La vita: perché



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02.06.2018
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LA PREGHIERA DEL CUORE
François Régis Kimwanga Ginday, fmi
Introduzione

«Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore» (Sal 83 [84], 6).

Viviamo in un mondo in cui sono diffusi il relativismo etico e il nichilismo, dove tutto è permesso e niente è vietato; un mondo in cui il perdono perde significato, il matrimonio è in crisi, il tempo sfugge sempre e la persona umana diventa schiava del tempo; un mondo segnato da cambiamento esponenziale a tutti i livelli: dai mezzi di trasporto e di comunicazione, alla medicina, alla vita sociale, ai movimenti dei popoli con multiculturalismo e cosmopolitismo accentuato…

Materialismo, consumismo, egoismo sembrano diffondersi senza sosta...

Di fronte a tutte queste realtà, il cristiano/credente rischia di perdere il filo conduttore della sua esistenza. L’ambiente in cui vive non lo aiuta a credere alla Provvidenza, a sperare; la sua fede non è aiutata a livello sociale…

I Padri del deserto compivano l’esodo, la fuga mundi per vivere nel deserto e sostenere con la preghiera e il digiuno il combattimento spirituale contro il demonio, il padre della menzogna che vuole dividere il popolo che Dio ha unito in Cristo.

Noi ci chiediamo oggi: dove trovare la forza per camminare rettamente nella fede in una società materialista che esige tutto subito, che si nutre dell’impazienza? Non dimentichiamo troppo spesso che anche la Passione fa parte della vita e che Cristo Gesù l’ha vissuta in prima persona per la salvezza di tutto il genere umano? Non siamo tentati di ritenere noi stessi maestri del nostro libero arbitrio, e di cercare soluzioni nel New Age, nello Yoga o in altre esperienze?

Ma noi cristiani sappiamo che «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4, 12). Quanto Pietro dichiara senza paura davanti al Sinedrio costituisce la professione di fede di ogni cristiano degno di questo nome. Questo ci aiuterà a capire meglio l’argomento che affrontiamo: la preghiera del cuore, la Filocalia cristiana. È nel santo Nome di Gesù che ci viene dato l’essenziale del nostro essere, il sommo bene: l’essere figli di Dio, e lo siamo veramente. Ecco il senso della filocalia: è la bellezza dell’amore di Cristo che ci attrae.

Sviluppiamo l’argomento esaminando anzitutto il termine “cuore” con le sue ricchezze semantiche; consideriamo poi la chiamata ad entrare alla scuola di Gesù umile di cuore per conoscerlo ed imparare a pregare col cuore; concluderemo accennando alla vita che diventa preghiera.



I. La ricchezza semantica del termine “cuore”
a. Il senso fisio-biologico del cuore

A livello fisio-biologico il cuore è centro della vita di ogni essere animato, tanto degli umani come degli animali. Il cuore purifica e fa circolare il sangue nell’intero corpo dell’essere vivente. Nei grandi mammiferi e negli uomini è ben visibile e ben protetto. Tra le parti di cui è composto, due presentano una forma che richiama le orecchie, perciò si può dire che “il cuore ascolta”. Per l’animale irrazionale, il cuore è soltanto carne; ma nell’essere umano diventa un’altra realtà: non è più solo carne, ma storia, tempo, amore… Per K. Rahner

«Questa parola non deriva dall’esperienza dell’anatomista, fosse pure il più antico, ma da quella dell’uomo. È una parola primordiale. Non la si può definire o coniare con termini più noti, perché significa un’unità e una totalità originaria. Perciò esiste in tutti gli idiomi e fa parte del tesoro originario del linguaggio umano. È una di quelle parole con le quali l’uomo ha superato sempre la superficiale esperienza di ogni giorno, compresa quella dell’anatomia e delle sensazioni puramente biologiche, senza divenire astratto e perdere il contatto con la realtà corporea. Fa parte delle parole con cui l’uomo, conoscendo se stesso, esprime il mistero della sua esistenza senza risolverlo»1.
b. Il senso spirituale-razionale del cuore

Parlando del cuore come sede della fede, Blaise Pascal afferma:

«Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce… È il cuore che sente Dio e non la ragione. Ecco che cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione»2.

