La zona grigia



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2. TESTI. PRIMO LEVI: DA "LA ZONA GRIGIA"

[Dall'appendice documentaria del volume di Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014, pp. 139-163 riprendiamo i seguenti estratti dal capitolo "La zona grigia" in Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986, poi in Idem, Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, vol. II, pp. 1017-31 e 1035-37.

Primo Levi e' nato a Torino il 31 luglio 1919, e qui e' tragicamente deceduto l'11 aprile 1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto, fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita' umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu' alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi: fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Tra le opere su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994; Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014; Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992; Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1976. Cfr. anche il sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it)]

 

Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza? Cio' che comunemente intendiamo per "comprendere" coincide con "semplificare": senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacita' di orientarci e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile a schema: a questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell'evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio ed il pensiero concettuale.



Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti e' individuabile in modo univoco, e puo' dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia, e' talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l'esigenza di dividere il campo fra "noi" e "loro", che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessita': e' incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi.

[...]


Questo desiderio di semplificazione e' giustificato, la semplificazione non sempre lo e'. E' un'ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realta'; la maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicita' che piacerebbe a noi. Ora, non era semplice la rete dei rapporti umani all'interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager e' evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, la' i reprobi. Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa la loro esperienza del mondo, essi non amano l'ambiguita'. La loro aspettazione, del resto, riproduce con esattezza quella dei nuovi arrivati in Lager, giovani o no: tutti, ad eccezione di chi avesse gia' attraversato un'esperienza analoga, si aspettavano di trovare un mondo terribile ma decifrabile, conforme a quel modello semplice che atavicamente portiamo in noi, "noi" dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto, geografico.

L'ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con se'. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era si' terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il "noi" perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella solidarieta' dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c'erano; c'erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un'aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacita' di resistere. Per molti e' stata mortale, indirettamente o anche direttamente: e' difficile difendersi da un colpo a cui non si e' preparati.

In questa aggressione si possono distinguere diversi aspetti. Occorre ricordare che il sistema concentrazionario, fin dalle sue origini (che coincidono con la salita al potere del nazismo in Germania), aveva lo scopo primario di spezzare la capacita' di resistenza degli avversari: per la direzione del campo, il nuovo giunto era un avversario per definizione, qualunque fosse l'etichetta che gli era stata affibbiata, e doveva essere demolito subito, affinche' non diventasse un esempio, o un germe di resistenza organizzata. Su questo punto le SS avevano le idee chiare, e sotto questo aspetto e' da interpretare tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci. E' difficile dire se tutti questi particolari siano stati messi a punto da qualche esperto o perfezionati metodicamente in base all'esperienza, ma certo erano voluti e non casuali: una regia c'era, ed era vistosa.

Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano piu' o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. Accadeva di rado che il nuovo venuto fosse accolto, non dico come un amico, ma almeno come un compagno di sventura; nella maggior parte dei casi, gli anziani (e si diventava anziani in tre o quattro mesi: il ricambio era rapido!) manifestavano fastidio o addirittura ostilita'. Il "nuovo" (Zugang: si noti, in tedesco e' un termine astratto, amministrativo; significa "ingresso", "entrata") veniva invidiato perche' sembrava che avesse ancora indosso l'odore di casa sua, ed era un'invidia assurda, perche' in effetti si soffriva assai di piu' nei primi giorni di prigionia che dopo, quando l'assuefazione da una parte, e l'esperienza dall'altra, permettevano di costruirsi un riparo. Veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli, come avviene in tutte le comunita' con i "coscritti" e le "matricole", e con le cerimonie di iniziazione presso i popoli primitivi: e non c'e' dubbio che la vita in Lager comportava una regressione, riconduceva a comportamenti, appunto, primitivi.

[...]

Per quanto riguarda i prigionieri privilegiati, il discorso e' piu' complesso, ed anche piu' importante: a mio parere, e' anzi fondamentale. E' ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a se', e cio' tanto piu' quanto piu' esse sono disponibili, bianche, prive di un'ossatura politica o morale. Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano piu' leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica puo' sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo e' mai, e' costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualita' ad un tempo), che e' indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.



I prigionieri privilegiati erano in minoranza entro la popolazione dei Lager, ma rappresentano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti; infatti, anche se non si tenga conto della fatica, delle percosse, del freddo, delle malattie, va ricordato che la razione alimentare era decisamente insufficiente anche per il prigioniero piu' sobrio: consumate in due o tre mesi le riserve fisiologiche dell'organismo, la morte per fame, o per malattie indotte dalla fame, era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitato solo con un sovrappiu' alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo, octroye' o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma.

