L'America non esiste: Antonio Monda racconta IL sogno a stelle e strisce



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30.11.2017
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L'America non esiste: Antonio Monda racconta il sogno a stelle e strisce
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E' l'America dorata degli anni Cinquanta, con tutte le luci e le ombre che rappresenta nell'immaginario collettivo, la vera protagonista dell'ultimo romanzo di Antonio Monda, in uscita in questi giorni in tutte le librerie. Giornalista e scrittore, docente alla New York University e corrispondente per numerose testate culturali, Antonio Monda è considerato uno degli intellettuali più introdotti negli Stati Uniti e, con L'America non esiste, racconta il sogno americano visto dalla prospettiva di due ragazzi immigrati dalla piccola provincia italiana alla Grande Mela, nell'immediato dopoguerra.

Siamo nel 1951. Quando i loro genitori muoiono in un incidente stradale, Nicola e Maria si trasferiscono dal piccolo paese natale nelle vicinanze di Napoli a New York, presso un lontano parente. Costui li accoglie e, inizialmente, trova loro un lavoro nella loro nuova città. Ma quando l'uomo scompare, i due fratelli si ritrovano soli in un mondo del tutto nuovo, liberi di scoprire l'America e di costruirsi vite nuove e differenti.
Nicola – sveglio, impulsivo, ambiziose e passionale – vede l'America come un Paese da conquistare, mentre Maria – spirituale, calma, silenziosa e generosa – incontra una terra piena di meraviglie in cui vede tutto il bello dell'esistenza. La Seconda Guerra Mondiale si è appena conclusa ed è un momento unico per gli Stati Uniti, e per New York in particolare.
L'espressionismo astratto sta rivoluzionando il mondo dell'arte. La letteratura, l'arte, la musica e il cinema sono dominati da Arthur Miller, Tennessee Williams, JD Salinger, Ella Fitzgerald ed Elia Kazan. La grande promessa bianca italoamericana Rocky Marciano sta conquistando il mondo della boxe. E stanno emergendo nuove stelle cinematografiche, fra cui spiccano Marlon Brando, Marilyn Monroe ed Elizabeth Taylor.

A tutto questo splendore, si affiancano le tristemente note vicende del Senatore McCarthy.

Nicola e Maria si ritrovano più volte a incrociare il proprio cammino con quello di queste e di altre icone, a volte ignorando chi siano realmente queste persone. Attraversando le emozioni e le zone d'ombra del proprio tempo, vivranno entrambi le loro storie d'amore, cambiati per sempre dalle proprie esperienze. E proprio queste esperienze li costringeranno a riflettere sul passato e sul futuro, sulla grazia e sulla corruzione, sui sogni e sulle illusioni, arrivando finalmente a comprendere cosa sia davvero l'America.

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Jennifer Egan: il Premio Pulitzer parla una lingua dalle mille voci
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Straordinaria, sorprendente, imprevedibile: così è stata definita la scrittura di Jennifer Egan, vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa con Il tempo è un bastardo (A Visit from the Goon Squad).


Un romanzo accolto come un capolavoro tanto dalla critica quanto dai lettori, costruito come un album musicale e strutturato in una serie di capitoli autoconclusivi, in cui ricorrono gli stessi personaggi in un arco temporale che spazia dagli anni Sessanta fino a un ipotetico futuro prossimo. Uno spaccato sulla storia e la società americana e non a cavallo degli ultimi due secoli, un' eccezionale sperimentazione di struttura, stile e linguaggi in grado di stravolgere completamente le forme della narrativa contemporanea, fondendo insieme elementi e registri che spaziano dalle tematiche della Recherche di Proust ai linguaggi della serialità televisiva e della comunicazione di massa.

Nata a Chicago nel 1962, Jennifer Egan è riconosciuta come una delle voci più originali e più vivaci della sua generazione: giornalista e scrittrice, è stata inserita dal “Time” nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo attuale. Nel corso della sua carriera ha pubblicato quattro romanzi e una raccolta di racconti ed è una delle firme più amate del “New York Times Magazine”. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e sono apparse in tutto il mondo.