Nella società umana il cuore ha un grande ruolo, per il fatto che si tratta del cuore dell’essere umano, voluto dal Creatore a sua immagine e somiglianza (cfr. Gn 1, 27-28).

Anche nelle religioni tradizionali africane toccherà al cuore dell’uomo chiamato al giudizio divino giustificarsi, e la vita eterna verrà assegnata in base alla sua bontà e malizia.

Il cuore è simbolo dell’affettività: basti considerare la sua presenza nella pubblicità. La parola è talmente polisemica che anche a livello poetico è stata ed è tuttora cantata. L’amato del Cantico dei Cantici dice all’amata:

«Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana» (Ct 4, 9).

Nell’antropologia biblica il cuore (in ebraico: lév o lévâv; in greco: kardía) rappresenta un concetto centrale. Il campo semantico è sensibilmente lo stesso nell’Antico e nel Nuovo Testamento ed è molto più ampio di quello coinvolto dalla parola “cuore” in italiano. I termini biblici rimandano alla nozione di interiorità. Il cuore indica ciò che è nascosto nell’interiorità (1Sam 25, 37; Sal 63 [64], 7) e che Dio solo può vedere (1Sam 16, 7; Sal 43 [44], 22), essendo l’unico che scruta i cuori. Perciò:

Il cuore è sede delle emozioni: come noi, anche gli ebrei localizzano nel cuore diverse affezioni umane, come gioia e tristezza (1Sam 1, 8; 1Re 8, 66; At 14, 17; 2Cor 2, 4), amore e odio (Lv 19, 17; Dt 6, 5; Fil 1, 7), desiderio e paura (1Sam 13, 14; Gv 14, 1; Rm 10, 1), saldezza e vanità (Ez 28, 2; Sal 56 [57], 8) ecc.

Il cuore è sede dell’intelletto: molto chiaramente, esso svolge ruoli intellettuali e razionali. Così, il cuore è l’organo della conoscenza e della comprensione (Dt 8, 5; 1Re 3, 9); è luogo dell’attenzione e della memoria (Dt 6, 6), del pensiero cosciente e della meditazione (Sal 18 [19], 15), della ragione e della saggezza (1Re 3, 12).

Il cuore è sede della volontà: se è l’organo del pensiero, è pure il luogo dove nascono le intenzioni, maturano piani e progetti (1Cor 4, 5) e si prendono decisioni (1Cor 7, 37). Per scelte morali e religiose si parla di cuore retto (Sal 7, 11) e puro (1Tim 1, 5), o indurito (Ez 2, 4).

In breve, il cuore rappresenta il centro dell’essere, dove la persona è di fronte a se stessa, con i suoi sentimenti, la sua ragione, la sua coscienza, e assume le proprie responsabilità facendo le scelte decisive davanti a Dio. E non è strano che il termine indichi la persona (Col 2, 2), e sia usato come equivalente di un pronome personale (Sal 26 [27], 3; Mc 2, 6).

Possiamo capire così l’insegnamento di Gesù sul puro e l’impuro quando afferma:

«Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo» (Mc 7, 20-23).

Si può dire anche il contrario: dal cuore escono le cose buone che rendono l’uomo puro, perché quello è il centro delle decisioni.

Amandoci fino in fondo, Gesù ha sofferto ed è morto di una morte cruenta, ed anche il suo cuore è stato ferito. San Giovanni testimonia:

«Venuti da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19, 34).

La tradizione ha visto in quell’effusione il simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia. Possiamo dire che è sul Calvario che nasce la devozione al Sacro Cuore, che sarà poi specialmente proposta a Paray-le-Monial da santa Marguerita-Marie, sostenuta da san Claudio La Colombière.



