La società nella quale viviamo è investita da rapidi e profondi cambiamenti determinati dalla mondializzazione dell’economia e da una sempre più rapida evoluzione della tecnologia e dell’informatizzazione


La finalità della scuola dell’infanzia



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3. La finalità della scuola dell’infanzia
La scuola dell'infanzia,365 liberamente scelta dalle famiglie, si rivolge a tutti i bambini dai 3 ai 6 anni di età e è la risposta al loro diritto all'educazione. La scuola dell'infanzia si pone la finalità di promuovere lo sviluppo dell’identità, dell’autonomia, della competenza, della cittadinanza.

Sviluppare l’identità significa imparare a stare bene e a sentirsi sicuri nell'affrontare nuove esperienze in un ambiente sociale allargato. Vuol dire imparare a conoscersi e a sentirsi riconosciuti come persona unica e irripetibile, ma vuol dire anche sperimentare diversi ruoli e diverse forme di identità: figlio, compagno, maschio o femmina, abitante di un territorio, appartenente a una comunità. Sviluppare l'autonomia comporta l'acquisizione della capacità di interpretare e governare il proprio corpo; partecipare alle attività nei diversi contesti; avere fiducia in sé e fidarsi degli altri; realizzare le proprie attività senza scoraggiarsi; provare piacere nel fare da sé e saper chiedere aiuto; esprimere con diversi linguaggi i sentimenti e le emozioni; esplorare la realtà e la natura, gli oggetti, l’arte, il territorio e le sue tradizioni, attraverso la rielaborazione individuale e collettiva delle esperienze e attraverso attività ludiche. Con il gioco i bambini si esprimono, raccontano, interpretano e combinano in modo creativo le esperienze soggettive e sociali.

L’ambiente di apprendimento è organizzato dagli insegnanti in modo che ogni bambino si senta riconosciuto, sostenuto e valorizzato. La scuola persegue una doppia linea formativa: verticale e orizzontale. La linea verticale esprime l’esigenza di impostare una formazione che possa poi continuare lungo l’intero arco della vita; quella orizzontale indica la necessità di un’attenta collaborazione fra la scuola e gli attori extrascolastici con funzioni a vario titolo educative: la famiglia in primo luogo.

L’obiettivo è quello di valorizzare l’unicità e la singolarità dell’identità culturale di ogni studente. La presenza di bambini e adolescenti con radici culturali diverse è un fenomeno ormai strutturale e non può più essere considerato episodico: deve trasformarsi in un’opportunità per tutti. Non basta riconoscere e conservare le diversità preesistenti, nella loro pura e semplice autonomia. Bisogna, invece, sostenere attivamente la loro interazione e la loro integrazione attraverso la conoscenza della nostra e delle altre culture, in un confronto che non eluda questioni quali le convinzioni religiose, i ruoli familiari, le differenze di genere. La promozione e lo sviluppo di ogni persona stimola in maniera vicendevole la promozione e lo sviluppo delle altre persone: ognuno impara meglio nella relazione con gli altri. Non basta convivere nella società, ma questa stessa società bisogna crearla continuamente insieme.


4. Gli alunni stranieri nella scuola dell’infanzia: Italia, Sicilia e Palermo
Sono 629.360 i bambini stranieri nelle nostre scuole; il dato è presente nell'ultima rilevazione condotta dal M.I.U.R. che evidenzia anche la significativa presenza tra di loro di quasi 200mila ragazzi nati in Italia, le cosiddette “seconde generazioni”, che rappresentano più di un terzo della popolazione scolastica straniera. Le seconde generazioni a scuola sono ancora molto giovani, oltre il 78% degli alunni stranieri nelle scuole dell’infanzia è nato il Italia.

