La soggettività come principio fondante del mondo moderno



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30.11.2017
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La soggettività come principio fondante del mondo moderno.

Quando Georg Friedric Hegel, ( 1770 -1831) massimo filosofo idealista tedesco, volle individuare il principio chiave dell’ epoca moderna, lo identifico nella soggettività. Essa, ovviamente, non deve essere intesa come soggettività individuale, ( quello che noi intendiamo con “è soggettivo” cioè dipende da ciascun individuo e ogni individuo può giudicare differentemente). Per Hegel il soggetto è “soggetto universale” ( uomo in quanto tale, coscienza, o, con una parola che Hegel ama: Spirito ( Geist): una della sue opere più famose è “ La fenomenologia della Spirito”)-

“Nella modernità la vita religiosa, la morale, lo stato, la scienza, l’arte sono incarnazioni del principio di soggettività, la cui struttura viene colta, come tale, dalla filosofia”

“Retrospettivamente Hegel vede quella che era per lui l’essenza del mondo moderno, cioè il principio di soggettività, concentrata come punto focale nella filosofia kantiana. Alla base delle opere fondamentali di Kant vi è infatti questa struttura del ripiegarsi su se stesso del soggetto, la struttura riflessa della soggettività” ( G. Tommasi).

La “rivoluzione copernicana” di Kant è, in sostanza, proprio questo: la presa di coscienza che noi ( soggetto universale: l’uomo) partecipiamo alla creazione dei fenomeni ( cioè quello che ci appare come realtà) unendo la “cosa in sè” ( non conoscibile: un noumeno) con i nostro “a priori” mentali ( spazio e tempo).

Popper, grande epistemologo contemporaneo, dice che con Kant “ Dobbiamo abbandonare l’opinione secondo cui siamo degli spettatori passivi, sui quali la natura imprime la propria regolarità, e adottare l’opinione secondo cui, nell’assimilare i dati sensibili, imprimiamo attivamente ad essi l’ordine e le leggi del nostro intelletto. Il cosmo reca l’impronta della nostra mente. Con l’accentuare il ruolo svolto dall’osservatore, dall’investigatore e dal teorico Kant lasciò una traccia indelebile non solo nella filosofia, ma anche in tutte le scienze dell’uomo” ( Popper, Congetture e confutazioni)

Albert Eistein, grande conoscitore e ammiratore di Kant, scrive, a proposito dei concetti kantiani, “ tutti i concetti, anche quelli più vicini all’esperienza, sono dal punto di vista logico convenzioni liberamente scelte. Una delle più grandi scoperte di Immanuel Kant fu il riconoscimento che la costruzione di un mondo esterno reale sarebbe priva di senso senza la sua comprensibilità”

L’esigenza kantiana di partire dal soggetto e di analizzare come esso determina la visione della realtà ( cioè la realtà stessa, come viene da noi percepita: il fenomeno, nel lessico kantiano) ha quindi segnato la cultura moderna dell’8000 e del 900.


Ma è davvero così importante questa soggettività? Vuol dire qualcosa di concreto o è solo una astruseria per tormentare gli studenti?
La domanda più frequente che viene fatta dagli studenti è “ ma che senso ha?” e, subito dopo, “ e che conseguenze può avere un principio così astratto?”

Infatti il pensiero comune, il “buon senso” dà per scontato che ci sono io e, fuori di me, il mondo fatto di cose che hanno una vita propria e staccata da me. Monti, mare, luna, stelle e tutto il cosmo hanno una vita propria, indipendentemente dal fatto che l’uomo ci sia o non ci sia: sembra ovvio!! Come è ovvio, cioè rispondente al senso comune, che il sole sorge ogni mattina da Monte Morello e tramonta verso Molte Albano, percorrendo un percorso giornaliero nel cielo; cioè: il sole si muove sopra la mia testa: lo vedo con i miei occhi tutti i giorni!!! E’ evidente!! E’ una posizione che possiamo chiamare Realismo ingenuo.


