La sola rivoluzione



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J. KRISHNAMURTI
LA SOLA RIVOLUZIONE


Titolo originale dell'opera:

THE ONLY REVOLUTION

(Victor Gollancz, London, 1970)

Traduzione di

GIUSEPPE SARDELLI


Ubaldini Editore - Roma

INDIA


1
La meditazione non è una fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie. Il mondo ha poco da offrire tranne il cibo, i vestiti e la casa, e il piacere con i suoi grandi dolori.

Meditare è deviare da questo mondo, diventargli totalmente estraneo. Allora il mondo ha un significato, e la bellezza del cielo e della terra è costante. Allora l'amore non è piacere. Da ciò prende le mosse l'azione che non è il risultato della tensione, della contraddizione, della ricerca dell'autosoddisfazione o della vanità del potere.


La stanza si affacciava su un giardino e trenta o quaranta piedi più sotto scorreva largo e solenne il fiume, sacro per alcuni, ma per altri una magnifica distesa di acqua aperta al cielo e alla gloria del mattino. Dalla finestra era sempre visibile l'altra riva col villaggio e gli alberi frondosi, e il grano invernengo appena piantato. Da quella stanza si poteva vedere la stella mattutina e il sole levarsi dolcemente sugli alberi e il fiume diventare il suo sentiero d'oro.

Di notte la stanza era molto buia e l'ampia finestra mostrava tutto il cielo meridionale. Una notte vi entrò, con un gran battito d'ali, un uccello. Accendemmo la luce e ci alzammo. Lo vedemmo sotto il letto. Fra un gufo, alto circa un piede e mezzo, con degli enormi occhi spalancati e un becco formidabile. Ci fissammo, a breve distanza l'uno dall'altro. Era spaventato dalla luce e dalla vicinanza di un essere umano. Ci guardammo senza battere ciglio per un bel po', e lui, dritto e fermo, non perse mai la sua feroce dignità. Si vedevano i crudeli artigli, le piume e le ali strettamente tenute contro il corpo. Veniva voglia di toccarlo, accarezzarlo, ma non lo avrebbe permesso. Così fu spenta la luce e per un po' la stanza rimase in silenzio. Presto ci fu un battito d'ali - si poteva sentire l'aria contro la faccia - e il gufo volò via nella notte. Non tornò più.

Era un tempio antichissimo; si diceva che forse aveva più di tremila anni, ma si sa quanto la gente esageri. Era antico, questo sì; era stato un tempio buddhista e circa sette secoli fa divenne un tempio indù

e al posto del Buddha fu messo un idolo indù. Era molto buio all'interno ed era avvolto da una strana atmosfera. C'erano sale sostenute da pilastri, lunghi corridoi magnificamente scolpiti e dappertutto odore di pipistrelli e di incenso.

Freschi di bagno, a mani giunte, i fedeli si aggiravano sparpagliati per questi corridoi, prostrandosi tutte le volte che passavano dinanzi al simulacro avvolto in splendide sete. Nella parte più remota del tempio un sacerdote salmodiava ed era bello udire quel suo sanscrito perfettamente pronunciato. Non c'era alcuna fretta in lui e le parole giungevano intelligibili e piene di grazia dalle profondità del tempio. C'erano bambini, vecchie signore, giovani. I professionisti si erano tolti calzoni e giacche all'europea e avevano indossato il dhoti, e a mani giunte e a spalle nude sedevano o stavano in piedi in gran devozione.

E c'era una piscina piena d'acqua, una piscina sacra, a cui si scendeva per numerosi gradini, circondata da pilastri di roccia scolpita. Si entrava nel tempio dalla strada piena di polvere, di rumori e di sole accecante, e si trovava ombra, buio e pace. Non c'erano candele né gente inginocchiata intorno, ma soltanto quelli che facevano il loro pellegrinaggio intorno all'altare, movendo silenziosamente le labbra in qualche preghiera.


Un uomo venne a trovarci quel pomeriggio. Disse di essere un seguace del Vedanta. Parlava benissimo l'inglese, infatti aveva studiato in una università e possedeva un'intelligenza brillante, acuta. Era avvocato e guadagnava moltissimo. Ti guardava con i suoi occhi acuti e penetranti, e piuttosto ansiosi, come se volesse pesarti. Si vedeva che aveva letto molto, compreso un po' di teologia occidentale. Era un uomo di mezza età, piuttosto magro e alto, con la dignità di un avvocato che aveva vinto molte cause.