II. Alla scuola di Gesù umile di cuore

Così dice il Signore:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11, 28-30).

È la Chiesa la scuola in cui s’impara a conoscere Gesù di Nazareth. Si entra così in profondità nella conoscenza della storia della salvezza, incontrando donne e uomini che hanno accolto e praticato la Parola di Dio.

Nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum il Concilio Vaticano II dichiara: «L’ignoranza delle scritture è l’ignoranza di Cristo» (n. 25). Grazie all’annuncio della Parola, si aderisce alla fede, s’impara a pregare, ci si impegna in un cammino di conversione, si vivono i Sacramenti. Il singolo accetta così Gesù Cristo come Dio e Salvatore, e si lascia guidare da Lui nella sua Chiesa. In essa, insieme agli altri credenti, si vivono le Beatitudini, la Legge nuova portata da Cristo, e si può cantare:

«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (Ef 1, 3).

L’adesione alla fede è una conversione che comporta anche il cambiamento di vita a livello etico e i comandamenti rappresentano tanto la condizione di base per l’amore del prossimo, quanto la sua verifica. Sono la prima tappa necessaria nel cammino verso la libertà, il suo inizio3.

La fede nella Pasqua ci salva, ci nutre della speranza nella carità vicendevole; e così viviamo la nostra figliolanza nell’obbedienza alla legge divina che è in noi.


a. La preghiera: dono e impegno

La preghiera è dono di Dio perché nasce dalla sua rivelazione, dal legame che egli stabilisce con noi. Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo afferma:

«Per me, la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo lanciato verso il Cielo, è un grido di riconoscenza e di amore nella prova come nella gioia»4.

Dal canto suo, san Giovanni Damasceno sostiene che «la preghiera è un’elevazione dello spirito a Dio, oppure una richiesta di cose convenienti fatta a Dio »5. Divenuto figlio di Dio, l’uomo ha sempre bisogno della protezione di Dio, fonte di ogni bene; e a lui si deve rivolgere. Secondo sant’Agostino, «per quanto uno sia ricco sulla terra, è sempre un mendicante di Dio»6. Quindi l’umiltà è il fondamento della preghiera, soprattutto perché «non sappiamo come pregare in modo conveniente» (Rm 8, 26).

Gesù insegna al discepolo di ogni tempo:

«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro…» (Mt 6, 7-13).

È questa la vera preghiera dei cristiani; in essa c’è tutta la teologia: la figliolanza verso il Padre e la fratellanza con tutto il genere umano, chiave per l’inaugurazione della signoria di Dio, cioè dei cieli nuovi e della terra nuova.

Il Catechismo della Chiesa cattolica così commenta le parole di Gesù alla donna samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio!» (Gv 4, 10):

«La meraviglia della preghiera si rivela proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui»7.

Quindi, ogni occasione di preghiera diventa incontro con Dio per ricevere le grazie necessarie per il nostro pellegrinaggio terreno.

Parafrasando Mt 7, 7, i maestri spirituali così riassumono le disposizioni del cuore nutrito dalla Parola di Dio nella preghiera: «Cercate leggendo e troverete meditando; bussate pregando e vi sarà aperto dalla contemplazione»8.

b. La preghiera del cuore

Da non confondere con la preghiera del Signore (il “Padre Nostro”), o con la preghiera sacerdotale di Gesù (Gv 17), la preghiera del cuore, denominata anche preghiera a Gesù, si caratterizza per l’invocazione incessante del nome di Gesù.


1. Storia

Nella vita delle Chiese d’Oriente, della Chiesa Ortodossa russa in particolare, sussiste la pratica spirituale d’una preghiera assai profonda, introdotta in Russia verso la metà del sec. XIV. Ma tale preghiera risale alla tradizione dei Padri greci del medioevo bizantino: Gregorio Palamas, Simeone il Nuovo Teologo; nonché ai Padri del deserto dei primi secoli: Macario ed Evagrio. Non manca chi la ricollega agli Apostoli stessi: «Questa preghiera – afferma un testo anonimo – viene a noi dai santi Apostoli. Serviva loro per pregare senza interruzione, secondo il comando di Paolo ai cristiani di pregare incessantemente»9.

