La vita intellettuale dei ciechi



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22.12.2017
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LA VITA INTELLETTUALE DEI CIECHI. in "Introduzione all'educazione dei ciechi" di Augusto Romagnoli*

[abstract] A partire dalle pagine di Romagnoli, l’autore mette in evidenza i principi didattici per lo sviluppo della vita intellettuale del non vedente [fine abstract]



Orfeo Ferri
La vita intellettuale, così come viene presentata dal Romagnoli, e nell'analisi di idee fondamentali, rappresentazioni, concetti che la costituiscono, e nella impostazione sia pure obiettiva, ma più ancora suggestiva proprio per le molte possibilità che si offrono al cieco quando la naturale inclinazione di un intelletto fecondo vince le re­more della cecità, ci può apparire vita intellettuale di individui di eccezione, di uomini non comuni, ovvero, più precisamente, possiamo riguardarla e pensarla come vita intellettuale che segua a una proficua ed efficace educazione di base, e quindi a una normalizzazione piena e reale del fanciullo cieco. Tale implicita enunciazione di un criterio tanto basilare e vitale l'Autore svilupperà ampiamente poi nella espe­rimentazione del suo metodo educativo e nei suoi scritti. Soltanto un siffatto criterio evidentemente può rendere più obiettivo, e nello stesso tempo, più reale, concreto, effettivo il piano di vita intellettuale di privi della vista, il quale se non germogliante e da dirette esperienze sensibili e da una personalità formata, completa, armonica, spiritual­mente ricca, finisce col divenire pura, automatica abitudine a infrut­tuose astrazioni della mente. Il Romagnoli respinge, certo, decisa­mente l'aureola tradizionale di una gratuita superiorità spirituale del cieco incline per natura alla riflessione, alla speculazione, alla pura vita di pensiero: tuttavia, per amore di obiettività scientifica, e in particolare, psicologica e per il valore trascendente attribuito dall'Au­tore alla persona umana, cotesto ideale di superiore attività di pen­siero viene ripresentato in forma vissuta, più agevole e pratica. Infatti egli chiarisce per grandi linee1 pure in un linguaggio semplice e accessibile, suadente, intessuto di considerazioni concrete riferite a esperienze di tutti i giorni2 i fondamenti sui quali devono erigersi e crescere una vita intellettuale personale e sentimenti estetici, par­tendo dalla considerazione psicologica molto significativa e determi­nante di una immaginazione povera, immaginazione che nel cieco ne­cessariamente è da integrarsi con ogni accorgimento didattico e sus­sidi e soprattutto col favorire per tempo lo spirito d'iniziativa per­sonale, individuale, per la spontanea esplorazione, comprensione e conoscenza dello spazio e del mondo della forma. L'assimilare rap­presentazioni concrete sia rispetto alla quantità che alla qualità nel cieco è sempre un processo laborioso, lungo, che richiede molto sforzo e cioè “studio”, “attenzione” e non è un fatto spontaneo o meglio semplice e diretto; né i risultati possono credersi certi e immediati. Con molta evidenza il Romagnoli in Introduzione nota: i ciechi “..riescono bensì ad acquistare tutte le idee concrete, ma con un pro­cesso d'analisi assai più lungo e complesso, dovendo formare sempre per composizioni di percezioni successive i concetti che si presentano alla vista in una immagine unica»3. Essi sono continuamente sotto­posti a un «...lavoro intenso di immaginazione, di coordinamento e di rappresentazioni necessarie ai ciechi per iscoprire nella memoria molte idee, delle quali è avventura per loro la percezione diretta, e non ne avranno forse mai più una seconda”4. Pure i fatti più insi­gnificanti e automatici della vita quotidiana domandano a chi non vede, senza indugi, l'abito personale della osservazione, dell'atten­zione aspettante, sempre pronta ad agire come riflessione consape­vole anche per il più piccolo atto, gesto, movimento della persona, da tutti naturalmente considerato banale e spontaneo. Gli educatori dei ciechi conoscono bene tale meccanismo e soprattutto lo sforzo di questo comportamento apparentemente normale e apparentemente privo di caratteristiche motorie rilevanti. Il Romagnoli prosegue: “...tutto dev'essere calcolo (per il cieco) ed osservazione minuziosa, come per un continuo esperimento di gabinetto”5. La struttura­zione e l'arricchimento tempestivo del mondo immaginativo dei privi di vista (dei ciechi nati e assoluti, in special modo), la palese e mai colmabile ristrettezza della esperienza sensibile, il carattere eminen­temente analitico della conoscenza oggettiva e cioè del processo di acquisizione di rappresentazioni concrete, il ruolo fondamentale della memoria nel richiamare alla mente immagini percepite magari una sola volta, occasionalmente: sono tutti fattori questi e condizioni essenziali, posti necessariamente alla base della vita intellettuale dei non vedenti e della loro sensibilità estetica. Tali componenti di natura per lo più psicologica tradiscono chiaramente in sé gli ostacoli che chi non vede incontra nel giungere a un'esperienza sensibile personale, ricca, varia, capace di offrire sufficienti spunti e materiale, quanto basta, per una vita intellettuale umanamente feconda, più o meno ricca di contenuti conoscitivi, culturali, estetici veramente vissuti e vicini al mondo del pensiero, dell'arte e della natura.