[...]


L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, e' un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. E' compito dell'uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa e' una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma e' normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che pero' (anche nella sua versione sovietica) puo' ben servire da "laboratorio": la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l'ossatura, ed insieme il lineamento piu' inquietante. E' una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in se' quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare.

La zona grigia della "protekcja" e della collaborazione nasce da radici molteplici. In primo luogo, l'area del potere, quanto piu' e' ristretta, tanto piu' ha bisogno di ausiliari esterni; il nazismo degli ultimi anni non ne poteva fare a meno, risoluto com'era a mantenere il suo ordine all'interno dell'Europa sottomessa, e ad alimentare i fronti di guerra dissanguati dalla crescente resistenza militare degli avversari. Era indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano d'opera, ma anche forze d'ordine, delegati ed amministratori del potere tedesco ormai impegnato altrove fino all'esaurimento. Entro quest'area vanno catalogati, con sfumature diverse per qualita' e peso, Quisling di Norvegia, il governo di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la Repubblica di Salo', fino ai mercenari ucraini e baltici impiegati dappertutto per i compiti piu' sporchi (mai per il combattimento), ed ai Sonderkommandos di cui dovremo parlare. Ma i collaboratori che provengono dal campo avversario, gli ex nemici, sono infidi per essenza: hanno tradito una volta e possono tradire ancora. Non basta relegarli in compiti marginali; il modo migliore di legarli e' caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto piu' e' possibile: cosi' avranno contratto coi mandanti il vincolo della correita', e non potranno piu' tornare indietro.

[...]

In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto piu' e' dura l'oppressione, tanto piu' e' diffusa tra gli oppressi la disponibilita' a collaborare col potere. Anche questa disponibilita' e' variegata da infinite sfumature e motivazioni: terrore, adescamento ideologico, imitazione pedissequa del vincitore, voglia miope di un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto nello spazio e nel tempo, vilta', fino a lucido calcolo inteso a eludere gli ordini e l'ordine imposto. Tutti questi motivi, singolarmente o fra loro combinati, sono stati operanti nel dare origine a questa fascia grigia, i cui componenti, nei confronti dei non privilegiati, erano accomunati dalla volonta' di conservare e consolidare il loro privilegio.



Prima di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri a collaborare in varia misura con l'autorita' dei Lager, occorre pero' affermare con forza che davanti a casi umani come questi e' imprudente precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) e' sempre difficile da valutare. E' un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si e' trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso che cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: "I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l'animo degli offesi". La condizione di offeso non esclude la colpa, e spesso questa e' obiettivamente grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura.

Se dipendesse da me, se fossi costretto a giudicare, assolverei a cuor leggero tutti coloro per cui il concorso nella colpa e' stato minimo, e su cui la costrizione e' stata massima. Intorno a noi, prigionieri senza gradi, brulicavano i funzionari di basso rango. Costituivano una fauna pittoresca: scopini, lava-marmitte, guardie notturne, stiratori dei letti (che sfruttavano a loro minuscolo vantaggio la fisima tedesca delle cuccette rifatte piane e squadrate), controllori di pidocchi e di scabbia, portaordini, interpreti, aiutanti degli aiutanti. In generale, erano poveri diavoli come noi, che lavoravano a pieno orario come tutti gli altri, ma che per mezzo litro di zuppa in piu' si adattavano a svolgere queste ed altre funzioni "terziarie": innocue, talvolta utili, spesso inventate dal nulla. Raramente erano violenti, ma tendevano a sviluppare una mentalita' tipicamente corporativa, ed a difendere con energia il loro "posto di lavoro" contro chi, dal basso o dall'alto, glielo insidiava. Il loro privilegio, che del resto comportava disagi e fatiche supplementari, fruttava loro poco, e non li sottraeva alla disciplina ed alle sofferenze degli altri; la loro speranza di vita era sostanzialmente uguale a quella dei non privilegiati. Erano rozzi e protervi, ma non venivano sentiti come nemici.