Disse: "Vi ho udito parlare. Ciò che voi dite è puro Vedanta, Vedanta dell'antica tradizione, anche se aggiornato". Gli domandammo che cosa intendesse per Vedanta. Rispose: "Signore, noi postuliamo che c'è soltanto Brahman che crea il mondo e la sua illusione, e che da lui procede l'Atman che è in ogni essere umano. L'uomo deve svegliarsi da questa quotidiana coscienza della pluralità e del mondo manifesto, come si sveglierebbe da un sogno. Come questo sognatore crea la totalità del suo sogno, così la coscienza individuale crea la totalità del mondo manifesto e degli altri. Voi, signore, non dite tutto ciò, ma sicuramente lo intendete, perché voi siete nato e cresciuto in questo paese e, sebbene abbiate trascorso la maggior parte della vita all'estero, fate parte di questa antica tradizione. Vi piaccia o non vi piaccia, l'India vi ha prodotto. Voi siete il prodotto dell'India e avete una mente indiana. I vostri gesti, la vostra compostezza statuaria, quando parlate, e perfino i vostri sguardi fanno parte di questo antico patrimonio. La vostra dottrina è sicuramente la continuazione di ciò che i nostri antichi hanno insegnato dal tempo dei tempi".

Lasciamo stare se l'interlocutore sia un indiano educato in questa tradizione, condizionato in questa cultura, e se sia la sintesi di questa antica dottrina. Prima di tutto egli non è un indiano, cioè non appartiene a questa nazione o alla comunità dei brahmini, sebbene vi sia nato. Nega la stessa tradizione di cui è stato investito. Nega che la sua dottrina sia la continuità degli insegnamenti antichi. Non ha letto nessuno dei libri sacri dell'India o dell'Occidente, perché sono inutili a un uomo che è consapevole di ciò che avviene nel mondo - della condotta degli esseri umani con le loro interminabili teorie, con la ben accetta propaganda di duemila o cinquemila anni che è diventata la tradizione, la verità, la rivelazione.

Per un uomo simile, il quale si rifiuta totalmente e completamente di accettare il mondo, il simbolo con il suo condizionamento, la verità non è un affare di seconda mano. Se voi lo aveste ascoltato, signore, non vi sarebbe sfuggito che fin dall'inizio ha detto che ogni accettazione di autorità è la negazione stessa della verità, e che ha insistentemente affermato che è necessario essere al di fuori di ogni cultura, tradizione e morale sociale. Se aveste ascoltato, non direste che è un indiano o che continua la tradizione antica in termini moderni. Egli nega totalmente il passato, i suoi maestri, i suoi interpreti, le sue teorie e le sue formule.

La verità non è mai nel passato. La verità del passato è la cenere della memoria; la memoria procede dal tempo e nella morta cenere dell'ieri non c'è verità. La verità è una cosa vivente, ma non nella sfera del tempo.

Così, lasciando stare tutto ciò, possiamo ora passare all'argomento centrale che voi postulate, il Brahman. Sicuramente, signore, la stessa asserzione è una teoria inventata da una mente ricca di immaginazione - sia essa Shankara o il dotto teologo moderno. Si può sperimentare una teoria e dire che è così. Ma un uomo che sia stato educato e condizionato nel mondo cattolico non può avere che visioni di Cristo, le quali ovviamente sono la proiezione del suo condizionamento, così come coloro che sono stati educati nella tradizione di Krishna hanno esperienze e visioni nate dalla loro cultura. Così l'esperienza non prova nulla. Riconoscere la visione come Krishna o Cristo è il risultato di una conoscenza condizionata; quindi non è affatto una realtà, ma una fantasia, un mito, a cui l'esperienza dà vigore, ma che non ha alcuna validità. Perché avete bisogno a ogni costo di una teoria e perché postulate una credenza? Questo voler porre costantemente la necessità della credenza è un sintomo di paura - paura della vita di ogni giorno, paura del dolore, paura della morte e dell'assoluta mancanza di significato della vita. Vedendo tutto ciò, voi inventate una teoria e quanto più questa è abile ed erudita tanto più ha peso. E dopo duemila o diecimila anni di propaganda quella teoria invariabilmente e scioccamente diviene `la verità'.