Le evidenti carenze del mondo della immaginazione, pertanto, non costituiscono motivo valido per compromettere o seriamente osta­colare l'evolversi naturale e spontaneo della vita di un intelletto chiaro e fervido. Esso può vivere e fecondarsi su elementi che potreb­bero dirsi non tanto frammenti di realtà, quanto parti psicologica­mente e intellettivamente dinamiche e sostanziali di essa. La realtà, anche nell'intelletto di un non vedente, può ridursi a esemplificazioni fondamentali, concrete ed essenziali del sensibile, divenendo, in ultima istanza, simbolo, linguaggio e poi pensiero stesso e coscienza, senti­mento delle espressioni dell'arte. Nell'uomo, purché rimanga una possibilità di contatto diretto col sensibile, l'umanità sboccia e si può esternare meravigliosamente e armoniosamente come intensa vita intellettuale. “...Nulla può impedire un intelletto quando sia tratto da una forte vocazione”. “Nella potenza intellettuale appunto si trova il vero e sufficiente compenso della cecità, al paragone del quale piccola cosa è il raffinamento dei sensi rimasti. Questa potenza si svolge spesso tanto rapidamente da pregiudicare e anche da arrestare lo sviluppo fisico, come si vede frequentemente; l'anima uccide il corpo, o, quel che è peggio, lo rende ebete e malaticcio per una lunga vita”6. Questo tratto di pensiero così cristallino che il Romagnoli riveste di forma alata, sobria, quasi poetica, per esaltare la vera estrema potenza dell'intelletto umano in un corpo anche sensorial­mente debilitato, sembra poesia e invece è profonda coscienza di vita, professione e superiore anelito di un ideale che effettivamente può operare in una coscienza dove sia vigile e ognora attiva l'autonomia del soggetto; è robusta affermazione pedagogica e filosofica della supe­riorità dell'uomo di fronte alla materia inanimata, di un ideale che l'intelletto umano arriva a contemplare anche in terra, anche unito al proprio corpo imperfetto e incompleto nei sensi7. L'intelletto così affonda le sue radici nel sensibile tanto quanto è necessario e nello stesso tempo si costituisce effettivamente signore del sensibile, innalzandosi, espandendosi come conoscenza umana, come pensiero speculativo, scienza, coscienza dell'arte.

La legittimità di una tale esigenza interiore, ideale, per i ciechi è più che valida, non solo per i risultati, le mète a volte eccezionali raggiunte da ciechi altrettanto eccezionali dei quali ci parlano scrit­tori classici di ogni tempo8, ma soprattutto per quella buona dispo­sizione alla riflessione, alla meditazione, al ragionamento e quindi alla vita intellettuale che può essere agevolmente coltivata, bene indiriz­zata, favorita nel cieco, proprio in considerazione delle sue condizioni fisiche che invitano alla introspezione più che alla ricezione indiscri­minata, come avviene per chiunque, di quanto offre comunemente l'esperienza. “In verità, se gli altri uomini sono spinti alla vita intel­lettuale dalla naturale inclinazione e dal pensiero del pregio inestimabile del sapere, i ciechi vi sono obbligati e costretti dalla necessità, in tutti gli istanti della vita comune”9. L'incontro necessario di chi non vede con l'ambiente (luoghi, persone, cose) domanda sempre in ogni modo, uno sforzo, una concentrazione, una certa quale rappre­sentazione dei movimenti del corpo, in generale, e delle membra, poi, in particolare; attività cotesta che non si può compiere mai perfetta­mente come un automatismo, anche se ci accade di veder fanciulli e adolescenti ciechi muoversi molto liberamente con disinvoltura, senza far trapelare esteriormente nulla che indichi disagio e sforzo di adat­tamento alle normali varietà di ambiente. Una osservazione più attenta e obiettiva dei soggetti, anche i più pronti e spontanei o preparati, tuttavia, ci potrebbe far scoprire indizi evidenti della tensione interna del cieco (arti di tanto in tanto rigidi, capo rotante, sintomi di paura e quindi rumori appositamente prodotti per sentire auditivamente l'ambiente etc. etc.) e quindi dello sforzo al quale sono sottoposti indi­stintamente tutti coloro che non vedono per poter controllare e dal punto di vista della volontà e dal punto di vista intellettivo ovvero rappresentativo, immaginativo ogni attività propriamente fisica che implichi moto. Per tale continuo necessario allenamento alla elabora­zione personale dei dati sensori su un piano mentale, si può parlare, così come sostiene il Romagnoli, della necessità, dell'abitudine, della buona disposizione per i ciechi alla vita intellettuale e cioè a tutte quelle operazioni che la caratterizzano (analisi, generalizzazione, astrazione, giudizio, ragionamento, assimilazione dei concetti etc.).

Dimostrati validi i motivi psicologici e umani che inducono più facilmente il cieco a una vita intellettuale intensa e personale, il Roma­gnoli analizza un complesso di idee più ricorrenti e importanti, del quale ci serviamo quotidianamente e in ogni ordine del reale per la strutturazione della immaginazione, della fantasia, del linguaggio, dei sentimenti estetici.