Questa tradizione spirituale ha avuto i suoi focolai principali nei monasteri del Sinai, fin dal VI secolo, e in quelli del Monte Athos, soprattutto dal XIV secolo. Dalla fine del sec. XVIII si è diffusa al di fuori dei monasteri per influsso di un’opera, la Filocalia, pubblicata nel 1782 dal vescovo Macario di Corinto († 1805) e dal monaco Nicodemo Agiorita († 1809), e tradotta da Paisij Velickovskij († 1794) e Teofane il Recluso († 1894). I Racconti di un pellegrino russo, opera anonima diffusissima in Russia, hanno contribuito a renderla popolare verso la fine del XIX secolo.

La «preghiera di Gesù» è solo una corrente della spiritualità orientale, ma non manca chi vede in essa il «tipo essenziale della mistica ortodossa», «il cuore dell’Ortodossia».

Questa preghiera consiste in una invocazione incessante del nome di Gesù. Essa attinge la sua forza dalla potenza del Nome divino: il Nome di Yahvè nell’Antico Testamento, il nome di Gesù nel Nuovo Testamento. Il nome è la persona stessa: il nome di Gesù salva, guarisce, scaccia gli spiriti impuri, purifica il cuore. Pietro annuncerà: «Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato» (At 2, 21). Paissij Velickowskij esorta a «portare costantemente nel cuore il dolcissimo Gesù ed essere infiammato di un ineffabile amore per lui dal ricordo incessante del suo Nome beneamato»10.

Tale preghiera si fonda sulle esortazioni apostoliche («Pregate ininterrottamente»: 1Ts 5, 17; «Pregate con ogni sorta di preghiera e di suppliche nello Spirito…»: Ef 6, 18); ma anche sulla parabola di Gesù che spiega la «necessità di pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18, 1), e sulla sua parola d’ordine: «Vegliate in ogni momento pregando» (Lc 21, 36), perché il Regno di Dio è vicino.

Questa preghiera consiste nel ripetere incessantemente la formula: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore» (cfr. Lc 18, 13. 38): è la preghiera del pubblicano, il grido del cieco di Gerico che implora da Gesù la guarigione. Le parabole dell’amico e della vedova «importuni» esortano ad una preghiera fatta con insistenza, con la pazienza della fede: «Bussate e vi sarà aperto» (Lc 11, 9; cfr. 11, 5-13; 18, 1-8).

La vera preghiera vuole l’umiltà del cuore e la sincerità di riconoscere che siamo davanti al Signore, tre volte Santo. Nella liturgia noi invochiamo: Kyrie eleison! (Signore, pietà!). La forma primitiva della «preghiera di Gesù» sembra essere proprio il Kyrie eleison ripetuto costantemente.

Le parole della formula possono variare, ma si raccomanda di attenersi a una formula breve e fissa, che prenderà il nome di “preghiera monologica”. Le sue esigenze sono così espresse:

«La tua preghiera ignori l’eccessiva verbosità: una sola parola è stata sufficiente al Pubblicano e al Figliol prodigo per ottenere il perdono di Dio… Non vi sia ricercatezza delle parole nella tua preghiera: quante volte i semplici e monotoni balbettamenti dei bambini piegano il loro padre! Non spingerti in lunghi discorsi, per non dissipare il tuo spirito nella ricerca delle parole. Una sola parola del Pubblicano ha mosso a misericordia Dio, una sola parola piena di fede ha salvato il Ladrone. La prolissità della preghiera spesso riempie lo spirito di immagini e lo dissipa, mentre una sola parola (monologia) spesso produce l’effetto di raccoglierlo»11.


