La trattazione più avanzata della filosofia dello spirito si trova nell’



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18.11.2017
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Dopo essersi alienata nella natura, l’idea torna in sé e diventa SPIRITO. Lo spirito è il corrispettivo filosofico di ciò che nella religione cristiana è DIO, dunque il punto più alto nella sfera dell’essere e la meta più alta dal punto di vista sia conoscitivo sia morale. Differenziandosi dalla tradizione cristiana, si tratta però di un Dio che si fa, che si autorealizza e si autoconosce dinamicamente secondo i momenti dialettici dello SPIRITO SOGGETTIVO, dello SPIRITO OGGETTIVO e dello SPIRITO ASSOLUTO.

  • Dopo essersi alienata nella natura, l’idea torna in sé e diventa SPIRITO. Lo spirito è il corrispettivo filosofico di ciò che nella religione cristiana è DIO, dunque il punto più alto nella sfera dell’essere e la meta più alta dal punto di vista sia conoscitivo sia morale. Differenziandosi dalla tradizione cristiana, si tratta però di un Dio che si fa, che si autorealizza e si autoconosce dinamicamente secondo i momenti dialettici dello SPIRITO SOGGETTIVO, dello SPIRITO OGGETTIVO e dello SPIRITO ASSOLUTO.



La trattazione più avanzata della filosofia dello spirito si trova nell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, il testo del 1817 in viene condensato a scopo didattico tutto il sistema hegeliano della realtà, sviluppando anche un suo approfondimento assai complesso in cui vengono riassunti e rivisti i risultati delle ricerche precedenti (principalmente la Fenomenologia dello Spirito del 1907 e la Scienza della logica del 1812).

  • La trattazione più avanzata della filosofia dello spirito si trova nell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, il testo del 1817 in viene condensato a scopo didattico tutto il sistema hegeliano della realtà, sviluppando anche un suo approfondimento assai complesso in cui vengono riassunti e rivisti i risultati delle ricerche precedenti (principalmente la Fenomenologia dello Spirito del 1907 e la Scienza della logica del 1812).



La filosofia dello spirito esordisce con la elaborazione di una teoresi dello spirito soggettivo.

  • La filosofia dello spirito esordisce con la elaborazione di una teoresi dello spirito soggettivo.

  • Quest’ultimo è lo spirito in quanto attraversato ancora da un momento finito e individuale. In questo frangente Hegel tratta dall’uomo in quanto singolo, cioè dello Spirito che si manifesta soggettivamente, nelle più alte facoltà umane, quelle che appunto potremmo chiamare “spirituali”, escludendo dal proprio orizzonte l’intersoggettività. I tre momento dello spirito soggettivo sono: antropologia, fenomenologia, psicologia.



L’antropologia studia la coscienza nella sua fase aurorale: diremmo l’anima umana in quanto impara a gestire i bisogni immediati del corpo; la fenomenologia l’anima in quanto diventa cosciente di se stessa attraverso il pensiero, teoretico e pratico, che scopre via via coincidente con tutta la realtà; la psicologia studia l’anima umano nelle sue facoltà di intelligenza, memoria e volontà, nei suoi sentimenti e nella capacità di determinare se stessa a partire dalle sue inclinazioni.

  • L’antropologia studia la coscienza nella sua fase aurorale: diremmo l’anima umana in quanto impara a gestire i bisogni immediati del corpo; la fenomenologia l’anima in quanto diventa cosciente di se stessa attraverso il pensiero, teoretico e pratico, che scopre via via coincidente con tutta la realtà; la psicologia studia l’anima umano nelle sue facoltà di intelligenza, memoria e volontà, nei suoi sentimenti e nella capacità di determinare se stessa a partire dalle sue inclinazioni.



Antropologia: studia lo sviluppo dell’anima, dai suoi inizi legati alla gestione dei bisogni biologici primari fino al completo dominio sul corpo e la trasformazione del corpo in elemento attraverso cui si manifesta una vita interiore. Il corpo diventa segno dell’anima. Questa è però ancora un fase aurorale della coscienza vera e propria che si svilupperà nel momento fenomenologico.

  • Antropologia: studia lo sviluppo dell’anima, dai suoi inizi legati alla gestione dei bisogni biologici primari fino al completo dominio sul corpo e la trasformazione del corpo in elemento attraverso cui si manifesta una vita interiore. Il corpo diventa segno dell’anima. Questa è però ancora un fase aurorale della coscienza vera e propria che si svilupperà nel momento fenomenologico.



La trattazione del momento fenomenologico riprende l’analogo argomento affrontato nella Fenomenologia dello spirito. Qui si ripercorrono le tappe dell’anima come coscienza finita che progressivamente si riappropria della realtà diventando autocoscienza e ragione, cioè pensiero che sa di essere coincidente con la realtà e che ha la piena certezza di sé.

  • La trattazione del momento fenomenologico riprende l’analogo argomento affrontato nella Fenomenologia dello spirito. Qui si ripercorrono le tappe dell’anima come coscienza finita che progressivamente si riappropria della realtà diventando autocoscienza e ragione, cioè pensiero che sa di essere coincidente con la realtà e che ha la piena certezza di sé.

  • Hegel pensa che in questa fase lo spirito assoluto si manifesti attraverso il cammino della coscienza umana nello sviluppo della civiltà, laddove ad ogni tappa del processo di liberazione della coscienza umana corrisponde una tappa dell’arricchirsi della totalità spirituale della realtà.