Il tempo è un bastardo le è valso non soltanto il Premio Pulitzer per la narrativa, ma anche il National Book Critics Circle Award. E' stato finalista al Los Angeles Times Book Award e al PEN/Faulkner Award e, nel Regno Unito, è stato selezionato per il prestigioso Orange Prize. Con oltre 150.000 copie vendute, è entrato a pieno titolo nelle top-ten dei libri più apprezzati dell'anno (conquistando i primi posti delle classifiche del “New York Times Book Review”, del “Time Magazine” e del “Washington Post”, per citarne soltanto alcune) ed è destinato a far parlare di sé ancora a lungo: i diritti di traduzione del romanzo sono stati acquistati in 16 Paesi, e l'opera diventerà una serie televisiva prodotta dalla HBO.

Al centro della trama de Il tempo è un bastardo, e del suo corollario di sottotrame e delle voci eterogenee attraverso cui si snodano le diverse storie che le compongono, è il concetto stesso di tempo e del suo inevitabile impatto sul vissuto personale e sulle emozioni collettive.
A partire dalle vicende che vedono protagonista Bennie Salazar - un discografico di successo con un passato da musicista punk - e la sua assistente Sacha, donna forte e determinata dai trascorsi movimentati e inquieti, si dipanano una serie di storie concatenate strettamente l'una all'altra, ma scritte e raccontate in modi e forme completamente differenti, talvolta addirittura antitetici.

Rai Letteratura ha incontrato Jennifer Egan durante il suo soggiorno a Roma in occasione dell'uscita dell'edizione italiana dell'opera, dedicandole un'intervista-ritratto in cui l'autrice statunitense racconta di sé stessa, della nascita de Il tempo è un bastardo, del suo rapporto con i lettori e dei suoi progetti per il futuro.


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Speciale Carmelo Bene: letteratura, cinema, arte si mobilitano per ricordarlo

A dieci anni dalla morte, avvenuta il 16 Marzo del 2002, proseguono le iniziative del mondo della cultura e dell'arte dedicate a Carmelo Bene. Fra queste, spicca una fra le più prestigiose: la terza edizione del Bif&st-Bari International Film Festival 2012, presieduto da Ettore Scola, che si svolgerà dal 24 al 31 marzo e che quest'anno renderà omaggio alla figura e all'opera del grande attore e drammaturgo pugliese.

Il tributo, intitolato “Festival Carmelo Bene”, è stato reso possibile grazie alla collaborazione delle Teche RAI, dirette da Barbara Scaramucci, e della Cineteca Nazionale presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, diretta da Enrico Magrelli, nonché dal lavoro svolto dal direttore artistico Felice Laudadio, coadiuvato da Orsetta Gregoretti e Patrizia Prosperi, con la collaborazione di Luigi De Luca, Raffaella Baracchi Bene e Salomé Bene. Un comitato artistico di altissimo livello, per una rassegna che proporrà la proiezione di circa 50 ore di materiali di documentazione sull’attività teatrale, cinematografica e televisiva di Bene, oltre a una serie di incontri e eventi di approfondimento dedicati all'arte e alla personalità del grande regista.

Il Festival, posto sotto lʼAlto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promosso dalla Regione Puglia-Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo e organizzato dallʼAFC.

Autore, attore e regista poliedrico e discusso, tanto osannato quanto criticato, Bene è stato soprattutto un profondo innovatore dei linguaggi del teatro contemporaneo, oltre che uno straordinario interprete e una delle voci più prorompenti e originali della scena culturale italiana.



In occasione della ricorrenza della sua scomparsa, avvenuta a soli 64 anni di età, Rai Letteratura propone un approfondimento che ne ricostruisce la biografia personale e artistica attraverso una serie di contributi audiovisivi che ne ripercorrono l'opera, proponendo - grazie alla preziosa collaborazione con gli archivi di Rai Teche - documenti, materiali e interviste di straordinario valore e rarità.

