La società industriale



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La civiltà industriale

1. Una rivoluzione economica e sociale.

L’insieme dei mutamenti socio-economici avvenuti in Inghilterra nell’arco di tempo compreso tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800, viene definita “Rivoluzione Industriale”. Il termine rivoluzione denota il totale cambiamento apportato nella società da questo fenomeno.


Definizione: Per rivoluzione industriale gli storici intendono un processo di evoluzione economica che, da un organismo “agricolo-artigianale-commerciale”, porta ad un sistema “industriale” moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di “macchine” azionate da energia meccanica grazie all’utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili quali il carbone).

I tre fattori che la caratterizzarono possono esser riassunti in:



1) Sostituzione delle abilità manuali umane con le macchine.

2) Sostituzione della forza lavoro umana e animale con fonti inanimate di energia.

3) La necessità e l’uso di ingenti quantità di materie prime.
La Rivoluzione industriale è considerata da molti storici come l’ultimo di una serie di cambiamenti che hanno trasformato l’Europa nel corso dell’età moderna, da terra sottosviluppata e poco popolata, qual’era all’inizio del Medioevo, nella zona più ricca, sviluppata e politicamente più potente del mondo, nel corso del 1700 fino agli inizi del 1900.

Il fenomeno, che investe i settori della produzione economica, è diretta conseguenza dell’aumento di conoscenze sul mondo naturale, e sulle sue caratteristiche, derivante dalla Rivoluzione scientifica. Fu, infatti, il nuovo Metodo scientifico inaugurato da Galileo a portare ad un aumento esponenziale delle conoscenze che si avevano sulla natura ed in particolar modo sulla materia e le sue proprietà. Senza questo approccio la rivoluzione industriale non avrebbe potuto aver luogo. Condizioni particolarmente favorevoli nell’Inghilterra della metà del ‘700 consentirono, poi, a tali conoscenze scientifiche di tramutarsi in conoscenze tecniche e tecnologiche, finché esse cominciarono ad essere applicate nelle prime fabbriche tessili e nell’industria siderurgica, per una produzione di ferro ed acciaio che non ebbe paragoni nella precedente storia dell’umanità. Dal punto di vista tecnologico la Rivoluzione industriale si caratterizza in primo luogo per l’introduzione della macchina a vapore. Il 1700 è conosciuto anche come il secolo degli “automati”, i meravigliosi apparecchi mossi dall’energia meccanica automatica del vapore, prodotto dalla combustione dei minerali fossili. Nella storia dell’umanità il maggior vincolo alla crescita della produzione di beni indispensabili alla sussistenza è, infatti, quello energetico. Per molti secoli l’uomo è stato legato ai limiti dell’attività manuale disponendo solamente dell’energia offerta dal lavoro di uomini e animali, la qual cosa ha limitato fortemente la produzione e la produttività.1 La progressiva introduzione, a partire dal Medioevo, del mulino ad acqua e del mulino a vento rappresenta la prima innovazione di rilievo.



Gli elementi da ricordare riguardo alla rivoluzione industriale sono innanzitutto:


  • Quando: L’arco temporale, di quella che gli storici sono soliti definire anche la prima rivoluzione industriale, è compreso tra il 1760 ed il 1870.

  • Cosa: Il fenomeno riguarda la trasformazione di tre settori economici (il settore tessile, quello metallurgico e quello estrattivo), grazie all’introduzione del telaio meccanico e della macchina a vapore (un’apparecchiatura atta a produrre energia meccanica utilizzando, in vari modi, vapore d’acqua, in genere prodotto con il carbone o con la legna).

  • Dove: L’abbondante energia offerta dalla macchina a vapore viene applicata alle lavorazioni tessili a partire dall’Inghilterra.