Ma se non postulate alcun dogma, allora vi trovate a faccia a faccia con ciò che realmente è. Il `ciò che è' è il pensiero, il piacere, il dolore e la paura della morte. Quando capirete la struttura della vostra vita quotidiana - con la sua competizione, avidità, ambizione e sete di potere - allora vedrete non solo l'assurdità di teorie, salvatori e guru, ma forse troverete una fine al dolore, una fine all'intera struttura costruita dal pensiero.

La penetrazione e la comprensione di questa struttura è la meditazione. Allora vedrete che il mondo non è una illusione, ma una terribile realtà costruita dall'uomo nel suo rapporto col suo simile. Sono queste le cose che vanno capite e non le vostre teorie del Vedanta, con i riti e tutto l'armamentario della religione organizzata.

Quando l'uomo è libero, senza alcun motivo di paura, di invidia o di dolore, allora soltanto la mente trova la sua pace naturale. Allora può vedere non solo la verità nella successione degli attimi della vita quotidiana, ma anche trascendere la percezione. Allora si ha la fine dell'osservatore e dell'osservato, e la dualità cessa.

Ma di là da tutto ciò e senza alcun rapporto con questa lotta, con questa vanità e disperazione, c'è - e non è una teoria - una corrente che non ha né principio né fine, un movimento infinito che la mente non saprà mai cogliere.

Ovviamente, signore, voi farete una teoria di ciò che avete ascoltato, e, se questa nuova teoria vi piacerà, la diffonderete. Ma ciò che diffondete non è la verità. La verità è solo quando voi siete libero dal dolore, dall'ansia e dall'aggressività che ora riempiono il vostro cuore e la vostra mente. Quando vedrete tutto ciò e quando incontrerete quella benedizione chiamata amore, allora conoscerete la verità di ciò che ora vi viene detto.

2
Ciò che è importante nella meditazione è la qualità della mente e del cuore. Non è ciò che consegui, né ciò che dici di ottenere, ma piuttosto la qualità di una mente che sia innocente e vulnerabile. Dalla negazione nasce lo stato affermativo. Il semplice ottenere l'esperienza, o vivere nell'esperienza, nega la purezza della, meditazione. La meditazione non è un mezzo per un fine. È insieme il mezzo e il fine. La mente non può mai esser fatta innocente per mezzo dell'esperienza. È la negazione dell'esperienza che produce quello stato affermativo di innocenza che non può essere coltivato dal pensiero. Il pensiero non è mai innocente. La meditazione è la cessazione del pensiero, non grazie al meditante, perché il meditante è la meditazione. Se non c'è meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luce e colore.

Cammina lungo la spiaggia e lascia che questa qualità meditativa ti venga incontro. Se lo fa, poi non cercarla. Ciò che cercherai sarà la memoria di ciò che era - e ciò che era è la morte di ciò che è. O quando vagherai fra le colline, lascia che tutto ti parli della bellezza e della pena della vita, e potrai svegliarti al tuo dolore e alla sua cessazione. La meditazione è la radice, la pianta, il fiore e il frutto. Sono le parole che dividono il frutto, il fiore, la pianta e la radice. In questa separazione l'azione non genera la bontà: la virtù è la totale percezione.
Era una strada lunga, ombrosa, alberata - una strada stretta che serpeggiava per i verdi campi di grano luccicante. Il sole creava ombre nette e i villaggi ai due bordi della strada erano sporchi, squallidi e miserabili. I vecchi avevano lo sguardo malato, triste, mentre i bambini gridavano, giocavano nella polvere e lanciavano sassi agli uccelli appollaiati sugli alberi. Era una mattinata fresca, piacevole, e un venticello soffiava sulle colline.

