La società nella quale viviamo è investita da rapidi e profondi cambiamenti determinati dalla mondializzazione dell’economia e da una sempre più rapida evoluzione della tecnologia e dell’informatizzazione


Plurilinguismo e identità culturale: aspetti pedagogici e linguistici



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3. Plurilinguismo e identità culturale: aspetti pedagogici e linguistici
La società nella quale viviamo è investita da rapidi e profondi cambiamenti determinati dalla globalizzazione dell’economia, dagli impulsi della nuova rivoluzione scientifica e tecnologica, dall’avvento dell’informatizzazione e dal flusso ininterrotto delle correnti di immigrazione e di emigrazione. Alle agenzie di educazione e formazione, quali la scuola e l’università, spetta il compito di formare cittadini italiani che siano nello stesso tempo cittadini dell’Europa e del mondo con il duplice obiettivo di “insegnare ad apprendere” e di “insegnare a essere”.

Ogni specifico territorio ha legami con varie aree del mondo e costituisce, su scala locale, un microcosmo di etnie che riproduce opportunità, interazioni, tensioni, pluralità culturali e modi di convivenza. Lo studente, nel suo itinerario formativo ed esistenziale, si trova ad interagire con culture diverse senza, però, possedere gli strumenti adatti per comprenderle e metterle in relazione con la propria. La scuola ha dovuto e deve rinnovare il proprio sistema formativo per inserirsi in un contesto operativo di respiro europeo, aperto alla multiculturalità, al plurilinguismo, nonché attento a tutte le forme di diversità. 57

La dimensione multiculturale non è strettamente connessa al fenomeno migratorio, come esclusiva dei ceti più poveri, ma è legata al progresso tecnologico, alle esigenze di trasferimento di competenze, al bisogno di conoscenza e di scambi culturali che caratterizzano la società avanzata. È necessario promuovere un pensiero dialogico, migrante, segnato da momenti di continuità con la propria origine e storia di vita e momenti di discontinuità, frattura, innovazione, e ri-composizione delle diversità.

La società sopra delineata è caratterizzata da fenomeni come il pluralismo e il plurilinguismo. Le donne, le etnie, le marginalità, il diffondersi delle culture “altre”, le differenze sociali/culturali e linguistiche, le differenze di genere decidono la parola, vogliono spazi, esprimono opinioni, rinnovano i linguaggi, il pensiero e le tradizioni. È necessario definire la soglia tra multiculturalismo e intercultura nell’ottica dei fenomeni sempre più crescenti di pluralismo e di plurilinguismo e in linea con le problematiche connesse all’apprendimento della nuova lingua cardine per la comunicazione e comprensione tra popoli differenti.



  • per multiculturalismo58 si intende la condizione di gruppi etnici diversi, che vivono gli uni accanto agli altri; ognuno di questi conserva la propria dimensione culturale, secondo il principio della tolleranza, pur in una pluralità di scambi e influenze nell’ottica dell’integrazione e non dell’interazione;

  • con intercultura59 ci si riferisce all’incontro-scontro-confronto tra gruppi etnici differenti, che consente di superare l’etnocentrismo a favore di un ampliamento culturale, attraverso la logica del dialogo. In questo caso la diversità diventa valore positivo che consente all’altro gruppo di maturare nuovi punti di vista in un quadro di ricostruzione globale del tessuto sociale dell’odierna “comunità”;

  • il pluralismo60 è la capacità di dialogare con la differenza nel riconoscimento della diversità attraverso l’interazione culturale. Pluralismo significa promozione di un pensiero “nomade” e “migrante”, capace di viaggiare, spostarsi, confrontarsi con punti di vista differenti dai propri, mettersi nei “panni di” ascoltando con sensibilità i bisogni e le ragioni diverse dalle proprie e capace di interagire con le identità “altre” senza rinunciare alla propria identità d’appartenenza;

  • il plurilinguismo permette di interpretare e comunicare nell’eterogeneità dei linguaggi e delle lingue che pervadono la nostra esistenza. Si può citare, in tal senso, la definizione di plurilinguismo di Tullio De Mauro: “con il plurilinguismo intendiamo la compresenza sia di linguaggi di tipo diverso (verbale-gestuale-iconico […]) cioè di diversi tipi di semiosi e di idiomi. Essi sono una condizione permanente della specie umana e quindi della società umana. Vista la centralità del linguaggio verbale nella vita di ogni individuo, attraverso la ricezione e produzione del messaggio possiamo intendere e farci capire dagli altri, possiamo ordinare e sottoporre ad analisi la nostra esperienza, possiamo intervenire e trasformare l’esperienza stessa.” 61