  • Come: Il progressivo aumento della domanda, grazie all’incremento demografico che l’Inghilterra conobbe nel corso del XVIII secolo e al miglioramento della rete distributiva (strade, canali resi navigabili), rese evidenti le lacune della tradizionale produzione manifatturiera a domicilio, con la quale il grado di controllo della forza lavoro era basso, la qualità desiderata difficilmente ottenibile e i costi di trasporto molto alti. Questa crisi aprì nuovi scenari ad alcuni imprenditori che affrontarono i rischi d’investimento legati all’acquisto o all’affitto dei nuovi macchinari e di appositi luoghi produttivi destinati ad ospitarli insieme ai lavoratori, le fabbriche. L’introduzione delle macchine, la divisione del lavoro e lo spostamento delle lavorazioni all’interno di capannoni appositamente costruiti, rese possibile una più efficiente organizzazione della produzione. Anche le estrazioni minerarie e i trasporti furono rivoluzionati dall’introduzione delle macchine a vapore. Le attività minerarie furono le prime a beneficiare della forza della macchina a vapore sia nella fase di estrazione dell’acqua dalle miniere, permettendo di scavare a maggiore profondità, sia nel trasporto del minerale estratto. L’invenzione dei vagoni su rotaia si deve proprio alla necessità di portar fuori dai tunnel il minerale ed in seguito a portarlo a destinazione. Soltanto in un secondo tempo il trasporto su rotaia si convertirà nel trasporto di passeggeri con l’introduzione della Locomotiva.

  • Chi: Gli attori della produzione. I lavoratori che si spostavano dalla campagna per trasferirsi in città, dove sorgevano le fabbriche, formarono quella che in seguito sarà definita la classe operaia salariata che gli economisti futuri contrapporranno all’imprenditore, il proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, il quale tenderà ad incrementare il profitto della propria attività.

  • Perché: come mai proprio l’Inghilterra? L’Inghilterra era l’unico paese in cui tale rivoluzione industriale potesse svolgersi. Le condizioni che resero possibile il fenomeno proprio in quel luogo d’Europa furono molte. Vediamo quali:


1) Andiamo indietro nel tempo, al periodo del governo di Elisabetta I. Questa sovrana aveva trasformato un paese povero nel padrone assoluto dei mari e con questo aveva fornito all’Inghilterra la flotta più potente del mondo, quindi i capitali necessari perché la rivoluzione industriale potesse decollare proprio da lì.

2) La rivoluzione agricola, sviluppatasi nel corso del Settecento, fu l’altra grande pre-condizione favorevole. Con sistemi di avanguardia, come la rotazione triennale programmata delle colture, in Inghilterra si agevolò lo sviluppo demografico. Inoltre, attraverso le trasformazioni dell’agricoltura, di cui fu protagonista, l’Inghilterra aveva un surplus di risorse che resero disponibili grandi quantità di capitali da investire. La crescita demografica, conseguente al miglioramento dell’agricoltura, inoltre liberò progressivamente forza lavoro dalla terra, garantendo all’industria nascente mano d’opera a basso costo. Il fenomeno delle enclosures (per cui molta terra demaniale da sempre lasciata al libero pascolo venne privatizzata e recintata) privò i contadini più poveri del libero diritto di pastorizia e alla raccolta e li spinse a trovare nuovo impiego nelle fabbriche che stavano nascendo nelle città, per i compensi decisi dall’imprenditore.

2) La posizione geografica. L’Inghilterra si trova in una posizione geografica favorevole ai commerci nell’Oceano Atlantico, mentre la sua insularità le consente una facile difesa dei propri confini, evitandole le periodiche devastazioni che, al contrario, dovette subire il resto dell’Europa per le svariate guerre sette-ottocentesche. Alla crescita demografica dunque (che garantiva la domanda interna), si affiancò la tradizione del commercio sui mercati internazionali (che favoriva la domanda estera), cui l’Inghilterra era dedita dai tempi di Elisabetta e che aveva arricchito l’isola di un’alta disponibilità di capitali di investimento e la possibilità inoltre di rifornirsi di materie prime come il cotone greggio.

3) Le risorse naturali. L’Inghilterra, inoltre, era ricca di risorse naturali come carbone e ferro. La disponibilità ingente di manodopera a basso costo, unita alla grande disponibilità di materia prima per alimentare le macchine a vapore, contribuì in maniera fondamentale al decollo industriale del paese.

4) La crisi dell’industria a domicilio. Come abbiamo accennato, l’Inghilterra, in seguito alla crescita della domanda, conobbe lo sgretolamento dell’economia familiare. Questo spinse molti imprenditori “spigliati” a prendere decisioni drastiche e a tagliare i ponti con l’industria a domicilio ed a investire in macchinari e capannoni industriali che concentravano lavoratori e macchine in uno stesso luogo.