Il giudizio si fa piu' delicato e piu' vario per coloro che occupavano posizioni di comando: i capi (Kapos: il termine tedesco deriva direttamente da quello italiano, e la pronuncia tronca, introdotta dai prigionieri francesi, si diffuse solo molti anni dopo, divulgata dall'omonimo film di Pontecorvo, e favorita in Italia proprio per il suo valore differenziale) delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, fino al mondo (a quel tempo da me neppure sospettato) dei prigionieri che svolgevano attivita' diverse, talvolta delicatissime, presso gli uffici amministrativi del campo, la Sezione Politica (di fatto, una sezione della Gestapo), il Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi, grazie alla loro abilita' o alla fortuna, hanno avuto accesso alle notizie piu' segrete dei rispettivi Lager, e, come Hermann Langbein ad Auschwitz, Eugen Kogon a Buchenwald, e Hans Marsalek a Mauthausen, ne sono poi diventati gli storici. Non si sa se ammirare di piu' il loro coraggio personale o la loro astuzia, che ha concesso loro di aiutare concretamente i loro compagni in molti modi, studiando attentamente i singoli ufficiali delle SS con cui erano a contatto, ed intuendo quali fra questi potessero essere corrotti, quali dissuasi dalle decisioni piu' crudeli, quali ricattati, quali ingannati, quali spaventati dalla prospettiva di un redde rationem a guerra finita. Alcuni fra loro, ad esempio i tre nominati, erano anche membri di organizzazioni segrete di difesa, e percio' il potere di cui disponevano grazie alla loro carica era controbilanciato dal pericolo estremo che correvano, in quanto "resistenti" e in quanto detentori di segreti.

I funzionari ora descritti non erano affatto, o erano solo apparentemente, dei collaboratori, bensi' piuttosto degli oppositori mimetizzati. Non cosi' la maggior parte degli altri detentori di posizioni di comando, che si sono rivelati esemplari umani da mediocri a pessimi. Piuttosto che logorare, il potere corrompe; tanto piu' intensamente corrompeva il loro potere, che era di natura peculiare.

Il potere esiste in tutte le varieta' dell'organizzazione sociale umana, piu' o meno controllato, usurpato, investito dall'alto o riconosciuto dal basso, assegnato per merito o per solidarieta' corporativa o per sangue o per censo: e' verosimile che una certa misura di dominio dell'uomo sull'uomo sia inscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari. Non e' dimostrato che il potere sia intrinsecamente nocivo alla collettivita'. Ma il potere di cui disponevano i funzionari di cui si parla, anche di basso grado, come i Kapos delle squadre di lavoro, era sostanzialmente illimitato; o per meglio dire, alla loro violenza era imposto un limite inferiore, nel senso che essi venivano puniti o destituiti se non si mostravano abbastanza duri, ma nessun limite superiore. In altri termini, erano liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocita', a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno: fino a tutto il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo, senza che questo avesse da temere alcuna sanzione. Solo piu' tardi, quando il bisogno di mano d'opera si era fatto piu' acuto, vennero introdotte alcune limitazioni: i maltrattamenti che i Kapos potevano infliggere ai prigionieri non dovevano ridurne permanentemente la capacita' lavorativa; ma ormai il mal uso era invalso, e non sempre la norma venne rispettata.

Si riproduceva cosi', all'interno dei Lager, in scala piu' piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall'alto, ed in cui un controllo dal basso e' quasi impossibile. Ma questo "quasi" e' importante: non e' mai esistito uno Stato che fosse realmente "totalitario" sotto questo aspetto. Una qualche forma di retroazione, un correttivo all'arbitrio totale, non e' mai mancato, neppure nel Terzo Reich ne' nell'Unione Sovietica di Stalin: nell'uno e nell'altra hanno fatto da freno, in maggiore o minor misura, l'opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, le chiese, il sentimento di umanita' e giustizia, che dieci o vent'anni di tirannide non bastano a sradicare. Solo entro il Lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. E' comprensibile come un potere di tale ampiezza attirasse con prepotenza quel tipo umano che di potere e' avido: come vi aspirassero anche individui dagli istinti moderati, attratti dai molti vantaggi materiali della carica; e come questi ultimi venissero fatalmente intossicati dal potere di cui disponevano.

[...]

Su questa mimesi, su questa identificazione o imitazione o scambio di ruoli fra il soverchiatore e la vittima, si e' molto discusso. Si sono dette cose vere e inventate, conturbanti e banali, acute e stupide: non e' un terreno vergine, anzi, e' un campo arato maldestramente, scalpicciato e sconvolto. La regista Liliana Cavani, a cui era stato chiesto di esprimere in breve il senso di un suo film bello e falso, ha dichiarato: "Siamo tutti vittime o assassini e accettiamo questi ruoli volontariamente. Solo Sade e Dostoevskij l'hanno compreso bene"; ha detto anche di credere "che in ogni ambiente, in ogni rapporto, ci sia una dinamica vittima-carnefice piu' o meno chiaramente espressa e generalmente vissuta a livello non cosciente".



Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono, e che questi pochi sono piu' cauti; non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime e' una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicita'; soprattutto, e' un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verita'. So che in Lager, e piu' in generale sul palcoscenico umano, capita tutto, e che percio' l'esempio singolo dimostra poco. Detto chiaramente tutto questo, e riaffermato che confondere i due ruoli significa voler mistificare dalle basi il nostro bisogno di giustizia, restano da fare alcune considerazioni.

Rimane vero che, in Lager e fuori, esistono persone grige, ambigue, pronte al compromesso. La tensione estrema del Lager tende ad accrescerne la schiera; esse posseggono in proprio una quota (tanto piu' rilevante quanto maggiore era la loro liberta' di scelta) di colpa, ed oltre a questa sono i vettori e gli strumenti della colpa del sistema. Rimane vero che la maggior parte degli oppressori, durante o (piu' spesso) dopo le loro azioni, si sono resi conto che quanto facevano o avevano fatto era iniquo, hanno magari provato dubbi o disagio, od anche sono stati puniti; ma queste loro sofferenze non bastano ad arruolarli fra le vittime. Allo stesso modo, non bastano gli errori e i cedimenti dei prigionieri per allinearli con i loro custodi: i prigionieri dei Lager, centinaia di migliaia di persone di tutte le classi sociali, di quasi tutti i paesi d'Europa, rappresentavano un campione medio, non selezionato, di umanita': anche se non si volesse tener conto dell'ambiente infernale in cui erano stati bruscamente precipitati, e' illogico pretendere da loro, ed e' retorico e falso sostenere che abbiano sempre e tutti seguito, il comportamento che ci si aspetta dai santi e dai filosofi stoici. In realta', nella enorme maggioranza dei casi, il loro comportamento e' stato ferreamente obbligato: nel giro di poche settimane o mesi, le privazioni a cui erano sottoposti li hanno condotti ad una condizione di pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la fame, il freddo, la stanchezza, le percosse, in cui lo spazio per le scelte (in specie, per le scelte morali) era ridotto a nulla; fra questi, pochissimi hanno sopravvissuto alla prova, grazie alla somma di molti eventi improbabili: sono insomma stati salvati dalla fortuna, e non ha molto senso cercare fra i loro destini qualcosa di comune, al di fuori forse della buona salute iniziale.

Un caso-limite di collaborazione e' rappresentato dai Sonderkommandos di Auschwitz e degli altri Lager di sterminio. Qui si esita a parlare di privilegio: chi ne faceva parte era privilegiato solo in quanto (ma a quale costo!) per qualche mese mangiava a sufficienza, non certo perche' potesse essere invidiato. Con questa denominazione debitamente vaga, "Squadra Speciale", veniva indicato dalle SS il gruppo di prigionieri a cui era affidata la gestione dei crematori. A loro spettava mantenere l'ordine fra i nuovi arrivati (spesso del tutto inconsapevoli del destino che li attendeva) che dovevano essere introdotti nelle camere a gas; estrarre dalle camere i cadaveri; cavare i denti d'oro dalle mascelle; tagliare i capelli femminili; smistare e classificare gli abiti, le scarpe, il contenuto dei bagagli; trasportare i corpi ai crematori e sovraintendere al funzionamento dei forni; estrarre ed eliminare le ceneri. La Squadra Speciale di Auschwitz contava, a seconda dei periodi, da 700 a 1000 effettivi.

Queste Squadre Speciali non sfuggivano al destino di tutti; anzi, da parte delle SS veniva messa in atto ogni diligenza affinche' nessun uomo che ne avesse fatto parte potesse sopravvivere e raccontare. Ad Auschwitz si succedettero dodici squadre; ognuna rimaneva in funzione qualche mese, poi veniva soppressa, ogni volta con un artificio diverso per prevenire eventuali resistenze, e la squadra successiva, come iniziazione, bruciava i cadaveri dei predecessori. [...] I superstiti delle Squadre Speciali sono dunque stati pochissimi, sfuggiti alla morte per qualche imprevedibile gioco del destino. Nessuno di loro, dopo la liberazione, ha parlato volentieri, e nessuno parla volentieri della loro spaventosa condizione. Le notizie che possediamo su queste Squadre provengono dalle scarne deposizioni di questi superstiti; dalle ammissioni dei loro "committenti" processati davanti a vari tribunali; da cenni contenuti in deposizioni di "civili" tedeschi o polacchi che ebbero casualmente occasione di venire a contatto con le squadre; e finalmente, da fogli di diario che vennero scritti febbrilmente a futura memoria, e sepolti con estrema cura nei dintorni dei crematori di Auschwitz, da alcuni dei loro componenti. Tutte queste fonti concordano tra loro, eppure ci riesce difficile, quasi impossibile, costruirci una rappresentazione di come questi uomini vivessero giorno per giorno, vedessero se stessi, accettassero la loro condizione.