Carmelo Bene: ritratto di un artista della dissacrazione
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Carmelo Bene nasce a Campi Salentina, in provincia di Lecce, il 1° settembre del 1937. Figlio di genitori umili ma benestanti – i genitori sono proprietari di un'industria manifatturiera di tabacco -, riceve fin dalla prima infanzia un'educazione di impronta fortemente religiosa, dovuta soprattutto alla fervente fede della madre. Tuttavia se ne distaccherà progressivamente negli anni, fino a giungere a una sorta di profondo rifiuto per tutta la morale e la dottrina cattolica. Dopo gli studi classici, che svolse in collegio presso i Gesuiti, Carmelo Bene si traferì a Roma per frequentare l'Accademia d'Arte Drammatica. Fu il suo primo e unico approccio con l'insegnamento accademico, che abbandonò dopo appena un anno di frequenza, definendola come un'esperienza infruttuosa e inutile.
Il suo debutto in scena risale al 1959 quando, appena ventiduenne, interpretò il ruolo di protagonista nel Caligola di Albert Camus.
Dopo il fortunato esordio, che gli valse buoni consensi sia di critica che di pubblico, si allontanò quasi subito dalla concezione classica del teatro e intraprese un proprio personalissimo percorso di ricerca artistica e di sperimentazione, che lo portò a diventare a sua volta autore, oltre che interprete e regista di se stesso. Una rottura intenzionale e volontaria con gli schemi e le sovrastrutture della scena teatrale tradizionale, che gli valse critiche violentissime ma che segnò anche la sua cifra stilistica e la chiave del suo successo.
Divenne in breve tempo un autentico “caso”, al centro del dibattito culturale sia in Italia che in Europa, soprattutto grazie ai suoi lavori di “variazione” sui grandi classici, definiti dai suoi detrattori come dei veri e propri massacri. La sua personalità istrionica e la creatività poliedrica, unita allo straordinario talento come interprete e a una presenza scenica non comune, ne fecero tuttavia un protagonista indiscusso dell'espressione artistica dentro e fuori dal palco.
Alternò l'attività teatrale e autoriale con quella di interprete cinematografico, che iniziò con l'Edipo Re di Pier Paolo Pasolini. Seguirono, negli anni successivi, i lungometraggi Nostra Signora dei Turchi (tratto dall'omonimo romanzo pubblicato da Carmelo Bene appena un anno prima, la cui trasposizione cinematografica gli valse nel 1966 il premio speciale della giuria della Mostra del Cinema di Venezia), Capricci, Don Giovanni , Salome e infine Un Amleto in meno, che ne 1973 segnò la naturale conclusione della sua esperienza sul grande schermo.
Nonostante questa parentesi, Carmelo Bene non si distaccò mai dal teatro, continuando le sue sperimentazioni come autore, attore, regista e interprete, fino a sconfinare persino nella musica sinfonica. Il suo successo non conobbe declino, esprimendosi al massimo delle proprie potenzialità con progetti, sperimentazioni e proposte sempre originali e innovative e restando legato alla sua immagine di provocatore in grado di scuotere le certezze e le coscienze del pubblico di tutto il mondo.
La sua morte, avvenuta il 16 marzo 2002, è uno shock per la cultura e la società italiana e una perdita violentissima per il teatro mondiale. Gli rendono omaggio tutti i maggiori esponenti istituzionali dell'epoca, oltre agli intellettuali e ai numerosissimi ammiratori, che continueranno a custodirne gelosamente la memoria attraverso le sue interpretazioni e le sue opere.
A loro è dedicato questo straordinario documento, che ne ricostruisce la figura e ne ripercorre la carriera attraverso alcune delle sue interpretazioni e incursioni più significative, sia in teatro che in televisione.