In effetti il senso comune va contro Kant e il suo principio di soggettività , ma tutti i pensatori dopo di lui mostrarono di prenderlo molto sul serio. Anzi, i filosofi idealisti tedeschi lo criticarono per essere troppo “moderato”, poco coerente. Che ci sta a fare la “cosa in sé” ( il noumeno) se non possiamo conoscerla? Come possiamo dire che c’è, se è inconoscibile? Secondo gli idealisti è più coerente dire che non c’è, e che esiste solo il soggetto. Per Hegel, infatti, esiste solo il soggetto assoluto ( lo spirito assoluto) che si dispiega in maniera dialettica ( cioè creando per esistere i contrasti, il diverso, l’oggetto, l’altro da sé, e superandolo in una sintesi superiore). Cioè Hegel va oltre Kant e si allontana ancor di più dal “senso comune”.

Ma anche i filosofi critici nei confronti di Hegel continuano in questa strada di valorizzazione del soggetto: per Schopenauer ( 1788 – 1860) il mondo è “rappresentazione” ( la sua opera principale: “Il mondo come volontà e rappresentazione”) che il soggetto deve superare.



Feuerbach, (1804 – 1872) con una tesi che fece scandalo, sostiene che il soggetto ( l’uomo) crea Dio: Dio è una proiezione dell’uomo : esattamente il contrario di quello che comunemente si credeva: non Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea Dio.

Marx ( 1818 – 1883) vede il soggetto come soggetto di classe – il proletariato- che prende coscienza e agisce nella storia, modificandola.

In altre parole, tutti i grandi dell’800, come vedremo nel corso dell’anno, continuano nella strada aperta da Kant e approfondita da Hegel. Si parte dal soggetto, da dentro l’uomo, non dall’esterno: l’uomo, con le categorie della sua mente e della sua volontà, modifica ( o addirittura crea) il mondo.




Ma questa è roba vecchia, dell’800. Nel nostro secolo le cose sono cambiate?
Tra l’800 e il 900 sono avvenuti tantissimi cambiamenti, anche radicali; ma dal principio di soggettività non ci si è allontanati molto. Anzi, sembra che il tema principale sia proprio l’analisi – con diverse metodologie – di come la nostra mente organizzi la realtà; proprio lo spunto di base della rivoluzione copernicana di Kant.

Il mondo “in sé”( “oggettivo” e indipendente da noi) a cui era aggrappato il nostro ”senso comune” è sempre più messo in discussione.

Ti porto alcuni esempi estremamente schematici, sperando che ti facciano venire voglia di saperne di più. Sono tematiche, inoltre, che potresti, se approfondite, utilizzare per l’esame di stato.

La psicoanalisi

L ‘Interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud (1856 – 1939) viene pubblicata proprio nel ‘900. Freud è un medico viennese che si occupa di guarire i malati mentali, ma le sue teorie, sull’io, sulla mente, sullo sviluppo della personalità e sulle dinamiche sociali e storiche ( vedi il suo carteggio con Einstein sulla guerra) influenzano moltissimo la nostra epoca. E’ scontato che, analizzando il funzionamento della nostra mente ( Freud preferisce il termine io o ego) egli si occupi di soggettività, o meglio parta dal punto di vista del soggetto. Ma Freud fa molto di più: sferra un attacco formidabile alle pretese “oggettive” del nostro pensiero. Noi ( sostiene Freud) crediamo di usare la ragione in maniera distaccata, seguendo le leggi oggettive universali della logica, ma alle volte questa nasconde ( “razionalizza”) le motivazioni profonde legate agli impulsi basilari che ci muovono. Attento: Freud non è un irrazionalista, cioè non sostiene che la ragione non abbia senso. Al contrario: la ragione umana deve anche considerare e studiare i profondi impulsi irrazionali nascosti che agiscono in noi. Una conclusione è chiara: dobbiamo diffidare della nostra ragione “oggettiva”, chiara e distinta: alle volte è una sottile buccia sotto cui nascondiamo agli altri, ma anche a noi stessi, le nostre motivazioni profonde.