2. La respirazione del nome di Gesù

La «preghiera di Gesù» può iniziare con una preghiera vocale recitata un certo numero di volte, ad esempio sgranando una corona, e sotto la direzione di una guida spirituale, o starec. La corona ortodossa, fatta di lana nera intrecciata, ha cento “nodi”; ve ne sono anche di più corte. Si può recitarne una o due, o più, in certe ore del giorno. Ma questo è solo un mezzo esteriore che deve condurre alla preghiera interiore; quest’ultima deve allora fissarsi sul ritmo della respirazione. Si raccomanda di essere prudenti, e di non scostarsi dalle direttive avute dallo starec; questi è un “anziano”, in genere un monaco, che ha esperienza della Preghiera, ed è in grado di essere il “padre” o la guida spirituale. Chi si trovasse nell’impossibilità di avere una simile guida, può sempre lasciarsi guidare dalla Sacra Scrittura e dalle raccomandazioni dei Padri.

La respirazione serve da supporto e da simbolo spirituale della Preghiera. «Il Nome di Gesù è un profumo olezzante» (cfr. Ct 1, 3) che si respira con gioia. Il soffio di Gesù è spirituale, guarisce, caccia i demoni, comunica lo Spirito Santo (Gv 20, 22). Lo Spirito Santo è Soffio divino (Spiritus, spirare), amore che spira in seno al mistero trinitario, ed «intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8, 26).

La funzione respiratoria, essenziale alla vita dell’organismo, è legata alla circolazione del sangue, al ritmo del cuore, alle fibre più riposte del nostro essere. La respirazione profonda del Nome di Gesù è vita per la creatura: «È lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa … In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 25. 28).

Fissando la preghiera sul ritmo respiratorio, lo spirito trova pace e riposo (hesichia, in greco, da cui il nome di “esicasmo” dato alla corrente spirituale della preghiera); esso si libera dall’agitazione del mondo esterno, supera la molteplicità e la dispersione, si purifica dal movimento disordinato dei pensieri, delle immagini, delle rappresentazioni e delle idee; si interiorizza e si unifica, e insieme prega con il corpo e “si incarna”. Nel profondo del cuore, lo spirito e il corpo ritrovano la loro unità originaria, l’essere umano ricupera la sua “semplicità”.

Bisogna cercare il silenzio dello spirito, evitare tutti i pensieri, fissare costantemente le profondità del cuore, e dire: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore». Talvolta si dirà soltanto: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me»; oppure: «Figlio di Dio, abbi pietà di me». Ma non bisogna variare spesso la formula…


3. La posizione

«Recitando attentamente questa preghiera, tu resterai in piedi o seduto, o anche sdraiato, trattenendo il respiro, per quanto ti è possibile, per non respirare troppo spesso… Invoca il Signore Gesù con un desiderio fervente e in una pazienza attesa, abbandonando ogni pensiero… Se vedi l’impurità di spiriti cattivi, cioè i pensieri, apparire nel tuo spirito… non prestarvi attenzione… ma, trattenendo il respiro, racchiudendo lo spirito in cuore, invoca il Signore Gesù incessantemente e senza distrazione, ed essi fuggiranno, invisibilmente bruciati dal Nome di Dio. L’esichia… è cercare Dio nel proprio cuore, cioè mantenere il cuore in preghiera e ritrovarsi costantemente all’interno di quest’ultimo»12.

Tuttavia, quello che importa non è il “merito” dell’opera, la quantità delle preghiere, il numero delle corone o delle mortificazioni nel senso comune:

«Non preoccupatevi del numero delle preghiere da recitare, ma solo che la vostra preghiera scaturisca dal cuore, viva, come acqua sorgiva. Eliminate interamente dal vostro spirito l’idea di quantità»13.