In questo quadro la “prospettiva interculturale” assume una rilevanza sempre maggiore, dove per interculturalità bisogna intendere sia l’incontro di un gruppo dotato di un suo codice che entra volontariamente in contatto con un altro gruppo per farsi conoscere e apprezzare chiedendo a esso di fare altrettanto, sia il rispetto reciproco per le differenze, la legittimazione dell’autonoma cultura dell’altro, il riconoscimento dell’altrui identità o alterità. Riconoscere l’altro significa immedesimarsi nelle sue condizioni, nei suoi problemi, nelle sue particolari condizioni, divenire, in qualche modo, l’altro.62

Ogni individuo vive contemporaneamente più identità culturali: quanto più tali identità sono ritenute compatibili a livello della propria cultura di riferimento, tanto meno s’innescano processi di crisi. L’identità e l’alterità sono due facce della stessa medaglia. L’identità è strettamente connessa alla nascita della vita. L’Io appare e si manifesta, dunque, primariamente a livello biologico, grazie ad un percorso che consente ad ogni individuo di riconoscersi diverso dagli individui di altre specie “l’unicità dell’Io biologico”.63 Ognuno di noi è diverso e indipendente da tutti gli altri, con una propria carta d’identità biologica, il cromosoma “sei”, che è il luogo del patrimonio genetico individuale. Ogni essere vivente è soggetto unico e singolare che costruisce la propria unicità nell’interazione con gli altri. Anche “l’Io psicologico” (come l’Io biologico) si costituisce e si struttura con la scoperta “dell’alterità”. Esso nasce con la percezione della presenza di qualcosa che c’è di fronte, con l’emergere di una “differenza”, connessa all’esperienza del riconoscimento di ciò che non si è e lo stabilizzarsi di una “relazione” relativa all’esigenza e al desiderio di rapportarsi e raccordarsi con tale alterità. L’altro ci aiuta sia a delimitare il nostro stesso essere, a definirci e a riconoscersi sia a capire la parzialità del nostro punto di vista cercando negli altri la possibilità di moltiplicare i modi di guardare e di interpretare la realtà. L’Io è sempre un evento sociale.64

L’Io non si definisce solo con l’alterità “esterna”, che gli permette di costituirsi e riconoscersi come identità propria, distinta e originale ma, anche, con quell’alterità “interna” alla sua stessa struttura di “Io”. L’alterità interna è la parte “inconscia” identificabile sia con le pulsioni di vita e di morte, dei desideri inconsapevoli, delle rimozioni e dei ricordi, sia con le istanze dell’es e del Super-io, dell’eros e del logos, della fantasia e della ragione, del corpo e della mente.65 L’equilibrio, sempre dinamico e dialettico, tra tali parti opposte è dato sia dalla possibilità di saper raccordare le differenti dinamiche interiori, sia dalla capacità di comporre le dissonanze per evitare che sopraffazioni e sovraintendenze di alcune dimensioni psichiche prevarichino sulle altre compromettendo l’integrità dell’Io e la ricchezza della sua costitutiva pluralità.

Le dinamiche concernenti l’Io possono essere proposte a livello del “noi”, inteso come gruppo antropologico che contraddistingue gli assetti societari di popoli diversi e molto lontani tra loro. Anche nei singoli gruppi di cui si compone l’umanità, si può parlare di due alterità: una “esterna” legata ai differenti tratti etnici e linguistici, alle forme di pensiero e di vita, alle religioni e valori; e l’altra “interna,” conseguente alle stratificazioni economiche, sociali e culturali.66 La disponibilità a confrontarsi con la differenza comporta la capacità di problematizzare la propria situazione e di relativizzare il proprio pensiero ciò richiama in causa, il concetto di “compossibilità di culture”, che corrisponde ad un universo di totalità organica comprendente un’infinita varietà di soggetti, di esseri umani, di popoli o di universi culturali, ciascuno dei quali deve essere concepito in modo non solo da non negare, ma da rendere possibile l’esistenza di tutti gli altri soggetti, di tutti gli altri esseri umani, di tutti gli altri popoli, di tutte le altre culture nella prospettiva di “un cosmopolitismo autentico”.67