In sostanza qui Hegel continua a trattare dello Spirito, ma sotto il profilo di quella sua PARTICOLARIZZAZIONE che è la coscienza dell’uomo. Infatti lo Spirito è la realtà che si sviluppa. Ma la realtà - che dalle sue minime espressioni in una materia inerte cresce fino al vivente, e dal vivente fino all’animale razionale che è l’uomo - prende forme sempre più complesse e alte. Quando la realtà è giunta a esprimere dal suo seno un ente come quello umano, il suo cammino continua. La realtà-Spirito si sviluppa ORA ATTRAVERSO lo sviluppo della coscienza umana con cui lo spirito giunge a conoscere il mondo cioè se stesso. Più la coscienza progredisce nella conoscenza del mondo, più lo spirito stesso progredisce nello sviluppo e nella conoscenza di sé.

  • In sostanza qui Hegel continua a trattare dello Spirito, ma sotto il profilo di quella sua PARTICOLARIZZAZIONE che è la coscienza dell’uomo. Infatti lo Spirito è la realtà che si sviluppa. Ma la realtà - che dalle sue minime espressioni in una materia inerte cresce fino al vivente, e dal vivente fino all’animale razionale che è l’uomo - prende forme sempre più complesse e alte. Quando la realtà è giunta a esprimere dal suo seno un ente come quello umano, il suo cammino continua. La realtà-Spirito si sviluppa ORA ATTRAVERSO lo sviluppo della coscienza umana con cui lo spirito giunge a conoscere il mondo cioè se stesso. Più la coscienza progredisce nella conoscenza del mondo, più lo spirito stesso progredisce nello sviluppo e nella conoscenza di sé.



Come detto, i momenti e le figure della F. sono trattati nella Fenomenologia dello spirito (1807) e ripresi nell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche (1817). Qui si affronteranno solo le prime: coscienza, autocoscienza e ragione, essendo quelle finali, spirito, religione e sapere assoluto, già parte della filosofia dello spirito oggettivo e assoluto.

  • Come detto, i momenti e le figure della F. sono trattati nella Fenomenologia dello spirito (1807) e ripresi nell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche (1817). Qui si affronteranno solo le prime: coscienza, autocoscienza e ragione, essendo quelle finali, spirito, religione e sapere assoluto, già parte della filosofia dello spirito oggettivo e assoluto.

  • Il punto di partenza è l’umana coscienza. Questa è lo Spirito in quanto appare, si determina e si particolarizza in un individuo-tipo (l’uomo), diventando membro della coppia soggetto-oggetto nel rapporto che l’individuo intrattiene con la realtà: la prima esperienza della coscienza umana è infatti quella di trovarsi come soggetto di fronte ad un oggetto. La fenomenologia intende descrivere le tappe attraverso cui questa iniziale contrapposizione viene tolta e superata e lo spirito riprende se stesso nella sua piena compiutezza.



Identità idealistica di soggetto e oggetto

  • Lo Spirito,

  • che è pensiero e natura al tempo stesso, cioè è pensiero e natura innervati l’uno nell’altro e l’uno per l’altro,

  • giungerà a tale risultato quando la coscienza umana – che è la forma embrionale e iniziale dello spirito stesso – sarà giunta a pieno sviluppo, cioè a capire che tra sé, tra il pensiero soggetto di conoscenza e la cosa-oggetto che le stava di fronte, non c’è nessuno alterità, ma totale identità. Dimodoché la realtà diventerà veramente il sistema del conoscere del soggetto e il soggetto si allargherà fino a diventare tutta la realtà.



La fenomenologia è la via che la coscienza finita (l’uomo) percorre per giungere all’assoluto infinito, la quale coincide con la via che l’assoluto percorre per giungere a sé medesimo, cioè per rientrare in sé dall’essere altro.

  • La fenomenologia è la via che la coscienza finita (l’uomo) percorre per giungere all’assoluto infinito, la quale coincide con la via che l’assoluto percorre per giungere a sé medesimo, cioè per rientrare in sé dall’essere altro.



La molla che determina il progressivo superamento delle figure è il dislivello fra soggetto e oggetto, è lo slancio verso il suo superamento. Il tentativo della coscienza che ha di fronte a sé un oggetto esterno è infatti quello di superare questa estraneità e fare proprio compiutamente l’oggetto, fino a sapere che lo spirito – soggetto è tutta la realtà.

  • La molla che determina il progressivo superamento delle figure è il dislivello fra soggetto e oggetto, è lo slancio verso il suo superamento. Il tentativo della coscienza che ha di fronte a sé un oggetto esterno è infatti quello di superare questa estraneità e fare proprio compiutamente l’oggetto, fino a sapere che lo spirito – soggetto è tutta la realtà.



Il momento iniziale della coscienza si sviluppa attraverso le seguenti figure

  • Il momento iniziale della coscienza si sviluppa attraverso le seguenti figure

  • La certezza sensibile – in cui si ha la pretesa di conoscere l’oggetto esterno immediatamente nella sua particolarità, senza ulteriori interventi del pensiero che si metterebbero in mezzo tra il soggetto e la cosa come subito gli si offre nella sua verità sensibile. Ma l’oggetto in questa singolarità sensibile appare inafferrabile: non appena viene indicato, esso ha bisogno di un termine universale come “questo, quello etc.” che lo definisca. Dunque, quando voglio “dire” qualcosa di singolare, devo subito usare un termine universale e passo ad un’altra fase della conoscenza. Con la sensibilità le cose non mi si danno immediatamente perché sono costretto ad operare una mediazione linguistica che mi porta su un piano diverso, quello di un pensiero che utilizza universale.