Alcuni testi non specialistici per approfondire: C. Musatti, Freud, Boringhieri;

E. Jones, Cos’è la psicanalisi? Giunti




La psicologia della percezione

L’ho visto con i miei occhi” è un modo per dire: è vero, è proprio così. Ma siamo così sicuri che la percezione sia “oggettiva” cioé che l’occhio e l’orecchio siano degli specchi che riflettono passivamente quello “che c’è”? La psicologia era , fin dai tempi di Aristotele, una parte della filosofia, ma dalla fine dell’800 ha una sua metodologia e una sua base epistemologica, che ne fanno una disciplina a sé, anche se i confini con la filosofia non sono sempre così precisi. Lo studio delle percezioni è un suo campo specifico di analisi, e, fin subito ha negato l’assunto iniziale: non “vediamo quello che c’è” ma “costruiamo” le percezioni secondo delle “leggi” soggettive( cioè della nostra mente). E’ interessante vedere, anche con modelli sperimentali, come il soggetto impone degli schemi organizzativi, delle forme ( gestalt, in tedesco da cui psicologia della gestalt) al caos delle sensazioni, ad esempio dividendo tra sfondo e figura e dando una costanza percettiva, a cose in realtà mutevoli.

In questo campo Jean Piaget ( 1896 – 1980) ha detto molto, ed è, senza dubbio, uno dei grandi geni del secolo. Psicologo, filosofo ed epistemologo si è occupato per 50 anni di come si sviluppo l’intelligenza nel bambino ( dai primi mesi all’adolescenza). Proprio i suoi studi ci hanno insegnato come il bambino, dalla nascita ai primi anni di vita, “impari” a percepire, cioè il “vedere” o meglio il “percepire” non è innato, ma si apprende per stadi successivi e per esperienze. Tanto per fare un esempio, il bambino di pochi mesi non ha consapevolezza della costanza percettiva, cioè del fatto che le cose sono le stesse anche quando cambiano forma ( ad esempio ruotandole) o quando vengono momentaneamente nascoste e poi riappaiono, lo deve imparare per stadi. L’oggetto di studio identificato da Piaget viene chiamato “ Epistemologia genetica” cioè lo studio di come nascono nel soggetto le grandi linee che determinano la nostra visione del mondo ( spazio, tempo, causalità, o idee morali come responsabilità)

Per approfondire:

G, Kanizsa, Vedere e pensare; Il Mulino;

J Piaget, La nascita dell’intelligenza, Giunti



Lo studio del linguaggio (linguistica)
Lo studio del linguaggio è fondamentale nella filosofia, o meglio, nella cultura dei nostro tempo.

È il tema cruciale su cui si sono confrontati filosofi, linguisti, psicologi, logici, semiologi: è, in altre parole l’argomento più studiato nel 900.

Parto qui dell’approccio della linguistica. Che il linguaggio sia legato all’uomo e alla sua mente, cioè che faccia parte della soggettività – per usare le categorie di questo schema- non ha bisogno di spiegazioni. Tutti siamo convinti che il linguaggio sia un prodotto sociale e sia convenzionale: non c’è nessuna ragione “oggettiva” per cui una sedia debba chiamarsi sedia, è solo una convenzione sociale. Sembra che una cosa sia il sistema delle parole, e altra cosa il sistema degli oggetti e tra i due ci sia solo un rapporto convenzionale.

Ma siamo proprio sicuri che le cose siano così semplici? Il confronto tra le lingue, soprattutto se molto diverse, ci può far sorgere dei dubbi.

In eschimese, esistono cinque parole diverse per indicare neve ( a seconda che sia bagnata, secca, fresca ecc.): noi una parola, loro cinque diverse. Nelle lingue indoeuropee ( praticamente tutte le europee) la forma è la “sostanza” di una cosa, il colore è un “accidente” ( vedi che uso la terminologia aristotelica): un albero verde, un maglione verde, un tavolo verde. In alcune lingue indiane succede il contrario: il colore è la “sostanza” e la forma “l’accidente” cioè, all’ingrosso, c’è il verde, che può essere ”alberato” ( a forma d’albero) “maglionato” ( a forma di maglione), “tavolato” ( a forma di tavolo).