La pedagogia è, a un tempo, regista e protagonista di tali processi di trasformazione; ne è profondamente coinvolta ed è, ancora una volta, indotta a ridiscutere e a ridefinire i termini stessi dell’educazione, del pensare/fare cultura. Essa è chiamata a farsi carico dei problemi del presente rafforzando il suo impegno in direzione della riprogettazione e della riformulazione del futuro. Lo sviluppo delle Scienze dell’Educazione ha offerto alla pedagogia contributi significativi, in riferimento alle teorie, ai metodi, allo sviluppo del pensiero umano e alle dinamiche comportamentali. Le principali teorie, dalla psicologia genetica di Piaget, alla psicoanalisi, dalla psicologia umanista di Maslow-Rogers allo strutturalismo di Bruner, dalle neuroscienze alle scienze umane, dagli studi sulle dinamiche del gruppo e sulla percezione infantile agli studi di psicolinguistica di Cummins-Krashen-Schumann così come alla Glottodidattica di stampo comunicativo, tutte mirano a favorire il processo di insegnamento-apprendimento e la costruzione della conoscenza per adeguare strategie d’intervento e percorsi didattici alla struttura psicologica e cognitiva dello studente, per promuovere un pensiero che sia aperto, dialogico, flessibile e creativo.

In questa cornice si colloca la dimensione interculturale che deve rappresentare, oggi, il punto di partenza del progetto didattico-educativo della scuola, sia sul piano dell’arricchimento dell’offerta formativa sia su quello di una rinnovata impostazione pedagogica. Un’impostazione interculturale in campo educativo è utile ogni qualvolta si progettano attività finalizzate alla socializzazione, all’integrazione di bambini alloctoni e autoctoni, all’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, all’insegnamento delle lingue straniere, al recupero di bambini svantaggiati. Monteil afferma che i bambini costruiscono la propria identità attraverso un complesso e impegnativo gioco che li porta continuamente a cercare un equilibrio tra il bisogno di sentirsi simili e di confondersi con gli altri e quello di affermare una propria originalità.68

Nel nostro tempo è sempre più diffuso il termine “delle identità” al plurale invece “di identità” al singolare per porre l’accento sulle diverse dimensioni (sociale, culturale, etnica, linguistica) e i diversi modi di manifestarsi in relazione all’età, agli ambienti, agli interlocutori. Tuttavia il bambino costruisce la propria identità nell’interazione con gli altri, dove, un luogo particolarmente importante come spazio sociale decisivo nell’interazione con gli altri è la sezione per la scuola dell’infanzia e la classe per la scuola primaria.



Secondo Massonat69 nella costruzione dell’identità personale interagiscono due dimensioni fondamentali, il rapporto con se stesso e il rapporto con gli altri. La dimensione del rapporto con se stesso si articola nei seguenti aspetti: il valore, cioè l’auto-attribuzione di qualità positive e il bisogno di autostima; la struttura, che corrisponde alla coscienza dei propri limiti e alla percezione del feedback nel rapporto con gli altri; la continuità, che permette di riconoscersi nonostante i cambiamenti nel tempo sia dalle crisi di passaggio da una fase a un’altra dell’età sia dagli eventi positivi o negativi della vita; il coinvolgimento, cioè la forza dinamica dell’individuo sia in termini di spostamento degli investimenti affettivi in relazione a progetti sia alla capacità di adattamento dei comportamenti.

La dimensione del rapporto con gli altri si manifesta attraverso il riconoscimento, cioè il valore che gli altri ci attribuiscono. La persona cresce e si evolve attraverso lo sguardo dell’altro, dall’interesse e dalla considerazione dell’esterno; l’unicità, che è la possibilità di affermare la propria singolarità e di manifestare la propria originalità percepita come gratificante e la similarità, inteso come il bisogno di riconoscersi e di essere riconosciuto come appartenente a un gruppo, a una comunità di cui si condividono determinati valori.