Tanto meno si tratta di un esercizio meccanico o di una tecnica psico-somatica analoga a quella di altre religioni orientali. È un esercizio, certamente incessante, che prende il nome di “attenzione” o anche di “sobrietà”, o di “lavoro spirituale”, o di “custodia del cuore”. È una vigilanza della preghiera che vuol essere e diventare incessante penetrando fin nelle sorgenti stesse del cuore.
4. L’illuminazione del cuore e la “deificazione”

Quando la «preghiera di Gesù» diventa la «preghiera del cuore», suo primo effetto è la illuminazione. Non dimentichiamo la richiesta del cieco per ottenere la vista (Lc 18, 38). Gesù gli risponde aprendo i suoi occhi e donandogli la luce. La preghiera incessante di Gesù ottiene la guarigione: la semplice presenza di Cristo, che poco prima aveva proclamato che avrebbe offerto la sua vita in riscatto di una moltitudine, “comunicò” la «preghiera di Gesù» al cieco di Gerico.

Gli occhi del cuore si aprono alla luce divina; il cuore è illuminato e mediante esso, l’intero essere (Mt 6, 22):

«Quando l’intelligenza e il cuore sono uniti nella preghiera, e l’anima non è turbata da nulla, il cuore si riempie di calore spirituale e la luce di Cristo inonda di pace e di gioia tutto l’uomo interiore»14.

La teologia della luce è molto sviluppata nelle Chiese d’Oriente. Mentre la mistica occidentale mette l’accento sulle “notti oscure” (cfr. san Giovanni della Croce), quella dell’Oriente insiste sulla “illuminazione”. La Trasfigurazione è una delle feste più solenni. Mentre in Occidente si è colpiti dalle stigmate, l’orientale punta sulla grazia di trasfigurazione fin nell’aspetto del proprio volto (cfr. san Serafino di Sarov); si è persino giunti a usare il termine di “fotofania”. Per accedere ad essa, ci vuole la fatica nel pentirsi continuamente. Esichio il Sinaita afferma:

«Nell’atmosfera del cuore, una volta purificata dai venti degli spiriti malvagi, non può che accendersi la divina luce di Gesù, a meno che non si gonfi d’orgoglio, di vanità o presunzione»15.

Con la preghiera del cuore, mediante la grazia dell’illuminazione, l’essere ritrova, con l’armonia interiore, la sua unità, e volta le spalle alla dispersione, alla molteplicità, alla divisione. Lo spirito e il cuore, l’anima e il corpo, si riconciliano; l’uomo ritrova la sua unità originale, ricupera l’immagine di Dio e la somiglianza divina: è “deificato”. La “deificazione” (theosis, in greco) è l’opera della grazia, non dell’uomo.
5. L’Eucaristia, nutrimento del cuore

L’orante prega perché è cristiano ed è membro della Chiesa di Dio. Non è un’isola: nella sua preghiera è presente tutta la comunità dei figli di Dio. I Padri hanno insistito sul fatto che la preghiera non è una tecnica individualistica, ma scaturisce dai sacramenti della Chiesa: il Battesimo, la Confermazione, l’Eucaristia. Il Battesimo dà al cuore la vita nuova, l’Eucaristia è il vero nutrimento del cuore: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6, 55). Dalla liturgia eucaristica scaturisce il munus sanctificandi, docendi et regendi. Quindi, facendo parte del corpo mistico di Cristo, siamo santificati; abbiamo la capacità di governarci per aiutarci gli uni gli altri, e da qui che nasce la missione di annunciare nella Chiesa e avere i doni delle nuove vocazioni in diversi campi della Chiesa di Dio per la sua grande gloria e la salvezza del mondo.



Conclusione: La vita diventa preghiera

«Camminerò con cuore innocente dentro la mia casa… Lontano da me il cuore perverso» (Sal 100 [101], 2. 4).

La persona che si è molto “allenata” nella preghiera diventa infine nelle sue azioni una preghiera, e la sua vita lo dimostra:

«Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7, 21).