I pappagalli e i mainati facevano un gran rumore quella mattina. I pappagalli si potevano scorgere a stento fra le verdi foglie degli alberi; nel tamarindo avevano parecchi buchi, i loro nidi. Il loro volo a zigzag era sempre stridente e rauco. I mainati saltellavano sul terreno, abbastanza mansueti. Si lasciavano avvicinare prima di volar via. E il muscicapa, l'uccello verde e d'oro, era appollaiato sui fili del telegrafo attraverso la strada. Era una bellissima mattinata e il sole non era ancor troppo caldo. C'era una benedizione nell'aria e c'era quella pace che precede il risveglio dell'uomo.

Su quella strada passava un carro tirato da un cavallo, con due ruote e una piattaforma con quattro paletti e una tenda. Sopra, disteso trasversalmente alle ruote, avviluppato in un panno bianco e rosso, c'era un cadavere. Lo portavano al fiume per essere bruciato sulle sue rive. Accanto al conducente sedeva un uomo, forse un parente, che saltava e traballava su quella strada non troppo liscia. Erano venuti da lontano, perché il cavallo era sudato, e per tutto il cammino il cadavere, che sembrava del tutto rigido, non aveva fatto che trabalzare.
L'uomo, che venne a trovarci sul tardi quel giorno, disse di essere un istruttore di artiglieria della marina. Era venuto con la moglie e due figli e pareva una persona molto seria. Dopo i saluti disse che gli sarebbe piaciuto trovare Dio. Non era troppo chiaro, probabilmente era piuttosto timido. Dalle mani e dalla faccia si capiva che era un uomo che sapeva il fatto suo, ma c'era una certa durezza nella sua voce e nel suo sguardo - perché, dopo tutto, era un istruttore nell'arte di uccidere. Dio sembrava tanto lontano dalle sue attività di ogni giorno... Tutto ciò sembrava così strano, perché qui c'era un uomo che diceva di essere pienamente convinto della sua ricerca di Dio, e tuttavia la sua vita lo costringeva a insegnare agli altri l'arte di uccidere.
Disse che era un uomo religioso e aveva frequentato molte scuole di diversi santoni, come si chiamano. Era rimasto insoddisfatto di tutti e adesso aveva fatto un lungo viaggio in treno e autobus per venire a trovarci, perché voleva conoscere il modo di entrare in contatto con quello strano mondo che uomini e santi hanno cercato. La moglie e i figli se ne stavano in rispettoso silenzio e su un ramo appena fuori della finestra tubava in dolce soliloquio una colomba di color castano chiaro. L'uomo non la degnò mai di uno sguardo, e i figli con la madre se ne stavano rigidi, nervosi e tetri.

Dio non si può trovare; non c'è né il modo né la strada. L'uomo ha inventato molti sentieri, molte religioni, molte credenze, salvatori e maestri, che, secondo lui, lo aiuteranno a trovare la beatitudine che non passa mai. Il guaio della ricerca è che essa porta a illusioni della mente, a visioni che la mente proietta e misura basandosi su oggetti conosciuti. L'amore che egli cerca è distrutto dal tenore della sua vita. Non si può avere un cannone in una mano e Dio nell'altra. Dio è solo un simbolo, una parola, che ha realmente perduto il suo significato, perché le chiese e i luoghi di culto l'hanno distrutto. Naturalmente, se voi non credete in Dio, siete simile al credente; entrambi soffrite e subite il dolore di una vita breve e vana; e l'amarezza di ogni giorno fa della vita una cosa senza significato. La realtà non è alla fine del flusso del pensiero, e il cuore vuoto è riempito dalle parole del pensiero. Noi diventiamo molto abili, inventando nuove filosofie, ma poi c'è l'amarezza del loro fallimento. Abbiamo inventato teorie sul modo di attingere all'assoluto, e il devoto va nel tempio e si perde nelle immaginazioni della propria mente. Il monaco e il santo non trovano quella realtà, perché entrambi fanno parte di una tradizione, di una cultura, che li accetta come santi e monaci.

La colomba è volata via; e la bellezza della montagna di nuvole è sulla terra - e la verità è lì, dove voi non guardate mai.