Le scuole dell'infanzia, insieme alla primaria, sono quelle a raccogliere la maggioranza degli alunni. In questi due ordini di scuola si concentra, infatti, il 57,2% della popolazione straniera, contro il 50,1% della popolazione scolastica complessiva. La percentuale massima, con il 71,2% si registra nelle scuole dell’infanzia mentre nella scuola secondaria di II grado, con il 6,8%, il valore minimo. La presenza di bambini stranieri nella scuola dell’infanzia, non rilevati per età, è di 125.092,366 di cui il 91.647367 di alunni stranieri con cittadinanza non italiana è nato in Italia. I bambini presenti per ciascuna scuola dell’infanzia con un numero “maggiore di 0 fino a 10 compreso” sono 9.148.368

Al contrario, il numero di allievi stranieri di recentissima immigrazione, poiché entrati nel sistema scolastico italiano nell'ultimo anno scolastico è di circa 46.000, il 10% del totale degli alunni stranieri del primo e secondo ciclo di istruzione. Sono questi ultimi, evidenzia il rapporto del M.I.U.R., a rappresentare l'area critica della presenza straniera nella scuola, una presenza che reclama una priorità di misure di accompagnamento per una integrazione rapida ed efficace.

La stabilità familiare e lavorativa, evidenzia ancora il rapporto, che ha determinato una accentuata presenza di stranieri nelle aree settentrionali e in alcune zone dell’Italia centrale, in particolare del cosiddetto Nord-Est a detenere il “primato” della presenza di cittadini non italiani tra i banchi di scuola, cosi come sono le strutture statali ad ospitarne il maggior numero. Si trova tale riscontro anche nelle “nascite italiane”, che raggiungono i valori più elevati in Lombardia369 (40,6%), Marche (37,5%), Veneto (37,1%) ed Emilia Romagna (37%). Molise, Basilicata e Calabria presentano, invece, i valori meno elevati: rispettivamente 13,3%, 15,2% e 16,8%. In assoluto, i valori massimi appartengono alle scuole dell'infanzia delle Marche e dell'Umbria con il 78,1%.370 Se le seconde generazioni rappresentano la stragrande maggioranza degli alunni non italiani non mancano i nuovi ingressi. Nell’anno scolastico 2007/2008, sono stati circa 46mila, pari al 10% delle presenze straniere del primo e del secondo ciclo di istruzione, ad aver frequentato per la prima volta la scuola italiana.

Contrariamente al quadro generale il fenomeno riguarda maggiormente le regioni meridionali e insulari. Ciò probabilmente indica sia che queste aree sono la prima meta in cui si insediano i nuclei familiari di più recente immigrazione sia che presumibilmente sta cominciando una nuova fase in cui, a seguito delle variazioni nella composizione dei flussi migratori, stanno cambiando le destinazioni sul nostro territorio. I Paesi di provenienza degli alunni stranieri sono complessivamente 191.371

Sulla base dei dati forniti da questa indagine si possono fare due considerazioni. La prima considerazione è che la presenza di alunni stranieri sul nostro territorio appare disomogenea e differenziata. La concentrazione di alunni stranieri è più elevata nelle aree settentrionali del paese che non nel meridione e si delinea un modello di ‘società multiculturale’ diffuso, policentrico, variegato, nel quale i poli di attrazione non sono solo le metropoli, ma anche le piccole città e i paesi. In molte regioni d’Italia, la maggioranza degli alunni immigrati è concentrata nei piccoli centri piuttosto che nel comune capoluogo, la ‘piccola’ provincia di Mantova ne è una testimonianza.

La seconda considerazione è che, a differenza degli altri Paesi europei di più lunga tradizione multiculturale, il cambiamento in direzione multiculturale che ha riguardato la scuola italiana è stato rapidissimo. L’Italia delle autonomie regionali e delle istanze locali, che appare come il ‘Paese delle 100 città e dei 1000 campanili’. Si può osservare che nelle scuole delle province di Cuneo e di Treviso, di Macerata e di Siena si registra una percentuale più alta di alunni stranieri che non nelle scuole delle province di Venezia e Bari, di Napoli e Palermo, città cosmopolite e grandi porti del Mediterraneo.372 Nell’immaginario collettivo è forte la convinzione che gli immigrati arrivino dal mare. E in parte ciò corrisponde a verità. Gli alunni stranieri si trovano, però, in prevalenza nelle scuole di pianura o nelle parti più basse delle valli. Ciò è dovuto al fatto che il Mezzogiorno offre lavoro precario e sottopagato, mentre il Nord offre forme di occupazione regolare e continuativa. Il Sud d’Italia, dunque, è soprattutto luogo di transito e di prima accoglienza, mentre il Centro e il Nord sono luoghi di stabilizzazione. Ovviamente, dal punto di vista quantitativo, la Lombardia (9.487) e il Veneto (5.331), oltre al Lazio (6.195), grazie al determinante contributo della provincia di Roma, riportano i valori assoluti più alti.