5) La specificità della situazione politico-culturale inglese. Un sistema costituzionale garante delle libertà individuali, una classe dirigente (nobili e borghesi) orientata al profitto ed all’imprenditoria, la precoce scomparsa dell’istituzione vetero-feudale, costituiscono fattori che segnarono la differenza tra l’Inghilterra ed il resto d’Europa.

6) Le innovazioni tecnologiche. Il fattore che più da vicino interessa l’instaurarsi del sistema produttivo industriale, è l’interazione tra i tre settori fondamentali dell’economia industriale inglese (tessile, metallurgico ed estrattivo). Vediamo.

2. Nuove tecnologie e sistemi produttivi

Nei tre settori della trasformazione produttiva si sviluppò un fenomeno a “botta e risposta” in cui la soluzione di un problema tecnologico crea squilibrio in un’altra fase della attività produttiva e stimola nuove soluzioni.



  • Nel settore tessile la rivoluzione riguardò innanzi tutto il cambio della materia prima. Prima dell’avvento della rivoluzione industriale, l’industria più importante era quella della Lana, dato che l’Inghilterra disponeva di ampie zone dove far pascolare le pecore. La sua lavorazione era però lenta e molto cara. Il cotone, si rivelò più adatto a rispondere al bisogno primario di vestirsi a costi inferiori godendo quindi di un bacino di consumatori molto più vasto, inoltre, essendo più resistente, si prestava meglio alla meccanizzazione della filatura. Questa si rese necessaria, quando, alle operazioni di tessitura, venne applicata la spoletta meccanica o “navetta volante”, inventata da John Kay nel 1733, che permetteva di quadruplicare la produzione di tessuto in cotone. Il fatto mise in luce la lentezza del processo della precedente filatura manuale, sollecitando la necessità di innovazioni tecnologiche anche in questa fase produttiva. Con l’introduzione dei nuovi ed efficienti filatoi meccanici si ebbe un sensibile aumento della produzione e di abbattimento dei costi; questo a sua volta stimolò e provocò l’introduzione, negli anni trenta dell’800, del telaio meccanico, inventato per fronteggiare le conseguenti esigenze di tessitura. La qual cosa portò ad un abbassamento dei prezzi finali ed un conseguente aumento della domanda interna ed estera con un ovvio sviluppo delle esportazioni.

  • Nel settore siderurgico, l’Inghilterra, pur essendo ricca di ferro, importava ancora alla metà del settecento la ghisa* (detta ferraccio) dalla Svezia fondendola a prezzi alti e con altissimo consumo di carbone di legna, ottenendo un prodotto di scarsa qualità. Nel 1709 l’utilizzo del Carbon Coke (uno speciale fossile sottoposto a cottura) in speciali altiforni permise di raddoppiare nel 1784 la produzione di prodotti ferrosi di qualità.

* La produzione della ghisa avviene generalmente per riduzione degli ossidi di ferro mediante combustione di carbone a contatto degli stessi, in apparecchiature chiamate altiforni. Il minerale viene disposto a strati, alternati con carbone a basso tenore di zolfo (solitamente coke); il ferro contenuto nel minerale, quando raggiunge lo stato fuso, cola verso il basso raccogliendosi in appositi contenitori.

  • La strozzatura si presentò a livello del processo di estrazione, quando, per soddisfare la crescente domanda di carbon fossile (di cui l’Inghilterra era ricca) si dovette aumentare la profondità dei pozzi. Più profondo era il pozzo, però, più era pieno d’acqua, il che impediva di proseguire se non a prezzo di toglierla secchio a secchio, con un sistema di carrucole oppure grazie all’impiego di ragazzi, in grado di infilarsi negli stretti pozzi. Alla rivoluzione industriale mancava qualcosa. La forza di 500 cavalli era sufficiente appena per issare un secchio in una miniera del Warwickshire.