[...]

Le Squadre Speciali erano costituite in massima parte da ebrei. Per un verso, questo non puo' stupire, dal momento che lo scopo principale dei Lager era quello di distruggere gli ebrei, e che la popolazione di Auschwitz, a partire dal 1943, era costituita da ebrei per il 90-95%; sotto un altro aspetto, si rimane attoniti davanti a questo parossismo di perfidia e di odio: dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che gli ebrei, sotto-razza, sotto-uomini, si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi. D'altra parte, e' attestato che non tutte le SS accettavano volentieri il massacro come compito quotidiano; delegare alle vittime stesse una parte del lavoro, e proprio la piu' sporca, doveva servire (e probabilmente servi') ad alleggerire qualche coscienza.



Beninteso, sarebbe iniquo attribuire questa acquiescenza a qualche particolarita' specificamente ebraica: delle Squadre Speciali fecero parte anche prigionieri non ebrei, tedeschi e polacchi, pero' con le mansioni "piu' dignitose" di Kapos; ed anche prigionieri di guerra russi, che i nazisti consideravano solo di uno scalino superiori agli ebrei. Furono pochi, perche' ad Auschwitz i russi erano pochi (vennero in massima parte sterminati prima, subito dopo la cattura, mitragliati sull'orlo di enormi fosse comuni): ma non si comportarono in modo diverso dagli ebrei.

[...]


Aver concepito ed organizzato le Squadre e' stato il delitto piu' demoniaco del nazionalsocialismo. Dietro all'aspetto pragmatico (fare economia di uomini validi, imporre ad altri i compiti piu' atroci) se ne scorgono altri piu' sottili. Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talche', a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non e' facile ne' gradevole scandagliare questo abisso di malvagita', eppure io penso che lo si debba fare, perche' cio' che e' stato possibile perpetrare ieri potra' essere nuovamente tentato domani, potra' coinvolgere noi stessi o i nostri figli. Si prova la tentazione di torcere il viso e distogliere la mente: e' una tentazione a cui ci si deve opporre. Infatti, l'esistenza delle Squadre aveva un significato, conteneva un messaggio: "Noi, il popolo dei Signori, siamo i vostri distruttori, ma voi non siete migliori di noi; se lo vogliamo, e lo vogliamo, noi siamo capaci di distruggere non solo i vostri corpi, ma anche le vostre anime, cosi' come abbiamo distrutto le nostre".

[...]


Ripeto: credo che nessuno sia autorizzato a giudicarli, non chi ha conosciuto l'esperienza del Lager, tanto meno chi non l'ha conosciuta. Vorrei invitare chiunque osi tentare un giudizio a compiere su se stesso, con sincerita', un esperimento concettuale: immagini, se puo', di aver trascorso mesi o anni in un ghetto, tormentato dalla fame cronica, dalla fatica, dalla promiscuita' e dall'umiliazione; di aver visto morire intorno a se', ad uno ad uno, i propri cari; di essere tagliato fuori dal mondo, senza poter ricevere ne' trasmettere notizie; di essere infine caricato su un treno, ottanta o cento per vagone merci; di viaggiare verso l'ignoto, alla cieca, per giorni e notti insonni; e di trovarsi infine scagliato fra le mura di un inferno indecifrabile. Qui gli viene offerta la sopravvivenza, e gli viene proposto, anzi imposto, un compito truce ma imprecisato. E' questo, mi pare, il vero Befehlnotstand, lo "stato di costrizione conseguente a un ordine": non quello sistematicamente ed impudentemente invocato dai nazisti trascinati a giudizio, e piu' tardi (ma sulle loro orme) dai criminali di guerra di molti altri paesi. Il primo e' un aut-aut rigido, l'obbedienza immediata o la morte; il secondo e' un fatto interno al centro di potere, ed avrebbe potuto essere risolto (in effetti spesso fu risolto) con qualche manovra, con qualche ritardo nella carriera, con una moderata punizione, o, nel peggiore dei casi, col trasferimento del renitente al fronte di guerra.