I ragazzi stranieri sono meno bravi, soprattutto nei primi anni di scuola, rispetto ai coetanei italiani. L’incidenza dei ripetenti stranieri è, infatti, costantemente più elevata in ogni settore scolastico, ma dalla scuola primaria alla secondaria di II grado lo scarto tende a diminuire, anche se, ovviamente, i valori assoluti aumentano in modo considerevole al crescere dei livelli di scolarizzazione. Nelle primarie la percentuale è più alta rispetto che nella scuola di I e II grado. Nel complesso portano ad una incidenza di ripetenti stranieri del 4,5%, mentre quella degli italiani si assesta al 3,4%. Nell’anno scolastico 2010-2011 l’inserimento dei bambini stranieri nelle classi si è dovuto adeguare al tetto del 30% nelle classi prime di elementari, medie e superiori, secondo la nota inviata dal Ministro Gelmini che afferma:”Stabilire un tetto del 30% di alunni stranieri per classe è un modo utile per favorire l'integrazione”.373

Al sud e nelle isole, solo 21 scuole superano la soglia del 30%. La maggior parte delle scuole quindi si adegua alla soglia del 30%. Gli approfondimenti statistici del M.I.U.R. mettono in luce che molte sono state le scuole che si sono adeguate alla soglia del 30%, ma elevata è anche stata la concessione di deroghe. In Lombardia, per esempio, l’84% delle scuole ha rispettato il provvedimento, alle restanti istituzioni scolastiche sono state concesse deroghe. Non vi sono novità significative riguardo alle provenienze (tra le prime nazionalità si confermano Romania, Albania, Marocco, Cina, Ecuador), alla distribuzione degli studenti nei diversi ordini di scuola (con una maggiore concentrazione alle primarie) e alle differenze territoriali (si conferma una presenza significativa al nord e al centro).

Tuttavia, al trend generale degli ultimi anni, caratterizzato dal rallentamento nell’incremento degli alunni con cittadinanza italiana, corrisponde una progressiva trasformazione nella composizione della popolazione scolastica straniera. Infatti, da un lato, cresce significativamente la presenza dei nati in Italia da genitori stranieri (233.033 unità nel 2008/09: il 5% degli iscritti alle scuole dell’infanzia), dall’altro, si riduce il numero di alunni neo arrivati (41.421), ovvero coloro che hanno iniziato il processo di scolarizzazione nel paese d’origine e che poi hanno dovuto interrompere il loro percorso per ricongiungersi ai genitori già in precedenza emigrati in Italia. 374


4.1 La Sicilia e Palermo
Gli immigrati in Sicilia, al 31 dicembre 2007, sono circa 100.000375. La loro presenza incide del 2% sulla popolazione siciliana e del 2,7% a livello nazionale. La Sicilia ha avuto nel tempo un duplice ruolo sia una meta di transito sia un luogo di permanenza, prima solo nord-africani oggi anche europei ed asiatici. Il primo approdo sulla terra ferma è la Sicilia. Gli immigrati sono rimpatriati, chiedono asilo politico o, se riescono a sfuggire ai controlli giudiziari, raggiungono l’Italia settentrionale in cerca di un lavoro e di una sistemazione. I meno audaci - o sfortunati - si stanziano nell’isola, cercando di inserirsi nel contesto siciliano.

Gli studenti stranieri nelle classi siciliane sono in netto aumento, secondo il report della Caritas, nell'anno scolastico 2009/2010, erano 17.985376 gli alunni iscritti di cui 4.569377 iscritti alla scuola dell’infanzia, che portano al 2,1% la presenza degli stranieri sul totale della popolazione scolastica.