Prima di ogni altra, viene presa in esame l'idea di colore, una delle componenti più in vista per il nesso che presenta con l'idea di luce e quindi con il carattere di movimento figurato ovvero della dinamica della forma che l'occhio sa leggere nella visione di luoghi, oggetti, persone, in una parola, della natura. Il colore per il cieco assoluto si riduce a delle costellazioni immaginative riferite a un certo numero di gruppi di qualità, colte dal privo di vista direttamente dall'esperienza viva, una a una, e poi messe insieme, legate intellettivamente mediante la memoria in un unico e nello stesso tempo scom­ponibile fantasma mentale. Ora, appunto, tale fantasma della rappre­sentazione intellettuale e astratta del colore comprenderebbe dunque in sé le differenti qualità riunite sotto un unico denominatore, sotto un'unica voce (bianco, rosso, nero, verde), voce che richiamerebbe alla memoria il ricordo di ogni singola qualità sentita a contatto degli oggetti (e questo è ciò che più conta) con l'odorato, il gusto, il senso termico, tatto, udito, insomma con quattro sensi, anzi che con cinque10. Chiarite e spiegate le idee di colore mediante l'associare da parte del fanciullo cieco le impressioni dei sensi a lui accessibili a contatto degli oggetti, alle espressioni della lingua comune, “queste idee, tuttavia, scrive il Romagnoli, restano sempre per lui convenzio­nali e vi penserà anche assai poco... ovvero le prenderà come sintesi di qualità morali e di stati e sensazioni complesse”11. Così, evitando ogni cattivo gusto di un sapere stantio, con estrema obiettività, viene puntualizzata la possibile rappresentazione puramente analogica, con­venzionale, astratta, intellettualistica che il cieco nato può formarsi del colore. Il passaggio del fantasma (ricordo delle singole qualità esperimentate e sentite negli oggetti) associato all'idea di colore, ad espressioni metaforiche12 è spesso rapido e piacevole e per questo, come nota acutamente il Romagnoli, il cieco ama ascoltare, studiare i discorsi degli altri. Ora, pertanto, pure considerata nel privo di vista dalla nascita l'inesistenza dell'idea di colore e quindi l'impossibilità della rappresentazione di essa, tuttavia, onde favorire nel fanciullo la formazione di una personalità armonica mediante un reale pro­gressivo arricchimento interiore e la formazione di un linguaggio nor­male, occorre non estraniare necessariamente il bimbo cieco dall'uso delle espressioni più correnti della lingua di tutti, le quali continua­mente si richiamano al motivo fantastico, vitale, suggestivo, dinamico del colore o più propriamente e direttamente all'idea della visione e cioè alla funzione specifica della vista, così come si può osservare nel brano della relazione di osservazione scientifica dell'alunno C. C. “il gatto” riportato in nota. Da un linguaggio parlato, comune, spon­taneo, ricco quindi di contenuti emotivi formali, effettivamente e age­volmente si può risalire a relazioni umane proficue e vissute nella comunione di un medesimo linguaggio per giungere in ultima istanza a una vita intellettuale interiore, piena, personale e spiritualmente feconda. L'apprendimento immediato della lingua, diretto, spontaneo, attuato dalla viva voce della gente, nell'ambiente familiare, scola­stico, naturale, senza esclusioni, accogliendo anche, s'intende, espres­sioni dove prevalgano immagini riferite a forme e colori, è cosa som­mamente importante e utile per il fanciullo non vedente né si pos­sono porre da principio limiti in questo processo di profonda strut­turazione e di crescita del pensiero, della vita intellettuale, della cono­scenza oggettiva del reale. Bene inteso, dunque, che chi non vede, il cieco assoluto, al tatto non può conoscere e riconoscere il colore.

Sfatata questa “diffusa credenza”, il Romagnoli ha cura di deli­neare quale deve essere l'opera dell'educatore in tal senso, nella sfera della formazione e dello sviluppo della vita intellettuale del bambino privo di vista. Dovrà invece essere somma diligenza degli educatori dire sempre ai fanciulli i colori delle cose che toccano, mostrarli a quelli che hanno percezione della luce, curare con l'aiuto della scienza e delle analogie che se ne formino il concetto meno inadeguato che sia possibile, non già per alcuna intrinseca utilità della loro mente; ma perché possano acquistare l'uso retto di parole e aggettivi che nella comune società sono tanto adoperati, badando tuttavia che non ne abusino per vanità.

“Si descriva pure loro il piumaggio d'un uccello o la tavolozza divina d'un tramonto; ma con questi reconditi intenti, di far loro trarre, sin dove siano possibili, le analogie dei colori con quello che in un bell'uccello od in un vago tramonto possono sentire; e di destare prudentemente in essi la coscienza che vi è qualche cosa che non vi sen­tono e che perciò la lingua dei colori non è la lingua loro. Lo studio dell'ottica è opportunissimo per questo»13.

Il chiaro pensiero del Romagnoli qui riportato testualmente pre­cisa in pieno e molto esaurientemente in maniera, come sempre, aggior­nata e attuale il problema, delineandolo nei veri e concreti suoi ter­mini psicologici e pedagogici, senza alcun accento particolaristico e pleonastico d'infondata, superficiale e tradizionale rivalutazione della personalità del fanciullo cieco, il quale è quel che è e quindi non può essere ingannato da alcuno e tanto meno dagli educatori; né può es­sere vanificato e soffocato da parole o comunque suoni verbali ai quali non corrisponde una immagine concreta, una rappresentazione, un'esperienza soggettiva e propriamente individuale. Quindi, pure favorendo necessariamente l'assimilazione spontanea, lo studio della lingua viva, parlata perché se ne usino rettamente tutte le parole, si deve nel bambino far luce la coscienza di qualche cosa che egli non può sentire, qualche cosa che sta al di là delle sue limitate sensazioni: ciò può già costituire fin dall'età della fanciullezza un giusto e utilissimo freno alla verbosità di coloro che parlano molto e che perciò si trastullano nel puro suono della voce e di vuote parole.



Dimostrato dunque come il colore in sé non costituisce un motivo vitale, spontaneo, profondo nel linguaggio per i ciechi né intrinseca utilità per la loro mente, l'Autore di Introduzione si domanda come si compongono ovvero come si strutturano le idee concrete che offrono alla mente dei privi di vista contenuti validi per una rappresentazione del reale e quindi per una vita intellettuale vera e propria. Quali sono gli elementi sensibili eminenti delle rappresentazioni, delle idee dei ciechi; di tali rappresentazioni hanno essi una esatta consapevolezza o coscienza? Il Romagnoli parte da una considerazione pratica e in sé ovvia: i vedenti, molto spesso, potremmo dire quasi sempre, cre­dono dì possedere immagini concrete più dei ciechi, proprio perché si affidano semplicemente, unicamente, senza alcuno sforzo, all'auto­matismo dell'occhio che vede, pure se non ci presta attenzione. Così essi considerano senza discussione prevalenti nella loro vita mentale e intellettuale le immagini visive, proprio in virtù della maggiore de­terminatezza, precisione, chiarezza, immediatezza, evidenza delle im­magini in sé. Con l'occhio che vede naturalmente non ci si può accorgere dell'attività degli altri sensi! Il Romagnoli nel corso del suo ma­gistero, tra i suoi allievi tirocinanti vedenti, più volte dimostrò in pra­tica, con esemplificazioni grafiche fatte eseguire dagli allievi maestri, (riproduzioni di brevi e noti percorsi, abbozzi di modelli in plastica) l'inadeguatezza delle idee o immagini al concetto, e ciò con grande meraviglia e profitto degli stessi vedenti i quali per anni si erano cullati nell'autosufficienza riposta a buon diritto nelle immagini date dalla vista, senza per altro provarne il grado di concretezza reale mediante la riflessione, una esatta descrizione orale, una rappresen­tazione grafica e plastica. Ora, grosso modo, la differenza esistente tra rappresentazione e concetto ovvero l'inadeguatezza tra questi due termini della mente, dell'intelletto umano è in sé insuperabile e ciò si può dire per ogni individuo, per ogni uomo e a rigori non particolarmente soltanto per il cieco.