Nella vita sociale tali elementi sono tra loro complementari e la ricerca della stima dell’altro conduce l’individuo a trovare sempre un equilibrio tra ricerca di singolarità e di conformità. Il bisogno di conformità è predominante nell’infanzia, i bambini ricercano nell’altro il riconoscimento e la similarità. Per tali motivi, nel bambino straniero a cavallo tra due culture, i meccanismi d’identità lo porteranno a nascondere, a negare le proprie caratteristiche originali. Il bambino bilingue tenderà a non volere più usare la lingua che lo fa riconoscere come ‘straniero’. Si sentirà imbarazzato se uno dei genitori parlerà con lui nella lingua d’origine in un luogo pubblico. Egli cercherà di cancellare ogni traccia della propria alterità linguistica,70di confondersi il più possibile con gli altri. Il rigetto può essere più forte nel caso di bilinguismo sottrattivo, quando la cultura d’origine, ha presso il paese di accoglimento, un’immagine devalorizzata, come avviene per esempio per le immigrazioni a carattere economico. Nel periodo in cui si mescolano la ricerca di affermazione e il bisogno di integrazione, l’appartenenza biculturale può spesso non essere vissuta come ricchezza, ma al contrario come fonte di problemi con la famiglia, con i compagni, con l’ambiente esterno.

La lingua costituisce lo strumento attraverso cui la cultura si esprime, in più essa è forgiata dalla cultura. Ha una funzione sociale poiché permette di stabilire il contatto con gli altri membri del gruppo; il modo di entrare in contatto e di mantenere i legami è influenzato dalla cultura. Parlare la lingua di un gruppo vuol dire essere riconosciuto dai suoi membri come uno di loro. Ci si definisce tramite la propria appartenenza linguistica, o ci si tradisce con il proprio accento: la lingua fa parte della nostra identità culturale. Il bambino, crescendo, fa suoi le norme e i valori del suo ambiente e, insieme alla lingua, acquisisce le pratiche culturali che l’accompagnano.

Ogni bambino possiede un’autobiografia, stili di apprendimento, emozioni, affetti, conoscenze, capacità personali, uso del corpo ed espressione della corporeità che costituiscono la sua cultura e identità. Parlano i volti, il colore della pelle, gli abiti, i silenzi, le timidezze, i gesti, le posture, le frasi in lingue non comprensibili. La rappresentazione delle relazioni dello spazio, del tempo, del corpo, dei messaggi verbali e non verbali, dei tabù, degli stereotipi, dei comportamenti prodotti dalla propria cultura d’appartenenza si riflettono nelle forme e abitudini linguistiche condizionando la visione del mondo, il modo di pensare e l’apprendimento della nuova lingua. Tali elementi meritano di essere posti in primo piano nell’economia di un percorso interculturale di in-terazione tra le culture e di efficace acquisizione/apprendimento della L2 in modo creativo ed articolato già a partire dalla scuola dell’infanzia. L’intercultura deve divenire uno stile di pensiero, l’interculturalità, una strategia trasversale a tutte le discipline entro l’universo scuola.

Parlare di educazione interculturale71 significa introdurre nella pratica educativa l’interazione, lo scambio, la reciprocità, la solidarietà; significa anche restituire al termine “cultura” il suo pieno significato di totalità che comprende stili di vita, valori e rappresentazioni simboliche che gli esseri umani usano come schema di riferimento nelle loro relazioni con i membri del proprio gruppo e con i membri degli altri gruppi, nella propria percezione del mondo, nel riconoscimento del proprio valore e della propria diversità.72 La cultura deve intendersi come un linguaggio che non si esaurisce nella lingua, ma che consiste anche in pratiche simboliche non immediatamente esprimibili, da parte degli interessati, in termini linguistici come per esempio la gestualità rituale. Se ci poniamo nella cultura intesa non come entità super-organica, ma dal punto di vista di coloro che la esperiscono e del modo in cui essi la esperiscono, sembrerà che essa sia costituita da sentimenti e aspettative le quali giungono a noi “non solo verbalmente, ma anche da immagini e impressioni.”73

Ogni cultura ha una storia ed una identità ad essa proprie che derivano da un processo cumulativo di stratificazione, e di strutturazione, dei significati. Ognuno di noi è straniero nella propria terra se non ha gli strumenti adatti per poterla indagare e interpretare. Ancor di più lo è lo straniero che si trova di fronte ad un “nuovo mondo” dove deve integrarsi, comunicare e interagire.