Facciamo un altro esempio: il sistema verbale indoeuropeo è “tripartito”: passato, presente e futuro. Infatti ci sono due o tre radici verbali ( vado, andai, andrò; go, went) e abbiamo una concezione del tempo lineare: dal passato al presente e al futuro. Nella lingua degli indiani Hopi (studiata profondamente de Whorf) ci sono solo due categorie verbali: la forma verbale che indica ciò che si vede, e la forma verbale per ciò che non si vede: passato e futuro, nelle nostre lingue ben distinti ( andai e andrò) sono espresse con un’unica forma verbale, in quanto sia il futuro che il passato non si vedono.

A questo punto sorge una domanda: la lingua serve indubbiamente per organizzare la nostra esperienza cioè la nostra realtà. Ma fino a che punto una lingua forma e precostituisce la nostra esperienza e non si limita ad organizzarla? In altre parole, fino a che punto essere cresciuti usando un sistema verbale Hopi, senza distinzione verbale tra passato e futuro, modifica la nostra percezione del tempo? O, invertendo, fino a che punto la nostre percezione del tempo è una conseguenza delle categorie linguistiche che usiamo? E per continuare, fino a che punto le categorie aristoteliche ( sostanza, accidente, potenza atto, materia forma) sono categorie dell’essere, come credeva il filosofo, o non categorie linguistiche-grammaticali? E’ una teoria linguistica molto seria, definita di Sapir- Worf, dai due linguisti americani che l’hanno formulata. Secondo questa ipotesi scientifica, noi siamo “parlati” dalla lingua, non parliamo la lingua: cioè la lingua ci precostituisce la realtà come la percepiamo. Le conseguenze: importantissime. Innanzitutto ogni lingua ( della migliaia che esistono ancora ) è un patrimonio incredibile di sapere e di organizzazione della realtà e quindi bisogna preservarle tutte, specie quelle che si stanno estinguendo ( la diversità delle lingue è tanto importante quanto la biodiversità), in secondo luogo quello che per noi è reale può essere solo una nostra prospettiva linguistica ed esistono tanti reali quante lingue diverse ci sono. E Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di allargare le nostre prospettive mentali e come questo sia alimento per ogni forma creativa.
B. Whorf, Linguaggio, pensiero e realtà, Boringhieri

U. Eco, la struttura assente, Bompiani



Natura e cultura ( antropologia culturale)
Il confronto tra natura ( ciò che esiste “biologicamente”)e cultura ( ciò che è stato creato dall’uomo) ha riproposto ai nostri tempi il contrasto storico tra soggettività e oggettività. All’ingrosso il problema è questo: quanto della nostra esistenza è determinato dalla natura ( cioè dall’essere biologico dell’uomo, dalla sua “oggettività”, dalla res extensa forse direbbe Cartesio) e quanto dalla cultura, cioè dalla costruzione sociale. Attento: cultura, in questo contesto, non ha nulla a che vedere con istruzione, significa l’insieme dei modi di comportamento, delle convinzioni, dei valori sociali, quasi un sinonimo della parola civiltà. La disciplina che studia le culture, in questa accezione, è l’ antropologia culturale.

Non è un problema accademico: gli elementi “naturali” sono immodificabili ( o almeno così si crede), gli elementi culturali invece sono legati all’evoluzione della società e della storia. Far ricadere una struttura umana ( ad esempio il matrimonio) sotto la categoria della natura, significa sancirne ( o sperare di sancirne) l’immutabilità. Ad esempio per tutto l’800 si sosteneva l’opportunità di un ruolo sociale inferiore della donna con l’argomento che esso era “secondo natura”.