Questa considerazione dal piano puramente pratico, viene trasfe­rita su quello teoretico e metafisico; e allora l'inadeguatezza della rappresentazione al concetto appare realmente ancora più manifesta e obiettiva. Così, persino nella matematica, la scienza che “si forma da sé, definendoli, i propri concetti”, l'inadeguatezza medesima tra immagine e concetto rimane pur sempre un dato di fatto, o se si vuoi esser più precisi, un'esigenza umana, un bisogno della mente da soddisfare. E questa non corrispondenza mai perfetta tra rappre­sentazione e concetto viene sentita molto di più al di qua dell'intel­letto, quasi che nello spirito si potessero porre delle frontiere per dividere nettamente il sensibile dall'intelligibile. Pertanto, pure con­siderato un tale sforzo di adeguazione della immagine al concetto, nella sua contingente strutturazione psicologica fatta di elementi essen­zialmente formali costituitisi in rapporti di spazio, esso tuttavia si estrinseca soprattutto come insopprimibile esigenza metafisica del­l'uomo: la misura, l'intensità, la rispondenza al reale, il grado di tale estrinsecazione sono senza dubbio subordinati alla natura altamente spirituale, interiore, metafisica dell'atto stesso del soggetto, sia esso privo di vista o vedente. E appunto tale subordinazione costituisce una delle condizioni essenziali della vita intellettuale e dell'autonomia e della potenza dell'intelletto stesso. L'esigenza del metafisico, che non esclude per altro i termini in sé non assoluti del concreto e del reale dei quali s'intesse necessariamente l'immaginazione, si traduce in intensa vita intellettuale. Non ammettere nulla oltre quello che si sa “immaginare” e “concepire” significa in sostanza privare l'uomo stesso di pensiero, togliergli quello slancio dello spirito e della coscien­za che lo spinge oltre se medesimo, al di là della sua esistenza quoti­diana e momentanea, fisica e contingente. È come sfigurare l'uomo nell'intimo della sua essenza. “...Il campo dell'intelligibile sconfina assai il concepibile” “l'immaginazione ha per limite l'indefinito, e l'intelletto l'infinito; e che se all'estremo del sensibile ci sentiamo smarriti non dipende dall'impotenza dell'intelletto, ma da incapacità della parola, del mezzo cioè per determinare e ripensare le intelle­zioni”14. È questo un linguaggio forse incomprensibile perché pro­prio e congeniale soltanto a una ristretta élite? La meditazione, il raccoglimento dell'anima, una coscienza sempre presente a se stessa dovrebbero essere qualità e condizioni spirituali sempre emi­nenti in ogni educatore e specialmente in tutti coloro che vivono tra fanciulli ciechi onde poterne comunicare con efficacia l'abito intcriore, assai per tempo. Chi non vede giunge agli alti intenti del suo presunto naturale raccoglimento qualora, fin dai primi anni di educazione, gli si fornisca la materia grezza (una buona esperienza e uso dei sensi residui) e soprattutto, la buona disposizione e l'eser­cizio alla meditazione e al silenzio e cioè l'abito e l'abitudine a colti­vare e secondare una visione intcriore della vita, la coscienza sempre vigile della ricerca del vero sia sul campo della conoscenza oggettiva che su quello teoretico, metafisico, morale. Ciò ci dispensa dal credere e ritenere il fanciullo non vedente privo di vivacità, di brio, di gioia esplosiva e rumorosa! Per i ciechi, come del resto per tutti, non è certo gratuito e assolutamente spontaneo l'atteggiamento intcriore che favo­risce la meditazione e quindi una intensa e superiore vita intellet­tuale. Esso implica la rinuncia alla banalità e domanda amore costante e sincero alla riflessione, alla osservazione, al ragionamento, al giu­dizio, alle cose viste come tutto, come divenire di fatti, come concetto, come sintesi cui si giunge dopo analisi minuziose, maturate nella propria mente. Ora, sembra quasi che il Romagnoli nel presentare questo aspetto così caratteristico ed elevato e suggestivo dell'intel­letto umano, abbia preso le mosse piuttosto dal metafisico ossia da quella condizione di pienezza, o stato beato della mente umana, dove ci conducono la religione, la morale, l'ascetica, la contemplazione. Scrivendoci così come ci scrive, o meglio ancora, parlandoci così come egli fa, il Romagnoli non rivela altro che se stesso: è un aspetto non teorico ma vissuto intimamente e quotidianamente della sua ecce­zionale vita intcriore, aspetto teoretico del suo spirito, aspetto reli­gioso della sua anima che da buon educatore non può far a meno di palesare e comunicarci e di evidenziare come uno dei filoni più elevati e sublimi della vita intellettuale. Orbene, il punto di partenza resta pur sempre la constatata, consapevole e vissuta inadeguatezza della immagine al concetto, fatto psicologico che il cieco vive in maniera direi più personale, più sentita, più sofferta. Comunque, per dirla col Romagnoli stesso: “il cieco è egualmente soddisfatto dei suoi fantasmi tattili, uditivi, olfattivi, termici, e si congegna con essi i suoi pensieri, non accorgendosi che siano più indeterminati, se altri non lo induca a pensarvi”15.