Palermo accoglie il maggior numero di alunni stranieri con 4.059 iscritti, di cui 1003378 iscritti alla scuola dell’infanzia (605 bambini stranieri e 398 bambini stranieri nati in italia), in rappresentanza di ben 86 nazionalità, seguita da Catania con 3.226 e Messina con 2.750. L'incidenza maggiore, invece, la fa registrare la provincia di Ragusa con il 4,8%. La nazionalità più presente è quella romena. Palermo conta circa 23.600 presenze straniere e la sua provincia è la prima per presenze straniere in Sicilia. Nel contesto palermitano sono ben rappresentate tutte le culture degli immigrati che approdano in Sicilia e le comunità con il più alto numero di presenze sono quelle della Tunisia, della Cina, del Marocco e dello Sri Lanka, dell’India, del Bangladesh, del Pakistan. Altre comunità presenti sono: cingalese, albanese, mauriziana, rumeno, polacco, eritreo, filippino, ucraino, etc. Palermo, città pluriculturale e multietnica, ha trasformato negli ultimi anni la sua fisionomia sociale, accogliendo e integrando, al suo interno, comunità multirazziali. Sul piano spaziale la città si configura come microcosmo dei processi migratori che investono l’Europa in questi anni, mutandone l’assetto sociale che ha determinato una trasformazione della fisionomia del mondo-scuola.

Il capoluogo siciliano, sia per posizione geografica sia per vocazione storica, si propone come crogiuolo di culture e si caratterizza come luogo di transito, di scontro/incontro di istanze religiose, linguistiche, etniche, storiche, politiche, e sociali assai differenziate eppure aventi una lontana storia comune. Palermo si configura come una comunità segnatamente multiculturale, che accoglie gli extracomunitari e che non presenta sintomi di intolleranza; si offre come “città-laboratorio,” prospettandosi come esempio concreto di una cultura fecondata dall’incontro e dalla convivenza con popoli diversi.379

Uno sguardo attento al trasformarsi di Palermo ci permette di cogliere la rapidità con cui sorgono negozi gestiti dagli stessi immigrati i quali vendono i loro prodotti tipici, dai mobili agli abiti, dai monili ai prodotti culinari, per non parlare del numero crescente di ristoranti che promuovono la cucina del paese d’origine nonché dell’uso ormai sempre più frequente di indicare il nome di alcune vie del centro storico in duplice o triplice lingua: italiano e arabo, oppure italiano, arabo, cinese. La città diviene sito abitativo di gruppi di emigrazione in dimensione di semiresidenza, i quali tendono a stabilizzarsi nel tessuto urbano (quasi sempre il centro storico), sicché si propone la tipicità del nucleo familiare di cultura diversa, con matrimonio omogeneo o misto, che produce una generazione di extracomunitari di seconda generazione: bambini nati a Palermo, che vivono a Palermo e che frequentano la scuola dell’infanzia palermitana.

Le scuole palermitane, come quelle di tutta Italia, hanno inevitabilmente subito delle consistenti trasformazioni nell’utenza. Gli insegnanti si sono trovati in classe non più solo bambini autoctoni, ma anche bambini provenienti da varie parti del mondo, o nati a Palermo da genitori stranieri. Bambini, quindi, portatori di una loro cultura, religione e diversità linguistica, bambini per i quali si pone il problema di conservare la propria identità e di garantire un apprendimento che sia in primis linguistico.

Per quanto il bambino conservi il proprio profilo autoctono, pur essendo inserito nella cultura dell'uomo occidentale che egli assorbe vivendo a contatto con essa, sarà proprio nel quotidiano e costante inserimento nell’universo-scuola che avrà luogo la ri-definizione del suo profilo culturale su base acculturativa. La scuola, spazio privilegiato di tale cambiamento sociale, è chiamata a ri-problematizzare se stessa, a rimettere in discussione il proprio sistema attuando trasformazioni a livello pedagogico, metodologico, didattico, organico-amministrativo, legislativo senza precedenti storici.