La coscienza 2: la percezione

  • La percezione – superando la certezza sensibile l’oggetto esterno non appare alla coscienza più un semplice questo, ma una “cosa dalle molte proprietà” (un oggetto che ha un essenza propria – cioè che lo fa essere proprio quella cosa lì - e si distingue dalle sue proprietà accidentali – ciò che cambiando non cambia l’identità fondamentale dell’oggetto).

  • Il problema è distinguere la stabilità della cosa dalla mutevolezza delle proprietà: infatti appare contraddittorio che la cosa sia una stessa cosa eppure essa sia molteplice in quanto appare nelle diverse qualità che essa porta con sé. Ecco che allora si cerca una stabilità, una sostanza che non muti al variare degli accidenti.

  • Ciò è pienamente realizzabile solo se si passa alla fase successiva, che permetta di superare il caos delle cose e dei loro molteplici aspetti.



Coscienza 3: l’intelletto

  • L’intelletto – Qui la conoscenza si eleva oltre il sensibile e va alla ricerca dell’essenza stabile e definitiva dei fenomeni. Tale stabilità è raggiunta quando l’oggetto/fenomeno è visto come il prodotto di forze e di leggi, che sono opera dell’intelletto: l’oggetto dunque dipende da qualcos’altro, e questo è l’io. L’oggetto si risolve nel soggetto e la coscienza dell’oggetto diventa coscienza di sé, cioè pienamente autocoscienza.



Al momento teoretico della coscienza segue il momento pratico dell’autocoscienza. L’autocoscienza è la coscienza che sa di sé e si vuole affermare contro l’oggetto esterno, vuole toglierne l’alterità e farlo interamente proprio a partire da ciò che essa decide. In tale contesto essa si coglie come appetito e desiderio che vuol far dipendere tutto da sé. Ma esso è condannato nella sua forma animale a rimanere insoddisfatto e a produrre dipendenza dall’oggetto desiderato.

  • Al momento teoretico della coscienza segue il momento pratico dell’autocoscienza. L’autocoscienza è la coscienza che sa di sé e si vuole affermare contro l’oggetto esterno, vuole toglierne l’alterità e farlo interamente proprio a partire da ciò che essa decide. In tale contesto essa si coglie come appetito e desiderio che vuol far dipendere tutto da sé. Ma esso è condannato nella sua forma animale a rimanere insoddisfatto e a produrre dipendenza dall’oggetto desiderato.

  • Tale fase viene superata quando l’autocoscienza, uscendo dall’isolamento, incontra un’altra autocoscienza da cui deve essere riconosciuta. L’autocoscienza è tale solo quando è per un altro. Ma tale incontro assume inizialmente la forma del conflitto e della lotta per la vita. Di qui la dialettica servo-padrone.



Nella lotta vince chi ha messo in gioco la propria vita (e diventa padrone), perde chi non ha voluto rischiarla (e diventa servo).

  • Nella lotta vince chi ha messo in gioco la propria vita (e diventa padrone), perde chi non ha voluto rischiarla (e diventa servo).

  • Il servo diventa una “cosa” nelle mani del padrone e il padrone gode delle cose che il servo fa per lui.

  • Ma così il padrone disimpara a fare le cose mentre il servo impara attraverso il lavoro. Il servo, lavorando, conduce un’attività spirituale di riplasmazione della materia che richiede di dominare le cose non restando schiavo del desiderio animale di esse, mentre il padrone diventa via via schiavo delle cose che gli fornisce il servo.

  • Inoltre il padrone non può riconoscersi nel servo (in quanto cosa) mentre il servo si riconosce nel padrone (riconoscendolo come potenza estranea da superare)

  • Dunque nel lavoro la coscienza servile ritrova se stessa, mentre quella padronale nel non-lavoro perde se stessa: il servo prende coscienza che è il signore a dipendere da lui, mentre il padrone non ritrova più se stesso in quella realtà che lui non contribuisce più a costruire.

  • Ciò dà luogo ad un progressivo rapporto di rovesciamento delle parti e di liberazione dell’autocoscienza servile.



Il processo di liberazione avviene attraverso il pensiero nelle tre seguenti fasi:

  • Il processo di liberazione avviene attraverso il pensiero nelle tre seguenti fasi:

  • 1) Stoicismo (indipendenza dal mondo) – la coscienza si riconosce come pensiero al di sopra di signoria e servitù. Lo stoico è libero sia come signore (Marco Aurelio) sia come schiavo (Epitteto). Ma tale sua libertà è conseguita tramite la rinuncia alle passioni. L’uomo a-patico è isolato dalla vita e la sua libertà è astratta, giacché le inclinazioni naturali, pur considerate indifferenti, permangono nella loro cogenza.



Scetticismo (negazione del mondo) – la libertà astratta degli stoici, da distacco dal mondo, diventa negazione del mondo: l’alterità che gli stoici non sono riusciti a superare, viene recisamente negata. Di conseguenza si dice nulla è vero e nulla è conoscibile. Ciò genera una scissione della coscienza perché essa nega ciò che è implicitamente costretta a fare: 1) nega la validità della percezione e percepisce, 2) nega la validità della conoscenza e conosce, 3) nega la validità del pensiero e pensa.

  • Scetticismo (negazione del mondo) – la libertà astratta degli stoici, da distacco dal mondo, diventa negazione del mondo: l’alterità che gli stoici non sono riusciti a superare, viene recisamente negata. Di conseguenza si dice nulla è vero e nulla è conoscibile. Ciò genera una scissione della coscienza perché essa nega ciò che è implicitamente costretta a fare: 1) nega la validità della percezione e percepisce, 2) nega la validità della conoscenza e conosce, 3) nega la validità del pensiero e pensa.