Anche il questo ambito il valore del soggetto, cioè della cultura, è difficilmente sottovalutabile, e le ricerche degli antropologi hanno dato duri colpi a tante idee di “realisti ingenui” ( come siamo un po’ tutti noi). Infatti il confronto con culture diverse ( famosissime le ricerche di Margaret Mead sui popoli del Pacifico, e di Ruth Benedict su tribù africane) ci ha insegnato che tantissimi elementi che sono considerati dal senso comune ( dal realismo ingenuo) naturali, ovvi e immutabili, sono solo costruzioni sociali. Questo non solo nell’ambito della strutture della società ( famiglia, rapporti con figli, rapporti sociali) ma anche in generale nella visione del mondo: l’idea di natura, di spazio, di corpo.
M. Mead; Maschio e femmina, Bompiani; Hall, La dimensione nascosta, Bompiani
La storia
Per quanto riguarda la storia, come disciplina di studio, il realista ingenuo ha delle opinioni che crede solide: la storia riguarda il passato, il passato è chiuso e definito e quindi anche la storia è definita una volta per sempre. Ci sono dei fatti e sui fatti non si discute. La storia è la narrazione dei fatti passati, i fatti passati sono oggettivi, anche la storia è oggettiva. Nuovamente appaiono i “fatti in sé” che esistono indipendentemente da chi li osserva o li narra.

Ora: che ci siano dei “fatti” è indubitabile: il 1 settembre 1939 la Germania invade la Polonia; il 6 agosto 1945 gli americano lanciano la prima bomba atomica su Hiroshima; il 2 agosto 1980 scoppia una bomba nella sala d’aspetto della stazione di Bologna provocando 85 morti. Ma questi fatti non bastano per “ fare storia”. La storia è una narrazione, quindi inevitabilmente c’ è qualcuno che narra: un soggetto che cerca “i fatti” e li sceglie, stabilendo tra loro dei rapporti e delle interpretazioni. Ci sono migliaia, milioni di “fatti”: lo storico deve inevitabilmente scegliere secondo dei criteri e delle motivazioni che sono sue proprie.

E’ la stessa cosa che fa un giornalista: ogni giorno capitano migliaia di “fatti”, il giornalista sceglie (meglio: cerca) tra questi quelli che giudica significativi e li propone. Anzi: un “fatto” ha miglia di aspetti, di particolari; il giornalista usa l’angolazione, i dettagli, i punti che gli interessano di più, e scarta gli altri.

Per fare un esempio chiarissimo: una televisione decide di fare un servizio sulla nostra lezione di storia: ha due telecamere quindi accumula 2 ore di materiale. Da questo fa un servizio di 5 minuti ( tempo lunghissimo per un telegiornale): possono uscire due servizi totalmente diversi: una classe attentissima e una lezione interessante o una classe distrattissima e una lezione noiosa e confusa. Basta scegliere le inquadrature, le immagini, il montaggio giusto. Nota che sono tutte inquadrature “reali” e quindi “vere”, ma quello che ne esce è una narrazione inevitabilmente “soggettiva” cioè fatta da un soggetto. In conclusione se uno dice “io sono un giornalista ( o uno storico) oggettivo”, nel senso che “racconto i fatti in sé”, dice una stupidaggine, e forse non è neanche in buona fede, cioè è disonesto. Meglio dire: io seguo un mio ( inevitabile ) punto di vista- e cerco di non lasciarmi condizionare troppo dalla mia (inevitabile) prospettiva.

Naturalmente qui non si parla delle falsificazioni storiche, che sono un’altra cosa. La storia è basata su documenti e testimonianze, ci possono essere delle testimonianza falsificate ( famosissima la falsa “donazione di Costantino” su cui si basava la pretesa legittimità del potere temporale della chiesa): Lo storico che usa documenti falsificati, se non se ne rende conto, è professionalmente un incapace; se lo fa consapevolmente non è più uno storico ( è un propagandista politico: fingendo di fare storia, fa propaganda politica. Vedi l’uso della storia romana, durante il fascismo: l’impero romano era, secondo gli “storici” del regime, un antenato del fascismo, e Mussolini era il nuovo Cesare).

Non c’è quindi, in questo senso, una oggettività storica: ogni storico si pone delle domande e cerca delle risposte ( che sono condizionate alle domande iniziali): per il realista ingenuo tutto questo sembra molto limitativo, ma non è così. L' interesse per la storia è un’ altra faccia dell’interesse per il mondo che ci sta intorno ( che è l’ espressione di un soggetto !), la ricerca storica è in fondo una espressione del curiosità ( Aristolele direbbe meraviglia) per il presente. Se non c’è questa tensione verso il presente non c’è storia ( solo noia priva di senso).