Sul piano dello spazio, Palermo si configura come microcosmo dei processi migratori che investono l’Europa in questi anni, mutandone l’assetto sociale che ha determinato una trasformazione della fisionomia del mondo-scuola. L’elevata presenza di bambini stranieri nella scuola dell’infanzia palermitana arricchita da bambini autoctoni e alloglotti, portatori ciascuno della propria cultura, religione e diversità linguistica pone il problema sia di conservare la loro identità sia di acquisire/apprendere la nuova lingua per comunicare, socializzare, integrarsi e per imparare le discipline dello studio. La scuola dell’infanzia di Palermo, oggi, è sempre più luogo in cui la presenza di bambini stranieri di prima e seconda generazione, italianizzati, e bambini di recente inserimento nella scuola e cultura d’appartenenza (in fase di bilinguismo precoce-consecutivo), è sempre più frequente. I docenti e operatori psico-pedagogici devono riflettere sulle condizioni specifiche che caratterizzano la situazione dei bambini immigrati rispetto ai loro coetanei autoctoni. Esiste quindi un problema di inserimento e di integrazione dei minori stranieri nelle scuole del nostro paese ed occorre quindi proporre possibili soluzioni, riflettere sulle condizioni specifiche che caratterizzano la situazione dei bambini immigrati rispetto ai loro coetanei autoctoni.


5. Italiano L2 nella scuola dell’infanzia
La situazione didattica con la quale il docente si trova a dover fare i conti, nella scuola dell’infanzia multiculturale, è complessa. Egli non ha più solo la funzione di comunicatore e/o facilitatore di conoscenze fonologiche, lessicali, grammaticali e pragmatiche connesse alla prassi di insegnamento della propria lingua, ma diviene un vero e proprio mediatore interculturale. Aspetti linguistici, cognitivi, culturali e affettivi s’intrecciano evidenziando i bisogni di apprendimento che innescano un’adeguata progettazione di risposte didattiche. L’apprendimento delle lingue e dei linguaggi non verbali si realizza con il concorso di più discipline e campi d’esperienza: lingua italiana, lingue comunitarie, musica, arte-immagine, corpo-movimento-sport. Tali discipline, avendo un ambito di apprendimento organizzato intorno a specifici temi, problemi, metodi e linguaggi propri, concorrono a definire un’area sovradisciplinare, in cui ritrovano una matrice comune antropologica nell’esigenza comunicativa dell’uomo e nell’esplicazione di esigenze uniche e peculiari del pensiero umano. Da sempre, infatti, gli individui, con i linguaggi verbali, iconici, sonori e corporei, hanno attuato la loro propensione a narrare e a descrivere spazi, personaggi, situazioni reali e virtuali, a elaborare idee e a rappresentare sentimenti comuni esprimendo la propria personalità e il mondo che li circonda. Il linguaggio del corpo collabora alla comunicazione quotidiana con la gestualità, la cinesica e la prossemica, ma anche con le diverse modalità attraverso le quali il corpo occupa lo spazio e lo gestisce. Esprimersi mediante linguaggi differenti, con la voce, il gesto, i suoni, la musica, la manipolazione e la trasformazione dei materiali più diversi, favorisce e consolida la lateralizzazione, la strutturazione dello schema corporeo sino alla costruzione di schemi mentali progressivi che producono un cambiamento nel comportamento e nelle prestazioni migliorando la propria interazione motoria, l’immagine del sé l’autostima e l’autoefficacia.

L’utilizzo di codici epressivo-motori nel curricolo della scuola primaria e nella scuola dell’infanzia in prospettiva interculturale per l’apprendimento dell’L2, si realizza mediante il contributo di diverse pratiche di pittura, di manipolazione, di costruzione plastica e meccanica, così da esplorare con tutti i sensi materiali differenti, sperimentare, confrontare, condividere, osservare, in questo modo gli allievi stranieri osservano, imitano, trasformano, interpretano, inventano, scoprono, rappresentano e raccontano integrandosi in modo naturale nella comunità accogliente. Il ricorso a strategie di educazione linguistico- motoria suggerito nella presente ricerca mira a far esperire la lingua come un “fare” prima che un “dire” sino a promuovere la coordinazione spazio-temporale, la motricità fine e grossa, la neurosensorialità uditiva per la fruizione-comprensione-decodifica dell’acquisizione/apprendimento linguistico, la neurosensorialità visiva per la codifica e produzione del messaggio scritto.