Le idee concrete, senza l'aiuto della vista, si compongono mediante l'apporto dei sensi rimasti a disposizione del cieco. Sembra, in apparenza, troppo semplice tutto ciò; eppure, fondamentalmente non può essere altrimenti, se dobbiamo ammettere il sensibile come su-strato necessario di qualunque nostra rappresentazione e concetto. Anche le idee concrete più ardue e impossibili a rappresentarsi per il privo di vista si riducono a un insieme di fantasmi di sensazioni spe­rimentate. Il ciclo stellato, l'universo possono essere assai bene de­scritti dal cieco colto, che sappia di astronomia e di fisica, come se vedesse! Ma la luce rimane per lui unicamente e soltanto sensazione che non è quella di tutti! La luce per il cieco assoluto può essere una “sensazione termica, aerea, tattile, muscolare; fluida, leggera leggera”. È sensazione di luce cotesta? Così pure, l'idea di ambiente (luogo aperto o stanza), è anche essa qualche cosa di molto generico e inde­terminato, è una sensazione di spazio che si precisa soltanto se inter­viene il moto intelligente della persona, del corpo per stabilire distanze, proporzioni, punti di riferimento, una certa qual rappresentazione fondamentale geometrica del tutto. Quando interviene il tatto, poi, allora si hanno effettivamente impressioni più concrete, più chiare, impressioni e veri e propri schemi mentali che l'educazione e l'eser­cizio possono costituire come strumenti utili per la conoscenza oggettiva di tutto quanto può cadere sotto le dita o essere porto alla mano educata di un cieco. Nella disamina della composizione delle idee concrete, il Romagnoli, necessariamente, per potersi adeguare alla ignoranza comprensibile dei problemi dei ciechi, si limita ad accen­nare soltanto a grandi linee al processo immaginativo proprio di chi non vede per rappresentarsi l'idea di ambiente, di una stanza, di un animale, quale il cavallo, di una persona, in genere. Per questo ultimo tipo di rappresentazione, il privo di vista, e ciò è da tenersi in consi­derazione, è incline a notare piuttosto le impressioni non tanto formali dei lineamenti della figura, quanto invece le doti morali che si possono intuire e che possono trapelare dal modo di porgere, da tante piccole sfumature e impercettibili inflessioni di voce che comu nemente sfuggono. Il Romagnoli è senza dubbio un fine e raro osser­vatore e spettatore del modo di pensare, di immaginare e di vedere uomini e cose del cieco. Le sue non sono certo delle note peregrina di riflessioni casuali. Tale punto di vista di una visione raccolta, inte­riore della vita si avverte in ogni aspetto del pensiero pedagogico del Romagnoli, anche in scorci sociali di vita spicciola. Ora, il possedere effettivamente ben poco del mondo esteriore, delle tantissime sensa­zioni e impressioni, quadri che offrirebbe la vista, fa sì che senza molto sforzo, quasi spontaneamente, chi non vede approfondisca, pensi, osservi, analizzi gli elementi conoscitivi desunti dalle sensazioni delle quali può disporre. Il numero degli oggetti che il cieco può cono­scere, toccare e immaginare è per rigorosa necessità ristrettissimo e angusto; perciò deve essere somma diligenza dell'educatore allargare un tal numero di oggetti da conoscere, perché l'immaginazione non si concentri “troppo vivamente” su questa o quella cosa che si cono­sce, spegnendosi a poco a poco e svuotandosi di contenuti mentali concreti. L'Autore, dal punto di vista immaginativo, tra coloro che non vedono distingue come due categorie di soggetti: gli uni che partendo sì da una immaginazione attiva e normale, anche se ridotta diciamo così quantitativamente, si fissano su alcuni fantasmi al punto di non riuscire mai più a rinnovarsi, a rinverdire la propria immagi­nazione; essi finiscono col vivere completamente sull'irreale e d'irreale.

I secondi, invece, troppo inclini a fantasticare, si muovono in questa unica direzione e di concreto nella immaginazione, sin da principio, possiedono troppo poco: questi ben presto perdono “vivacità” e “iniziativa”. Il cieco colto, educato ad acquisire idee concrete per ricavarne una vita intellettuale piena, la quale possa effettivamente attingere dalla immaginazione, è in grado di richiamare alla mente i ricordi quali immagini vive e valide. Questa rievocazione volontaria da un piacere analogo a quello che fa provare la vista quando essa passa, vola da una cosa all'altra, così, per distrazione o vaghezza. Nel cieco si tratta naturalmente di una vista interna, più statica e meno agile, una vista, diciamo così, mentale fatta di chiara memoria e di forme sentite con più sensazioni, toccate. Il cieco educato tesau­rizza, accumula pian pianino e non dissipa né perde nulla durante la via, una via lunga e a volte assai angusta. Una cosa toccata una volta gli deve bastare anche per l'avvenire! Al vedere di chi usa l'occhio, il cieco sostituisce di necessità l'osservare; dove l'occhio spazia, la mano tocca si può dire soltanto per assaggio. Il cenno assai vivo e significativo alla idea concreta e alla rappresentazione di un castello medioevale è un vero modello di guida. Più che tocchi di penna, sono, per dire così, pennellate di tatto e di sensazioni proprie ai ciechi16.

II motto citato con spirito dal Romagnoli “Non multa sed multum”, “poco, ma bene” potrebbe essere assunto come regola di vita della immaginazione dei ciechi.

Le lacune della immaginazione sono da considerarsi seriamente: ciechi ignoranti o non educati e male istruiti possono giungere ad avere “lacune incredibili”; nella loro mente. Si rimedia a un tale pericolo soltanto con una robusta cultura, non mnemonica, ma fon­data su una conoscenza oggettiva fatta di rappresentazioni concrete, scaturite dall'esperienza sensibile, dalla vittoria intima e personale del cieco sulla propria pigrizia mentale ovvero inerzia e generale stati­cità fisica e psichica, sulla frequentissima avversione degli educandi e degli adulti per l'attività manuale, per la plastica, per il disegno, per la topografia, per tutto ciò insomma che veramente può rendere viva, ricca e palpitante l'immaginazione, dando fondamento di con­cretezza anche alla vita intellettuale. Si riducono i ciechi alla vera mendicità spirituale, se di essi non si nutre convenientemente l'imma­ginazione. Il quadro dei privi di vista mal nutriti spiritualmente e male istruiti, dalla fantasia logora e inconcludente, dalla immaginazione vuota, fu realmente una ben dura e crudele realtà. Tuttavia il pericolo di un tale avvilimento, di una vera e propria frustrazione dell'intel­letto ci può essere ancora e, si può dire, non sarà mai scongiurato abbastanza se l'educazione non provvede per tempo, indirizzando al concreto non solo l'immaginazione, ma foggiando, formando nei fan­ciulli e negli adolescenti un carattere.