Attenzione: quando si dice che lo studio della storia non è “oggettivo” non si intende dire che sia “falso” (a parte gli studi deliberatamente falsificati per scopi propagandistici, come abbiamo visto, ma questa è un’altra cosa), ma che nessun autore racconta “la storia in sé”,i fatti come sono davvero avvenuti” perché semplicemente non è possibile: è inevitabile che un narratore influenzi la narrazione! Non c’è narrazione senza narratore! E’ più corretto dire che gli interessi dello storico caratterizzano la sua ricerca: un esempio: negli anni ottanta, quando era acceso il dibattito sul femminismo, sono fioriti gli studi sulla “storia al femminile” che hanno prodotto anche una bellissima collana ( Storia delle donne, Laterza).

Noi viviamo in tempi complessi di multiculturalismo e frammentazione culturale e anche le ricerche degli storici riflettono questa ricchezza e pluralità di approcci: da punti di vista particolarissimi a tentativi di sintesi colossali. Un esempio di ottica particolare potrebbe essere il bel libro di Biadene, Storia della patata, Il Mulino, l’analisi di come la diffusione del tubero americano influenzò ( anzi, alla volte, determinò) la vita sociale europea dal 600 ai giorni nostri; un tentativo di visione sintetica e complessiva potrebbe essere “Il secolo breve; 1914-1991” di Eric Hobsbawn: un’interpretazione del 900 che mette insieme politica, economia, cultura, società.



Un altro esempio di questo giorni: è uscita con clamore fa la traduzione italiana dell’ultimo libro di Hans Kung: L’ islam, passato, presente e futuro”: una ricerca accurata sulla storia e sulla natura dell’Islam. E’ un argomento storico, ma sono evidenti le implicazioni sul presente. L’idea della scontro di civiltà ( cristianesimo contro islam: una riedizione della crociate) continua ad affacciarsi ai nostri giorno, alimentata sia dalla guerra in Iraq e in Afganistan, sia dal terrorismo islamico. Questa idea fa da base a concrete azioni politiche ed è sostenuta da alcune forze politiche ( cristiani fondamentalisti ed islamici fondamentalisti; in Italia, in maniera più esplicita, dalla Lega Nord ). In questo contesto il libro di Kung invita ad approfondire la conoscenza dell’Islam ( senza conoscenza non c’è dialogo) e ricerca le origini comuni alla tre religioni abramitiche ( cioè che definiscono Abramo il padre comune: ebraismo, cristianesimo e islam). L’autore invita esplicitamente a una visione ecumenica che crea ponti, non mura, tra le religioni: in poche parole fornisce strumenti storico-culturali a chi crede nel dialogo e non nel conflitto. E’ uno studio storico, ma, come capite, intimamente legato al presente e a degli ideali ben definiti. E con questo esempio spero di aver convinto che non solo la storia è legata agli interessi di chi la scrive, ma anche che è una ricerca che parte dal presente, anche se riguarda il passato.

In conclusione
In conclusione siamo partiti dalla riflessione di Kant e di Hegel sulla importanza fondamentale del soggetto nella formazione del reale. Dopo di loro, non solo nessuno ha chiuso la porta aperta per tornare a un realismo ingenuo, ma anzi tutti sono andati oltre. Nel 900 infatti si sono sviluppate filosofie e scienze umane che studiano proprio come l’uomo costruisce e determina l’esperienza del mondo che lo circonda. Anzi, più gli studi si approfondiscono, più ci si accorge che moltissime strutture mentali o sociali che il senso comune fa ritenere “vere in sé”, oggettive e naturali, sono in realtà frutto delle nostra soggettività. Vengono ricondotte quindi da una natura immutabile a elementi storico-culturali : una apertura importante a nuove prospettive di intervento e di cambiamento da parte dell’uomo.





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