Esperire la lingua da parte dei bambini alloglotti, attraverso l’integrazione di differenti codici linguistici, favorisce lo sviluppo della competenza linguistico-comunicativa, delle strategie cognitive e della “trasferibilità dei saperi” ed offre occasioni privilegiate per apprendere sia l’uso pragmatico della L2 sia l’oggetto di più elaborate conoscenze teoriche e sperimentali delle discipline presenti nel curricolo comune dei bambini alloglotti e italofoni.

La scuola dell’infanzia la cui funzione fondamentale è lo sviluppo psico-fisico del bambino deve promuovere attraverso percorsi espressivo-comunicativi l’educazione psicomotoria.380 La Psicomotricità è il linguaggio nel senso più ampio della parola e trova espressione nella danza, nella mimica, nell’uso della gestualità, nella drammatizzazione.381

Le informazioni fondamentali su quanto ci circonda passano attraverso questo sistema e l’elaborazione del sistema simbolico e la definizione dei suoi significati poggia sul materiale offerto dall’area di coordinamenti percettivo-motori, che costituiscono l’integrazione della motricità globale con gli altri canali di rapporto con l’ambiente: tatto, vista, udito, olfatto, gusto, prossemica e cinestetica, essi sono a loro volta influenzati dalla qualità e dalla quantità del movimento. La motricità globale si può sviluppare secondo alcune variabili, quali la forza, resistenza, destrezza, abilità, in dipendenza dalle esperienze e dall’esercizio cui si sottopone l’individuo attraverso il gioco, lavoro, esercitazioni intenzionali.

Il senso di sicurezza del bambino dipende in buona parte dallo sviluppo della motricità globale, che rappresenta la funzione che favorisce l’equilibrio fisico con quanto ci circonda. Essa dà il senso della propria corporeità e dei suoi limiti. Sullo sviluppo della motricità globale crescono sensi di sicurezza e di incertezza, timore e tranquillità, coraggio e paura, forza e fragilità, intimità e estraneità, rispetto al proprio corpo, desiderio o timore di avere rapporti con le persone ed oggetti che ci circondano, controllo dello spazio-tempo, dipendenza secondo modalità prestabilite, non modificabili.

Racconti, raccontini, favole e fiabe per di più accompagnati da immagini che insegnano a conoscere il mondo che ci circonda, attraverso animali ed oggetti che si muovono e parlano come noi, personaggi fantastici che assumono vizi, virtù e difetti degli esseri umani esprimono la prima finalità educativa della scuola dell’infanzia nel senso della conoscenza, dell’immaginazione, dell’identificazione di cose, animali e persone.382 Per le peculiarità che definiscono la fiaba/favola e proponendola secondo un percorso psicomotorio la rendono simbiotica al mondo infantile poiché le parla direttamente con lo stesso linguaggio, ne interpreta sentimenti e emozioni e promuove l’attività cognitiva-psicomotoria dei bimbi, diviene momento peculiare della progettazione delle attività didattiche nella scuola dell’infanzia.

La favola diventa uno strumento educativo per un percorso interculturale dell’infanzia poiché è un genere narrativo che si ritrova nella tradizione orale di ogni popolo ed è un prodotto letterario che si tramanda di generazione in generazione adattandosi ai cambiamenti temporali e topici. Attraverso le favole si possono scoprire le differenze che connotano un gruppo, un paese, un modo di vivere e, allo stesso tempo, le favole fanno risaltare le analogie e le somiglianze tra contesti, luoghi e ambienti tra loro distanti. Il racconto e la tradizione orale racchiudono, da una parte una serie di profondi significati attraverso i quali l’uomo interpreta e spiega il mondo, le sue leggi e l’organizzazione sociale, dall’altro, le strategie educative atte ad avviare quel processo di narrazione del sé delle altrui esperienze umane che confrontandosi tra loro si alimenteranno a vicenda per trovare nuove immagini e espressione.383 Essa può essere proposta a scuola in molteplici usi pedagogico/didattici. L’insegnante dovrà proporre una pluralità di attività didattiche che tengano conto delle differenze culturali entro la sezione, favorendo esperienze d’apprendimento diversificate, dando spazio a tutte le espressioni comunicative da quelle linguistico-verbali a quelle corporeo-non-verbali.384