Carmelo Bene: Quattro diversi modi di morire in versi
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Una delle attitudini più caratteristiche e significative di Carmelo Bene è la sua straordinaria capacità di interpretare i testi di altri autori e di rielaborarli in forme espressive e artistiche sempre nuove, attraverso quelle che nella sua stessa definizione chiama “variazioni”.
Di fatto, questo tipo di lavoro sul testo – che si fonde in maniera magistrale con la massima manifestazione dell'improvvisazione attoriale in scena – è una delle cifre stilistiche che rendono tutta la sua produzione a tempo stesso eccezionalmente dissacratoria, innovativo e originale. Uno degli sbocchi più felici di questa sperimentazione trova spazio nella poesia, che Carmelo Bene riesce a trasformare in autentica e vibrante improvvisazione teatrale.
Nel contributo che vi proponiamo, tratto dalla trasmissione Schegge, Bene porta in scena una performance poetica con suggestioni in musica, intitolata Bene! Quattro diversi modi di morire in versi.
La scelta cade sui testi di due grandi protagonisti della letteratura e della poesia del Novecento: Esènin, con i brani Confessione di un teppista (1920) e Arrivederci, amico mio, arrivederci (1925), e Pasternak, con Le onde e Morte di un poeta, entrambi del 1931.
Quattro diversi brani che Bene porta sulla scena sviscerandoli in ogni singola sfumatura e trasformandoli in un unico, ideale percorso organico di rara e toccante intensità.



Carmelo Bene interpreta Majakovskij

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Il poeta e drammaturgo Vladimir Vladimirovič Majakovskij, considerato uno dei maggiori interpreti della cultura russa post-rivoluzionaria, è stato uno dei protagonisti indiscussi del nuovo corso culturale sovietico. Definito il “cantore della rivoluzione d'Ottobre”, Majakovskij può essere ritenuto sotto diversi aspetti una figura idealmente molto affine alle concezioni artistiche e culturali di Carmelo Bene. Al di là dei singoli percorsi esistenziali e sperimentali, differenti seppur entrambi intensi e travagliati, appaiono accomunati da una prepotente necessità distacco dal passato e da convenzioni ormai considerate superate e definite “vecchiume”, oltre che dalla ricerca di un codice lirico in grado di raccontare la realtà attraverso uno sguardo nuovo, a tempo stesso realistico ed evocativo.
Un approccio alla funzione della poesia che appare particolarmente congeniale alla filosofia e al pensiero di Carmelo Bene, che in questo raro contributo sceglie di dar voce proprio al poeta russo, reinterpretando uno dei suoi testi in una chiave straordinariamente vivida e personale.


L'esperienza concertistica di Carmelo Bene: un clown bianco contro un'orchestra che lo aspetta per sfidarlo

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L'interesse e l'impegno di Carmelo bene per la sperimentazione e l'improvvisazione non trascurò mai di esplorare nessuna delle declinazioni possibili di mise en scène.
Il campionario delle operazioni e dei progetti con i quali si confrontò è talmente vasto e vario da non poter essere riassunto in poche righe.
Così come la pluralità di temi e di approcci che influenzarono tutta la sua produzione trovando sempre il modo e la forma di rinnovarsi attraverso esperienze teatrali, laboratoriali e autoriali destinate a lasciare un segno profondissimo nei suoi contemporanei e ad esercitare un'influenza prorompente anche su molte altre opere e correnti.
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Carmelo Bene, che sembra costituire una sorta di filo conduttore fra quasi tutte le sue performance, è il ruolo che riveste la musica all'interno della sua produzione e il rapporto che lui stesso, come interprete, intrattiene con essa.

Impossibile non rendersi conto che si tratti di un legame profondo, che Bene ebbe sempre interesse e cura a valorizzare e a utilizzare non come mero accompagnamento, ma come veicolo espressivo integrante e complementare alla maggior parte dei suoi lavori.