3) Coscienza infelice (negazione radicale del mondo in funzione di un ALTRO MONDO nel quale la coscienza trova il suo più autentico dover-essere e la sua verità) – La coscienza nega il mondo ancor più chiaramente e

  • 3) Coscienza infelice (negazione radicale del mondo in funzione di un ALTRO MONDO nel quale la coscienza trova il suo più autentico dover-essere e la sua verità) – La coscienza nega il mondo ancor più chiaramente e

  • PERÒ

  • lo fa in funzione di ciò che ritiene essere una verità esterna alla coscienza stessa e in generale TRASCENDENTE. Ciò accade soprattutto nel medioevo e si risolve solo quando la coscienza scopre che la vera realtà non sta sopra di lei ma dentro di lei. Solo così essa pacifica se stessa nella consapevolezza di essere soggetto e ragione assoluta e infinita.



E’ l’autocoscienza che acquisisce la certezza di essere ogni realtà, cioè unità teoretico pratica di di pensiero ed essere. Ciò avviene secondo tre tappe che ripetono ad un livello più alto quelle dell’autocoscienza.

  • E’ l’autocoscienza che acquisisce la certezza di essere ogni realtà, cioè unità teoretico pratica di di pensiero ed essere. Ciò avviene secondo tre tappe che ripetono ad un livello più alto quelle dell’autocoscienza.



La ragione che osserva la natura – nelle scienza naturali, la ragione cerca se stessa (non più qualcosa di altro da sé). Ma, dopo avere frugato nelle viscere delle cose, passando dall’analisi del mondo esterno della natura a quello interno della psicologia, dopo aver cercato, invano, corrispondenze tra il carattere umano e la fisionomia del viso (Lavater, la fisognomica) o la conformazione del cranio (Gall, la frenologia), non riuscirà pienamente a trovarsi nel mondo e giungerà alla consapevolezza che non riuscirà mai a ritrovarsi se non avrà imparato a farsi , ossia a realizzarsi nel mondo, trasformandolo.

  • La ragione che osserva la natura – nelle scienza naturali, la ragione cerca se stessa (non più qualcosa di altro da sé). Ma, dopo avere frugato nelle viscere delle cose, passando dall’analisi del mondo esterno della natura a quello interno della psicologia, dopo aver cercato, invano, corrispondenze tra il carattere umano e la fisionomia del viso (Lavater, la fisognomica) o la conformazione del cranio (Gall, la frenologia), non riuscirà pienamente a trovarsi nel mondo e giungerà alla consapevolezza che non riuscirà mai a ritrovarsi se non avrà imparato a farsi , ossia a realizzarsi nel mondo, trasformandolo.



2) La ragione che agisce, cercando di realizzare se stessa nel mondo, a partire dalla consapevolezza che l’unità di Io e mondo non è qualcosa di DATO e di contemplabile, ma qualcosa che deve venire REALIZZATO.

  • 2) La ragione che agisce, cercando di realizzare se stessa nel mondo, a partire dalla consapevolezza che l’unità di Io e mondo non è qualcosa di DATO e di contemplabile, ma qualcosa che deve venire REALIZZATO.



La ragion pratica governa l’agire umano facendogli via via assumere tre diversi criteri nella determinazione del suo comportamento:

  • La ragion pratica governa l’agire umano facendogli via via assumere tre diversi criteri nella determinazione del suo comportamento:

  • -il primo è quello in cui la singola autocoscienza agisce in vista del PIACERE: l’uomo ricerca la felicità e la realizzazione nel godimento, ma il piacere mondano e l’affermazione di sé sono destinate al fallimento perché in fondo al piacere non si trova nulla (Faust). SI TRATTA DI UN’ ETICA EDONISTICA

  • -



È data dalla singola autocoscienza e dalla sua immediatezza sentimentale che, agendo, si scontra con l’indipendenza delle altre autocoscienze (LEGGE DEL CUORE – Rousseau, Schiller).

  • È data dalla singola autocoscienza e dalla sua immediatezza sentimentale che, agendo, si scontra con l’indipendenza delle altre autocoscienze (LEGGE DEL CUORE – Rousseau, Schiller).

  • SI TRATTA DI UN’ETICA EMOZIONALE che rimane confinata nell’esperienza individuale.



È data dalla singola autocoscienza che, per agire, riconosce la necessità della propria unità con le altre autocoscienze, nel senso di elaborare un approccio che vada oltre il sentimento e le inclinazioni soggettive. Tuttavia con ciò arriva solo ad un concetto astratto di virtù, di umanità, di come dovrebbero andare le cose nel mondo (come è accaduto nei circoli dei philosophes francesi). Così essa si pone l’obiettivo di moralizzare un mondo a lei totalmente refrattario ponendo la propria virtù in contrasto radicale con l’ordine esistente come letterariamente avviene con Don Chisciotte, e in modo più tragicamente storico con Robespierre. QUESTA E’ UN’ ETICA DEL DOVERE INDIVIDUALISTICAMENTE INTESO CON LA PRETESA SOLO SOGGETTIVA CHE VALGA PER TUTTI.

  • È data dalla singola autocoscienza che, per agire, riconosce la necessità della propria unità con le altre autocoscienze, nel senso di elaborare un approccio che vada oltre il sentimento e le inclinazioni soggettive. Tuttavia con ciò arriva solo ad un concetto astratto di virtù, di umanità, di come dovrebbero andare le cose nel mondo (come è accaduto nei circoli dei philosophes francesi). Così essa si pone l’obiettivo di moralizzare un mondo a lei totalmente refrattario ponendo la propria virtù in contrasto radicale con l’ordine esistente come letterariamente avviene con Don Chisciotte, e in modo più tragicamente storico con Robespierre. QUESTA E’ UN’ ETICA DEL DOVERE INDIVIDUALISTICAMENTE INTESO CON LA PRETESA SOLO SOGGETTIVA CHE VALGA PER TUTTI.