3
Era un vecchio giardino mongolo con molti alberi. C'erano grossi monumenti, tutti bui all'interno, con sepolcri di marmo, e la pioggia

e le intemperie avevano reso la pietra scura e le cupole ancora più scure. Su quelle cupole c'erano centinaia di piccioni, che si contendevano lo spazio con i corvi, e un po' più giù i pappagalli, che venivano a frotte da ogni dove. C'erano prati tenuti in bell'ordine, ben rasati

e innaffiati. Era un posto quieto e sorprendentemente non c'erano troppe persone. Alla sera i domestici dei vicini con le loro biciclette si riunivano su un prato per giocare a carte. Era un gioco che essi capivano, ma un estraneo non riusciva a raccapezzarsi. Gruppi di bambini giocavano sul prato di un'altra tomba.

Una tomba era particolarmente grandiosa, con grandi archi, ben proporzionata, e dietro di essa un muro asimmetrico. Era fatta di mattoni

e il sole e la pioggia l'avevano resa scura, quasi nera. C'era il divieto di raccogliere fiori, ma nessuno sembrava farci caso e tutti li raccoglievano lo stesso.

C'era un viale di eucalipti e dietro di esso un giardino di rose con muri sgretolati intorno. Questo giardino era tenuto in modo splendido: le rose erano magnifiche e l'erba era sempre verde e tagliata di fresco. Non sembrava molto frequentato e si poteva passeggiare in solitudine, guardando il sole tramontare dietro gli alberi e dietro la cupola della tomba. Specialmente di sera, con le lunghe ombre scure, vi si godeva una gran pace, lontano dal frastuono della città, lontano dalla miseria, lontano dalla bassezza dei ricchi. C'erano delle zingare che strappavano l'erbaccia dal prato. Era un posto bellissimo, ma l'uomo lo distruggeva a poco a poco.

C'era un uomo seduto a gambe incrociate in uno degli angoli remoti del prato, con la sua bicicletta accanto. Aveva gli occhi chiusi e le sue labbra si muovevano. Era da più di mezz'ora in quella posizione, completamente perduto al mondo, ai passanti e allo stridio dei pappagalli. Il suo corpo era immobile. Nelle sue mani c'era un rosario coperto da un panno. A parte le labbra, il solo movimento che si potesse scorgere era quello delle dita. Veniva ogni giorno verso sera, certamente dopo la sua giornata di lavoro. Piuttosto povero, abbastanza ben nutrito, se ne andava in quell'angolo e si perdeva. A chi lo interrogava rispondeva che stava meditando, ripetendo una preghiera o un mantra - e ciò -gli stava abbastanza bene. Vi trovava conforto dalla quotidiana monotonia della vita. Era solo sul prato. Alle sue spalle c'era un gelsomino in fiore; molti fiori spuntavano qua e là e la bellezza del momento lo circondava. Ma quella bellezza gli sfuggiva perché era perduto in una bellezza di sua fattura.


Meditare non è ripetere la parola, o sperimentare una visione, o coltivare il silenzio. Il rosario e la parola placano, è vero, il chiacchierio della mente, ma questa è una forma di autoipnosi. All'uopo andrebbe bene anche una pillola.

Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell'incanto del piacere. La meditazione non ha principio e perciò non ha fine.

Se tu dici: "Oggi comincerò a controllare i pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare regolarmente" - allora sei preso nei trucchi con cui inganniamo noi stessi. La meditazione non è l'essere assorti in qualche idea o immagine grandiosa: questa acquieta per il momento, come un bimbo tutto preso da un giocattolo è momentaneamente tranquillo. Ma, appena il giocattolo cessa di interessarlo, ricominciano i capricci. La meditazione non è la ricerca di un invisibile sentiero che porti a una qualche immaginata beatitudine. La mente meditativa è vedere - osservare, ascoltare, senza la parola, senza commento, senza opinione - tutto il giorno attentamente il movimento della vita in ogni suo rapporto. E la notte, quando l'organismo riposa, la mente meditativa non fa sogni, perché è stata sveglia tutto il giorno. Soltanto gli indolenti fanno dei sogni; soltanto i sonnolenti hanno bisogno del preannuncio delle loro situazioni.. Ma alla mente che osserva, ascolta il movimento della vita, sia quello esteriore sia quello interiore, viene un silenzio che non è montato su dal pensiero.