Nei paesi europei il tessuto sociolinguistico è profondamente mutato nell’ultimo mezzo secolo e caratterizzato dalla presenza, accanto alla lingua nazionale propria di un paese e di dialetti regionali che hanno trovato rinnovato vigore, di numerose altre lingue, con le loro varietà e i loro dialetti. Tale ricca realtà linguistica si accompagna a una ricchezza culturale che a volte risulta disorientante, nella nostra società, rispetto ai modelli di convivenza tradizionali. In tale cornice, nasce l’esigenza di promuovere una logica interculturale fondata sul plurilinguismo da intendersi non come accostamento dell’autoctono alla lingua dell’alloctono, ma come interazione tra parlanti di lingue diverse, i quali passano dal semplice bilinguismo al più complesso plurilinguismo. L’individuo deve aprirsi all’altro, non solo per accoglierlo, ma per averne cura, una cura che passa necessariamente per la facoltà di parlare la lingua dell’alloctono ampliando il proprio bagaglio culturale e linguistico.

La migrazione si configura come contesto di forte dinamismo linguistico sia in quanto favorisce l’inserimento nel repertorio linguistico d’origine di nuove competenze linguistiche, legate alla comunità d’arrivo, sia in quanto provoca, nel repertorio d’origine monolingue o già plurilingue, possibili fenomeni di indebolimento o addirittura di perdita di competenze linguistiche insieme a inevitabili processi di ristrutturazione dello stesso. L’immigrato, scrive Marina Chini,74 vive una doppia appartenenza che cerca di far dialogare attuando i comportamenti linguistici/usi linguistici propri del nuovo contesto sociale. L’uso linguistico da parte dell’immigrato è esito non solo di scelte comunicative per esprimere bisogni primari o per integrarsi a livello sociale, ma anche di scelte sensibili e responsabili che sono riflessi delle identità multiple del migrante, enfatizzate in modo diverso in circostanze diverse.

Per “identità multipla”75 si intende l’Io scisso, plurimo, aperto, in continua costruzione e ricerca, fatto di Io paralleli, successivi, complementari mai risolto in unità o centro. Questo significa affermare la centralità di un costante esercizio di “decentramento cognitivo”76 cioè la promozione di un pensiero nomade e migrante, capace di viaggiare, spostarsi, confrontarsi con punti di vista differenti dai propri, capace di interagire con le identità altre senza rinunciare alla propria identità di appartenenza. Un pensiero nomade è un pensiero che moltiplica le angolazioni di analisi, che si mette nei panni di, che è sensibile e attento ai bisogni e alle ragioni diverse dalle proprie77. L’Io multiplo78 e il sé dialogico79 necessitano di un continuo confronto e incontro con l’altro attraverso la comunicazione, tuttavia comunicare significa anche interpretare la pluralità delle lingue e linguaggi presenti nelle interazioni con le altre culture che lo mettono costantemente alla prova. Parlare di lingua significa poter comunicare, parlare di sé, potersi relazionare con gli altri, potersi esprimere in più lingue significa dover scegliere la lingua adatta a ciascun interlocutore, a ciascun luogo, a ciascun situazione, questo può essere fonte di difficoltà. Tuttavia, è anche fonte di ricchezza, perché la padronanza di più lingue amplia le frontiere e il mondo si allarga. Per dirla con il pedagogista Rudolf Steiner, “ogni lingua dice il mondo a modo suo, ciascuno edifica mondi e anti-mondi a modo suo, il poliglotta è un uomo libero”.80

Il plurilinguismo non è una mera somma delle lingue dei parlanti. Come afferma Chomsky, ogni individuo possiede una “grammatica universale” cioè principi comuni a tutte le lingue e sulla base dei dati linguistici il bambino scopre le regole che governano il sistema della lingua nel suo processo di apprendimento. Saussure invece definisce che ogni essere umano ha la capacità innata di poter significare e comunicare con il linguaggio rispetto al quale la lingua verbale, intesa, come sistema strutturato e organizzato di regole è solo uno degli aspetti.

Per “plurilinguismo” non si deve intendere semplicemente un dialogo tra le lingue parlanti, ma anche tra i diversi codici espressivi che sono alla base della costituzione dell’individuo, quali: il codice prossemico, quello cinesico, gestuale-visivo, grafico-pittorico, fisico-tattile, musicale, digitale, motorio-espressivo e prassico. Secondo Venuti è opportuno abituare gli individui a confrontare i differenti linguaggi e a operare “traduzioni”, cioè operazioni mentali e assunzioni di punti di vista diversi dai propri. In tale incontro di culture e di linguaggi, nessun linguaggio va azzerato o gerarchizzato. Ciascun parlante è in grado di padroneggiare più idiomi o linguaggi.

