La tratta: cenni storici e normativa di riferimento



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La tratta: cenni storici e normativa di riferimento
Il fenomeno della tratta di persone, per la molteplicità di forme e la dinamicità con cui si presenta e si è presentato in passato, si presta con difficoltà ad una identificazione univoca. Tuttavia, nell’ultimo decennio, sono stati compiuti passi significativi verso una definizione in grado di includere tutte le potenziali vittime e comprensiva di ogni tipologia di sfruttamento.

Infatti, per come si è presentato nel corso dei secoli, mimetizzandosi e assumendo forme diverse, il fenomeno della tratta si è prestato spesso ad essere confuso o erroneamente identificato con altri che ne rappresentano in realtà una delle espressioni, quali ad esempio la schiavitù o la prostituzione. Per questo motivo si è generato un clima di confusione semantica, alla chiarificazione del quale hanno contribuito due principali tappe:




  1. la Risoluzione sulla tratta degli esseri umani del Parlamento Europeo del 18 gennaio 1996.

Questa risoluzione stabilisce la tratta come l’atto illegale di chi direttamente o indirettamente favorisce l’entrata o il soggiorno di un cittadino proveniente da un paese terzo ai fini del suo sfruttamento, utilizzando l’inganno o qualunque forma di costrizione o abusando di una situazione di vulnerabilità o di incertezza amministrativa;


  1. Il Protocollo delle Nazioni Unite per prevenire, sopprimere e punire la tratta di persone.



Qui il fenomeno viene definito all’art. 3, come “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, il dare alloggio o accoglienza a persone, tramite l’uso o la minaccia dell’uso della forza o di altre forme di coercizione, il rapimento, la frode, l’inganno, l’abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite l’offerta o l’accettazione di somme di danaro o altri vantaggi finalizzati ad ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, la schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi”.
Tale ultima definizione, ampia e capace di includere tutte le potenziali vittime e di comprendere ogni tipologia di sfruttamento, pone fine ad anni di contrasti sulla delimitazione del fenomeno e apre quindi lo scenario degli interventi ad approcci modulati sui differenti punti di vista quali migrazioni, prostituzione, criminalità, etc. Ad oggi 42 paesi hanno ratificato il protocollo, contribuendo così all’uniformazione dell’area semantica a cui fa riferimento il termine “tratta”.

Infine, un ultimo documento da segnalare è la “Dichiarazione di Bruxelles sulla prevenzione e il contrasto alla tratta di esseri umani” (2002) con la quale sono state promosse linee guida e buone pratiche per sviluppare azioni coordinate per prevenire il fenomeno ed assistere le vittime.


La normativa italiana: l’articolo 18.
L’art. 18 del T.U. sull’immigrazione (d.lgs del 25 luglio 1998) ha costituito uno dei primi strumenti attraverso i quali lo Stato Italiano ha cercato di porre rimedio al fenomeno della tratta di persone.

La norma in questione, giustamente definita unica ed innovativa per i suoi profili del tutto peculiari, prevede la possibilità di rilascio da parte del questore di uno speciale permesso di soggiorno allo straniero sottoposto a violenza o a grave sfruttamento, quando vi sia pericolo per la sua incolumità per effetto del tentativo di sottrarsi ai condizionamenti di un’associazione criminale o delle dichiarazioni rese in un procedimento penale; il permesso è rilasciato per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale, su richiesta o previo parere del procuratore della Repubblica.

Le condizioni di violenza o sfruttamento possono essere accertate o nel corso di operazioni di polizia, di indagini o di procedimenti per delitti connessi alla prostituzione o altri gravi delitti, ovvero nel corso di interventi assistenziali dei servizi sociali pubblici o di enti ed associazioni non governative. Il permesso, che ha la durata di sei mesi, può essere rinnovato, per gli stessi motivi, per un anno (o per un maggior periodo). Dopo tale scadenza, il permesso di soggiorno può essere rinnovato per motivi di lavoro (se lo straniero ha in corso attività lavorativa) ovvero convertito in permesso di soggiorno per motivi di studio (qualora lo straniero sia iscritto ad un corso di studi).