Proporre la fiaba/favola nell’azione teatrale, nella lezione-spettacolo, nella drammatizzazione, nel gioco del fingere, il ‘dire’ coincide necessariamente con il ‘fare’. Si promuovono le abilità motorie e spazio-temporali al fine di favorire la costruzione di schemi mentali progressivi che producono un cambiamento nel comportamento e nelle prestazioni migliorando la propria interazione motoria, l’immagine del sé, l’autostima e l’autoefficacia. Il gioco è utilizzato nel suo aspetto ‘comunicativo’, ma anche come mezzo efficace per imparare una serie di parole o formule le quali vissute e interiorizzate durante il gioco-drammatizzazione rimangono impresse; e come afferma Krashen, ossia sono rielaborate mediante quel “filtro affettivo”385che non le farà più dimenticare.

Il gioco è l’espressione più immediata del bambino, ne promuove lo sviluppo delle capacità senso-motorie, cognitive, e socio-affettive. Attraverso l’attività ludica il bambino apprende e cresce, liberandosi dalle proprie paure e dalla dipendenza da cose e persone e, dà libero sfogo alla propria creatività. Entro il contesto ludico ha modo di esplorare la realtà, di scoprire, sperimentare e progettare nuove chiavi di comprensione e soluzioni alle situazioni che gli si pongono innanzi. La favola può essere proposta come attività ludica in giochi di esercizio, simbolici, cooperativi, simulazione e giochi liberi. 386

Le strategie espressivo-corporee,387 quali la danza, la musica e il teatro-drammatizzazione promuovono lo sviluppo dei linguaggi non verbali e favoriscono l’integrazione in un clima di divertimento e gioia. La danza è condivisione del movimento corporeo; la creatività motoria è strumento per un’espressione non-vincolata del sé. La musica è, per antonomasia, linguaggio universale che sviluppa la sensibilità neurosensoriale uditiva ed amplia le capacità di ascoltare, comunicare e capire altre culture. L’uso della musica a fini glottodidattici, poi, è una via privilegiata per ampliare il lessico e procedere alla fissazione mnemonica di espressioni idiomatiche e termini nuovi agilmente associati alla linea melodica e/o ai giochi armonici. Il movimento diventa linguaggio puro nella drammatizzazione. Il dominio dei movimenti è volto a produrre un’azione comunicativa in associazione al linguaggio della parola. Questa azione coinvolge tutto il corpo: dalla mimica facciale ai movimenti più ampi, la componente emotiva svolge un ruolo importante, perché condiziona la tensione che rende possibile la comunicazione teatrale. I movimenti del corpo sono il mezzo e il modo primario per stabilire rapporti con il mondo e sono la condizione più elementare e fondamentale per una vita autonoma.388



Esiti sociologici e sociolinguistici
Le teorie sull’apprendimento linguistico della l2
Didattica della l2 in un contesto plurilingue e pluridisciplinare
Capitolo iii motricità e lingua nella scuola dell’infanzia multiculturale
Attività 1 obiettivi specifici:

: retrieve -> handle -> 10447
10447 -> Degli studi di palermo scuola di dottorato in diritto sovranazionale e diritto interno dottorato di ricerca in diritto comparato ius
10447 -> Il lavoro culturale a scuola
10447 -> In tal senso vedremo in che modo I testi di Camilleri subiscono un effetto di rifrazione
10447 -> Prefazione
10447 -> Questo lavoro nasce con l’intenzione di comprendere in che modo si costruisce IL significato all’interno di una struttura predicativa
10447 -> Il diritto della navigazione nasce nel 1942 e fu opera della commissione Scialoja (politico ed economista) che diede vita al R. D. n. 327 del 30 marzo di quell’anno
10447 -> La nullita’ delle societa’ per azioni ex art. 2332 del codice civile
10447 -> Capitolo I
10447 -> M-fil/05 L’oggettività del giudizio morale. Un’interpretazione retorica
10447 -> Alle origini delle consuetudini marittime mediterranee


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