[...]


Anche senza ricorrere al caso-limite delle Squadre Speciali, accade spesso a noi reduci, quando raccontiamo le nostre vicende, che l'interlocutore dica: "Io, al tuo posto, non avrei resistito un giorno". L'affermazione non ha un senso preciso: non si e' mai al posto di un altro. Ogni individuo e' un oggetto talmente complesso che e' vano pretendere di prevederne il comportamento, tanto piu' se in situazioni estreme; neppure e' possibile antivedere il comportamento proprio. Percio' chiedo che la storia dei "corvi del crematorio" venga meditata con pieta' e rigore, ma che il giudizio su di loro resti sospeso.

 

3. TESTI. PRIMO LEVI: DA "LA VERGOGNA"



[Dall'appendice documentaria del volume di Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014, pp. 139-163 riprendiamo i seguenti estratti dal capitolo "La vergogna" in Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986, poi in Idem, Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, vol. II, pp. 1046-56]

 

Rileggo ora un passo di La tregua. Il libro e' stato pubblicato solo nel 1963 (Einaudi, Torino) ma queste parole le avevo scritte fin dal 1947; si parla dei primi soldati russi al cospetto del nostro Lager gremito di cadaveri e di moribondi: "Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pieta', da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volonta' sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa".



Non credo di avere nulla da cancellare o da correggere, bensi' qualcosa da aggiungere. Che molti (ed io stesso) abbiano provato "vergogna", e cioe' senso di colpa, durante la prigionia e dopo, e' un fatto accertato e confermato da numerose testimonianze. Puo' sembrare assurdo, ma esiste. Cerchero' di interpretarlo in proprio, e di commentare le interpretazioni altrui.

Come ho accennato all'inizio, il disagio indefinito che accompagnava la liberazione forse non era propriamente vergogna, ma come tale veniva percepito. Perche'? Si possono tentare varie spiegazioni.

[...]

A mio avviso, il senso di vergogna o di colpa che coincideva con la riacquistata liberta' era fortemente composito: conteneva in se' elementi diversi, ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo. Va ricordato che ognuno di noi, sia oggettivamente, sia soggettivamente, ha vissuto il Lager a suo modo.



All'uscita dal buio, si soffriva per la riacquistata consapevolezza di essere stati menomati. Non per volonta' ne' per ignavia ne' per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco: le nostre giornate erano state ingombrate dall'alba alla notte dalla fame, dalla fatica, dal freddo, dalla paura, e lo spazio di riflettere, per ragionare, per provare affetti, era annullato. Avevamo sopportato la sporcizia, la promiscuita' e la destituzione soffrendone assai meno di quanto ne avremmo sofferto nella vita normale, perche' il nostro metro morale era mutato. Inoltre, tutti avevamo rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo, insomma "agli altri", alla controparte, ma sempre furto era; alcuni (pochi) erano discesi fino a rubare il pane al proprio compagno. Avevamo dimenticato non solo il nostro paese e la nostra cultura, ma la famiglia, il passato, il futuro che ci eravamo rappresentato, perche', come gli animali, eravamo ristretti al momento presente. Da questa condizione di appiattimento eravamo usciti solo a rari intervalli, nelle pochissime domeniche di riposo, nei minuti fugaci prima di cadere nel sonno, durante la furia dei bombardamenti aerei, ma erano uscite dolorose, proprio perche' ci davano occasione di misurare dal di fuori la nostra diminuzione.

[...]


A cose finite, emergeva la consapevolezza di non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema in cui eravamo stati assorbiti. Della mancata resistenza nei Lager, o meglio in alcuni Lager, si e' parlato troppo e troppo leggermente, soprattutto da parte di chi aveva ben altre colpe di cui rendere conto. Chi ha provato sa che esistevano situazioni, collettive e personali, in cui una resistenza attiva era possibile; altre, molto piu' frequenti, in cui non lo era. E' noto che, specialmente nel 1941, caddero in mano tedesca milioni di prigionieri militari sovietici. Erano giovani, per lo piu' ben nutriti e robusti, avevano una preparazione militare e politica, spesso costituivano unita' organiche con graduati di truppa, sottufficiali e ufficiali; odiavano i tedeschi che avevano invaso il loro paese; eppure raramente resistettero. La denutrizione, la spogliazione e gli altri disagi fisici, che e' cosi' facile ed economico provocare ed in cui i nazisti erano maestri, sono rapidamente distruttivi, e prima di distruggere paralizzano; tanto piu' quando sono preceduti da anni di segregazione, umiliazioni, maltrattamenti, migrazioni forzate, lacerazione dei legami famigliari, rottura dei contatti col resto del mondo. Ora, era questa la condizione del grosso dei prigionieri che erano approdati ad Auschwitz dopo l'antinferno dei ghetti o dei campi di raccolta.