Secondo Ferdinand de Saussure, la lingua è un prodotto sociale della facoltà del linguaggio e nello stesso tempo un insieme di convenzioni necessarie adottate dal corpo sociale per permettere l’esercizio di questa facoltà presso gli individui.81 La specie umana ha diverse capacità biologicamente determinate: motorie, percettive, di memoria, di attenzione. Fra le capacità cognitive della specie umana c’è anche il linguaggio.

Le lingue del mondo, esito ciascuna di uno sviluppo storico in una data regione del mondo, si chiamano lingue storico-naturali. Storiche perché hanno una storia nella quale sono protagonisti i parlanti di tali lingue, naturali per contrapporle alle lingue artificiali rispetto alle quali esse solitamente hanno maggiore complessità (esistono tuttavia delle lingue artificiali ben più complesse di alcune lingue storico-naturali).82

In questi ultimi anni, gli studi sul linguaggio, inteso come facoltà umana di comunicare per mezzo di sistemi verbali, e sulla lingua, in quanto manifestazione concreta con cui le potenzialità verbali di un individuo (o di un gruppo) si realizzano in un certo contesto storico, geografico, sociale, si sono moltiplicati. Studiosi con interessi scientifici molto diversi hanno esaminato il problema del linguaggio da punti di vista differenti, a volte opposti. Si parla di linguaggio verbale e di linguaggi alternativi, di linguaggio e di lingua, di linguaggio e di comunicazione. Si può dire che esiste comunicazione ogni qual volta esista un passaggio di informazioni da un emittente a un destinatario, in modo tale che il messaggio, così come è stato concepito, coincida con l’informazione decodificata dal ricevente. L’uomo non è l’unico ad usare segnali convenzionali; nei gruppi animali esistono forme di scambio di informazioni, ma non forme di pensiero verbale in cui parola ed azione interagiscono vicendevolmente.

La lingua è lo strumento più raffinato e potente di rappresentazione simbolica, cioè di quella capacità che è alla base di tutte le funzioni concettuali. Essa è inoltre il mezzo più economico, diversificato ed appropriato che l’individuo ha a disposizione per partecipare alla vita della sua comunità, diventando un membro attivo, ricevendone il bagaglio culturale che può essere modificato secondo le proprie esigenze, in un interscambio profondo fra sé e il gruppo di appartenenza. Dal momento della sua comparsa e con la sua evoluzione il linguaggio è diventato il massimo organizzatore logico dell’esperienza e del pensiero.

Conoscere una lingua non vuol dire riconoscere solo il lessico o una parte del lessico di quella lingua, che rimane comunque un requisito fondamentale, ma quello che rende speciale la lingua e che va imparato è la possibilità di combinare le parole in espressioni complesse. Queste combinazioni, realizzate non arbitrariamente, ma attraverso l’uso delle regole della grammatica, ci permettono di dire e capire frasi nuove e di comunicare idee e pensieri di complessità illimitata. La capacità di usare un sistema dotato di questa caratteristica, cioè la creatività del linguaggio, è una delle prerogative distintive della specie umana. Le caratteristiche dei segni linguistici sono la duplicità, l’arbitrarietà e la convenzionalità. La duplicità per cui, nel segno linguistico entrano in relazione significato e significante.83 L’arbitrarietà significa che non esiste una relazione evidente fra significato e significante. A prova di questo basti pensare ai diversi significanti, usati da lingue diverse, per indicare lo stesso significato e come, all’interno di una stessa lingua, in tempi storici diversi, la stessa parola assuma significati diversi e, a volte, opposti. Secondo alcuni le onomatopee contravvengono a questo principio perché il confronto con parole onomatopeiche di lingue diverse permette di osservare come le caratteristiche sonore di uno stesso oggetto, animale, situazione, siano espresse in modo verbalmente differente da una lingua all’altra.84 La convenzionalità sta invece ad indicare che fra emittente e destinatario appartenenti alla stessa comunità linguistica, esiste una convenzione, un accordo comunicativo.85

La lingua è composta da un insieme di elementi tra loro interdipendenti e ciascun elemento ha un valore e un funzionamento in rapporto al valore e al funzionamento degli elementi che gli sono vicini. Secondo lo strutturalismo la lingua è un sistema costituito da più sistemi tra loro correlati. Si ha così un sistema della lingua che si suddivide in: sistema fonologico,86 sistema sintattico87 e sistema lessicale.88 Questi sistemi correlati tra di loro rappresentano altrettanti livelli di analisi e ogni unità presente in un livello può essere scomposta in unità definite e minime.