  • Ciò che emerge in questa momento è l’insufficienza di ogni individualismo e il fallimento della coscienza individuale di farsi essa stessa come tale il centro del mondo.



È ragione autocosciente che supera il suo individualismo e la sua opposizione rispetto agli altri e al corso del mondo, cioè che si rende conto che ogni sua espressione deve comprendere l’universalità degli uomini e riguardare tutti, cercando piuttosto la razionalità del mondo che non una contrapposizione ad esso.

  • È ragione autocosciente che supera il suo individualismo e la sua opposizione rispetto agli altri e al corso del mondo, cioè che si rende conto che ogni sua espressione deve comprendere l’universalità degli uomini e riguardare tutti, cercando piuttosto la razionalità del mondo che non una contrapposizione ad esso.



Il primo momento di questa fase della ragione è quello in cui essa suggerisce all’uomo di votarsi completamente alla sua opera nel mondo. L’uomo crede di realizzarsi nel fare come il borghese tutto votato all’impresa, come l’uomo che trova nel lavoro l’unica fonte della sua realizzazione sociale.

  • Il primo momento di questa fase della ragione è quello in cui essa suggerisce all’uomo di votarsi completamente alla sua opera nel mondo. L’uomo crede di realizzarsi nel fare come il borghese tutto votato all’impresa, come l’uomo che trova nel lavoro l’unica fonte della sua realizzazione sociale.

  • Si tratta per Hegel ancora di una dimensione che egli chiama animale, pur dentro un mondo spirituale (regno animale nello spirito) poiché l’uomo qui annulla se stesso, come un animale laborioso, dentro le cose, senza cogliere il valore universale di ciò che fa.



Quando invece l’uomo coglie l’importanza di dare al suo agire un senso universale, egli non si limita a fare, ma pretende che il suo fare sia guidato da criteri validi oggettivamente e universalmente. Egli dunque va alla ricerca di leggi razionali, oggettive, e sempre valide in base alle quali stabilire la giustizia di ogni sua azione. Ma questa oggettività assoluta e formale (come lo è l’imperativo categorico kantiano) dipende dal vaglio che ne fa la ragione stessa. Dunque le leggi oggettive sono sempre commisurate alla ragione individuale e il loro essere-per-sé viene considerato come qualcosa che potrebbe in linea di massima non essere vero se il soggetto non vi vedesse verità. La legge, dovendosi legittimare allo sguardo del soggetto umano, perde la sua assolutezza oggettiva e l’uomo fallisce il suo obiettivo.

  • Quando invece l’uomo coglie l’importanza di dare al suo agire un senso universale, egli non si limita a fare, ma pretende che il suo fare sia guidato da criteri validi oggettivamente e universalmente. Egli dunque va alla ricerca di leggi razionali, oggettive, e sempre valide in base alle quali stabilire la giustizia di ogni sua azione. Ma questa oggettività assoluta e formale (come lo è l’imperativo categorico kantiano) dipende dal vaglio che ne fa la ragione stessa. Dunque le leggi oggettive sono sempre commisurate alla ragione individuale e il loro essere-per-sé viene considerato come qualcosa che potrebbe in linea di massima non essere vero se il soggetto non vi vedesse verità. La legge, dovendosi legittimare allo sguardo del soggetto umano, perde la sua assolutezza oggettiva e l’uomo fallisce il suo obiettivo.



Nella ragione che esamina le leggi vi è un’universalità ancora soggettiva e astratta che però è la base per il passaggio verso l’universalità concreta del NOI sociale.

  • Nella ragione che esamina le leggi vi è un’universalità ancora soggettiva e astratta che però è la base per il passaggio verso l’universalità concreta del NOI sociale.

  • L’etica non deve soggettivamente presupporre la sua universalità, ma incontrarla effettivamente negli altri. Il contenuto universale di ogni agire, cioè il criterio assoluto dell’azione,

  • non solo individuale, ma valevole per tutti e non solo giusto e buono nella sua enunciazione, ma in grado di modificare il corso della realtà,

  • non è quindi dato dal formalismo etico kantiano, ma dall’ethos della società, del popolo e delle concrete istituzioni statuali in cui si vive. Questo è l’autentico universale concreto.



Questa è la fase in cui si studia lo spirito soggettivo che è sintesi dell’anima che gestisce la dimensione biologica e coscienza che gestisce la libertà teoretica e pratica. La psiche è per Hegel

  • Questa è la fase in cui si studia lo spirito soggettivo che è sintesi dell’anima che gestisce la dimensione biologica e coscienza che gestisce la libertà teoretica e pratica. La psiche è per Hegel

  • unità di intelligenza e volontà.

  • L’intelligenza intuisce i dati sensibili, li immagazzina nel ricordo e dalla memoria come da un pozzo tenebroso li riprende dando loro nomi. Così nasce il linguaggio come un evento spirituale e sganciato dagli immediati dati sensibili. Sulla base del linguaggio si sviluppano i ragionamenti e i sillogismi che risultano così indipendenti dai condizionamenti sensibili.

  • Ma, consapevole della sua libertà la coscienza teoretica, diventa coscienza pratica, e manifesta la capacita di agire a partire dai suoi sentimenti – impulsi, inclinazioni, passioni – in cui la volontà si manifesta come ARBITRIO e capacità di scegliere qualcosa o qualcos’altro. Tuttavia questa libertà non può realizzarsi veramente se non incontra altri soggetti e non si realizza compiutamente nel mondo.