Un buon carattere fa superare le difficoltà intrinseche alle parti­colari condizioni di vita che impone la cecità — condizioni di priva­zioni e rinuncia, di accettazione serena e cosciente delle umiliazioni causate dalla ignoranza e soprattutto dai pregiudizi circa i problemi dei ciechi. Un buon carattere amabile e tranquillo costituisce un motivo favorevole di rilievo per una vita intellettuale spontanea, rigo­gliosa, espansa. Un carattere intrattabile, chiuso, nutrito di pessi­mismo represso e abituale arresta e inibisce considerevolmente la vita intellettuale medesima. La causa più comune, più banale, meno sufficientemente individualizzata dai più, del cattivo carattere dei cie­chi è ancora oggi, come mezzo secolo fa, la falsa pietà o commisera­zione per la grande sventura dei privi di vista, commiserazione spesso ammantata della migliore buona volontà e delle più belle parole attin­te bellamente alla solidarietà e al disinteresse! In questo alone di vieta e sconfortante beneficienza sono ancora coinvolti indistinta­mente ciechi poveri e realmente indigenti e ciechi con una vita propria, libera, dignitosa e con responsabilità gravi di lavoro. La vita intellet­tuale compensa anche di queste insanabili amarezze.

Nell'astrazione e nel ragionamento, funzioni superiori della intel­ligenza umana, chi non vede ritrova i mezzi più validi e sempre a sua completa disponibilità, per l'acquisto di una vera ricchezza di pen­siero. Astrazione e ragionamento sono alla base della vita intellettuale e sono strumenti fondamentali ai ciechi per il raggiungimento di essa. Nel linguaggio comune chi non vede, si può dire, trova la fonte più certa, sicura e diretta delle idee concrete. Queste gli si presentano ridotte, per dir così, all'essenziale, semplificate e già poste al livello di espressioni di pensiero, e cioè come concetti ancora prima che come immagini. Le stesse idee concrete attinte direttamente e per un processo spontaneo dalla lingua parlata si presentano già spoglie di tutti quegli elementi immaginativi non necessari. Ora, l'astrazione rende particolarmente assimilabili alla memoria del cieco idee e con­cetti, immagini e rappresentazioni presi immediatamente dal linguag­gio di tutti. Il Romagnoli nota acutamente: il cieco si trova in condi­zioni favorevolissime per un miglior uso dell'astrazione e del ragiona­mento. Egli necessariamente deriva le idee dalla parola degli altri; la sua abitudine all'analisi che gli viene dal frequente uso del tatto, elimina nelle idee il superfluo. L'uso della memoria in questa ten­denza a non tener conto che dell'essenziale anche nelle idee apprese dalla lingua viva, è particolarmente naturale, agevole e fruttuoso. La mancanza manifesta nelle idee dei ciechi della “determinazione”, “unità” e “vivezza”, caratteristiche che riscontriamo agevolmente nelle idee visive, nelle immagini offerte dalla vista, attua ancora di più e più facilmente il processo di astrazione e quindi di memoriz­zazione. Astrazione e ragionamento sono caratteristiche intrinseche e dinamiche nel meccanismo che presiede alla vita intellettuale del cieco, giacché con esse si spiega la prevalenza della memoria e quindi la grande importanza, direi indispensabile, della sua funzione che dovrebbe sostituire e compensare, per quanto è possibile, l'estensione delle cognizioni, e, in ultima istanza, del sapere stesso, della cultura. Il processo di astrazione, nota molto opportunamente il Romagnoli, “è assai più rapido e sicuro in un cieco che in un vedente di eguale intelligenza e coltura”17. La maggiore naturale concentrazione e attenzione, le minori distrazioni esterne ridotte a volte al minimo sono tutte condizioni favorevoli perché il processo di astrazione, di scom­posizione e presa a carico degli elementi immaginativi necessari, si attui come memorizzazione. A questo particolare modo di astrarre, immaginare, ricordare occorre indubbiamente educare i nostri fan­ciulli onde apprestar loro assai per tempo i mezzi più atti al raggiun­gimento di una vita di pensiero veramente ricca e personale. Promuo­vere quindi l'esigenza del ragionamento nel bimbo, oltre che quella del concreto, è necessario; favorire l'esercizio della memoria e inten­sificarlo sempre più intelligentemente, significa in pratica abituare i ragazzi ciechi a un processo di astrazione sempre più proficuo, dove gli elementi immaginativi fondamentali si configurino come veri e propri interessi o centri di attenzione e non come mere ripetizioni ver­bali. Occorre, ripeto, coscientemente educare i nostri fanciulli a un siffatto lavoro della mente, e non lasciare che si disperdano in diva­gazioni immaginative vane, fatte unicamente dì spunti, di fuggevoli prese di contatto con gli oggetti o di illusorie immagini inconsistenti perché non assimilate e prive di interesse. Oggi, per troppo amore alla spontaneità e per voler raggiungere una conoscenza immediata, un apprendimento rapido, intuitivo, credendo di poter eludere le fasi necessarie, dell'analisi, della sincresi, della sintesi, credendo di non dover tener conto dell'astrazione e della logica o ragionamento, si trascura nelle nostre scuole la funzione fondamentale della memoria. Non ci deve confortare la convinzione e la constatazione obiettiva, pura e semplice, dei pregi e dei vantaggi della memoria per i privi della vista! Non riflettiamo abbastanza all'autonomia di pensiero, di cultura che può dare un elevato livello del potere di astrazione nei ciechi. Il Romagnoli ci tiene particolarmente a porre in rilievo l'utilità incomparabile della funzione di astrazione nella vita intellettuale; e ciò non, come al solito, per amore di teoria, ma per i risultati da lui stesso e da tanti altri ottenuti. Egli, inoltre, approfondendo l'esame della vita intellettuale dei ciechi o più propriamente dei mezzi che ne fanno raggiungere le finalità spirituali e scientifiche, distingue la memoria meccanica o pura da quella che ha in sé come agente prin­cipale un nesso logico o di coordinamento degli elementi concet­tuali o di pensiero. La memoria pura .infatti, spessissimo, è “labile” o “infedele”. La pura ripetizione di cose non capite è oltre modo dif­ficile e faticosa, senza dire che non porta alcun frutto vero nella mente. I ciechi, proprio per la loro particolare forma mentis, hanno bisogno di ricordare e cioè hanno estrema necessità di affidare imma­gini, idee, concetti acquisiti alla memoria non pura, perché diven­gano tessuto profondo della intelligenza e quindi vita intellettuale vera e propria. Essendo il processo di astrazione e la memoria logica in condizioni di attuarsi nei ciechi più facilmente che nei vedenti, ne consegue un ragionamento più spedito e ricco.