La sociolinguistica, che indaga il rapporto tra lingua e società, ha fornito un quadro variegato e dinamico delle presenze immigrate nell’area italiana nord-occidentale, dalla quale risulta che le lingue d’origine degli immigrati sembrano conservarsi in modo diversificato a seconda delle generazioni, dei domini del paese di provenienza, del tipo di convivenza (familiare, parentale e amicale) e della storia migratoria. In tale ambito è stata condotta una ricerca sugli immigrati italiani, dalla studiosa Chini, in due direzioni: da un lato sulla evoluzione diacronica e sincronica dell’apprendimento dell’italiano come L2 da parte degli immigrati, adulti e non, all’arrivo in Italia, dall’altro lato sulla percezione degli stessi immigrati del plurilinguismo presente in Italia tra dialetti regionali e l’italiano standard. L’indagine condotta ha permesso di delineare questo evolversi della situazione oggetto di studio:89



  • prima dell’arrivo in Italia non è diffuso l’uso linguistico dell’italiano come momento preparatorio al futuro trasferimento nel nuovo paese ma si tende a parlare la lingua madre. Con l’arrivo e l’inserimento nel nuovo paese ospitante, l’immigrato inizia a parlare la L2 soprattutto in ambiente extrafamiliare quale: scuola e lavoro, si preferisce il plurilinguismo sia esso autoctono (si pensi alle forme dialettali presenti nello stesso territorio regionale italiano) sia esso esogeno (si pensi per esempio al tamil rispetto all’India). Il migrante integrato rimane legato alla lingua d’origine che permane in varie funzioni negli usi linguistici quotidiani.

  • L’esposizione all’italiano avviene nel mondo del lavoro e a scuola, dove è presente una forte motivazione a parlare in L2 per comunicare e capire.

  • L’esposizione alla L1 rimane con la frequentazione delle comunità dei connazionali emigrati, con la frequenza di corsi in madrelingua, con la fruizione di media in madrelingua, con il rientro periodico nel paese d’origine, con il contatto a distanza con paesi e amici rimasti nel proprio paese d’origine.

  • I migranti hanno una recezione plurilingue del nostro paese. In ogni città italiana vi è presente più di una lingua o dialetto autoctono e non solo vi è la città come per esempio Pavia in cui i negozi sono monolingue dal punto di vista alloglotto, invece la città di Torino presenta maggiori negozi plurilingue con personale che parla in più lingue straniere. La competenza orale prevale su quella scritta e quella ricettiva su quella produttiva.

Nella ricerca si rilevano sia gli esiti sociologici, definiti già da Lüdi, sia sociolinguistici del migrante che si rapporta al nuovo contesto sociale del paese accogliente:

Esiti sociologici e sociolinguistici
Le teorie sull’apprendimento linguistico della l2
Didattica della l2 in un contesto plurilingue e pluridisciplinare
Capitolo iii motricità e lingua nella scuola dell’infanzia multiculturale
Attività 1 obiettivi specifici:

: retrieve -> handle -> 10447
10447 -> Degli studi di palermo scuola di dottorato in diritto sovranazionale e diritto interno dottorato di ricerca in diritto comparato ius
10447 -> Il lavoro culturale a scuola
10447 -> In tal senso vedremo in che modo I testi di Camilleri subiscono un effetto di rifrazione
10447 -> Prefazione
10447 -> Questo lavoro nasce con l’intenzione di comprendere in che modo si costruisce IL significato all’interno di una struttura predicativa
10447 -> Il diritto della navigazione nasce nel 1942 e fu opera della commissione Scialoja (politico ed economista) che diede vita al R. D. n. 327 del 30 marzo di quell’anno
10447 -> La nullita’ delle societa’ per azioni ex art. 2332 del codice civile
10447 -> Capitolo I
10447 -> M-fil/05 L’oggettività del giudizio morale. Un’interpretazione retorica
10447 -> Alle origini delle consuetudini marittime mediterranee


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