Percio', sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente, soprattutto davanti ai pochi, lucidi esempi di chi di resistere aveva avuto la forza e la possibilita'.

[...]

Piu' realistica e' l'autoaccusa, o l'accusa, di aver mancato sotto l'aspetto della solidarieta' umana. Pochi superstiti si sentono colpevoli di aver deliberatamente danneggiato, derubato, percosso un compagno: chi lo ha fatto (i Kapos, ma non solo loro) ne rimuove il ricordo; per contro, quasi tutti si sentono colpevoli di omissione di soccorso. La presenza al tuo fianco di un compagno piu' debole, o piu' sprovveduto, o piu' vecchio, o troppo giovane, che ti ossessiona con le sue richieste d'aiuto, o col suo semplice "esserci" che gia' di per se' e' una preghiera, e' una costante della vita in Lager. La richiesta di solidarieta', di una parola umana, di un consiglio, anche solo di un ascolto, era permanente ed universale, ma veniva soddisfatta di rado. Mancava il tempo, lo spazio, la privatezza, la pazienza, la forza; per lo piu', colui a cui la richiesta veniva rivolta si trovava a sua volta in stato di bisogno, di credito.



[...]

Nell'agosto del 1944 ad Auschwitz faceva molto caldo. Un vento torrido, tropicale, sollevava nuvole di polvere dagli edifici sconquassati dai bombardamenti aerei, ci asciugava il sudore addosso e ci addensava il sangue nelle vene. La mia squadra era stata mandata in una cantina a sgomberare i calcinacci, e tutti soffrivamo per la sete: una pena nuova, che si sommava, anzi, si moltiplicava con quella vecchia della fame. Ne' nel campo ne' nel cantiere c'era acqua potabile; in quei giorni mancava spesso anche l'acqua dei lavatoi, imbevibile, ma buona per rinfrescarsi e detergersi dalla polvere. Di norma, a soddisfare la sete bastava abbondantemente la zuppa della sera e il surrogato di caffe' che veniva distribuito verso le dieci del mattino; ora non bastavano piu', e la sete ci straziava. E' piu' imperiosa della fame: la fame obbedisce ai nervi, concede remissioni, puo' essere temporaneamente coperta da un'emozione, un dolore, una paura (ce ne eravamo accorti nel viaggio in treno dall'Italia); non cosi' la sete, che non da' tregua. La fame estenua, la sete rende furiosi; in quei giorni ci accompagnava di giorno e di notte: di giorno, nel cantiere, il cui ordine (a noi nemico, ma era pur sempre un ordine, un luogo di cose logiche e certe) si era trasformato in un caos di opere frantumate; di notte, nelle baracche prive di ventilazione, a boccheggiare nell'aria cento volte respirata.

L'angolo di cantina che mi era stato assegnato dal Kapo perche' ne sgombrassi le macerie era attiguo ad un vasto locale occupato da impianti chimici in corso di installazione ma gia' danneggiati dalle bombe. Lungo il muro, verticale, c'era un tubo da due pollici, che terminava con un rubinetto poco sopra il pavimento. Un tubo d'acqua? Provai ad aprirlo, ero solo, nessuno mi vedeva. Era bloccato, ma usando un sasso come un martello riuscii a smuoverlo di qualche millimetro. Ne uscirono gocce, non avevano odore, ne raccolsi sulle dita: sembrava proprio acqua. Non avevo recipienti; le gocce uscivano lente, senza pressione: il tubo doveva essere pieno solo fino a meta', forse meno. Mi sdraiai a terra con la bocca sotto il rubinetto, senza tentare di aprirlo di piu': era acqua tiepida per il sole, insipida, forse distillata o di condensazione; ad ogni modo, una delizia.

Quant'acqua puo' contenere un tubo da due pollici per un'altezza di un metro o due? Un litro, forse neanche. Potevo berla tutta subito, sarebbe stata la via piu' sicura. O lasciarne un po' per l'indomani. O dividerla a meta' con Alberto. O rivelare il segreto a tutta la squadra.