Nelle fasi artisticamente più mature della sua carriera sperimentò persino alcune rilevanti incursioni "concertistiche", che trovarono il proprio apice nel poema sinfonico Manfred.
La produzione, portata in scena per la prima volta nel 1980, era costituita da una performance teatrale di Carmelo Bene su musiche di Robert Schumann. Accompagnata da coro e orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, si tradusse fin dal debutto in un successo unanime di critica e di pubblico.

In questo raro documento, tratto da una speciale puntata monografica andata in onda all'interno del contenitore-documentario Variety, vediamo Carmelo Bene prepararsi all'ingresso in scena e confrontarsi con in teatro con un'orchestra che, come suggestivamente evocato dalle parole della voce narrante, sembra davvero accingersi a sfidarlo. In queste immagini Carmelo Bene ci si presenta come un clown bianco, dal viso fresco di biacca, pronto a fronteggiare i musicisti e il pubblico ancora una volta senza timori né freni, pronto a ribaltare le concezioni statiche e le strutture convenzionali del teatro e del palcoscenico per convertirla in quella che, nelle sue stesse parole, diviene una macchina attoriale di cui intende farsi ancora una volta pienamente interprete, strumento e protagonista.


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Elio Pagliarani, protagonista della Neoavanguardia

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L'8 marzo è scomparso a Roma il poeta Elio Pagliarani.


Aveva 84 anni, si è spento in una clinica dove era ricoverato già da tempo a causa di una lunga malattia.
Nato a Viserba, una frazione di Rimini, il 25 maggio del 1927, Elio Pagliarani è stato uno dei protagonisti della Neoavanguardia poetica italiana.

Aveva fatto parte del "Gruppo '63", un collettivo di scrittori e di poeti cui parteciparono attivamente alcune delle menti più brillanti della cultura italiana: fra questi, anche Aldo Palazzeschi, Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Nanni Balestrini e Giorgio Manganelli. Quando Pagliarani aderì al gruppo - la cui denominazione è dovuta proprio alla data di fondazione, avvenuta l'8 ottobre del 1963 -, aveva da poco pubblicato il poemetto sperimentale intitolato La ragazza Carla: il lavoro, risalente al 1962, è ancora oggi ritenuto la sua opera piu' conosciuta e significativa.

Dopo la Laurea in Scienze politiche conseguita a Padova, Pagliarani è sempre stato impegnato in prima sul fronte del lavoro culturale: la sua carriera, lunga e ricchissima di collaborazioni e riconoscimenti, lo ha portato a dedicarsi tanto all'attività di poeta quanto a quella di critico letterario e teatrale. Ha collaborato ad alcune delle più importanti riviste culturali dell'ultimo secolo ("Officina", "Quindici", "Il Verrì", "Nuovi argomenti", "Il Menabò") e, dopo essersi trasferito a Roma a partire dagli anni '60, ha lavorato a lungo come critico teatrale per il Paese Sera. Ha fondato a sua volta due prestigiose riviste letterarie: "Periodo Ipotetico", di cui fu anche direttore,  e "Ritmica", fondata e diretta insieme ad Alessandra Briganti.

Fra le sue opere più note, si segnalano le raccolte Cronache e altre poesie e Inventario privato, il romanzo in versi La ballata di Rudi e i più recenti Esercizi platonici (1985), Epigrammi ferraresi (1987) e La bella addormentata nel bosco (1988).

La scomparsa di Elio Pagliarani è una perdita profonda per la cultura italiana. Rai Letteratura sceglie di ricordarlo riproponendo una delle rare interviste rilasciate dal poeta, tratta dalla puntata-ritratto a lui dedicata da Scrittori per un anno. Un documento eccezionale, in cui è lo stesso Pagliarani a raccontare se stesso e a condividere il proprio sguardo sul mestiere di scrivere e sul ruolo dell'intellettuale in rapporto alla società.