Finalmente, nel 1775 James Watt brevettò una macchina a vapore in grado di pompare fuori l’acqua dai pozzi. Questa fu la l’invenzione fondamentale della cosiddetta prima rivoluzione industriale. Essa fornì all’industria intera una forza motrice potente, costante e flessibile tale da conferire, una volta perfezionata, enorme impulso all’intero processo di meccanizzazione.

La più importante applicazione della macchina a vapore fu senza dubbio la ferrovia, da quando il minatore Gorge Stephenson costruì la prima locomotiva applicando una macchina a vapore su un carrello da miniera. La macchina a vapore ha messo le ruote!!! La ferrovia fu un bene complesso, fu un mezzo per abbattere i costi di trasporto ed al contempo un nuovo settore trainante dell’economia, in quanto la sua complessità richiedeva l’attivazione di molti altri settori produttivi per sostenerne lo sviluppo.
Le fasi della rivoluzione.

Fase 1. 1760-1790. Meccanizzazione della filatura. Introduzione di nuovi metodi in siderurgia.

Fase 2. 1790-1830. Introduzione della tessitura meccanica e della macchina a vapore.

Fase 3. 1830-1850. Dominio della ferrovia.


3. Le Conseguenze.

Inevitabile fu il mutamento socio culturale introdotto da tale fenomeno produttivo.La rivoluzione industriale , infatti, produsse effetti non solo in campo economico e tecnologico ma anche sociale, in quanto l’aumentata produttività si tramutava in un aumento dei consumi e della quota del reddito, influenzando i rapporti fra classi sociali, la cultura, la politica, e le condizioni generali di vita, con effetti espansivi sul livello demografico. L’innalzamento delle rese agricole, grazie alle tecnologie impiegate, che consentirono un notevole incremento nella disponibilità delle risorse, i progressi nel campo igienico e sanitario, che abbatterono i tassi di mortalità e innalzarono l’età media della popolazione, la riduzione delle ricorrenti calamità, che da secoli colpivano le aree più popolate, come peste, colera, carestie di varia natura, sono tutti fattori che, congiuntamente, condussero nel giro di alcuni decenni ad un incremento della popolazione. Il generale stravolgimento delle strutture sociali dovuto all’inesorabile processo di industrializzazione comportò una radicale trasformazione delle abitudini di vita e anche dell’aspetto delle città.

Fu infatti prevalentemente nei centri urbani, specie se industriali, che si avvertirono maggiormente i mutamenti sociali, con la repentina crescita di grandi sobborghi a ridosso delle città, nei quali si ammassava il sottoproletariato che dalle campagne cercava lavoro nelle fabbriche cittadine. Si trattava per lo più di quartieri malsani e malfamati, in cui le condizioni di vita per decenni rimasero spesso al limite della vivibilità.

Una simile situazione, sia pure con diverse varianti e aspetti peculiari a seconda dell’epoca e dei paesi industriali, si è protratta fino a tempi più recenti, e ha dato spunto per una vasta letteratura, politica, sociologica, ma anche narrativa. Come non ricordare le brumose atmosfere che l’inglese

Charles Dickens ci regala nei suoi romanzi più celebri, come David Copperfield , Nicholas Nickleby o Oliver Twist, in cui si muove una umanità disperata e abbrutita dagli spietati meccanismi produttivi imposti dalla rivoluzione industriale. Nel suo cupo romanzo Hard Time, del 1854, la immaginaria città di Coketown, “piena di alte ciminiere e macchinari” è una potente metafora della società industriale di epoca vittoriana. Impressionanti le miserevoli condizioni delle classi più umili nella Parigi dell’epoca di Emile Zola, che nel suo romanzo Germinal descrive la dura vita dei minatori della prima rivoluzione industriale. Ed è fuor di dubbio che siano state le condizioni umane e sociali delle masse operaie londinesi ad aver stimolato le riflessioni di John Ruskin che, anticipate in alcune (troppo trascurate) pagine di Adam Smith ritornano in molta della grande letteratura del primo socialismo, soprattutto nelle celebri indagini filosofiche di Karl Marx e Friedrich Engels che tanta importanza avranno nel panorama politico mondiale del ‘900.