Emergono subito due caratteristiche della norma italiana: da un lato, la possibilità di integrazione sociale dello straniero al quale, in attuazione del programma di assistenza, può essere rilasciato un permesso di soggiorno per motivi di lavoro o di studio, per motivi, cioè, che interrompono, anche formalmente, ogni collegamento con il passato e con il motivo iniziale della presenza irregolare dello straniero e restituiscono, specie alle donne sfruttate, quella dignità loro sottratta dai trafficanti. Dall’altro, la possibilità per lo straniero di rivolgersi inizialmente ai servizi sociali o ad enti ed organizzazioni non governative, con un approccio certamente più agevole e meno traumatico di quello legato ad una denuncia alla polizia giudiziaria. Questa possibilità, di un .percorso sociale ., costituisce l’aspetto più significativo e peculiare della norma, senza che vi sia contrasto con le esigenze di accertamento giudiziario, sia perché il .percorso sociale. È comunque destinato a sfociare nel .percorso giudiziario. (il questore è pubblico ufficiale ed ha obbligo di riferire all’autorità giudiziaria le situazioni di violenza o sfruttamento in presenza delle quali può essere rilasciato lo speciale permesso di soggiorno e che costituiscono delitti procedibili di ufficio), sia perché, come è stato rilevato dalla presidente della Commissione interministeriale per l’applicazione dell.art.18, rappresenta un’azione di sostegno nei confronti della vittima, crea un rapporto di fiducia non solo con le associazioni ma anche con le istituzioni e diventa un incentivo per la collaborazione giudiziaria successiva

Tale disposizione di legge ha permesso quindi affiancare agli aspetti repressivi quelli sociali e culturali, ponendo in primo piano il riconoscimento dei diritti delle vittime del traffico.
Legge 11 agosto 2003: “misure contro la tratta di persone”.
Su questa stessa linea è stata riaffermata, attraverso il recente intervento del legislatore italiano dell’11agosto 2003, la validità di meccanismi giudiziari che affianchino ad un maggiore rigore sanzionatorio per le condotte incriminate, un sistema premiale per gli autori di tali condotte che collaborino con la giustizia. Esso viene realizzato attraverso l’estensione della disciplina dei collaboratori di giustizia.

Ragione di questa legge è lo stabilire pene certe, sicure e gravi contro il fenomeno delle “nuove schiavitù”, termine che vuole indicare il perpetuarsi di un fenomeno antico e inconciliabile con la libertà e la democrazia, il quale si esprime in una serie di attività (prostituzione, sfruttamento dei minori, accattonaggio) strettamente collegate al proliferare della criminalità organizzata e delle “nuove mafie”, costituendone la linfa finanziaria vitale.

Il nostro legislatore ha voluto quindi inserire una serie di disposizioni che per un verso inaspriscono il sistema sanzionatorio per gli autori dei delitti in questione, per l’altro lo bilanciano con la possibilità di accesso al sistema dei collaboratori di giustizia.

Ciò è stato attuato con l’inserimento dei delitti di riduzione e mantenimento in schiavitù, tratta di persone, acquisto e alienazione di schiavi e di associazione per delinquere finalizzata a tali reati tra quelli di “criminalità mafiosa”, indicati nell’art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, dal quale deriva l’applicabilità di una serie di strumenti che rendono certamente più agevole l’accertamento giudiziario di tali condotte.



Inoltre, l’inserimento dei delitti in questione tra quelli di “criminalità mafiosa” realizza le condizioni per l’applicabilità ai loro autori della disciplina della protezione e del trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia, che, come si è detto, da un lato compensa l’inasprimento dell’aspetto sanzionatorio e dall’altro conferma la scelta di strumenti premiali.



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