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Minima et Moralia: il dibattito culturale corre sul web
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Christian Raimo, scrittore, critico e consulente editoriale, ci presenta oggi
Minima et Moralia
, il blog culturale della casa editrice Minimum Fax. Online dall'estate del 2009, Minima & Moralia è divenuto in meno di tre anni uno dei punti di riferimento del dibattito letterario in Italia.

Minima et Moralia non è soltanto un blog, ma anche e soprattutto un progetto culturale, una webzine collettiva alla quale partecipano come autori e contributors alcune fra le voci più brillanti della scena contemporanea, molte delle quali hanno (o hanno avuto) come comune denominatore un esperienza di collaborazione con Minimum Fax. Fra i suoi autori spiccano Nicola Lagioia, Alessandro Leogrande, Giorgio Vasta, Giuliano Battiston, Francesco Pacifico, Fabio Guarnaccia, Francesco Longo, Carlo Mazza Galanti, Tiziana Lo Porto, oltre a un numero sempre vario e crescente di collaboratori esterni.

Christian Raimo fa parte della redazione di Minima et Moralia fin dall'inizio del progetto, all'interno del quale ha partecipato attivamente anche alla fase ideativa e creativa. Oggi ne ricostruisce per Rai Letteratura le tappe e i principi ispiratori, insieme alle modalità che - proprio grazie al veicolo del web - ne hanno decretato in breve tempo il successo fra addetti ai lavori e semplici appassionati. Nel caso di Minima et Moralia sono identificabili problematiche ed esigenze dell'informazione culturale, oltre che tentativi di possibili risposta a questi bisogni anche grazie agli strumenti messi a disposizione dal web e dai social network.

Raimo condivide con noi la sua analisi, lucida e puntuale, sugli scenari attuali e le prospettive future del dibattito culturale in Rete e delle sue modalità di attuazione.


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Inviati da voi: Andrea Pazienza, Gli ultimi giorni di Pompeo

Il protagonista della videorecensione di questo mese è Andrea Pazienza, nella rilettura che il nostro lettore Riccardo Bianchi ha inviato alla redazione di Rai Letteratura. La clip che vi proponiamo è dedicata a Gli ultimi giorni di Pompeo, l'opera letteraria più importante della maturità artistica di Pazienza: quella in cui il grande disegnatore porta in scena se stesso attraverso il suo alter ego a fumetti e che rappresenta, anche a causa di una serie di coincidenze con la vita personale dell'autore e soprattutto con il suo tragico destino, una sorta di vero e proprio testamento letterario.
Un lavoro complesso e doloroso, attraverso cui lo stesso Pazienza ha indagato nel proprio vissuto e nelle proprie zone d'ombra, trasformando la sua drammatica esperienza umana - segnata dalla dipendenza e dalla droga – in un prodotto artistico di altissimo livello, caratterizzato da un tratto scarno, essenziale e vivido che lascia trasparire tutta la disperata vitalità trasmessa nel lavoro dal suo autore.
Pompeo, insegnante in una scuola serale di fumetto, è un eroinomane e corre a tutta velocità, attraversando una vita che lo sta consumando e che sembra destinata a condurlo inevitabilmente verso un tragico epilogo. La sua esistenza è segnata dall'alternanza fra momenti adrenalici e altri di depressione e di apatia, in un continuo senso di estraniamento che viene deformato attraverso lo sguardo dell'arte e della poesia. Gli ultimi giorni di Pompeo non è soltanto un fumetto, ma un'autentica opera letteraria, al punto che secondo alcuni meriterebbe di essere studiata persino nelle scuole.

Attraverso le sue tavole, riviviamo in prima persona il mondo visto dallo sguardo di Andrea Pazienza, scomparso a soli 32 anni nel 1988. Protagonista del fumetto italiano, tanto geniale quanto tormentato, Andrea Pazienza ha lasciato un'impronta indelebile nell'immaginario collettivo di almeno due generazioni di giovani, dando vita a personaggi e storie entrati a pieno titolo nei riferimenti artistici e culturali del mondo giovanile.



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