Nonostante gli effetti negativi sul proletariato urbano, dovuti alle iniziali condizioni di sfruttamento economico e di urbanizzazione incontrollata, la rivoluzione industriale a lungo andare ha comunque senza dubbio contribuito ad elevare le condizioni di benessere di una sempre più vasta percentuale della popolazione, conducendo già dalla fine del XIX secolo ad un generale miglioramento delle condizioni sanitarie (non è casuale che dalla rivoluzione industriale in poi l’Europa non abbia più conosciuto l'incubo della peste e delle carestie di tipo agricolo), un sensibile prolungamento della vita media degli individui, un estendersi della alfabetizzazione, la disponibilità per un maggior numero di persone di beni e servizi che in altre epoche erano totalmente preclusi alle classi più povere.

L’avvento, concentrato in pochi decenni, di grandi scoperte in campo scientifico e medico, e di invenzioni come la ferrovia, l’illuminazione a gas, e in seguito, nella seconda fase della rivoluzione, l’energia elettrica, il telegrafo, la dinamite, il telefono e l’automobile, ha rapidamente trasformato la vita della popolazione e coinvolto l’intero quadro sociale dei paesi industrializzati, modificando alla radice secolari abitudini di vita e contribuendo ad un rapidissimo cambio di mentalità e di aspettative degli individui.

Anche i rapporti di classe furono profondamente modificati: l’aristocrazia, il cui potere era stato messo inesorabilmente messo in crisi dalla Rivoluzione francese, perse definitivamente, con la Rivoluzione industriale, il suo primato, a favore della borghesia produttiva. In parallelo, come già detto si formò per la prima volta una vasta classe, che sarà definita da Karl Marx “proletariato” che solo a distanza di decenni, lentamente e faticosamente, riuscirà a conquistare un suo peso sociale e politico nella vita dei paesi industrializzati.

Da parte di alcune classi di lavoratori le innovazioni vennero viste come un concorrente alle loro specializzazioni, al quale si opposero con la violenza. Del 1811 è la nascita del luddismo che si proponeva di distruggere le macchine.2
4. La rivoluzione industriale migra in Europa.
La fine del blocco continentale voluto da Napoleone rese l’Inghilterra concorrenziale in Europa. Le industrie inglesi, più produttive di quelle europee, erano in grado di esportare merci d’alta qualità a basso costo. L’industrializzazione inglese funse così da sfida per le altre potenze europee, delle quali stimolò il rinnovamento tecnologico, inducendo i governi a politiche che favorirono lo sviluppo industriale.


  1. Emulare l’Inghilterra divenne un imperativo politico prima ancora che economico.

  2. Inoltre la tecnologia inglese migrò letteralmente sul continente, con i suoi tecnici che venivano assunti da imprenditori locali per installare filatoi meccanici, macchine a vapore o forni per la preparazione della ghisa.

Il processo di industrializzazione in Europa fu lento, molto più che in Inghilterra, e non privo di contrasti.

Forme di produzione tipiche della fase proto-industriale, come la manifattura a domicilio, sopravvissero a lungo in molte regioni d’Europa e convissero con i primi tentativi di meccanizzazione.



L’industrializzazione europea non avvenne ovunque con i medesimi tempi e i medesimi modi. I paesi più prossimi all’Inghilterra, maggiormente ricchi di bacini carboniferi e di vie di comunicazione e di forte vocazione produttiva e manifatturiera furono i primi, il Belgio e la Francia, (tra il 1830 e il 1860), seguiti da Germania (1870) e Russia (fine secolo XIX). L’Italia poté parlare di industrializzazione soltanto agli inizi del secolo XX. L’industrializzazione nei diversi paesi quanto più fu tardiva, tanto più si allontanò dal modello inglese. Il Belgio ad esempio che per mentalità imprenditoriale, tradizione manifatturiera (siderurgica e tessile) e per risorse naturali (ferro e carbone) somigliava di più all’Inghilterra fu il primo paese ad industrializzarsi. Quella ottocentesca fu Età del ferro e del carbone, fu ma anche Età della ferrovia.

  1. La ferrovia costituì un modello di crescita auto-propulsiva, in quanto la “macchina di ferro” diede impulso alla domanda di energia (carbone e vapore), di carrozzerie per le locomotive (il ferro) quindi diede impulso alle industrie siderurgiche. Al contempo velocizzò i trasporti delle merci, abbattendo i costi, il che fu da stimolo, a sua volta, alla costruzione di altre ferrovie e così via.