E questa è la volontà del Padre nei cieli:

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso»(Lc 10, 27).

Così, anche nelle difficoltà, l’orante si affida alla grazia divina e diventa testimone fedele del Risorto. A proposito, san Pietro ci esorta dicendo:

«E chi potrà farvi del male, se sarete ferventi nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore [Is 8, 12-13], Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito» (1Pt 3, 13-18).

Possiamo concludere con il Salmo 150, che ci indica le diverse “realtà” coinvolte nella preghiera:


Lodate Dio nel suo santuario, Dove pregare? (v. 1)

lodatelo nel suo maestoso firmamento.

Lodatelo per le sue imprese, Perché pregare? (v. 2)

lodatelo per la sua immensa grandezza.

Lodatelo con il suono del corno, Come pregare? (vv. 3-5)

lodatelo con l’arpa e la cetra.

Lodatelo con tamburelli e danze,

lodatelo sulle corde e con i flauti.

Lodatelo con cimbali sonori,

lodatelo con cimbali squillanti.

Ogni vivente dia lode al Signore. Chi deve pregare? (v. 6)



1 K. Rahner, Teologia del Cuore di Cristo, AdP, Roma 2003, p. 33.

2 B. Pascal, Pensieri nn. 477; 481 (ed. Chevalier), Rusconi, Milano 1993, pp. 263; 267 (ed. Brunschvicg nn. 277-278).

3 «La prima libertà», scrive sant’Agostino, «consiste nell’essere immuni da colpe gravi... come sarebbe l’omicidio, l’adulterio, la fornicazione, il furto, la frode, il sacrilegio e così via. Quando uno comincia a non avere questi crimini (e nessun cristiano deve averli), comincia a levare il capo verso la libertà, ma questo non è che l’inizio della libertà, non la libertà perfetta...»: In Iohannis Evangelium Tractatus 41, 10, in http://www.augustinus.it/italiano/commento_vsg/ omelia_041.htm

4 Manoscritti autobiografici, C 25r, in Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere complete. Scritti e ultime parole, LEV-OCD, Città del Vaticano-Roma 1997, p. 263.

5 La fede ortodossa 3, 24, ed. Zara, Parma 1994, p. 173.

6 Sermones 56,6,9: http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm

7 Catechismo della Chiesa cattolica n. 2560, rimandando a s. Gregorio Nazianzeno, Oratio 40, 25 e sant’Agostino, De diversis quaestionibus octoginta tribus, 64, 4: http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p4s1_it.htm

8 Guigo II il Certosino, Scala claustralium, 2, 2: PL 184, 476. Tuttavia queste parole non sono recepite nel testo dell’edizione critica di Sources Chrétiennes 163, Cerf, Paris 2001, pp. 84-85. Cfr. Lettera di Guigo II certosino all’amico Gervaso sulla vita contemplativa, in E. Bianchi, Pregare la Parola. Introduzione alla “lectio divina”, Gribaudi, Milano 200924, pp. 105-123.

9 J. Gouillard (ed.), Piccola filocalia della preghiera del cuore, Paoline, Milano 1988, p. 253.

10 Citato da E. Behr-Sigel, La prière à Jèsus ou le mystère de la spiritualité monastique orthodoxe, in La douloureuse joie, Bellefontaine, Bégrolles-en-Mauges, nouv. éd. 1993, p. 87.

11 Giovanni Climaco, Scala del Paradiso, disc. 28, in Piccola filocalia…, cit., p. 103.

12 Nilo Sorskij, Regola, c. 2, citato da J. Meyendorff, S. Gregorio Palamas e la mistica ortodossa, Gribaudi, Milano 1997, p. 87.

13 Teofane il Recluso, cit. da E. Behr-Sigel, op. cit., p. 96.

14 Serafino di Sarov, cit. da E. Behr-Sigel, op. cit., p. 110.

15 Esichio il Sinaita, in Piccola filocalia…, cit., p. 123.




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