“I ciechi amano l'ordine, la simmetria, la logica, i giuochi com­plicati. Gli studi gravi della scienza e della filosofìa li dilettano gene­ralmente più dei romanzi; evitano i discorsi frivoli, ed è notabile il fatto, che, conversando, seguono in generale anche per ore intere il filo di un ragionamento, ripigliandolo magari nella conversazione prossima, senza quella mobilità che è propria del discorso ordinario. Il loro periodare è volentieri lungo, e lo stile, non di rado, involuto per troppa concisione. Anche il giudizio è naturalmente più spedito e retto, perché meno turbato da impressioni esteriori”.

L'analisi particolareggiata degli strumenti necessari alla vita intel­lettuale, pure facendoci intuire in virtù dell'accentuata prevalenza dell'astrazione la carenza di vivacità e spontaneità che al pensiero dei ciechi avrebbero potuto dare immaginazione e fantasia normali, non svaluta affatto la vita intellettuale in sé. Essa anche per il privo di vista viene riconosciuta attività piena, processo di conoscenza valido, non diminuito nei suoi elementi costitutivi. Dalla vita intellettuale il cieco effettivamente attinge le gioie e le soddisfazioni più pure. Il minor apporto dei dati sensibili non la destituisce dalla sua elevata funzione né tanto meno la rende meno efficace. La vita intellettuale è un presupposto necessario, una condizione, giacché soltanto in essa si possono rinvenire motivi profondi, spirituali, interiori atti a far superare le limitazioni fisiche della cecità. La povertà sensoriale e quindi immaginativa dei ciechi non limita affatto il concetto di cul­tura: la cultura muove essenzialmente da un criterio o meglio da una personale esigenza di ricerca interiore, oggettiva, etica e spirituale, ricerca che si spinge in profondità, più che in estensione. In ciò i ciechi possono esser maestri ai vedenti. La vita intellettuale nei ciechi colti e interiormente ricchi, porta oltre i limiti che impone natura e in questo supremo adeguarsi dell'umano al divino si possono real­mente infrangere le catene di ogni minorazione fisica, di ogni sventura e isolamento dal consorzio umano.

Orfeo Ferri

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* Tratto da: Luce con luce. Rivista trimestrale dell’Istituto Statale “A. Romagnoli” di specializzazione per gli educatori dei ciechi, a. 8 (1964), n. 2, pp. 21-37.

1 1° - I ciechi sono obbligati più degli altri alla vita intellettuale. 2° - Esame della composizione di alcune idee dei ciechi: dei colori. 3° - Del ciclo stellato, dei luoghi, degli oggetti, delle persone. 4° - Povertà dell'immaginazione e supplemento dei ricordi alla deficienza delle distrazioni esteriori. 5° - Condizioni favorevoli dei ciechi per l'astrazione; utilità dell'analisi per la memoria. 6° - Naturale disposizione dei ciechi al ragionamento e alla rettitudine del giudizio. augusto romagnoli, Pagine vissute di un educatore cieco : In­troduzione all'educazione dei ciechi, U. I. C. Firenze, MCMXLIV, pag. 45.

2 Id., ibidem, p. 47.

3 Id., ibidem, p. 47.

4 Id., ibidem, p. 47.

5 Id., ibidem, pp. 47-48.

6 Id., ibidem, p. 46.

7 Queste righe scritte, si può dire, appena terminati gli studi, nella freschezza di una vita protesa seriamente verso la pienezza del futuro, furono, non so proprio se inconsapevol­mente, presagio di ciò che, dopo anni, Io stesso Autore avrebbe dovuto sopportare nella maturità della sua vita, per tredici lunghi anni, immobile, in una perfetta, paziente, supe­riore lucidità di mente : “L'anima che uccide il corpo”. Fu quella, scuola di edificazione per i suoi discepoli che egli amava tanto teneramente e che ne trassero inestimabili, interiori benefici. La potenza di un intelletto eccezionale e soprattutto la luminosità di un'anima eccelsa ridussero all'impotenza e al silenzio frequente e pensoso, alla inattività fisica un corpo che nella sensibilità aveva raggiunto punti non mai conquistati da altri. L'attività di un in­telletto prodigioso, armoniosa espressione del Divino, aveva quasi inavvertitamente consunto il corpo nei suoi centri vitali, per lo sforzo continuo, fin dalla più tenera età, di captare la bellezza, la ricchezza della natura e del mondo delle forme non mediante la vista, eviden­temente, ma col concorso dei sensi residui con l'apporto della totale sensibilità del proprio corpo, sollecitata, impegnata senza sosta nel raggiungimento di mète molto ardue per chiun­que. « L'audizione delle forme » così come diceva il Romagnoli, fu lo stadio ultimo di questo sforzo di sentire a ogni costo, di misurare per intuizione, analogie, personale riflessione, di gustare il mondo della forma e cioè la bellezza plastica e quella architettonica, distinguendo la diversità degli stili fino a giungere ad apprezzare le peculiarità e il valore di artisti suoi contemporanei come il Bistolfi.