Se lo spirito soggettivo corrispondeva all’uomo in quanto individuo, quello oggettivo riguarda una soggettività che è ormai uscita dalla propria solitudine e ha guadagnato concreti rapporti sociali, istituzionali, storici. Dunque lo spirito oggettivo è “quel quid universale che nella cultura, nei costumi, nella lingua, nelle forme di pensiero, nei pregiudizi e nelle valutazioni predominanti conosciamo come potenza superindividuale” e concretamente storica che rappresenta il luogo in cui la libertà si realizza in un ordine intersoggettivo.

  • Se lo spirito soggettivo corrispondeva all’uomo in quanto individuo, quello oggettivo riguarda una soggettività che è ormai uscita dalla propria solitudine e ha guadagnato concreti rapporti sociali, istituzionali, storici. Dunque lo spirito oggettivo è “quel quid universale che nella cultura, nei costumi, nella lingua, nelle forme di pensiero, nei pregiudizi e nelle valutazioni predominanti conosciamo come potenza superindividuale” e concretamente storica che rappresenta il luogo in cui la libertà si realizza in un ordine intersoggettivo.



E’ il primo modo in cui una volontà libera si volge verso l’esterno e si dà un’esistenza tra gli altri.

  • E’ il primo modo in cui una volontà libera si volge verso l’esterno e si dà un’esistenza tra gli altri.

  • Essa assume la forma iniziale della proprietà che necessita di una regolamentazione contrattuale, la quale fa nascere il diritto privato con i suoi corollari di

  • legge

  • e sanzione.

  • Questi ultimi divengono il più generale sistema di regolazione dei rapporti sociali esterni.



Ma tutto ciò è ancora esterno e immediato. Quando le regole vengono interiorizzate nasce propriamente una moralità che esige l’adesione del cuore e che si esprime in una forma universale dell’agire.

  • Ma tutto ciò è ancora esterno e immediato. Quando le regole vengono interiorizzate nasce propriamente una moralità che esige l’adesione del cuore e che si esprime in una forma universale dell’agire.

  • E’ il momento dell’imperativo categorico kantiano la cui cogenza non dipende dalle sanzioni esterne ma dal riconoscimento da parte della coscienza della sua universale giustizia. Tuttavia tale moralità rimane rinchiusa nell’interno soggettivo e formale, così come avviene nella ragion pratica kantiana. Insomma se qui si è trasformata la regola puramente esteriore in imperativo universale riguardante l’intenzione, ciò comporta il rischio di un regresso alla dimensione soggettiva del dovere.



Quando il soggetto interiore si realizza nella società volendo fini concreti con una sostanziale fiducia del singolo nella comunità in cui è inserito e nelle sue leggi non più viste come semplici coercizioni esterne, si realizza l’eticità. Qui il singolo viene progressivamente inserito in comunità sempre più universali, in cui il egli impara via via a dare un valore universale e spirituale alla propria esistenza.

  • Quando il soggetto interiore si realizza nella società volendo fini concreti con una sostanziale fiducia del singolo nella comunità in cui è inserito e nelle sue leggi non più viste come semplici coercizioni esterne, si realizza l’eticità. Qui il singolo viene progressivamente inserito in comunità sempre più universali, in cui il egli impara via via a dare un valore universale e spirituale alla propria esistenza.

  • Il soggetto realizza tale immersione nella concreta comunità degli uomini dapprima imparando a convivere nella famiglia, poi nella più vasta società civile, poi nelle istituzioni universali dello Stato.



La famiglia non è fondata su un contratto, ma sul sentimento e sul rapporto tra i sessi trasfigurato nell’amore. E’ il primo momento in cui l’individuo esce dalla sua personalità chiusa e si ritrova in una totalità etica più ampia. Ma questo momento è anche il più naturale e immediato

  • La famiglia non è fondata su un contratto, ma sul sentimento e sul rapporto tra i sessi trasfigurato nell’amore. E’ il primo momento in cui l’individuo esce dalla sua personalità chiusa e si ritrova in una totalità etica più ampia. Ma questo momento è anche il più naturale e immediato

  • Nella società civile la compattezza etica della famiglia si frantuma in una miriade di interessi individuali in conflitto fra loro. L’unità della famiglia è disgregata nella più ampia dimensione sociale fatta di individui autonomi che perseguono interessi divergenti. Ciononostante qui nascono forme di solidarietà e di organizzazione sempre più cogenti - i ceti e le corporazioni - che preludono ad una organizzazione dal significato etico pienamente universale cioè lo Stato.

  • Nello Stato l’eticità si realizza pienamente e l’io individuale diviene un noi universale. Esso non sorge da un contratto ma è un’istituzione delle istituzioni, cioè la forma più alta di organizzazione e solidarietà tra gli individui che integra in modo esaustivo le loro esistenze, facendo della loro volontà qualcosa che ha valore universale e dunque realizzando nel modo più pieno la loro libertà.



Nello Stato la volontà soggettiva, sottraendosi all’arbitrio dei bisogni particolari, diventa volontà universale. Noi possiamo cioè liberamente volere i nostri fini solo quando questi siano insieme con-voluti dalla totalità degli uomini appartenenti alla nostra comunità.

  • Nello Stato la volontà soggettiva, sottraendosi all’arbitrio dei bisogni particolari, diventa volontà universale. Noi possiamo cioè liberamente volere i nostri fini solo quando questi siano insieme con-voluti dalla totalità degli uomini appartenenti alla nostra comunità.

  • Così lo Stato può essere pensato da Hegel come lo Spirito, il pensiero-soggetto che si è fatto storia entrando nel mondo.