  2. Mobilitò gli investimenti di capitali e stimolò lo sviluppo del sistema bancario.

  3. Questo nuovo sistema di trasporto determinò un ampliamento ed una progressiva unificazione dei mercati, mettendo i produttori in condizione di soddisfare aree sempre più vaste, stimolando così altra domanda e dunque della produzione.

  4. Provocò un’accelerazione del processo complessivo di modernizzazione tecnologica, favorendo la crisi della manifattura tradizionale, che al riparo della concorrenza erano potute sopravvivere sino a quel momento.

Resta da ricordare che, se in Inghilterra l’imporsi del trasporto ferroviario si affiancò ad un processo di modernizzazione già in atto, in molte regioni d’Europa la ferrovia fu parte integrante del decollo industriale e la sua costruzione richiese che lo stato garantisse e sostenesse l’iniziativa privata, come in Germania (dove la ferrovia fu forza propulsiva del decollo poderoso dell’industria pesante) o venne addirittura prima del processo di modernizzazione, comportando alcuni iniziali disagi come in Russia (dove la sua imposizione comportò massicci interventi di capitale straniero, gravando lo stato di enormi interessi e non stimolò l’industria siderurgica, essendo ferro, binari e locomotive esclusivamente importati, ma anzi impoverì le arretrate manifatture locali, incapaci di fronteggiare l’afflusso di merci a basso costo). In ogni caso, l’Europa compì il suo “balzo in avanti” tra il 1850 e il 1870.

A) Le tecnologie importate dall’Inghilterra e B) lo sviluppo della ferrovia furono i maggiori responsabili di tale cambiamento, ma non dobbiamo dimenticare C) le trasformazioni del sistema finanziario e D) le politiche commerciali liberiste.



  1. Alla banca di credito di vecchio stampo, una banca che forniva prestiti a breve e medio termine ai risparmiatori (per un negozio, un pollaio, una casa) si sostituì o si affiancò la banca di investimento per azioni, una società che raccoglieva i capitali dai risparmiatori e li utilizzava per grossi investimenti industriali.

  2. L’elemento di maggior rilievo fu l’adozione da parte dei governi europei di politiche liberoscambiste, con l’abbandono delle tendenze protezionistiche dominanti sino alla metà dell’800.

Il contrasto tra liberismo e protezionismo risale già al ‘700.

I “fisiocratici francesi ed i “liberisti inglesi, facenti questi ultimi capo ad Adam Smith (1723-1790), sostenevano, gli uni, il libero commercio dei prodotti della natura (il grano), gli altri, la libera concorrenza e la libera circolazione delle merci, di tutte le merci, prodotte dal lavoro umano, senza alcun vincolo da parte dello stato. I Liberisti pensavano, come i Fisiocratici, che soltanto la libera concorrenza entro uno stato e fra stati consentissero il massimo sviluppo dell’economia, fungendo da stimolo per gli imprenditori a migliorare la produzione per guadagnare fette di mercato sempre più ampie e che la ricchezza si formasse nella fase della produzione e non in quella di scambio delle merci. In Inghilterra, questa posizione si scontrò con quella dei protezionisti che difendevano la “legge sul grano”, con la quale che intendevano “proteggere”, appunto, l’economia agricola nazionale imponendo un forte dazio sui prodotti d’importazione, specie dalla Russia, molto meno cari. Lo scontro era, di fatto, tra i grandi proprietari terrieri e gli imprenditori industriali. La battaglia fu vinta dai liberisti che ottennero nel 1846 l’abolizione dei dazi sul grano e di molte altre merci. Tra il 1860 e il 1870, furono firmati anche in Europa continentale, di tendenza inizialmente protezionista, una serie di trattati commerciali che riducevano fortemente i dazi su molte merci. L’epoca liberista durò poco più di dieci anni, ma con essa era nato il mercato mondiale delle merci. (da fare: Lettura pag. 219: perché bisogna abolire i dazi sul grano e confrontare con la posizione di Ricardo: pag. 271).






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