8 Cfr. Essai sur l'instruction des aveugles ou exposé analytioue des procédés pour les instruire: par le Docteur Guillié. A Paris imprimé par les aveugles - Rue Saint-Victor n. 68, 1817 - deuxième panie. Biographie des aveugles célèbre! dans les Sciences et dans les arts. pp. 63-97.


9 Augusto Romagnoli, Introduzione, p. 46.


10 Bianco - cocomero bianco = sensazione d'insipido, cattivo (al gusto). Latte = sen­sazione di odoroso, di fresco, di sottile. Farina bianca = sensazione di morbido, leggero, soffice, buono (pane, al gusto).

Rosso - Sangue rosso = odore particolare, senso di grumoso. Rossa bragia = sensa­zione di calore. Viso rosso = sensazione di calore. Cocomero rosso = sensazione di dolce, fresco, buono (al gusto).

Così molte altre costellazioni immaginative o fantasmi particolari di senzazioni e im­pressioni riunite si potrebbero formare secondo la individuale esperienza di ogni fanciullo cieco.

Bianco - Neve = sensazione di freddo, morbido, soffice, impalpabile, di compatto e di freddo pungente, secondo la stretta e la prensione esercitate. Lino, tela bianchi = sensa­zione di fresco di leggero.



Marmo lavorato di qualunque colore = sensazione di freddo, liscio, di « haptig » po­tremo ben dire, ovvero di nettamente tattile. Ora, pertanto, secondo il linguaggio che il fan­ciullo può assimilare nell'ambiente familiare e scolastico dove egli vive, compone i suoi fan­tasmi di una sua particolare e assai soggettiva rappresentazione del colore, e tuttavia l'idea di colore rimane e rimarrà sempre alquanto indeterminata o per dir meglio nulla, inesistente, proprio per la mancanza di un correlato sensoriale sul quale fondare questa percezione squi­sitamente visiva. Infatti, quando il bambino cerca di procedere per analogie o intuito onde rivestire oggetti, cose, animali, la natura, in una parola, di un colore, egli sicuramente cade nel grottesco. Perciò non ci si deve meravigliare se ad esempio un bimbette di sette anni, cieco assoluto dalla nascita, ci dice di non sapere di che colore è i! pelo del cavallo o del cane o del gatto; ovvero, ancora, se ci dice, come mi è accaduto di ascoltare, che l'elefante « avrà il pelo verde perché è un erbivoro e perché vive tra le piante che sono tutte verdi »! Il bambino cieco nato che inconsapevolmente ama il vaniloquio per distrarsi, verboso per natura o per tendenza iniziale, perché non ha ancora superato la paura del moto, cade, si può dire, facilmente nell'accoppiamento mnemonico, imitativo, puramente verbale di nomi e colori senza preoccuparsi del significato vero o del rapporto che il colore stesso potrebbe acquisire con impressioni o sensazioni che non siano la vista. I fantasmi riunenti in sé il ri­cordo di tali impressioni ricevute dalle sensazioni proprie ai ciechi (tatto, udito, gusto, odorato etc.) non hanno in sostanza niente a che vedere col colore che dai ciechi nati, assoluti non può essere percepito e quindi immaginato in alcun modo, anche se descritto o usato nel vocabolario corrente linguisticamente e scientificamente comprensibile. Il colore, è ben chiaro, esula dalle sensazioni che può avere un cieco nato assoluto essendone impossibile la per­cezione. Però, in fanciulli intelligenti, senza alcun ritardo psichico, vivaci, bene educati e cresciuti in un ambiente familiare di media cultura, l'uso del colore diviene spesso spontaneo anche se il colore stesso in sé non è richiamato alla memoria o associato alla cosa quale elemento rappresentativo concreto della immaginazione. Così, ad esempio, C. C. anni 12, cieco asso­luto dalla nascita, prima media - Istituto Regionale Ciechi di Torino, Osservazioni scienti­fiche: Relazioni. Torino 20-11-1963. I! gatto, « ...ha un corpo piuttosto lungo, la testa ricorda un pugno, ma la sua maggiore bellezza è data dal colore di 1 pelo, ch'é molto folte . “Gli occhi hanno la pupilla lunga e dall'accorciarsi e dall'allungarsi di questa si sa in che ora del giorno ci troviamo”. “Di notte vede molto mentre di giorno la sua visibilità è nulla, ma si orienta coi baffi (vibrisse) che funzionano come dei piccoli radar”. “II cane in alcune cose ricorda il gatto: per esempio: il pelo di tutti i colori...” Torino 11-1-1964. Il cavallo. “II suo corpo è coperto da un corto pelo che cambia di colore: marrone, bianco, rossiccio ecc.” Torino 29-1-1964. Il maiale. “... è ricoperto da una pelle di colore quasi sempre grigio”. Torino 14-5-1964. Il gallo e la gallina, (il gallo “...ha la cresta rossa, coda molto bella...”. Riproduzione. “... Poi vi è l'albume o bianco d'uovo... il tuorlo o giallo d'uovo... sopra il tuorlo c'è la cicatricola: piccola macchia biancastra che si trasforma poi in pulcino”. Questo è il caso di un ragazzo dotato di una intelligenza vivace e armoniosa. C. C. anni 12, non può essere preso come campione per stabilire che i ragazzi ciechi assoluti dalla nascita a 12 anni raggiungono un siffatto livello di linguaggio, di espressione, di uso del colore. Molto più spesso infatti s'incontrano fanciulli ciechi piuttosto ignari di questo aspetto così esterno delle cose e della natura. C. C. ci dimostra quanto possa una buona educazione e un ambiente aperto, favorevole, ricco di esperienze comuni perché s'instauri e si sviluppi anche nel bam¬bino cieco assoluto dalla nascita una vita intellettuale realmente ricca e il più possibile vicino a quella dei coetanei vedenti.

11 Augusto Romagnoli, ibidem.

12 Idea di bianco associata alla purezza; verde primaverile alla speranza; rosso all'ardore dell'amore, etc.

13 A. R., Introduzione, p. 50.


14 Id., ibidem, p. 51.

15 Id., ibidem, p. 52.


16 Id., ibidem, p. 56.


17 Op. cit., p. 58.




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