Scelsi la terza alternativa, quella dell'egoismo esteso a chi ti e' piu' vicino, che un mio amico in tempi lontani ha appropriatamente chiamato "nosismo". Bevemmo tutta quell'acqua, a piccoli sorsi avari, alternandoci sotto il rubinetto, noi due soli. Di nascosto; ma nella marcia di ritorno al campo mi trovai accanto a Daniele, tutto grigio di polvere di cemento, che aveva le labbra spaccate e gli occhi lucidi, e mi sentii colpevole. Scambiai un'occhiata con Alberto, ci comprendemmo a volo, e sperammo che nessuno ci avesse visti. Ma Daniele ci aveva intravisti in quella strana posizione, supini accanto al muro in mezzo ai calcinacci, ed aveva sospettato qualcosa, e poi aveva indovinato. Me lo disse con durezza, molti mesi dopo, in Russia Bianca, a liberazione avvenuta: perche' voi due si' e io no? Era il codice morale "civile" che risorgeva [...]. E' giustificata o no la vergogna del poi? Non sono riuscito a stabilirlo allora, e neppure oggi ci riesco, ma la vergogna c'era e c'e', concreta, pesante, perenne. Daniele adesso e' morto, ma nei nostri incontri di reduci, fraterni, affettuosi, il velo di quell'atto mancato, di quel bicchier d'acqua non condiviso, stava fra noi, trasparente, non espresso, ma percettibile e "costoso".

Cambiare codice morale e' sempre costoso: lo sanno tutti gli eretici, gli apostati e i dissidenti. Non siamo piu' capaci di giudicare il comportamento nostro od altrui, tenuto allora sotto il codice di allora, in base al codice di oggi; ma mi pare giusta la collera che ci invade quando vediamo che qualcuno degli "altri" si sente autorizzato a giudicare noi "apostati", o meglio riconvertiti.

Hai vergogna perche' sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo piu' generoso, piu' sensibile, piu' savio, piu' utile, piu' degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state offerte...), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere. E' solo una supposizione, anzi, l'ombra di un sospetto: che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno di noi (ma questa volta dico "noi" in un senso molto ampio, anzi universale) abbia soppiantato il suo prossimo, e viva in vece sua. E' una supposizione, ma rode; si e' annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e stride.

Al mio ritorno dalla prigionia e' venuto a visitarmi un amico piu' anziano di me, mite ed intransigente, cultore di una religione sua personale, che pero' mi e' sempre parsa severa e seria. Era contento di ritrovarmi vivo e sostanzialmente indenne, forse maturato e fortificato, certamente arricchito. Mi disse che l'essere io sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, di un accumularsi di circostanze fortunate (come sostenevo e tuttora sostengo io), bensi' della Provvidenza. Ero un contrassegnato, un eletto: io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz, ero un toccato dalla Grazia, un salvato. E perche' proprio io? Non lo si puo' sapere, mi rispose. Forse perche' scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza: non stavo infatti scrivendo allora, nel 1946, un libro sulla mia prigionia?

Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivo' il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro; potrei avere soppiantato, cioe' di fatto ucciso. I "salvati" del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l'esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della "zona grigia", le spie. Non era una regola certa (non c'erano, ne' ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo si' innocente, ma intruppato fra i salvati, e percio' alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioe' i piu' adatti; i migliori sono morti tutti.

[...]


L'amico religioso mi aveva detto che ero sopravvissuto affinche' portassi testimonianza. L'ho fatto, meglio che ho potuto, e non avrei potuto non farlo; e ancora lo faccio, ogni volta che se ne presenta l'occasione; ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere, e di vivere per molti anni senza grossi problemi, mi inquieta, perche' non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato.

Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. E' questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilita' o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non e' tornato per raccontare, o e' tornato muto; ma sono loro, i "mussulmani", i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l'eccezione. Sotto altro cielo, e reduce da una schiavitu' simile e diversa, lo ha notato anche Solzenicyn: "Quasi tutti coloro che hanno scontato una lunga pena e con i quali vi congratulate perche' sono dei sopravvissuti, sono senz'altro dei pridurki o lo sono stati per la maggior parte della prigionia. Perche' i Lager sono di sterminio, questo non va dimenticato".



Nel linguaggio di quell'altro universo concentrazionario, i pridurki sono i prigionieri che, in un modo o nell'altro, si sono conquistati una posizione di privilegio, quelli che da noi si chiamavano i Prominenti.

Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma e' stato un discorso "per conto di terzi", il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l'opera compiuta, non l'ha raccontata nessuno, come nessuno e' mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perche' la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano gia' perduto la virtu' di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega.


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