Non è un silenzio che l'osservatore possa sperimentare. Se ne fa esperienza e lo riconosce, non è più silenzio. Il silenzio della mente meditativa non sta entro i confini dell'individuabilità, perché questo silenzio non ha frontiere. C'è solo il silenzio, nel quale lo spazio della divisione cessa.


Le nuvole sembravano portar via le colline e la pioggia lucidava i grossi macigni disseminati sui loro pendii. C'era una striatura di nero nel granito grigio, e quella mattina la scura roccia di basalto era lavata dalla pioggia che la rendeva più nera.

Gli stagni si riempivano e i rospi cantavano in chiave di basso. Un intero gruppo di pappagalli veniva dai campi a cercare riparo e le scimmie si arrampicavano sugli alberi e la rossa terra diventava più cupa.

C'è un particolare silenzio quando piove, e quella mattina nella valle tutti i rumori - i rumori della fattoria, del trattore e degli spaccalegna - sembravano essere cessati. C'era solo il gocciolio dal tetto e il gorgoglio delle grondaie.

Era una cosa affatto straordinaria sentirsi la pioggia addosso, la pelle bagnata, e avere la sensazione che la terra e gli alberi ricevessero la pioggia con grande piacere; infatti era un bel po' che non pioveva, e adesso le piccole crepe nella terra si chiudevano. I numerosi uccelli erano stati azzittiti dalla pioggia; le nuvole venivano su da oriente, scure, plumbee, ed erano spinte verso ponente; le colline ne erano come portate via e l'odore della terra si spandeva in ogni angolo. Piovve tutto il giorno.

E nella quiete della notte i gufi si lanciavano il grido attraverso la valle.
Era un insegnante, un brahmino, con un lindo dhoti. Aveva i piedi nudi e portava una camicia occidentale. Pulito, occhi acuti, modi improntati a gentilezza e umiltà di cui il suo saluto fu una dimostrazione, non troppo alto, parlava inglese benissimo, infatti insegnava inglese in città. Non guadagnava molto e, come tutti gli insegnanti del mondo, a stento riusciva a sbarcare il lunario. Naturalmente era sposato e aveva dei figli, ma sembrava ignorare tutto ciò come se non avesse alcuna importanza. Era un uomo orgoglioso, con quel particolare orgoglio, non di ciò che si compie, non l'orgoglio dei bennati e dei ricchi, ma l'orgoglio di una razza antica, del rappresentante di un'antica tradizione, di un antico sistema di pensiero e morale che, in realtà, non aveva nulla a che fare con ciò che egli realmente era. Il suo orgoglio era nel passato che egli rappresentava, e il suo ignorare le presenti complicazioni della vita era il gesto di un uomo che considera tutto ciò inevitabile-ma-così-inutile. La sua dizione era meridionale, dura e forte. Disse che erano molti anni che ascoltava le conversazioni, qui sotto gli alberi. Infatti il padre ve lo aveva condotto quando era studente. Più tardi, quando intraprese il suo attuale misero lavoro, venne ogni anno.

«Sono molti anni che vi seguo. Forse comprendo intellettualmente ciò che voi dite, ma le vostre parole non sembrano penetrarmi molto profondamente. Mi piace lo scenario degli alberi sotto i quali voi parlate, e guardo il tramonto quando lo indicate - come fate così spesso nelle vostre conversazioni - ma non lo sento, non riesco a toccare la foglia e sentire la gioia delle ombre danzanti sul terreno. Non sento nulla, questa è la realtà. Ho letto moltissimo, naturalmente, letteratura inglese e letteratura indiana. So recitare una poesia, ma non so cogliere la bellezza nascosta dietro la parola. Sto diventando più duro, non solo con mia moglie e con i miei figli, ma con tutti. In classe grido di più. Perché non provo più - ammesso che l'abbia mai provato! - il piacere del tramonto? Perché non mi `sento più profondamente toccato dai mali del mondo? Mi sembra di vedere tutto intellettualmente e bosso ragionare benissimo - almeno penso - quasi con chiunque. Perché c'è questo abisso fra il cuore e l'intelletto? Perché ho perduto l'amore é il sentimento di genuina pietà e interesse?».

Guardate quella buganvillea fuori della finestra. La vedete? Vedete la luce su di essa, la sua trasparenza, il colore, la forma e la qualità?




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