Lo Stato è per Hegel luogo di integrazione delle volontà individuali. Esso non nasce da un contratto, ma da una vocazione.

  • Lo Stato è per Hegel luogo di integrazione delle volontà individuali. Esso non nasce da un contratto, ma da una vocazione.

  • Viceversa l’esistenza di uno stato di natura è quell’ipotesi secondo cui prima delle nascita delle istituzioni vi sarebbe stato un’originaria condizione (chiamata “stato di natura”) in cui gli uomini avrebbero vissuto secondo natura senza un’organizzazione civile. Tale ipotesi era servita a filosofi come Hobbes, Locke, Spinoza, Rousseau, per spiegare la nascita dello Stato come effetto di un contratto tra gli uomini, un patto che avrebbe sancito l’uscita dallo stato di natura e l’entrata nello stato civile, con vantaggi o svantaggi a seconda della visione del singolo filosofo. Per esempio in Locke lo Stato (cioè le istituzioni dello stato civile) serve a preservare efficacemente quei diritti (vita, libertà, proprietà) già razionalmente regolati che si esercitano nello stato di natura; per Hobbes invece lo Stato nasce per limitare la sfrenata libertà su tutto esistente nello stato di natura che porterebbe gli uomini a combattersi a vicenda e a sterminarsi.

  • L’ipotesi dello stato di natura implica che gli uomini non siano per natura animali politici (Aristotele), ma che lo Stato sia il prodotto di una decisione, quindi un artificio umano.



…dallo stato di natura si è da sempre usciti nella misura in cui l’individuo è sempre in mutua relazione con gli altri. Tale relazione assume la sua forma compiuta nello Stato, che comprende in sé ogni momento della progressiva universalizzazione della volontà individuale. Se la volontà utilizzasse lo Stato per i suoi fini e lo concepisse sul modello liberale solo come un mezzo di convivenza, allora ci vorrebbe un contratto per mettere assieme gli uomini. Ma in Hegel la volontà individuale non utilizza lo Stato, bensì si realizza nello Stato. L’uomo diventa pienamente uomo non quando vuole per sé come individuo, ma in quanto vuole per tutti come Spirito, quando la sua libertà coincide con la libertà del Tutto e partecipa alla costruzione, attraverso lo Stato, della storia come storia universale.

  • …dallo stato di natura si è da sempre usciti nella misura in cui l’individuo è sempre in mutua relazione con gli altri. Tale relazione assume la sua forma compiuta nello Stato, che comprende in sé ogni momento della progressiva universalizzazione della volontà individuale. Se la volontà utilizzasse lo Stato per i suoi fini e lo concepisse sul modello liberale solo come un mezzo di convivenza, allora ci vorrebbe un contratto per mettere assieme gli uomini. Ma in Hegel la volontà individuale non utilizza lo Stato, bensì si realizza nello Stato. L’uomo diventa pienamente uomo non quando vuole per sé come individuo, ma in quanto vuole per tutti come Spirito, quando la sua libertà coincide con la libertà del Tutto e partecipa alla costruzione, attraverso lo Stato, della storia come storia universale.



Lo Stato è descritto attraaverso la metafora dell’organismo:

  • Lo Stato è descritto attraaverso la metafora dell’organismo:

  • non è cioè un meccanismo i cui componenti hanno vita a sé e sono semplicemente assemblati

  • bensì

  • un’entità più simile ad un essere vivente le cui parti hanno senso solo in funzione del tutto e sono strettamente compenetrate le une nelle altre svolgendo ciascuna, a vari livelli, il suo ruolo per la vita dell’intero.

  • La funzione direttiva è svolta dal monarca, che però governa tramite leggi e costituzione (Stato di diritto).



Con lo Stato la razionalità fa il suo ingresso nel mondo.

  • Con lo Stato la razionalità fa il suo ingresso nel mondo.

  • La dialettica del rapporto tra gli Stati non è altro che lo sviluppo della razionalità secondo le tappe che coincidono con la storia universale e specialmente europea (dal mondo orientale a quello greco-romano a quello europeo-germanico, culmine del suo sviluppo). La storia è dunque il dispiegarsi dello spirito nel tempo, uno spirito che è razionale. Dunque la storia è manifestazione della razionalità dello spirito. Quindi tutto ciò che è accaduto è accaduto secondo ragione e con la medesima necessità che hanno le dinamiche razionali.



In alcuni uomini lo spirito ha manifestato se stesso in modo particolare, nel senso che tali uomini sono diventati strumenti particolarmente importanti dello sviluppo della storia e la loro volontà ha avuto un carattere radicalmente universale: sono gli individui cosmico-storici, cioè i grandi eroi in grado di cogliere il momento, cioè l’esatto significato storico-universale delle molteplici circostanze in cui sono stati inseriti, e di portare tali circostanze a compimento, costruendo nuove epoche della storia (e dunque dello spirito).

  • In alcuni uomini lo spirito ha manifestato se stesso in modo particolare, nel senso che tali uomini sono diventati strumenti particolarmente importanti dello sviluppo della storia e la loro volontà ha avuto un carattere radicalmente universale: sono gli individui cosmico-storici, cioè i grandi eroi in grado di cogliere il momento, cioè l’esatto significato storico-universale delle molteplici circostanze in cui sono stati inseriti, e di portare tali circostanze a compimento, costruendo nuove epoche della storia (e dunque dello spirito).

  • Nella storia lo spirito, cioè la razionalità che gli è propria, fa in modo che dal conflitto di innumerevoli e molteplici volontà, talora di per sé irrazionali e particolari, emerga un complesso ragionevole e uno sviluppo sensato. Questo fenomeno è chiamato da Hegel astuzia della ragione.



