento. Le abitazioni borghesi non avevano certo lo sfarzo e lo spreco di spazio delle dimore aristocratiche. Requisiti tipici della casa borghese erano piuttosto la solidità e la funzionalità. All'interno, però, l'abbondanza degli addobbi, dei quadri e dei soprammobili, l'attenzione al particolare e il gusto dell'ornato rivelavano l'esigenza di tradurre il successo e la ricchezza in simboli visibili e tangibili

Nonostante questa esigenza, i valori fondamentali dell'etica borghese restavano quelli tradizionali. L'austerità, la moderazione, la propensione al risparmio, la capacità di reprimere gli istinti erano le virtù capitali per il borghese-tipo, quelle che gli permettevano di legittimare moralmente la propria posizione nella società. Questa componente moralistica e puritana si rifletteva in particolare nella struttura della famiglia: una struttura patriarcale non diversa nella sostanza da quella delle società preindustriali, basata quindi sull'autorità del capofamiglia e sulla subordinazione della donna. Non tutti i borghesi praticavano scrupolosamente le virtù borghesi: le cronache della borghesia ottocentesca pullulano di speculatori disonesti e di avventurieri senza scrupoli. Ma l'idea secondo cui solo certe doti morali potevano garantire il mantenimento o il miglioramento delle posizioni acquisite era largamente accettata. Ne discendeva, come logica conseguenza, il luogo comune secondo cui chi occupava i gradini inferiori della scala sociale era colui che di quelle doti era sprovvisto. In altre parole, la povertà era un peccato o quanto meno il frutto di colpe ataviche. I poveri rimanevano poveri perché non conoscevano l'arte del risparmio e non erano in grado di dominare i bassi istinti. Così veniva spiegata, fra l'altro, la diffusione tra le classi subalterne della delinquenza, dell'alcolismo, della prostituzione. Al contrario, si pensava che chiunque possedesse accortezza, moderazione e capacità di sacrificio potesse raggiungere i traguardi più ambiziosi, in termini di ricchezza e di rispettabilità.

Fermamente convinto della validità dei suoi principi e fiducioso nelle proprie capacità, il borghese europeo della seconda metà dell'800 era altresì animato da una robusta fede nel progresso generale dell'umanità. Questo diffuso ottimismo poggiava soprattutto su due pilastri: lo sviluppo economico e le conquiste della scienza.

Nel linguaggio comune, «progresso» è sinonimo di «avanzamento» o di «sviluppo». In termini storico-filosofici, credere nel progresso significa pensare che il corso della storia sia necessariamente orientato verso un graduale miglioramento della condizione umana, verso un aumento della felicità - o del benessere materiale, o della ricchezza spirituale - dei singoli e della collettività.


Negli anni 1850-70, la chimica, la fisica, la biologia e tutte le scienze della natura non solo conobbero importanti progressi teorici, ma tornarono a occupare, come nell'età dell'Illuminismo, una posizione di preminenza nell'ambito della cultura europea. Sui progressi della scienza si fondò essenzialmente quella nuova corrente intellettuale, il positivismo, che cominciò ad affermarsi verso la metà del secolo e venne poi allargando la sua influenza fino a improntare di sé una lunga stagione della cultura occidentale, a diventare una sorta di mentalità diffusa, un metodo generale di ricerca e di interpretazione della realtà. Il positivismo fu prima di tutto un indirizzo filosofico che considerava la conoscenza scientifica - quella basata su dati reali, positivi - come la sola valida e applicava i metodi delle scienze naturali allo studio di tutti i campi dell'attività umana, dall'arte all'economia, dalla psicologia alla politica.

Da: IL MONDO CONTEMPORANEO / GIARDINA-SABBADUCCI-VIDOTTO, LATERZA





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