Dopo essersi realizzato nella storia lo spirito si autoconosce in modo assoluto e compie definitivamente il suo percorso, sintetizzando i un’unità superiore i suoi momenti soggettivi e oggettivi.

  • Dopo essersi realizzato nella storia lo spirito si autoconosce in modo assoluto e compie definitivamente il suo percorso, sintetizzando i un’unità superiore i suoi momenti soggettivi e oggettivi.

  • Ma tale autoconoscenza che compie definitivamente la consapevolezza di sé, non è data da una mistica intuizione, ma avviene in tre discipline o campi fondamentali: l’arte la religione, la filosofia. Sono questi i tre regni dello spirito assoluto.



L’arte coglie l’assoluto nella sensibilità, è la verità presentata alla coscienza nella forma della immediatezza sensibile. Qui non si tratta dell’arte intesa come abbellimento o decorazione di qualsiasi elemento, anche estraneo, ma di un’assoluta identità del più alto contenuto con la più alta forma (per es. il divino). Ma essa, in quanto forma sensibile, al suo acme rimanda a qualcosa di ulteriore a sé, che soddisfi un’esigenza spirituale ancora più alta.

  • L’arte coglie l’assoluto nella sensibilità, è la verità presentata alla coscienza nella forma della immediatezza sensibile. Qui non si tratta dell’arte intesa come abbellimento o decorazione di qualsiasi elemento, anche estraneo, ma di un’assoluta identità del più alto contenuto con la più alta forma (per es. il divino). Ma essa, in quanto forma sensibile, al suo acme rimanda a qualcosa di ulteriore a sé, che soddisfi un’esigenza spirituale ancora più alta.



E’ innato nello spirito il bisogno di una soddisfazione che parta dal proprio interno. Di qui la religione come raffigurazione o rappresentazione interiorizzata dello spirito. Non c’è più un elemento sensibile in cui lo spirito si manifesta, ma esso è pensato, fatto presente, cioè rappresentato nella stessa interiorità della coscienza.

  • E’ innato nello spirito il bisogno di una soddisfazione che parta dal proprio interno. Di qui la religione come raffigurazione o rappresentazione interiorizzata dello spirito. Non c’è più un elemento sensibile in cui lo spirito si manifesta, ma esso è pensato, fatto presente, cioè rappresentato nella stessa interiorità della coscienza.

  • La religione trasferisce l’assoluto dall’oggettività dell’arte all’interiorità del soggetto. Alla contemplazione estetica dell’assoluto qui si aggiunge la devozione interiore scaturita dall’intimità del sentimento.



L’interiorità della rappresentazione non è la forma più alta dell’interiorità. Nel libero pensiero va riconosciuta la forma purissima del sapere, che razionalizza speculativamente il più alto sapere dogmatico religioso (quello relativo alla Trinità) scoprendovi una struttura concettuale che è la medesima dell’assoluto stesso. La concettualità filosofica compie sia l’oggettività dell’arte nell’assoluta oggettiva verità del concetto, sia la soggettività della religione nell’assoluta pura certezza del pensiero, in modo che nella filosofia l’assoluto conosce pienamente se stesso, è posto in grado di ripercorrere le tappe del suo sviluppo, ed è vita, creatività, sviluppo che conosce di sé l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine.

  • L’interiorità della rappresentazione non è la forma più alta dell’interiorità. Nel libero pensiero va riconosciuta la forma purissima del sapere, che razionalizza speculativamente il più alto sapere dogmatico religioso (quello relativo alla Trinità) scoprendovi una struttura concettuale che è la medesima dell’assoluto stesso. La concettualità filosofica compie sia l’oggettività dell’arte nell’assoluta oggettiva verità del concetto, sia la soggettività della religione nell’assoluta pura certezza del pensiero, in modo che nella filosofia l’assoluto conosce pienamente se stesso, è posto in grado di ripercorrere le tappe del suo sviluppo, ed è vita, creatività, sviluppo che conosce di sé l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine.



Essa coincide con le tappe di autoconoscenza dell’idea. Ogni filosofia è coscienza parziale che l’idea ha di sé. E’ una tappa nello sviluppo del pensiero che si integra con le altre fino ad arrivare al punto in cui il pensiero diventa idealismo, cioè si sviluppa pienamente. Tale fase culmina con la filosofia hegeliana. Dunque nella storia non c’è propriamente una molteplicità di filosofie ma una solo filosofia che si sviluppa tramite le sue contraddizioni fine a giungere alla sintesi idealistica.

  • Essa coincide con le tappe di autoconoscenza dell’idea. Ogni filosofia è coscienza parziale che l’idea ha di sé. E’ una tappa nello sviluppo del pensiero che si integra con le altre fino ad arrivare al punto in cui il pensiero diventa idealismo, cioè si sviluppa pienamente. Tale fase culmina con la filosofia hegeliana. Dunque nella storia non c’è propriamente una molteplicità di filosofie ma una solo filosofia che si sviluppa tramite le sue contraddizioni fine a giungere alla sintesi idealistica.



La filosofia è presa di coscienza del suo sviluppo quando tale sviluppo è già avvenuto. Quando la realtà-pensiero giunge ad un dato livello, interviene la filosofia che retrospettivamente la comprende e ne prende teoreticamente possesso.

  • La filosofia è presa di coscienza del suo sviluppo quando tale sviluppo è già avvenuto. Quando la realtà-pensiero giunge ad un dato livello, interviene la filosofia che retrospettivamente la comprende e ne prende teoreticamente possesso.



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